Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
QUESTO POTREBBE SPEZZARE IN DUE O IN TRE IL PARTITO… MODELLO SPAGNA: GOVERNO DI MINORANZA CON APPOGGIO ESTERNO PD O GOVERNO A TERMINE
Le ipotesi in campo sono due: dare l’appoggio esterno oppure partecipare direttamente a un governo di coalizione.
Con il MoVimento 5 Stelle, ovvero con il nemico pubblico numero uno a pari merito con Matteo Salvini. Un pezzo del Partito Democratico è determinato a ribaltare il risultato elettorale per fornire una stampella a Luigi Di Maio per il varo di un esecutivo. E pazienza se questo vorrebbe dire spezzare in due o in tre il partito e probabilmente sparire alle prossime elezioni.
L’unico a uscire, finora, allo scoperto, è Michele Emiliano.
In un’intervista al Fatto Quotidiano il governatore della Puglia torna ad attaccare Matteo Renzi ma dice anche che è «l’unica strada per ripartire. Dobbiamo dare l’appoggio esterno a un governo dei 5Stelle, che con questa vittoria hanno diritto di governare. E dobbiamo esercitare la funzione di controllo sul programma. Altrimenti si salderanno alle destre. Proposi la stessa cosa nel 2013. Ma ai tempi il M5S non era maturo».
Per questo Emiliano «farà di tutto per fargli formare un governo», dice.
In questo momento tutti guardano alla data chiave del 23 marzo, quando si riuniranno le nuove Camere.
L’offerta di Luigi Di Maio è chiara: «Siamo aperti al confronto con tutte le forze politiche a partire dalle figure di garanzia che vorremo individuare per le presidenze delle due camere», ha detto ieri il leader del M5S.
Scrive Repubblica che la formula «figure di garanzia» nasconde il tentativo di un patto: rinunciare alla guida di Montecitorio o di Palazzo Madama, eleggere una persona di area Pd e in cambio ottenere il sostegno a un governo.
E uno dei papabili sarebbe Marco Minniti, il ministro dell’Interno la cui azione ha trovato sponde anche nel M5S e che oggi potrebbe essere l’architrave di un patto di legislatura o di scopo.
E torna in mente che ieri Renzi ha citato proprio Minniti per ricordare le incredibili sconfitte del PD in questa tornata elettorale.
A fare un passo avanti ieri è stato anche l’assessore milanese Pierfrancesco Majorino, che ha invitato i parlamentari pd a un confronto sui temi con il M5S. «Personalmente credo che sui provvedimenti ci possano essere maggiori convergenze con il M5S piuttosto che con la Lega», ha invece dichiarato Francesco Boccia ieri, evidentemente perchè non ha letto bene i programmi di PD e M5S.
Ilario Lombardo sulla Stampa sostiene che il piano M5S resta quello di puntare sulla sinistra, la manciata di parlamentari di Leu e quel che resterà del Pd dopo la sua guerra intestina.
Gli scenari però che stanno studiando i grillini sono due.
Il primo: un governo di minoranza, con un appoggio esterno del Pd.
Scenario 2: un governo, magari anche a termine, con qualche ministero regalato ai dem (l’esempio che si fa è sempre quello di Marco Minniti all’Interno).
Tra i due scenari i 5 Stelle preferiscono il primo e lavorano su quella possibilità , confortati da un precedente che in queste ore hanno preso ad analizzare. Il caso del governo Rajoy in Spagna.
Quello che avvenne due anni fa a Madrid è molto simile a quello che si sta profilando in Italia. Il candidato dei popolari arrivò primo ma senza una maggioranza. I socialisti si misero di traverso e la Spagna fu costretta a tornare alle urne. Il risultato premiò ancora Rajoy ma di nuovo senza maggioranza.
Il leader del Psoe, Pedro Sanchez, si dimise dopo l’ammutinamento del suo partito. «No es no», disse prima che le pressioni dell’opinione pubblica, del partito, dei giornali e dell’establishment lo costringessero a lasciare.
Fatto fuori Sanchez, i socialisti si astennero, permettendo al Ppe di far partire un governo. Una formula di desistenza che terrebbe il Pd in gioco ma senza essere fagocitato dal M5S.
Franza o Spagna, purchè se magna
Che il MoVimento 5 Stelle speri che il Partito Democratico ci caschi nell’appoggiare un suo governo è pacifico, visto che per loro l’unica alternativa è un governo con la Lega che però sarebbe difficile da spiegare a chi nel Sud ha votato 5 Stelle.
Anche se le convergenze di programma, analizzate oggi dal Sole 24 Ore, danno più vicini i grillini a Salvini che al PD (ed è perfettamente spiegabile).
Ma anche se Renzi non si fa da parte — e ieri non ha dato certo l’impressione di averne voglia — i renziani non digeriranno certo una soluzione del genere senza colpo ferire: «Ai sostenitori dell’appoggio PD ad un governo guidato da Di Maio (esterno perchè giustamente i grillini nel governo quelli del pd — mafiosi, ladri, corrotti — non ce li vogliono) ricordo sommessamente che il loro programma consiste sostanzialmente nel cancellare quello che abbiamo fatto noi. Autocritica va bene, ma eviterei l’autodistruzione, ecco», sostiene Anna Ascani che però è già passata da Letta a Renzi.
Il Partito Democratico però non è fatto solo di renziani: sono tante le correnti che hanno appoggiato Renzi o addirittura si sono sciolte per entrare in quella del segretario, ma che oggi potrebbero pensare tranquillamente di mollarlo.
La guerra per la segreteria scoppiata ieri dopo le parole di Renzi testimonia che in ballo c’è ben altro: rientrare dalla finestra dopo essere stati accompagnati alla porta della guida del paese e farlo nel nome della responsabilità , qualunque cosa questo voglia dire.
Ora bisognerà vedere se la tentazione del Partito Democratico saprà resistere alla marea di renziani furiosi e chi sarà il primo big a uscire allo scoperto per resistere a un parlamento senza maggioranza nel paese che va a destra.
Federico Geremicca sulla Stampa di oggi scrive chiaro e tondo che ci sarebbe un altro grande sponsor dietro l’operazione: «il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’esecutivo facessero parte anche ministri del Pd».
E la posizione del Quirinale non sarebbe certo isolata
Paolo Gentiloni e Dario Franceschini sono stati i primi a valutare legittime le preoccupazioni e le intenzioni del Capo dello Stato. Ma a loro si sono rapidamente accodate altre personalità di primo piano. Per esempio Del Rio e altri esponenti dell’ala cattolica del Pd che — al di là dell’opportunità di stare in un governo a trazione Cinque Stelle — non hanno apprezzato affatto toni e contenuti delle comunicazioni svolte ieri dal segretario.
Difficile non valutare in questa ottica anche l’iscrizione al Partito Democratico di Carlo Calenda, annunciata oggi su Twitter con tanto di ringraziamenti proprio di Paolo Gentiloni. Ma il sacrificio vorrebbe dire aprire una nuova stagione costituente del Partito Democratico. Che da partito maggioritario ambirebbe a diventare stampella dei prossimi che vincono le elezioni. In nome della “responsabilità ”, certo.
Ovvero di quella cosa che l’ha portato a perdere le elezioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
I DEM PERDONO 2,6 MILIONI DI VOTI, IL 30,2% DEL TOTALE
Un milione di voti. In quattro anni il Partito Democratico è riuscito a perdere la preferenza
di un milione di persone che ha deciso di votare per il “peggior nemico”, ovvero il MoVimento 5 Stelle.
Secondo gli analisti di SWG, fatto 100 gli elettori PD del 2014, la metà è rimasta con Renzi; 15 se ne sono andati nel calderone del non voto, quasi 17 hanno preferito le insegne pentastellate (circa un milione di persone in assoluto), 8 le varie formazioni di centrodestra, qualcosa più di 3 sono emigrati verso la Bonino e solo 4 si sono spostati con Bersani e D’Alema.
Le ragioni numeriche di una sconfitta che il segretario del Partito Democratico non ha ancora avuto il coraggio di analizzare sono tutte qui e sono drammaticamente rinchiuse nei flussi di voto che oggi il Messaggero pubblica in questa infografica: a preferire i grillini dopo aver scelto altro è il 9,8% del totale di chi aveva votato PD, il 4,4% di chi votava Popolo delle Libertà e il resto viene da Monti e SEL.
Un successo che permette al M5S di tamponare anche i voti in uscita e diretti verso Matteo Salvini (l’8% del totale) e di presentarsi come il primo partito alla chiusura delle urne.
E non c’è solo SWG. Anche secondo l’Istituto Cattaneo, spiega oggi Paolo Baroni sulla Stampa, il dato «più clamoroso» è ovviamente quello del Pd che paga la sostanziale smobilitazione dell’elettorato tradizionale nelle sue aree storiche di insediamento a partire dall’Emilia
In pratica i dem sarebbero vittime di una sorta di «astensionismo asimmetrico», col risultato che rispetto alle politiche del 2013 perdono ben 2,6 milioni di voti, il 30,2% del totale. Il Pd perde quote rilevanti di voti a favore dell’M5S e spesso anche verso la Lega.
Rispetto al boom del 2014, quando arrivò al 40%, Renzi deve così rinunciare ad oltre 5 milioni di voti.
Di questi, stando all’Swg, oltre il 15% (1,68 milioni di elettori) ha optata per l’astensione. Un altro terzo (3,36 milioni di elettori) ha invece voltato le spalle all’ex premier, preferendo in gran parte il movimento guidato da Luigi Di Maio a cui sono finiti ben 1,88 milioni di voti (16,8%) e in secondo luogo +Europa che intercetta il 3,4% dei vecchi elettori Pd (e 380 mila voti).
Un 8% degli oltre 11 milioni di elettori che avevano scelto il Pd, ovvero altri 900 mila voti scarsi, ha invece cambiato completamente schieramento optando per il centrodestra, mentre un altro 4% (450 mila voti scarsi) ha optato la sinistra di Liberi e Uguali che riceve dal Pd «solo» il 34,6% dei suoi lettori.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
COSTEREBBE TROPPO… INIZIA A SGONFIARSI LA PRIMA PROMESSA ELETTORALE DEI GRILLINI … QUELLE DI SALVINI GIA’ DA TEMPO
Il giorno dopo le elezioni politiche 2018, mentre i partiti politici iniziano le manovre di avvicinamento per dare vita a intese più o meno larghe e valutano la possibilità di convergenze programmatiche gli italiani si interrogano su problemi molto più concreti.
Ora che il MoVimento 5 Stelle ha “vinto” che ne sarà del reddito di cittadinanza? Inutile nascondercelo, il piano di sostegno economico universale a disoccupati, lavoratori e pensionati al di sotto della soglia di povertà ha fatto gola a molti.
Quasi quanto la promessa — condivisa con la Lega Nord — di tagliare (o azzerare) la Legge Fornero.
Il MoVimento 5 Stelle promette di dare 780 euro al mese ai disoccupati e di alzare a 780 euro al mese il reddito tutti coloro (pensionati e lavoratori) che non arrivano a percepire 780 euro al mese.
Il M5S spiega che complessivamente saranno 9 milioni gli italiani che avranno diritto al reddito di cittadinanza.
E questo vale per i componenti di tutta la famiglia, non solo per il capofamiglia. Di conseguenza, scrive il MoVimento “una famiglia di 4 persone può arrivare a percepire anche 1950 euro. Naturalmente esenti da tasse, ed esenti anche da pignoramenti”.
Andando a sbirciare i dati su Google Trend ieri qualcuno ha notato un picco nelle ricerche per il “reddito di cittadinanza” sul motore di ricerca.
Niente di sensazionale, l’ennesima dimostrazione che l’argomento interessa non poco. Ma ci sarà ancora da attendere, perchè per varare questa misura di sostegno ai disoccupati serve un governo. E al momento non sembra esserci nemmeno una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un esecutivo a guida Di Maio.
Altri azzardano una correlazione statistica tra la distribuzione dei voti per il M5S e il livello di disoccupazione.
La tesi è che il MoVimento 5 Stelle ha vinto soprattutto al Sud Italia dove il tasso di disoccupazione è più alto proprio grazie alla promessa del reddito di cittadinanza.
Non è certo un mistero che al Sud si faccia più fatica a trovare lavoro, e quindi se il M5S ha saputo cogliere e interpretare le istanze dei cittadini del Meridione questo va senz’altro a suo merito. Esattamente come aveva detto tempo fa Marco Travaglio: «C’è un movimento che si presenta alle elezioni per il reddito di cittadinanza. Che cosa c’entra col rancore il reddito di cittadinanza? È un modo come un altro per rispondere al fatto che ci sono milioni di persone senza lavoro e senza reddito».
Insomma è evidente che con il reddito di cittadinanza il M5S ha dimostrato di voler prestare attenzione alle fasce più deboli della popolazione.
Che poi queste si concentrino in una precisa area geografica è noto da decenni. La separazione però tra Sud “pentastellato” povero e pieno di disoccupati e Nord “leghista” non si può ascrivere solo alla trovata del sostegno alla disoccupazione.
È abbastanza chiaro che al Sud il centrodestra a trazione leghista (quelli che volevano l’indipendenza della Padania e se la prendevano con i terroni) avevano meno possibilità di sfondare.
I dati in fondo erano pubblici e chiunque avrebbe potuto leggerli e sfruttarli a suo vantaggio. Niente trucchi, niente inganni? Forse non è così.
Ieri sera il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio a Otto e Mezzo ha identificato proprio nel reddito di cittadinanza il fattore di attrazione principale dei voti conquistati dal M5S (mentre per la Lega è stata l’abolizione della Legge Fornero). Subito dopo arriva la doccia fredda perchè Travaglio ha detto che «è chiaro che nè il reddito di cittadinanza del 5 Stelle nè l’abolizione totale della Legge Fornero sono praticabili perchè costerebbero troppo».
Insomma come già detto da più parti in tempi non sospetti la misura del M5S non avrebbe le coperture necessarie.
Nel famoso documento sulle “coperture” il M5S scrive che il reddito di cittadinanza dovrebbe costare tra i 15 e i 17 miliardi di euro.
Un fact checking de LaVoce.info però ha calcolato che il costo complessivo della manovra sarebbe di circa 29 miliardi di euro se davvero, come scritto nel Ddl presentato dal MoVimento, si vuole tener conto dei criteri Eurostat per il calcolo della soglia di povertà relativa.
Cifre confermate anche dal presidente dell’INPS Tito Boeri che durante un’audizione al Senato ha parlato di un costo complessivo intorno ai 30 miliardi di euro.
Non è chiaro dove e come il MoVimento 5 Stelle saprà trovare le risorse necessarie.
Ci sono poi altre cifre “strane”. Ad esempio per i 5 Stelle l’abolizione — loro la chiamano prudentemente “superamento” — della Fornero costerà circa 11 miliardi di euro. Le stime però parlano di un costo di circa 20-25 miliardi di euro l’anno.
Nel frattempo gli sconfitti e i sostenitori del centrosinistra continuano a masticare amaro. È già stata aperta una pagina che promette aggiornamenti quotidiani sul reddito di cittadinanza.
Per ora è la classica rosicata, ma dal 22 marzo in poi, quando in Parlamento si dovrebbe iniziare a “fare sul serio” se ne vedranno delle belle. Soprattutto quando le promesse non potranno essere mantenute.
Ma tranquilli: sarà colpa dei governi precedenti. Come sempre.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
LE RAGIONI DI UN INSUCCESSO CHE HA DATO ALLA TESTA ALLA FARAONA
Mentre il MoVimento 5 Stelle si afferma come il primo partito in Italia e in certe regioni
arriva addirittura sopra il 40%, la cittadina già presidente del gruppo alla Camera porta a casa il 26,95%.
Un piccolo miracolo all’incontrario per la più influente (e la più litigiosa) tra i leader pentastellati a Roma, non esattamente amatissima dal variegato mondo degli attivisti a 5 Stelle in città .
Ed è soprattutto il voto a Roma a sancire l’inequivocabile sconfitta della “Faraona”, come la chiamano i suoi oppositori: con un partito in crisi a sostenerlo Zingaretti sfonda quota 34%, Parisi arriva quasi al 30% grazie a una rediviva Forza Italia mentre Roberta Lombardi è lì, al 27,26%
Il tutto mentre il MoVimento 5 Stelle alle elezioni politiche a Roma registra il 30,2%, pur perdendo molti collegi tra cui quello di Dino Giarrusso.
Alle Regionali si votava nello stesso giorno alla stessa ora, eppure tanti di quelli che hanno deciso di votare per i candidati grillini alla Camera e al Senato hanno preferito non votare Roberta Lombardi alla Regione Lazio.
Una sconfitta politica inequivocabile e prima di tutto personale che lei ieri, dopo la fuga dall’ultimo confronto con Zingaretti e Parisi in tv, ha ritenuto di dover ammettere con il Metodo Grillino, ovvero scrivendo un post talmente equivocabile che nei commenti c’è anche chi le chiede se allora ha vinto e si complimenta per il successo.
E mentre si attendono i numeri delle preferenze per sapere se riuscirà ad approdare al consiglio regionale (visto il terzo posto, non è scontato) la caccia al responsabile, per lo meno sui giornali, è già partita.
Nell’Urbe il M5S alle politiche è andato sotto alla media nazionale (30,2 contro il 32,7) e questo è l’effetto Raggi, spiega il Messaggero:
Ma poi Lombardi è riuscita a fare anche peggio: a perdere almeno altri 4 punti sul voto delle regionali, portando così il MoVimento sotto ai livelli del 2013, con l’ulteriore incredibile record del 21,9% a Roma come lista, che trasforma il Pd in primo partito (!).
«Mi è mancata la spinta della Capitale», ha sussurrato l’ormai ex parlamentare. Traduzione: Raggi non mi ha dato una mano. Alla sindaca va il premio coerenza vinto con questa battuta intercettata in Campidoglio qualche tempo fa: «Adesso dicono che io e Roberta siamo amiche per la pelle? Certo, peccato che lei voleva esserlo sulla mia, di pelle…».
Repubblica invece riesuma le ormai storiche chat segrete dei grillini:
Numeri alla mano, a testa bassa sui dati, i lombardiani puntano subito il dito contro il Campidoglio: «Roberta ha preso il 28 nella capitale, mentre la lista solo il 22. Il voto disgiunto ci ha premiati. I romani, però, hanno votato contro il Movimento. L’Atac, le buche, il caso Marra… l’effetto Raggi si è fatto sentire tutto. Ci ha affossato».
Le idee dell’entourage dell’ormai ex onorevole e candidata alla presidenza della Regione viaggiano in fretta. Via chat, fanno vibrare i cellulari di consiglieri e assessori. I fedelissimi della prima cittadina le accolgono con una risata. «Ci stiamo dedicando all’analisi dei dati sul territorio», dicono. E poi mettono in fila le loro prove. Scaricabarile: «Altro che effetto Raggi. Qui c’è stato un effetto Lombardi. Alle Regionali siamo andati peggio che alle Politiche in ogni angolo della città ».
Le roccaforti di Tor Bella Monaca e Ostia, secondo i grillini di palazzo Senatorio, non lasciano dubbi: «Al municipio VI al nazionale siamo tra il 34 e il 36 per cento, per la Pisana al 31,4. Sul litorale perdiamo otto punti, dal 38 al 30 per cento. E sarebbe colpa nostra?».
Su WhatsApp, tra i cinquestelle, rimbalzano messaggi di questo tenore: «Ci siamo dati la zappa sui piedi con la scelta di Roberta, debole e non credibile… è riuscita ad andare sotto la media nazionale, quella delle Comunali e pure dietro a Parisi, uno sconosciuto».
Ma forse per comprendere le ragioni di una sconfitta inequivocabile e personale bisogna vedere cosa è successo al III Municipio. Lì, in piena campagna elettorale, l’inettitudine politica del M5S è riuscita nel capolavoro di far perdere la maggioranza ai grillini.
Nell’occasione uno show della presidente uscente Roberta Capoccioni con tanto di santino di Lombardi in mano denunciava il Grande Gombloddo contro la povera Roberta alla base della decisione di sfiduciare la Giunta. Si dicevano sicuri, i lombardiani, che la sceneggiata si sarebbe ritorta contro l’opposizione.
Nella disastrosa campagna elettorale di Lombardi non ha certo aiutato quel “fascistella” appioppatole da Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano a pochi giorni dall’apertura delle urne.
Ma anche qui la colpa non è del Fatto, ma di quell’incredibile card pubblicata negli ultimi giorni di campagna elettorale dove prometteva meno immigrati e più turisti per i “borghi” del Lazio, senza che nessuna delle cose, tra l’altro, sia di competenza regionale.
Chiaro l’intento dei raffinatissimi e intelligentissimi spin doctor che la Lombardi ha cacciato da chissà quale fucina di talenti: visto che becchiamo pochi voti nel Lazio, proviamo ad allisciare il pelo dell’elettorato con un discorso sugli immigrati che fa sempre breccia, vedrai quanti voti pigliamo con un card su facebook, andare per paesi e fermarsi a parlare con gli abitanti? Veeeecccchia politica, per chi mi hai preso, per Pirozzi?
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quella card ha portato all’indignazione persino degli yes-men più fedeli tra gli attivisti grillini (e magari nel segreto dell’urna le è costato alcuni voti a Roma) mentre non ha spostato di una virgola il risultato del Lazio, dove vale ancora (come ovunque) il vecchio metodo per fare campagna elettorale: pedalare, pedalare, pedalare.
E ancora: di certo non hanno giovato le Grandi Denunzie di problemi nelle stazioni di cui è responsabile ATAC o la lettera con cui pretendeva da Luigi Di Maio di escludere Elena
Fattori dalla campagna elettorale, insieme alle inequivocabili sciocchezze dette sui vaccini che le hanno portato alti richiami.
Un disastro condito dalla sagra dei bonifici, dove la Lombardi, còlta in fallo più volta, ha passato tre giorni preziosi di campagna elettorale ad urlare di avere ragione lei mentre era in torto (non sugli accrediti, ma sulla trasparenza), con il risultato di fomentare ancora di più i suoi ultras (il cui voto, però, vale uno) e di dare invece l’impressione a quello che passa per caso sulla sua pagina Facebook di aver combinato chissà cosa.
Un disastro dopo l’altro che, insieme alla presenza di un candidato più gentista di lei (Sergio Pirozzi) spiegano un flop che la Lombardi deve imputare soprattutto a se stessa.
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 6th, 2018 Riccardo Fucile
IL COMANDANTE ARRIVA SOLTANTO TERZO NELLA LIVORNO DI NOGARIN
Gregorio De Falco non ce la fa a salire a bordo della nave M5S.
Nella ex città rossa a vincere è il centrodestra con Roberto Berardi mentre la Lega doppia Forza Italia; il PD va meglio che nel resto d’Italia ma Silvia Velo non ce la fa; De Falco invece arriva soltanto terzo, e se si pensa che la città è amministrata da un sindaco a 5 Stelle come Filippo Nogarin la sconfitta è ancora più bruciante.
Il comandante ha fatto la fine di Dino Giarrusso, ma non è l’unico: non approderanno in Parlamento Paola Giannetakis (indicata per l’Interno), Domenico Fioravanti (Sport) e Alberto Bonisoli (Cultura), oltre alla “strappata alla Merkel” Alessia D’Alessandro che magari ora avrà più tempo per diventare economista e/o leggere l’Economist. Possono contare sul paracadute del listino proporzionale invece i fedelissimi Riccardo Fraccaro (Rapporti con il Parlamento) e Alfonso Bonafede (Giustizia),
Ma il punto è la sconfitta del comandante, finito nella bufera nei giorni precedenti alle elezioni per un’accusa di aggressione alla moglie e alla figlia poi rintuzzata dalla stessa Raffaella Iebba.
«Io ero pronto a ritornare al lavoro se non fosse andata bene — dice in modo schietto a Repubblica Firenze — non ho mai avuto il peso di dover per forza vincere».
A trascinare Berardi a Roma l’exploit del centrodestra che ha vinto un po’ ovunque nei paesi della Maremma strappando al centrosinistra anche tradizionali roccaforti come Follonica e l’Amiata. Solo la Lega ha raccolto nel collegio il 18,98% dei voti. La Velo, invece, in Parlamento non ci andrà .
(da “NetxQuotidiano”)
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