Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
UNA DEI DUE RIFIUTI UMANI ARRESTATI E’ UNA RAGAZZA DI 19 ANNI, MADRE DI UN BAMBINO DI TRE MESI: SARA’ PORTATRICE DI “VALORI IDENTITARI” DA NON INQUINARE?
“Di ingiustizie ne ho subite tante da quando sono in Italia. Ho avuto difficoltà a trovare casa, poi con i colleghi a lavoro. L’altra sera la frase che mi ha terrorizzata di più è stata ‘ti facciamo abortire’. Gli insulti non mi interessavano, ho avuto paura per il mio bambino”.
Seduta a terra, una mano appoggiata sul divano e l’altra a massaggiare la schiena che non smette di far male, Barry parla a voce bassa, interrotta dalle fitte che a momenti sembrano toglierle il fiato.
Mercoledì sera una coppia di giovani italiani di 19 e 22 anni l’ha rapinata, insultata e picchiata a bordo di un bus a Rimini.
Ieri il gip ha convalidato il loro arresto: il ragazzo resterà in carcere, la fidanzata – mamma di un bimbo di tre mesi – andrà ai domiciliari, il caso è in mano al pm Davide Ercolani.
Il sindaco della città romagnola, Andrea Gnassi, ha chiamato questa donna di 39 anni di origini sudafricane dicendole di non sentirsi sola e che il Comune si costituirà parte civile.
Cosa ricorda di quella sera, Barry?
“Sembra tutto un film lontano, veloce. Ricordo che ero sul bus e stavo andando a lavoro. Poi ho visto una mano che velocemente usciva dalla mia borsa col cellulare. Era uno dei due ragazzi che mi ha aggredito. Ho gridato: “Ridammelo”. Lui lo ha buttato a terra, in mezzo alle mie gambe. Poi hanno cominciato a insultarmi e a colpirmi. Mi hanno dato uno schiaffo forte in faccia”.
Cosa le dicevano?
“Negra di m., ti ammazziamo, ti facciamo abortire, torna a casa. Ho avuto paura per il mio bambino, degli insulti mi interessava poco. Ho chiesto aiuto ma nessuno dei passeggeri faceva niente, forse avevano paura anche loro. Solo l’autista è intervenuto. Quando ha fermato l’autobus e si sono aperte le porte, mi hanno spinta a terra e hanno continuato a colpirmi. Anche quando è arrivata la polizia loro mi insultavano. Sono rimasta a terra, non ero più cosciente”.
La ragazzina potrebbe essere sua figlia, ha 19 anni.
“Come può essere così una ragazza di 19 anni, come può essre così violenta? Come diventerà da grande? E’ anche una mamma”.
Se la incontrasse cosa le direbbe?
“Nella vita è meglio non incontrare più persone così”.
Da quanto tempo è in Italia?
“Da 13 anni. Sono qui con mio marito e tre figli di 11, 9 e un anno e mezzo. Mio marito ora è fuori Italia perchè fa l’antiquario. Ci siamo sentiti, ha avuto paura pure lui”.
E’ il primo caso di razzismo che è costretta a subire?
“Faccio la cameriera in albergo e una volta, in un hotel dove lavoravo, un collega mi dice le stesse frasi che ho sentito l’altra sera: ‘Torna a casa’. In passato ho avuto difficoltà pure a trovare un appartamento dove stare”.
Gli italiani sono razzisti?
“Ho subito tante ingiustizie in questi anni. Eppure su questo divano ho ospitato anche gente che non sapeva dove andare a dormire, sa? E anche italiani. A pranzo qui vengono i compagni di classe dei miei figli e pure i loro genitori, sono una brava cuoca”.
E’ preoccupata per i suoi figli?
“Dopo quello che è successo ho paura. Spero che loro non debbano subire tutto questo”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
LO STUDIO DI INTESA SAN PAOLO: IN CALO LE ITALIANE – 2,9%, LE IMPRESE DEI CITTADINI IMMIGRATI HANNO SAPUTO REAGIRE MEGLIO ALLA CRISI E HANNO RAGGIUNTO IL 9% DEL TOTALE
I lavori che gli italiani non vogliono più fare, per lasciarli agli immigrati? 
All’elenco si può aggiungere anche l’imprenditore. perchè negli anni della crisi, le aziende fondate e gestite da immigrati stranieri hanno saputo reagire molto meglio rispetto alle aziende “italiane”.
Hanno contenuto il calo del fatturato e hanno rivelato una maggiore propensione all’export e alla registrazione di nuovi marchi.
Complessivamente, nel periodo più “buio” della recessione hanno visto comunque crescere il loro numero, mentre quello delle imprese gestite da italiani è in calo.
Lo rivela l’ultimo report della direzione Studi&Ricerche di Intesa Sanpaolo, il quale ha preso in esame il periodo compreso tra il 2012 e il 2015.
Emerge, innanzitutto, un netto aumento delle aziende fondate da migranti nel nostro paese arrivato a coprire il 9 per cento del totale delle imprese registrate.
Questo ha permesso di contenere il saldo negativo tra imprese aperte e chiuse: tra il 2012 e il 2015, il numero delle imprese registrate nelle camere di Commercio è sceso dello 0,9%: è la sintesi di una contrazione del 2,9% delle imprese italiane e di un aumento del 21,3% delle imprese fondate da migranti.
Un successo quello degli stranieri in Italia che dipende anche e soprattutto – come emerge dallo studio – dalla loro capacità di reagire alla crisi, ad esempio aumentando le vendite – e quindi il fatturato – lavorando sul taglio dei prezzi.
Ma il vero segreto del successo dell’impresa straniera è stata la capacità di reagire alla crisi: le imprese straniere segnalano valori superiori alle imprese italiane in riferimento a tutti gli indicatori di crescita.
Si parte proprio dalle vendite: le imprese di migranti le hanno viste crescere del 17,7% contro il +10,1% delle italiane.
In termini di addetti impiegati abbiamo un +26,6% contro il 14,2%.
Il fatturato è in calo per entrambe le categorie, ma le imprese di migranti fanno un po’ meglio (-6,8%), rispetto alle italiane (-7,8%).
Se non altro, nell’ultimo periodo si registra una inversione di tendenza che riguarda sia imprese di immigrati che italiane: tra aprile e giugno 2017, sono fallite 3.008 imprese, contro le 3.537 del corrispondente periodo del 2016 con una frenata del 15% che segna una conferma del risultato dello scorso anno, quando si era già registrato un -3% rispetto al 2015.
Lo studio ha preso in esame un campione di oltre 135 mila imprese del manifatturiero e di alcuni servizi più aperti al mercato (alloggio e ristorazione, servizi alle imprese, ICT, trasporti e logistica).
Gli imprenditori stranieri in Italia provengono soprattutto dall’Est Europa (37,7%) e dall’Asia (32,8%), il 15,6% proviene dall’Africa, il 13,9% dall’America Latina.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
IMPRENDITORE VENETO NON TROVA DIPENDENTI PER LA SUA IMPRESA (INGEGNERI, PERITI, STAMPATORI)… MA DOVE SONO QUELLI DEL “PRIMA GLI ITALIANI?” IN SPIAGGIA A NON FARE UNA BEATA MAZZA?
Se la ricerca di un lavoro per molti non è semplici, in alcuni casi la ricerca di lavoratori può essere altrettanto difficile.
Lo sa bene Francesco Celante, titolare e fondatore della Rotas Group Srl di Treviso che, per cercare ingegneri, periti e stampatori, ha tappezzato uno di viali della città di cartelli cartacei per segnalare la ricerca di lavoratori.
A raccontare la vicenda è La Tribuna di Treviso.
«Cerchiamo i nostri addetti in tutto il mondo e con tutti i mezzi disponibili», ha spiegato il titolare, «il nostro è un grande campus, diamo ai nuovi arrivati il tempo di ambientarsi, certo non è facile trovare certe posizioni perchè il mercato del lavoro è molto cambiato. Sia per le aziende, che per chi cerca lavoro».
L’azienda da cinquant’anni produce etichette adesive per l’enologia e non solo e ha due stabilimenti produttivi (a Treviso, 19 mila metri quadrati, e a Barcellona) e un centro di ricerca a Prato, con 130 collaboratori di cui il 60% under 40.
(da agenzie)
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Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
LINEA DETTATA DALL’ALTO : AUTOCRAZIA, VULNERABILITA’ DEL SISTEMA INFORMATICO E VITTIMISMO COMPLOTTISTA
Ieri il blog di Beppe Grillo ha pubblicato un post a firma di Rufo Guerreschi in cui l’autore, con molta
fantasia, sostiene che i leak del sito di Beppe possano essere “utilizzati per spostare decisamente l’esito delle prossime elezioni” (mentre per le elezioni politiche nazionali, purtroppo, ancora non si vota su Rousseau).
Il titolo del post si concentra su questo, mentre nello scritto sono presenti alcune critiche, la più interessante delle quali è che gli hacker potrebbero muoversi in quanto “critici di alcune sue (del M5S, ndr) pratiche digitali e organizzative autocratiche” (toh!).
Sul Corriere della Sera di oggi Alvise Losi firma un articolo in cui Guerreschi invece racconta una serie di aneddoti molto interessanti, purtroppo assenti nel post pubblicato da Grillo, che ci danno invece l’esatta dimensione della questione al di là dei complotti degli Illuminati per far perdere le elezioni a pòro Beppe:
Guerreschi ha conosciuto Grillo nel luglio del 2016, quando, in vacanza in Sardegna, è riuscito ad avvicinarlo per parlargli del tema della cyber security. «Passai con lui un’ora e mezza per spiegargli i problemi di sicurezza di Rousseau», racconta, «e ne ho ricavato una sensazione di ignoranza: Grillo non era cosciente dei dispositivi necessari per portare avanti questo tipo di democrazia diretta».
L’esperto fa l’esempio di alcuni partiti esteri che per ovviare ai rischi di attacchi hanno adottato una forma di voto online palese, così da consentire a ogni utente di controllare che il proprio voto non sia mutato. Grillo suggerì al suo interlocutore di confrontarsi con Davide Casaleggio, ma in un anno non si è mai presentata l’occasione. «Sapevo da Davide Barillari (consigliere regionale M5S del Lazio, ndr) che su questi temi non c’è confronto nel Movimento: si prende per buona la linea dettata dall’alto», riconosce Guerreschi.
Ora, a parte che bisogna complimentarsi con l’acutezza di Guerreschi, il quale ha scoperto da Barillari che nel M5S si prende per buona la linea dettata dall’alto su temi informatici quando in realtà nel M5S si prende per buona la linea dettata dall’alto un po’ per tutto (non si può nascondere niente agli esperti!), la parte divertente arriva dopo, quando si scopre che Grillo ha risposto che l’accentramento del potere era necessario in attesa della creazione di una classe dirigente.
Un po’ come si rispondeva all’epoca della rivoluzione russa sull’instaurazione della dittatura del proletariato (e sappiamo tutti poi com’è andata a finire).
Il punto però è che anche dall’analisi che ne esce si scopre che non è una questione di spy story e di avversari politici che muovono i fili dei burattini, ma di competenze (mancanti) nella gestione della piattaforma e di curiose (eufemismo) interpretazioni delle leggi sui dati personali:
«Criticai Grillo per queste contraddizioni e mi rispose che ne era consapevole, ma in attesa della creazione di una classe dirigente il compromesso era l’accentramento del potere. Così però si sono perse le teste pensanti. E magari ai vertici salgono quelli che non espongono le proprie idee. O che proprio non ne hanno». Si sta ancora tentando di capire quanto la piattaforma Rousseau sia compromessa
L’unico messaggio trapelato ieri dai Cinque Stelle, per voce di Simone Valente, vicepresidente del gruppo alla Camera, è che si sta «lavorando da anni per implementare il livello di sicurezza ed evitare nuovi attacchi in futuro».
Guerreschi d’altra parte considera «pessimi i sistemi di sicurezza del M5S» e ritiene che l’hacker «possa essere chiunque, interno o esterno».
Non solo: c’è anche la possibilità che non si sia limitato a rubare i dati sensibili, ma «abbia falsificato le informazioni all’insaputa degli stessi gestori della piattaforma». Così il problema si allargherebbe all’integrità dei voti se, «come è possibile», questi attacchi fossero stati già realizzati in passato. Anzi,«è probabile che l’hacker sia ancora all’interno del sistema».
Nel finale, si torna a bomba e si spiega un altro concetto interessante: se l’hacker ha agito, al massimo può aver influenzato votazioni su Rousseau e quindi la sua azione potrebbe determinare le votazioni su Rousseau, non certo le elezioni come si favoleggia nel post di Guareschi e nel titolo dato sul blog di Beppe.
Ecco quindi cosa c’è davvero dietro l’hacking di Rousseau: l’autocrazia e la linea dettata dall’alto che non ascolta consigli o avvertimenti e le vulnerabilità presenti in un codice che evidentemente non è stato scritto rispettando i canoni di sicurezza minimi che un progetto così ambizioso avrebbe dovuto avere.
Finito? No, c’è anche il vittimismo complottista che vuole scaricare la responsabilità delle proprie pecche su oscure forze pronte a tramare per influenzare il risultato delle prossime elezioni.
Così abbiamo anche la scusa pronta in caso di sconfitta.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 19th, 2017 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA SPESA DI 37.000 EURO PER LE LEZIONI SULL’USO DEI SOCIAL CHE I CONSIGLIERI GRILLINI VOLEVANO FARE A CARICO DEL COMUNE DI ROMA
Il 4 agosto scorso avevamo parlato del corso web degli eletti M5S con i soldi del Campidoglio sull’uso dei social network che doveva essere svolto dalla società Web Side Story, che già si occupa della comunicazione grillina in parlamento, per la modica cifra di euro 37mila.
Il corso però non è stato autorizzato dagli uffici dell’Assemblea Capitolina e quindi non si potranno utilizzare i soldi pubblici per effettuarlo.
Racconta oggi Repubblica Roma che la risposta degli uffici del presidente Marcello De Vito, firmata dal direttore Angelo Ghirardi, è stata netta: «L’attività – si legge nella replica ai 5S – non sembra avere finalità di natura istituzionale».
La conferma è nella proposta firmata Paolo Ferrara. La richiesta si arena quando inizia a trattare di «necessità »: «Il gruppo capitolino – secondo il suo capo – deve prevedere lo svolgimento di attività di comunicazione per i canali digitali che consistono nelle pagine Facebook dei singoli consiglieri e account Twitter».
Corsi e strumenti che, secondo il dirigente che firma il parere, niente a che vedere hanno con le «specifiche finalità istituzionali dell’ente». Non convince nemmeno l’offerta della Web side story: «non analitica» e «indeterminata». Il suggerimento? Senza usare altri fondi pubblici, ci sono già i corsi tenuti dal dipartimento Comunicazione del Comune.
Come da tradizione M5S il corso era stato assegnato tramite affidamento diretto (ovvero senza gara) nonostante Virginia Raggi nell’ormai famosa — per comicità — lettera ai romani in cui celebrava i suoi “risultati” sostenesse che in municipio era cambiata la musica perchè si facevano le gare. Raccontava all’epoca Giovanna Vitale:
Meglio allora correre ai ripari. Rimediare prima che sia tardi.
Come? Con un bel corso accelerato sull’uso del social da far seguire a tutti e 28 i consiglieri grillini. Giammai a spese loro, però. Bensì a carico del Campidoglio. Incaricando per di più, mediante affidamento diretto, una società di comunicazione che già lavora per il gruppo cinquestelle alla Camera. E pazienza per i bandi di gara e gli appalti trasparenti. Bisogna fare in fretta.
L’urgenza giustificherà pure uno strappo alla regola. La richiesta all’amministrazione di «valutare positivamente l’offerta commerciale» e quindi di autorizzarne la spesa, è stata presentata dal capogruppo Paolo Ferrara una decina di giorni fa. «A seguito delle esigenze espresse dai consiglieri del M5S di disporre di strumenti finalizzati a favorire la comunicazione, anche digitale, di iniziative, proposte e attività da loro svolte», scrive il numero uno della maggioranza capitolina, «si è ritenuto di consultare un operatore specializzato».
La società che se ne doveva occupare era la Web Side Story, srl fondata da Flavia Brandi e Luisa Buoni.
Per i 28 consiglieri si trattava di un ciclo di sei lezioni suddivise in tre moduli della durata di tre mesi. La Web Side aveva garantito però solo il suo ingegno: «Il cliente si impegna a fornire tutti i materiali necessari all’esecuzione dell’attività », era specificato nella proposta di contratto. E siccome si sa che i comuni sono cattivi pagatori, si conveniva anche, in caso di ritardo superiore ai 60 giorni, la corresponsione degli interessi di mora.
(da “NextQuotidiano”)
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