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LA LEGA RISCHIA IL SEQUESTRO IMMEDIATO DI CONTI E IMMOBILI: LA RICHIESTA DELLA PROCURA DELLA GENOVA PER RECUPERARE 49 MILIONI SOTTRATTI DALLA LEGA LADRONA

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

SALVINI E SOCI POTREBBERO SEMPRE VENDERE LE LORO SECONDE CASE: VISTO CHE NON LE METTONO A DISPOSIZIONE DEI SENZATETTO ITALIANI A CHE GLI SERVONO?

La Procura di Genova ha chiesto al tribunale di sequestrare i 49 milioni che la Lega ladrona deve all’Italia, immediatamente, prendendoli ovunque sia possibile: sui conti, se c’è qualcosa, oppure bloccando patrimoni immobiliari, sempre che esistano ancora. Quando nel luglio scorso il tribunale ha condannato Umberto Bossi e Marco Belsito, ha anche ordinato la confisca diretta alla Lega Nord di 48 milioni e 969.000 euro di finanziamento pubblico: cioè di quei rimborsi elettorali che nel 2008-2010 rimpinguarono le casse degli avversari di «Roma ladrona» sulla scorta di rendiconti ingannatori del Parlamento, perchè o senza giustificativi o con spese per finalità  estranee al partito
La Lega rischia il fallimento
I giudici si pronunceranno a breve e non è difficile capire quanto potrebbero essere drastiche le ripercussioni sui bilanci leghisti: il 2016 è stato chiuso con un rosso da un milione, 164 mila euro di depositi bancari e 436 di «valori in cassa».
Anche perchè all’epoca della sentenza si pensava che la prescrizione del reato avrebbe salvato anche il conto da pagare a Roma.
Oggi invece l’ipotesi più gettonata è un’altra: la confisca, essendo in primo grado, non è immediatamente esecutiva, ma lo spettro per il partito è che comunque prima o poi arriverà , indipendentemente dal fatto (assai possibile) che nelle more dei futuri processi d’Appello e di Cassazione maturi la prescrizione del reato.
Nel 2015 la Corte Costituzionale con la sentenza n.49 ha invece aperto a questa possibilità , lungo binari poi precisati dalle Sezioni Unite della Cassazione nella sentenza Lucci: il principio è che, anche se la prescrizione elide le condanne degli imputati, resta la confisca diretta del profitto quando (come qui) ci sia stata una precedente condanna con giudizio di merito sul reato, sulla responsabilità  dell’imputato e sulla qualificazione del bene da confiscare.
Spiega oggi Matteo Indice sulla Stampa:
A margine della sentenza genovese era stata quindi disposta la confisca di 48.969.617 euro, in teoria da compiersi dopo il terzo grado e basandosi sullo stesso principio sposato dal sostituto procuratore Paola Calleri, che nelle ultime ore ha impresso la svolta: è vero che i reati sono stati compiuti da altri, ma parte dei finanziamenti fuorilegge sono stati incassati dalla Lega pure dopo — sia quando il leader era Roberto Maroni che con la consacrazione di Salvini — ed è il movimento nel suo complesso ad averne beneficiato, perciò da lì vanno presi.
“Sequestrare subito i 49 milioni”
Anche Repubblica spiega che il rischio di non trovare più un solo centesimo nelle casse della Lega per la Procura della Repubblica di Genova è reale.
E i vertici di via Bellerio, sede dei Lumbard, non nascondono le preoccupazioni: non tanto per gli effetti politici del provvedimento (qualora fosse accolto), quanto per quelli economici.
Il sequestro dei conti correnti impedirebbe al partito di prelevare un solo euro per il suo funzionamento. E il raduno di Pontida — ad esempio — non si fa senza soldi. Dalla confisca sono escluse le somme destinate agli stipendi dei 24 dipendenti rimasti.
Non è un mistero che le casse del Carroccio siano prosciugate. da informazioni ufficiose pare che nei depositi bancari vi siano non più di 350mila euro.
Va ricordato che la legge-Letta nel 2014 ha abolito gradualmente il finanziamento pubblico ai partiti, concedendo ai contribuenti di destinare il 2 per mille a favore di un partito politico.

(da “NextQuotidano“)

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PRIMARIE M5S TRA MENO DI UN MESE, IL REBUS SU COME INCORONARE IL PRINCIPE EREDITARIO DI MAIO

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

PESA L’EVENTUALE CANDIDATURA DI DI BATTISTA…. MENO QUELLA SCONTATA DI FICO: ORMAI L’ANIMA ORIGINALE DEL M5S CHE LUI RAPPRESENTA E’ STATA FATTA FUORI PER DARE SPAZIO AI RAZZISTI

Mancano 25 giorni all’annuncio del candidato premier del Movimento 5 Stelle per le elezioni del 2018 e sulla rete tutto tace: non si conoscono le regole, non si conoscono i tempi, non si conosce nemmeno su quale piattaforma gli iscritti voteranno.
Tutta colpa dell’attacco hacker di inizio agosto che ha di fatto congelato le consultazioni on line e obbligato i tecnici della Casaleggio&Associati a stringere le maglie della sicurezza di Rousseau, il nuovo sito attraverso il quale scegliere programma e, appunto, candidati.
Ma non ci solo i problemi informatici: esistono anche dei nodi politici da sbrogliare, degli angoli da smussare, delle “trappole” da evitare sulla strada che porterà , con tutta probabilità , Luigi Di Maio davanti a tutti gli altri, pronto a raccogliere la sfida di condurre, per la prima volta, l’M5S a Palazzo Chigi.
Questioni che ruotano attorno alla figura di Alessandro Di Battista, l’altro leader carismatico, che con il vicepresidente della Camera ha condiviso fino a ieri il tour in Sicilia per spingere Giancarlo Cancelleri alle Regionali di novembre.
Dibba, come lo chiamano i simpatizzanti, al momento, è l’unico che potrebbe insidiare Di Maio.
In privato del suo rapporto con il compagno di movimento dice: “Io e lui siamo come Fidel Castro e Che Guevara”, riservando per sè il ruolo che fu del guerrigliero nato in Argentina. Nulla, dunque, lascia pensare che ci possano essere sgambetti all’ultima curva. Ci sono, comunque, una serie di possibilità  da tenere in considerazione. Sgombrato il tavolo, dopo i disastri delle Comunali di Genova, dalla norma “taglia correnti” (quella nata per evitare i veleni seguiti alla candidatura di Virginia Raggi a Roma, e secondo la quale gli sconfitti non possono candidarsi), l’ipotesi più accreditata è quella di un “modello Quirinarie”: una sorta di doppio turno, con un primo turno “aperto a tutti” (per le Quirinarie la rosa dei nomi da far votare agli iscritti venne fuori da un’assemblea dei gruppi parlamentari) e un secondo in cui consultare la rete solo sui due o tre candidati più suffragati.
E già  questo potrebbe diventare un problema. Perchè è scontato che, in questo schema, Di Battista arrivi al secondo turno.
Già , ma come? E se fosse lui il più votato dopo la prima pre-selezione?
Certo, il deputato romano non ha mai negato di preferire la Farnesina, il ruolo di ministro degli Esteri rispetto a quello di candidato premier. Potrebbe, dunque, annunciare di volersi ritirare indicando Di Maio, così da far convergere i suoi voti verso il compagno di Movimento.
Che, però, a quel punto, sarebbe comunque la “seconda scelta” degli iscritti al blog di Beppe Grillo. Non proprio un bel viatico, piuttosto un risultato politicamente difficile da gestire.
L’altra possibilità  da parte di Di Battista potrebbe essere quella di annunciare un suo ritiro dalla competizione, già  prima del primo turno. “Non votate per me”, dovrebbe dire il deputato ai sostenitori che vedono in lui la figura giusta per far vincere l’M5S.
A quel punto, però, la strada di Di Maio sarebbe spianata e l’unica insidia (che, in ogni caso, la Casaleggio non considera tale) potrebbe arrivare da Roberto Fico.
Il presidente della Commissione di Vigilanza, da tempo, si è segnalato per le sue prese di posizione (specie sulla questione migranti) non proprio in linea con quelle di Di Maio.
A lui guarda l’anima più a sinistra del M5S, considerata dai vertici minoritaria. Alla fine, la sfida a due prima dell’incoronazione prevista il 24 settembre sul palco di “Italia a 5 Stelle”, a Rimini, potrebbe essere tra i due deputati campani, Fico da Napoli e Di Maio da Pomigliano d’Arco, con un esito pressochè scontato.
Intanto, però, prima del voto, ci sono da risolvere i problemi di sicurezza legati a Rousseau: il timore di un nuovo attacco hacker, proprio in concomitanza con la scelta del candidato premier, potrebbe essere un colpo fatale alla credibilità  del sistema progettato dalla Casaleggio.
Anche per questo, per il momento, il post sulle regole da pubblicare sul blog è stato messo in stand-by: un’attesa che non dovrebbe durare a lungo.
La kermesse di Rimini prenderà  il via il 22 settembre e il tempo stringe.

(da “La Repubblica”)

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ORA VOGLIONO PARCHEGGIARE I PROFUGHI ERITREI IN HOTEL PER DIECI GIORNI

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

OCCHIO NON VEDE, CUORE NON DUOLE… IN ATTESA DELL’ENNESIMO CENSIMENTO PER POI (NON) DECIDERE COSA FARE

La prefetta Paola Basilone al tavolo di domani con Comune di Roma e Regione Lazio proporrà  per gli sgomberati di Palazzo Curtatone che gli ex occupanti possano essere ospitati in un hotel in attesa del censimento.
Si pensa anche ad affidare 200 immobili confiscati al Campidoglio proprio per l’emergenza abitativa che riguarda migranti e italiani.
Ne parla oggi Repubblica Roma:
L’obiettivo è dare un tetto agli sgomberati, sanare una situazione obiettivamente insostenibile. Per questo – in attesa del faccia a faccia Raggi-Minniti – è convocato per le 12.30 di domani a Palazzo Valentini un vertice a tre tra la padrona di casa, la prefetta Paola Basilone, il Campidoglio e la Regione. Per il Comune ci sarà  alcun delegato, ma la sindaca Virginia Raggi in persona.
Una presenza dal forte valore simbolico, richiesta dall’etichetta, dall’emergenza e dal bisogno di mostrare che i rapporti tra le tre istituzioni non viaggiano soltanto sulle frequenze dello scontro e la polemica.
A quel punto, con tutte le parti attorno allo stesso tavolo, partirà  la proposta della prefettura. L’idea sarebbe quella di ricalcare uno schema già  visto in altre città : al Comune potrebbe essere chiesto di prendere in carico i rifugiati rimasti senza un tetto dopo gli ultimi blitz delle forze dell’ordine.
La nuova proposta potrebbe essere più allettante:
Il Campidoglio M5S sarà  invitato a stipulare una convenzione con un hotel, a offrire una sistemazione temporanea per una settimana. Al massimo 10 giorni. Il tempo necessario per consentire agli assistenti sociali del Comune di mettere nero su bianco un censimento bis. Di individuare di nuovo le cosiddette “fragilità ” (donne incinte, nuclei familiari con bambini e persone malate) tra gli eritrei e i somali che vivevano nelle occupazioni di via Curtatone, a due passi da piazza Indipendenza e dalla stazione Termini, e di via Quintavalle a Cinecittà .
In pieno stato di emergenza, lo sforzo potrebbe essere coperto con una minima parte dei famosi 40 milioni che la Regione ha spiegato a più riprese di aver già  messo a disposizione del Comune grillino per risolvere l’emergenza abitativa.
Incontrati Virginia Raggi e i rappresentanti della Pisana – a sedersi al tavolo di domani potrebbe essere l’assessore alle Politiche abitative Fabio Refrigeri o il segretario generale Andrea Tardiola – la prefetta Paola Basilone dovrà  convincere anche i movimenti per la casa. Ieri hanno richiesto di partecipare al tavolo.
Da cinque giorni schierati a supporto degli accampati di via dei Fori Imperiali, vorrebbero sedersi al vertice di mercoledì per far sentire la propria voce.

(da “Huffingtonpost”)

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L’ARCHEOLOGO CARANDINI: “RAGGI DICHIARI IL SUO FALLIMENTO E CHIEDA SCUSA, A ROMA UN DEGRADO DA CADUTA DELL’IMPERO”

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

“NON HO MAI VISTO LA CAPITALE RIDOTTA COSI’, ORA PERSINO LA MANCANZA D’ACQUA LA NOTTE”

“Un’orgia di degrado percepibile in ogni aspetto di Roma”. Il professor Andrea Carandini, archeologo e storico della città , si definisce “un vecchio romano” e assicura in un’intervista al Corriere della Sera che “non ho mai visto la Capitale ridotta così”. Ultimo atto, la decisione dell’Acea di razionare di notte l’acqua.
“La mancanza d’acqua la notte mi sembra un atto epocale. A mia memoria, non è mai accaduto nulla di simile”.
Per Carandini Virginia Raggi dovrebbe dichiarare di aver fallito e chiedere scusa ai romani.
Carandini segnala il degrado del centro storico, oltre che delle periferie.
“Basta girare per il centro storico per constatare un abbandono completo… Per esempio l’invasione dei negozietti che vendono tutto, dai souvenir ai panini. Spesso fotografo per il desiderio di documentare. Proprio il Corriere ha pubblicato alcuni miei scatti. E poi vedo le sterminate file davanti al Colosseo, come non avviene davanti a nessun altro monumento del mondo, segno dell’assenza di una decente politica del turismo. E i bivacchi a Fontana di Trevi, un miracolo architettonico…”.
Inevitabile per il Professore ricorrere a un paragone storico.
“Un’atmosfera degna della caduta dell’Impero romano. Per molto tempo abbiamo assistito a un lento decadere della città . Ma da pochi anni c’è stato un drammatico salto di qualità  verso il basso. Con la caduta dell’Impero romano arrivarono i barbari. Oggi possono anche venire… tanto la maggior parte, quella che contribuisce allo sfacelo, è già  tra noi. Vive con noi. […] “In questi anni il volto di Roma ha perso continuamente un pezzetto di naso, poi un occhio, un po’ di mento… alla fine mi ritrovo a girare per le strade della mia città  e non sono più capace di riconoscerla. È impossibile rintracciare ciò che ho conosciuto da giovane. Mi sembra quasi che la crisi di Roma sintetizzi quella dell’intero Occidente, che sta registrando un tramonto…”
Infine, un suggerimento alla sindaca M5S, Virginia Raggi.
Dichiarare il proprio fallimento. Ammettere di non avercela fatta, chiedendo scusa ai romani. Inutile andare avanti cincischiando. Inutile e dannoso per Roma”.

(da “Huffingtonpost”)

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LA RAGGI E LO SGOMBERO PER FINTA DEL PRIMO CAMPO ROM DI CAMPING RIVER

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

CON TANTO DI INCENTIVI PER L’ACQUISTO DI CAMPER… MA DI QUELLO DI CASTEL ROMANO DOVE VIVONO 1.000 PERSONE SENZ’ACQUA E IN CONDIZIONE IGIENICHE DEGRADANTI LA SINDACA NON PARLA

Gli occhi dell’opinione pubblica italiana sono puntati sullo sgombero del palazzo di via Curtatone e dei rifugiati di piazza Indipendenza.
Ma mentre un Senatore della Repubblica è impegnato a discutere di una ridicola “trascrizione integrale” del dialogo sullo spezzare le braccia ai migranti a Roma continua a consumarsi il dramma dei residenti dei campi Rom.
Anche se la Raggi ha promesso di voltare pagina e chiudere tutti i campi (senza usare i soldi dei romani) le cose stanno diversamente.
Prendiamo ad esempio il caso del Camping River: la giunta Raggi vuole sgomberarlo e in questi mesi ha fatto forti pressioni sui residenti per convincerli ad accettare l’offerta del Comune.
Se se ne andranno il Comune finanzierà  l’acquisto di moduli abitativi. Tradotto significa che i Rom del Camping River probabilmente finiranno in qualche altro campo, ma a bordo di camper o roulotte pagati dal Comune.
Oppure all’interno di terreni agricoli dando vita a nuovi insediamenti non autorizzati. La prova dei fatti per il momento è fissata al 30 settembre, data in cui i residenti dovranno uscire dal campo.
È evidente che l’intento della giunta non è quello di trovare una sistemazione ai residenti del Camping River ma di creare un precedente “positivo” per poter procedere allo sgombero degli altri due campi previsto dal Piano Rom di Roma Capitale: quello della Monachina e quello de La Barbuta.
Se i residenti del Camping River accetteranno le condizioni imposte dall’Amministrazione non ci sarà  bisogno di forzare la mano e la Raggi potrà  presentare l’operazione come un successo.
Ma tutti sanno che i Rom del Camping River non potranno andare ad abitare in case vere, e che di fatto lo sgombero sposterà  altrove il “problema” e i suoi residenti.
Non certo un buon viatico per il Piano Rom. C’è infine quello che evidenzia oggi Carlo Stasolla, Presidente dell’Associazione 21 Luglio, sul Fatto Quotidiano: i residenti del Camping hanno firmato “con riserva”. Vale a dire — spiega Marcello Zuinisi di Nazione Rom —   che nel contratto è stata inserita una postilla in base alla quale i residenti chiedono che il Comune provveda a trovare una soluzione abitativa in una casa vera e propria.
E tutti sanno che al momento i Rom del Camping River non hanno avuto modo di firmare nemmeno un contratto di preaffitto con le agenzie immobiliari, difficile quindi che gli 800 euro mensili stanziati per coprire le spese di locazione possano essere effettivamente utilizzati.
Quante probabilità  ci sono che i 430 residenti del Camping possano essere trasferiti altrove entro fine settembre? Realisticamente molto poche, ecco quindi spuntare la soluzione dei “moduli abitativi”.
L’aspetto paradossale della gestione dei campi Rom della Capitale è che nè quello de La Monachina, nè il River nè La Barbuta rappresentano il vero problema, la vera emergenza.
Il buco nero della gestione capitolina dei campi ha un nome preciso: il campo di Castel Romano. Situato sulla Pontina a 30 km dal centro di Roma è uno degli insediamenti più grandi della Capitale.
Con i suoi 1076 residenti rappresenta circa il 24% della popolazione complessiva dei campi Rom romani. Da tempo i residenti e Nazione Rom denunciano la mancanza dei servizi più elementari. A giugno ad esempio il campo era senz’acqua potabile.
Nazione Rom ha quindi presentato una denuncia querela al Minstro dell’Interno Marco Minniti e alla Sindaca Raggi per omissione di soccorso al campo di Castel Romano. S
econdo Nazione Rom la vita dei 1076 residenti è letteralmente a rischio a causa delle precarie condizioni igienico-sanitarie dell’insediamento aggravate dalla presenza di malattie come scabbia e rogna, dalla presenza di liquami fognari sgorganti dal sottosuolo e impianti elettrici non a norma. La situazione — prosegue Nazione Rom — è ingovernabile e irriformabile e si chiede l’immediata evacuazione del campo e la ricollocazione dei residenti.
Ma la gestione dello sgombero del palazzo di via Curtatone dimostra che la giunta non ha tempo di occuparsi dei problemi dell’abitare di rifugiati, Rom e migranti.
La sindaca Raggi lo ha detto chiaro e tondo: lei deve pensare prima ai romani. Dimenticando che nei campi nomadi di Roma ci sono moltissimi cittadini italiani e romani.

(da “NextQuotidiano”)

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INVECE CHE DEMOLIRE LE CASE ABUSIVE, LA POLITICA PENSA A DARE INCENTIVI E CINQUE ANNI DI SGRAVI FISCALI

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

ALLO STUDIO DEL GOVERNO LA CANCELLAZIONE DI TASI E IMU E LA DETRAZIONE DELLE SPESE DA IRPEF E IRAP PER CHI ABBATTE E RICOSTRUISCE

Quando quindici anni fa la Regione Campania cercò di convincere parte degli 800 mila abitanti delle zone vesuviane ad alto rischio vulcanico a trasferirsi con una serie di incentivi fuori dalla “zona rossa”, consentendo l’abbattimento delle vecchie case, accadde che molte famiglie incassarono l’incentivo e poi affittarono quelle case ad altre persone. Risultato: addio demolizione.
Il rischio fu semplicemente trasferito da un gruppo di famiglie a un altro. E anzi da allora il numero dei Comuni in pericolo salì da 18 a 25.
Nelle duecento pagine del rapporto della Struttura di missione “Casa Italia”, che da Palazzo Chigi ha il compito di preparare un piano pluriennale per la messa in sicurezza delle nostre case, bastano quelle poche righe sui falliti tentativi di trasferire chi abita sulle pendici del Vesuvio, per far capire come la politica di delocalizzazione della popolazione minacciata da disastri naturali verso zone più sicure sia rimasta in tutta Italia lettera morta, soprattutto per la scarsa determinazione delle amministrazioni locali.
Ma a fallire non sono solo i piani di demolizione e ricostruzione degli edifici abusivi esistenti in zone al alto rischio di eruzioni vulcaniche, frane o alluvioni.
I poteri locali — dice il rapporto — non sono riusciti neppure a evitare che in quelle zone si costruissero nuove case.
Il 10% dei Comuni tra il 2005 e il 2015 ha continuato a edificare e urbanizzare vicino ai letti di fiumi e torrenti o sotto i terreni franosi.
Questa inerzia più o meno compiacente di molte amministrazioni, che hanno chiuso un occhio in tutti questi anni di fronte al volto peggiore dell’abusivismo edilizio (quello che mette a repentaglio migliaia di vite umane), non scoraggia tuttavia i 17 esperti di Casa Italia.
Che trovano nel Comune di Messina un prezioso alleato: quella amministrazione, infatti, sta predisponendo proprio in questi giorni un piano per trasferire con tanto di incentivi gli abitanti delle zone più esposte ad alluvioni e frane verso zone più sicure. Un ripensamento a 180 gradi rispetto agli scandalosi e ripetuti insediamenti di case lungo i 70 torrenti della provincia siciliana.
Messina diventa così una specie di progetto pilota anti-abusivismo che se andrà  in porto, potrà  costituire un esempio per il resto d’Italia.
Un’operazione che tuttavia avrà  bisogno di incentivi sia urbanistici che fiscali. Ecco perchè in uno schema di proposta legislativa, gli esperti insediati a Palazzo Chigi invitano il governo a cancellare per 5 anni in tutta Italia, nelle operazioni di demolizione e ricostruzione, Tasi e Imu, e a detrarre le spese da Irpef e Irap.
Il governo, che ha già  avuto una serie di incontri con i tecnici di Casa Italia, sta valutando la proposta. Se ne parlerà  probabilmente già  oggi in Consiglio dei ministri, così come si valuterà  l’idea, che non dispiace al viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, di un potere sostitutivo dello Stato nei confronti di quei Comuni che rifiutano di rendere operative le ordinanze definitive di demolizione degli edifici abusivi più a rischio.

(da “La Repubblica”)

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IL SUMMIT DEL VERGOGNOSO “FERMIAMOLI A CASA LORO”

Agosto 29th, 2017 Riccardo Fucile

COSI’ NON VENGONO PIU’ A DISTURBARE LE NOSTRE CAMPAGNE ELETTORALI

Il summit a Parigi (doveva tenersi in Italia ma, evidentemente, gli interessi economici in Africa continuano a sollevare problemi di leadership, che si risolvono sempre con l’Italia perdente) non ha nulla di nuovo e nulla di buono.
Le conclusioni servono a ribadire l’unico teorema sul quale i governi dei principali paesi della Ue sono in grado di mettersi d’accordo: per aiutarli (si dice “aiutiamoli”, ma si legge “fermiamoli!”) fermiamoli a casa loro o a casa degli altri.
L’obiettivo resta esternalizzare i controlli e le frontiere, respingere, bloccare. In nome di quest’obiettivo si sacrificano vite umane e principi democratici.
E allora, se l’esperienza turca, di cui si vantano la Merkel e gli altri leader europei, insegna che sono i soldi a consentire il raggiungimento dell’obiettivo, la soluzione sembra essere, semplicemente, mettere in campo più soldi.
Abbiamo dato 6 miliardi a Erdogan, che tanto si sta battendo per le democrazie europee (certo cancellando i diritti in Turchia e sterminando i curdi, ma questi sono effetti collaterali) e adesso facciamo lo stesso con Al Sarraj, nell’inferno libico.
Il risultato è quello di bloccarli, ovviamente per il loro bene.
Le donne continueranno ad essere stuprate, migliaia di persone continueranno ad essere torturate e ricattate. Anche questi, effetti collaterali accettabili.
Nel frattempo, però, le persone sono saldamente nelle mani delle bande che controllano il territorio libico e i tanti centri di detenzione e tortura. Infatti, oltre ad invitare Al Sarraj ai tavoli con i paesi europei, diamo un riconoscimento internazionale anche alle milizie libiche, a partire da quelle che controllano la costa all’altezza di Al Zawiya, che beneficiano sicuramente di soldi europei, largamente elargiti per compensare le perdite del business delle partenze.
Abbiamo fermato i siriani, gli iracheni e gli afgani prima che potessero arrivare in Europa e chiuso la rotta balcanica. Così i profughi di quei paesi non vengono più a disturbare le nostre campagne elettorali.
Abbiamo bloccato, con un accordo con un altro regime democratico al quale forniamo strumenti, formazione e assistenza tecnica, quello di Omar Al Bashir, pluriricercato per crimini contro l’umanità  per le stragi in Darfur, gli eritrei in fuga da un presidente noto per essere da più di venti anni un “difensore” dei diritti umani, Isaias Afewerki.
In compenso però chiediamo a Unhcr e Oim di aprire campi per profughi in Libia, da dove far arrivare i “veri” rifugiati, quelli già  selezionati e riconosciuti.
Peccato che questa operazione, cioè ridistribuire rifugiati già  riconosciuti da Unhcr, trasferendoli in Ue con il reinsediamento   a oggi coinvolga appena poche migliaia di persone.
Cifre ridicole se paragonate alla tragedia della guerra, della persecuzione e dei disastri ambientali che riguardano tante popolazioni del mondo in questo momento, decine di milioni di persone (più di 65 milioni nel 2016).
In attesa che l’Ue e i suoi governi decidano di modificare il loro comportamento in materia di reinsediamento e ricollocamento, chiudiamo ogni canale d’accesso, anche quello ad alto rischio del Mediterraneo centrale, in modo da ridurre a zero i flussi (aumentando i morti) e quindi scaricare sui paesi poveri e governati da dittatori più o meno conosciuti l’onere dell’accoglienza e del respingimento per conto nostro.
Una strategia rispetto alla quale Gentiloni e Minniti, con Macron, Merkel e Rajoy, in accordo con Federica Mogherini, ricercano un accordo per poter poi chiedere l’assenso degli altri leader europei.
Così come si raggiungerà  un accordo nel respingere ogni tentativo di ripartizione equo — così i capi di governo “democratici” potranno dire che la colpa è degli altri – e nel criminalizzare le Ong, un altro dei punti forti di questo summit.
Insomma, il solito capolavoro dei leader europei che guardano alle prossime elezioni e al consenso interno, più che a risolvere problemi e a tutelare i diritti umani, sacrificabili anche se sempre citati nei documenti come imprescindibili.

(da “Huffingtonpost)

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