Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
PERQUISITA SUA ABITAZIONE, SEQUESTRATI 13 CELLULARI… LA PROCURA DI GENOVA: “NON ‘E STATA UNA RISSA, MA UNA VERA E PROPRIA AGGRESSIONE”
C’è anche il responsabile provinciale di Casapound Genova Christian Corda tra gli indagati della Procura di Genova per l’accoltellamento ai danni di un 36enne antifascista avvenuto la sera del 12 gennaio nel quartiere della Foce. Corda è indagato al momento insieme ad altri due militanti di estrema destra per tentato omicidio in concorso.
L’abitazione del 31enne, insieme a quella degli altri due indagati, è stata perquisita questa mattina dalla digos alla ricerca di materiale utile a chiudere le indagini sull’episodio.
Non solo, gli investigatori coordinati dal sostituto procuratore Marco Zocco, hanno sequestrato 13 cellulari ad altrettanti militanti di Casapound che quella sera erano presenti nella sede di via Montevideo. Tra loro ci sono due ragazze di cui una minorenne.
I telefoni sequestrati saranno analizzati da un perito nominato dalla Procura allo scopo di recuperare anche eventuali messaggi e whatsapp cancellati. Oltre ai cellulari sono stati sequestri adesivi, capi di abbigliamento e un coltellino.
Le indagini della Digos hanno finora consentito di ricostruire con precisione la dinamica dell’aggressione: sarebbe emerso chiaramente come non si sia trattato di una rissa o di uno scontro tra gruppi antagonisti, bensì di un vero e proprio ‘assalto’ organizzato da un gruppo, quello formato dai militanti di estrema destra, ai danni degli antifascisti che altro non hanno fatto che fuggire dopo aver visto il gruppo di Casapound che li inseguiva brandendo bottiglie e cinghie.
Ci vorrà ancora tempo, forse tutto il mese di marzo, affinchè il medico legale dell’Università di Pavia, Luca Tajana depositi la perizia sulla ferita del 36enne che dovrà dire se quel fendente avrebbe o meno potuto uccidere.
In caso di risposta negativa i reati verrebbero derubricati in lesioni.
Il coinvolgimento del responsabile provinciale di CasaPound nell’aggressione emerso oggi sembra anche spiegare perchè Corda, unico uomo in vista a Genova del partito di estrema destra, fotografato più volte con i leader nazionali del partito Gianluca Iannone e Simone Di Stefano, e dato come candidato certo alle politiche di quest’anno, improvvisamente non sia poi comparso nelle liste dei candidati.
(da “Genova24”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
UNA CARRIERA ALL’OMBRA DELLA LEGA… CHI SI PUO’ PERMETTERE DI STUDIARE IN ITALIA E DIPLOMARSI IN INGHILTERRA CHE COSA PUO’ SAPERE DELLA SOFFERENZA DEGLI ALTRI?
Tra gli eletti della Lega in Senato c’è anche Toni Iwobi, nigeriano d’origine ma ormai bergamasco
che milita nel partito da oltre vent’anni. Per chi segue da anni le vicende leghiste, è una vecchia conoscenza, per molto tempo portato in giro come la statua della Madonna per “dimostrare” che la Lega non è razzista, argomento usato per primo da Bossi ed ereditato da Salvini.
Semmai è significativo che in venti anni i leghisti abbiano trovato solo lui da esibire sul palcoscenico, segno evidente che si tratta di un caso isolato.
Uno pensa che Toni Iwobi sia arrivato in Italia su un barcone? Ma per carità .
Nato il 26 aprile del 1955 a Gusau, cittadina della Nigeria Nord Occidentale, nello stato di Zafara, nel Paese d’origine ha trascorso i primi sette anni di vita, studiando alle scuole cattoliche (cosa non certo alla portata di tutti)
E’ giunto in Italia con un visto da studente nel 1976 su un comodo aereo, alloggiato presso un connazionale. Di madrelingua inglese, si è diplomato a Manchester in economia aziendale con specializzazione in marketing, sales & business management e ha poi ottenuto un diploma di analista contabile a Treviglio (Bergamo).
Ottenuta una prima laurea in Computer information science, in Italia si è laureato in Scienze dell’informazione.
Iwobi ha lavorato come direttore tecnico e commerciale in una ditta che opera nel settore informatico che ha sede a Roveredo, in Svizzera, e negli anni ’80 è stato responsabile del personale in un’azienda di Vimodrone che opera nel settore degli impianti petroliferi e del gas.
Un iter non certo alla portata di tutti, se non si hanno le spalle coperte.
Il salto di qualità avviene da quando è diventato nel 1993 consigliere comunale e poi assessore a Spirano (Bergamo), dove la Lega ha ottenuto il 46,07% dei voti alla Camera e il 48,47% al Senato
Nel 2001 il salto da imprenditore: è amministratore delegato della ‘Data Communication labs Srl’ con sede proprio a Spirano e che si occupa di servizi informatici, tra cui la progettazione di software gestionali, la gestione di reti locali e sistemi di sicurezza, la realizzazione di siti Internet, oltre a un servizio di provider per la Carta regionale dei servizi della Regione Lombardia a trazione leghista.
Quindi un’azienda che si definisce nel sito ” qualificata per l’iscrizione nell’elenco dei fornitori SISS Regione Lombardia come azienda erogatrice accreditata di servizi di Fleet Management per le Aziende Sanitarie Pubbliche”.
Sempre sul sito si informa che tra i clienti annovera il “Polo Per L’Innovazione Tecnologica della Provincia di Bergamo”, “A.S.S.T Bergamo Ovest – Ospedale di Treviglio/Caravaggio”, i comuni di Verdello e Stazzeno.
Tutte aziende o enti pubblici con una evidente assonanza al cerchio magico del Carroccio.
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
IL PIANO B DI UN’ALLEANZA CON LA LEGA PASSA DAL SENATO
Venerdì si incontreranno per la prima volta: 330 eletti, per la gran parte sconosciuti l’un l’altro, si ritroveranno all’Hotel Parco dei Principi, il quartier generale romano dove il M5S ha festeggiato la vittoria.
Sarà un grande abbraccio collettivo, tra vincitori, ma anche un modo per dare suggerimenti, indottrinare le truppe, svelare ai tanti debuttanti i pericoli del Palazzo. Luigi Di Maio, la sua cerchia, lo staff della comunicazione non si fidano: su oltre trecento deputati e senatori, solo meno di cento provengono dall’ultima legislatura. Gli altri sono una gigantesca incognita sul futuro del M5S e sulle prospettive di un governo. E visti i recenti precedenti, i buchi nei controlli delle liste, massoni spuntati qua e là , candidati non proprio senza un passato politico o dalle convinzioni scientifiche al limite dell’imbarazzante, è meglio essere prudenti.
La prudenza però è un attimo che diventi paranoia.
E così, da lunedì pomeriggio, quando il numero dei seggi e il nome degli eletti erano ormai certi, lo staff si è messo di nuovo al lavoro per radiografare le singole biografie dei nuovi parlamentari «alla ricerca – come ci spiega una fonte nella squadra dei collaboratori – di possibili infiltrati».
La parola scelta svela che i timori sono rivolti al centrodestra. Per due motivi.
Perchè molti dei nuovi eletti hanno ideologie personali che si sposano più con l’asse forzaleghista. Si fanno esempi territoriali: si guarda soprattutto al bacino di eletti del Nord-Est, ma anche al Lazio, alla Puglia, alla Campania, regioni dalle quali potrebbero arrivare i parlamentari più sensibili alle tentazioni di Silvio Berlusconi o di Matteo Salvini.
L’altro motivo è aritmetico: al centrodestra servono 50 deputati per avere una maggioranza alla Camera. Sono tanti, tantissimi, soprattutto se i tempi dello scouting saranno brevi, ma sono pur sempre quasi la metà di quelli che il M5S deve raccogliere sulla strada per il governo.
Inoltre, chi garantisce sulla fedeltà dei nuovi entrati, premiati dalle urne, che con il M5S non avevano mai avuto a che fare prima?
A gennaio Di Maio ha sganciato le parlamentarie dall’appartenenza storica al Movimento. C’è chi si è iscritto il 3 gennaio e chi, tra i candidati all’uninominale, è stato chiamato direttamente dal capo politico per dare un nuovo volto, più presentabile, al M5S.
Il leader sa di non poter garantire per tutti i suoi colleghi. Per questo ha dato mandato ai suoi uomini di ripassare al setaccio uno dopo l’altro tutti i profili. E lo staff, di conseguenza, ha chiesto ai neo-eletti di evitare il più possibile i giornalisti, per scongiurare dichiarazioni che possano avere effetti politici verso sinistra o verso destra.
Anche perchè a oggi, nonostante il M5S voglia insistere con il Pd, nessuna strada è preclusa.
Il senatore Danilo Toninelli ha ribadito che l’appello del M5S è rivolto «a tutti i partiti» «per un governo che metta al centro i temi». Toninelli, uomo di fiducia di Di Maio, in queste ore è forse il più attivo tra i grillini. Accoglie funzionari di Palazzo Madama nell’ufficio dei gruppi, telefona, apre canali di trattativa.
Con lui sarebbe in continuo contatto il leghista Roberto Calderoli, dato come possibile presidente del Senato, se il negoziato con il Pd dovesse naufragare del tutto.
Se così fosse, l’offerta di una presidenza delle due Camere ai democratici non avrebbe più senso e i 5 Stelle tornerebbero a ragionare sulle opzioni valutate prima delle elezioni: Roberto Fico alla Camera e un leghista al Senato.
Una doppietta di cui si è tornato a parlare ieri, nel caso in cui fosse necessario far partire il piano B: una trattativa di governo con la Lega per uscire dalla palude.
(da “La Stampa”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA DI ALCUNI AI CAF DI GIOVINAZZO IN PUGLIA, MA NON E’ UN CASO ISOLATO
La Gazzetta del Mezzogiorno pubblica oggi un articolo che racconta che a Giovinazzo in Puglia
alcuni Caf si sono sentiti rivolgere lunedì mattina la richiesta di compilare presunti moduli per il reddito di cittadinanza, perchè “i 5 Stelle hanno vinto le elezioni”.
L’articolo è di Mino Ciocia:
«Hanno vinto i 5 Stelle. Adesso dateci i moduli per fare domanda per ottenere il reddito di cittadinanza».
È la richiesta che alcuni Caf giovinazzesi si sono sentiti rivolgere lunedì mattina, a distanza di poche ore dalla chiusura delle urne. Una richiesta che ha colto di sorpresa gli operatori dei patronati.
Sulle prime è sembrata una boutade, ma quando le richieste hanno cominciato a moltiplicarsi e a farsi insistenti, tutto è diventato amara realtà .
«Non esistono moduli per tali richieste», le ovvie risposte degli operatori dei Caf. «Ma c’è stato anche chi è rimasto poco convinto dalle nostre risposte -commenta Nicola Massari, «storico» gestore di uno dei centri interpellati — e si è rivolto agli uffici comunali».
La storia sembra incredibile anche se ricalca le ricerche su Google di qualche giorno fa subito dopo la chiusura delle urne.
«Ognuno coglie quello che più gli interessa afferma Valeria Andriano, referente locale della Uil — Poi le amare sorprese. Non è semplice per noi far capire a queste persone che si tratta di promesse elettorali. Che non esistono moduli e che persino sul reddito di cittadinanza non c’è nessuna legge approvata».
L’onere di dover spiegare ricade a questo punto tutto sugli operatori.
«Dobbiamo far capire — continua — che c’è un nuovo Parlamento e un nuovo esecutivo che dovranno insediarsi. Che si dovranno trovare i fondi necessari e le relative coperture economiche».
Servono, secondo gli economisti non meno di 25 miliardi l’anno. «Dobbiamo anche spiegare — afferma che ci vorrà del tempo prima che tutto diventi operativo, ammesso che la promessa infine sia mantenuta».
In un altro articolo, a firma di Gianluigi De Vito, si racconta l’aria che tira nei Centri di assistenza fiscale (Caf):
L’effetto voto aggiunge tensione a un clima esasperato dalle misure taglia-fondi di Renzi. E la sintesi dell’aria pesante è riassunta nelle parole di Giuseppe Nanula, responsabile fiscale della Cisl di Bari e Bat: «Le promesse e gli annunci non aiutano. Anzi creano più confusione. Se ora entrano da noi una cinquantina di persone a chiedere Rei e Red e di queste solo un terzo ha i requisiti, immaginiamo cosa succederà nei prossimi giorni se si continuerà a parlare così tanto di Reddito di cittadinanza. Il problema è un altro. Il partito che ha vinto le elezioni è quello che vuole abolire i sindacati e gestire tutto con i Centro per l’impiego Bene se sarà coerente allora vorrà dire che tutto verrà fatto dai Comuni. Mi chiedo come sarà possibile visto che i Comuni si rivolgono a noi per fare ciò che non sanno e possono fare, caricandoci di compiti per i quali noi non solo non abbiamo margini di guadagno ma che ci fanno registrare perdite. Un dipendente del Caf costa in media 20 euro all’ora. Per i Red e i Rei ci viene riconosciuta la somma di 5 euro per ogni singola pratica. E per ogni 730, che in media richiede almeno mezzora di tempo, ci viene riconosciuta una somma di 9 euro. Come vede, la realtà è diversa da quella che lascia immaginare la politica delle promesse».
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
I SONDAGGI SU TITOLO DI STUDIO E PROFESSIONE
Il MoVimento 5 Stelle è davvero un partito di analfabeti, votato solo da disoccupati e non laureati? La risposta è no, per il semplice fatto che una formazione politica che ottiene un una percentuale di voti così alta raccoglie consensi in maniera trasversale. Si discute molto però circa una presunta “superiorità intellettuale” dell’elettorato del Partito Democratico che sarebbe composto da un maggior numero di laureati rispetto al M5S.
È di primaria importanza, in questo periodo storico in cui non è ancora chiaro se l’Italia avrà un governo e che dovrà guidarlo, scoprire chi ha votato MoVimento 5 Stelle
Quanto pesa il voto dei laureati in Italia?
Non tanto per capire in che modo strappare consensi al M5S alle prossime elezioni — sarebbe troppo facile — ma per dedicarsi allo sport nazionale: lo sfottò.
Numerosi istituti di ricerca demoscopica hanno pubblicato in questi giorni i risultati dei sondaggi sul voto suddivise per fasce d’età , occupazione e titolo di studio.
Prima di andare a vedere cosa è emerso però vale la pena ricordare un dato.
In Italia — dice Eurostat — la percentuale di laureati nella fascia d’età tra i 30 e i 34 anni è pari al 26,2%. Percentuale che scende al 18% se si prende in considerazione la popolazione adulta compresa tra i 25 e i 64 anni (la media OCSE è al 37%).
In parole povere quindi i laureati sono una componente minoritaria del corpo elettorale.
Va da sè quindi che continuare battere sul tasto del “partito votato dai non laureati” sia controproducente.
Anche perchè una formazione politica per essere davvero rappresentativa deve raccogliere consensi in tutti gli strati della popolazione.
Dal sondaggio realizzato da Quorum/YouTrend per Sky TG24 emerge che il MoVimento 5 Stelle ha raccolto moltissimi consensi nelle fasce d’età più giovani, tra i disoccupati e le casalinghe dove ha sfiorato di pochissimo il 40%.
Il Centrodestra invece (a livello di coalizione e non di singoli partiti) ha raccolto molti consensi tra i lavoratori autonomi e tra chi ha un titolo di studio inferiore al diploma di scuola superiore.
In particolare Forza Italia ha avuto il suo picco di voti tra gli over 65 — come il PD — mentre la Lega ha ottenuto il risultato migliore (rispetto al Centrodestra) nella fascia d’età 18-24 anni.
La coalizione di Centrosinistra invece sarebbe andata bene tra i laureati dove il PD ha conquistato il 25,4% delle preferenze (complessivamente siamo intorno al 30%).
Ma Il MoVimento 5 Stelle non è poi così distante dai Dem dal momento che tra coloro in possesso di un diploma di laurea di primo o secondo livello ha preso il 21,5%.
Certo, se confrontante con il totale della coalizione di Centrosinistra e di Centrodestra il M5S risulta essere la terza formazione politica preferita dai laureati.
I quali però, come detto, rappresentano una parte minoritaria dell’elettorato.
In genere quello che manca a queste rilevazione è il “peso” delle singole categorie. Sapere che il M5S è “andato forte” tra i laureati (o tra gli autonomi) nulla ci dice su quanto in proporzione queste categorie abbiano inciso sul voto finale.
I numeri cambiano però se si guarda il sondaggio realizzato da Tecnè per RTI su un campione di 30.000 elettori.
Qui il MoVimento 5 Stelle vince dovunque, raggiungendo il 30% tra i laureati e il 37% tra chi è in possesso di un diploma di scuola superiore.
Tra chi invece ha solo la licenza media il M5S registra un calo rispetto alla media nazionale.
Il Partito Democratico invece si ferma al 22% (27% se si calcolano i voti dati a +Europa) tra i laureati, una percentuale analoga raccolta dalle tre formazioni di Centrodestra che complessivamente raccolgono il 28% dei voti dei laureati.
Dati sostanzialmente analoghi a quelli del sondaggio realizzato da IPSOS che ha rilevato che il M5S ha raccolto il 29% dei voti degli elettori in possesso di una laurea mentre il Partito Democratico si è fermato al 21,8%.
Nel 2013 invece le cose erano andate diversamente: il M5S aveva raccolto il massimo dei consensi proprio tra i laureati.
Come è possibile spiegare il successo di un partito che tutti dipingono di “ignoranti” tra la popolazione cosiddetta “colta”.
C’è chi, come il Foglio, dà la colpa al fatto che negli ultimi anni le lauree si siano distribuite troppo facilmente e che quindi il titolo di studio non abbia più il peso di un tempo. Il che è semplicemente la versione aggiornata e corretta del refrain sull’operaio che vuole il figlio dottore.
E non bisogna nemmeno confondere l’elettorato con la situazione occupazionale e il titolo di studio dei suoi rappresentanti o “portavoce”. In realtà non basta fermarsi a guardare se l’elettore ha la laurea o meno.
Perchè i soliti dati Eurostat evidenziano come a tre anni dalla laurea solo il 53% dei laureati abbia trovato un’occupazione. E non è un caso che tutti i sondaggi (YouTrend, IPSOS e SWG) abbiano evidenziato il successo ottenuto da Luigi Di Maio tra i disoccupati.
I quali non necessariamente sono “ignoranti” (a meno ovviamente di non voler considerare chi ha un diploma di scuola superiore un analfabeta). E qui entra in gioco l’abilità di promettere una cosa irrealizzabile come il reddito di cittadinanza proprio per venire incontro alle richieste di chi è senza lavoro.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
OLTRE ALLE PROMESSE DI POLITICHE ASSISTENZIALI, SUL VOTO MERIDIONALE HA PESATO LA SFIDUCIA VERSO I POTENTATI POLITICI TRADIZIONALI
Chi ha vinto e chi ha perso le elezioni politiche in Italia? È fin troppo chiaro e le percentuali sono
sotto gli occhi di tutti, quindi non partirei dai numeri per raccontare cosa questo voto significhi.
Preferisco partire da quella parte di Italia dove spesso le cose si riescono a leggere in maniera più chiara, quella parte di Italia che meno è entrata in questa campagna elettorale e che meno entra in tutte le campagne elettorali ormai da moltissimo tempo. Quella parte di Italia dove le forze politiche amano dragare voti, ma che, finchè possono, evitano come la peste.
Partiamo dal Sud Italia che ci siamo abituati a considerare feudo di Berlusconi e, allo stesso tempo, sede di un forte consenso al Partito democratico retto da ras locali che per decenni hanno assicurato valanghe di voti.
E proprio Forza Italia e Pd, in queste politiche, hanno vissuto un’emorragia di elettori confluiti in Lega e M5S.
Quest’ultimo, con la promessa del reddito di cittadinanza, ha avuto un consenso quasi plebiscitario proprio nelle regioni in cui, non esistendo un’economia competitiva, l’unica speranza è la politica dei sussidi.
E anche in questo caso – sono anni che ne scrivo – il Sud Italia è una ferita attraverso cui si può guardare lontano. Accade che siano proprio le regioni del Sud, abbandonate dalla politica nazionale e tenute fuori dal dibattito pubblico, a condizionare la direzione che il Paese intero è destinato a prendere.
Ma oltre alle promesse di politiche assistenziali, sul voto al Sud, soprattutto in Campania, ha pesato la sfiducia (più che giustificata) verso i potentati politici tradizionali.
Dal caso mediatico-giudiziario seguito all’inchiesta di Fanpage.it è emerso un quadro sconfortante di corruzione, malcostume, familismo e conflitto di interessi; è stata la conferma, per molti italiani, che i partiti che fino a questo momento hanno avuto in carico la gestione della cosa pubblica non sono altro che centri di potere marci e che da loro nulla di buono ci si può aspettare.
Naturalmente non concordo con questa generalizzazione; i partiti sono composti da persone e ciascuno risponde della propria onestà , del proprio lavoro e del proprio impegno, ma qui non si tratta di ciò che penso io, quanto piuttosto del sentimento che hanno provato gli italiani di fronte all’ennesima conferma dell’inadeguatezza dei partiti tradizionali.
Le inchieste, gli scandali, le prassi disinvolte e spregiudicate hanno spinto molti elettori del Sud ad accorciare il proprio sguardo, a smetterla di puntare all’Europa per iniziare invece a occuparsi e preoccuparsi solo di ciò che accade a un metro da sè. Come si può pensare all’Europa se le cose qui non vanno bene?
Lo scetticismo diffuso è stato una chiamata alle armi e il partito che più di tutti ha risposto al bisogno di essere coinvolti in prima persona è il M5S.
È evidente che la promessa di rottamazione di Matteo Renzi è stata rottamata da Renzi stesso e dall’unico modo che ha trovato in questi anni per occuparsi di Sud: la plateale promessa della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina (cavallo di battaglia del più becero berlusconismo) e la Apple Developer Academy di Napoli, spacciata come il primo segnale di una ripresa economica sul territorio.
Un corso per sviluppatori Apple, un unico corso e per giunta calato in un contesto economicamente depresso, avrebbe dovuto fruttare a Renzi il titolo di “amico del Sud”. Una presa per i fondelli.
L’abbandono del Sud da parte dei partiti tradizionali ha portato a una necessità di partecipazione, talvolta spinta fino alle estreme conseguenze e incline a stravolgere prassi politiche e regole, pur di sentire che il proprio voto, che la propria preferenza ha avuto un effetto reale.
Gli italiani, oggi, soprattutto gli italiani del Sud, vogliono sapere esattamente come il loro voto cambierà la loro quotidianità ; e se le aziende continueranno a delocalizzare il lavoro, se il lavoro nel Sud Italia resterà una speranza frustrata, almeno vogliono la certezza che chi governerà si occuperà di loro, solo di loro, prima di loro.
E molti diranno: ecco che nasce il partito della rabbia, ma di che rabbia stiamo parlando? Ancora di una rabbia cieca? Ancora di un voto di ribellione? No.
Il voto al M5S e alla Lega non è un voto esclusivamente di ribellione, ma è un voto ormai ragionato che, tra le altre cose, avrebbe il merito di aver asciugato (e molto) il voto di scambio.
Questa volta l’elettorato è stato coeso nel dare consenso a due partiti che sono specchio fedele dei loro elettori. Il voto non è stato semplicemente un voto di protesta o di opinione, ma un voto di identità .
Lo storytelling renziano ha prodotto malanimo che a sua volta ha innescato una sorta di egoismo sociale. Ormai quello che mi interessa è che a stare bene sia io, quindi quella forza politica che promette attenzione a me che sono italiano è l’unica che posso ascoltare.
Quella che mi promette il reddito di cittadinanza in un Sud dove non solo manca il lavoro, ma anche la speranza di lavoro, sta parlando proprio a me.
In Campania il M5S ha stravinto, e la sua vittoria si configura come un voto di liberazione dal presidente della Regione Vincenzo De Luca, che è espressione di quella politica che Renzi aveva promesso di rottamare.
A Sud Renzi aveva due possibilità : un percorso lungo di riforma, che significava scelta di candidati nuovi, oppure affidarsi ai feudi elettorali – un voto un lavoro, un voto un favore – e ottenere velocemente vittoria sperando dall’alto di far cambiare rotta al Sud una volta preso il potere. Ha scelto la strada più semplice e, sul tema politico più importante, non è riuscito a impegnarsi su una strada di trasformazione.
Il ragionamento avvenuto al Sud è questo: se il Pd mi ha sempre proposto belle idee, apertura, giustizia, ma poi non è mai riuscito a darmi nulla di tutto questo o ad avvicinarsi, allora preferisco l’assenza di progetto morale, preferisco ragionare rispetto a ciò che mi conviene adesso e che può non convenirmi domani, preferisco un movimento che non è nè di destra nè di sinistra, che si definisce post-ideologico, che non si pone questioni morali, che rivendica con orgoglio la propria incoerenza: un giorno europeisti e un giorno antieuropeisti; un giorno provax e un giorno antivax. M5S e Lega non hanno preso in giro gli elettori, tutto era palese, tutto cambiava di giorno in giorno – un flusso continuo di notizie orecchiate, story di Instagram, post su Facebook e qualche Tweet – a seconda dei sondaggi.
Finanche i casi di cronaca nera (Macerata docet) sono stati utilizzati per fare comunicazione politica. E paradossalmente questo agli italiani è piaciuto, la possibilità di non avere obblighi morali, di poter essere liberamente incoerenti a seconda delle esigenze del momento.
Essere elettore di un partito progressista presuppone portare sulle proprie spalle valori che nemmeno il partito per cui voti segue più. E allora che senso ha? Perchè vivere il dissidio tra una coerenza autoimposta, e per cui bisogna quotidianamente lottare, e la possibilità di essere egoisticamente liberi?
Il M5S agli elettori del Sud non ha dato alcuna soluzione su come far partire davvero l’economia, se non banali ricette di razionalizzazione delle spese e generiche promesse di lotta alla corruzione.
Ha dato però una cosa ben più grande: bersagli da colpire.
Ha capitalizzato la frustrazione, non chiedendo in cambio condotte di comportamento diverse, anzi, supportando sintassi da haters e impiantando una politica basata sulla percezione della realtà e non sulla realtà .
Ma alla rivendicazione della mancanza di coerenza, la Lega aggiunge un dettaglio che faremmo bene a non trascurare, ovvero la libertà di essere anche cattivi.
Salvini, che senza distinzione di età , sesso e provenienza manderebbe via tutti gli immigrati, che ha sempre disprezzato il Meridione e che ora si presenta come leader di tutto il Paese, giurando sul Vangelo sembra aver detto: essere contrari all’accoglienza, utilizzare un eloquio violento e apertamente razzista non è in contraddizione con le radici cattoliche.
La devozione di Salvini per il Vangelo è identica a quella che hanno i boss della mafia per la Madonna: si può essere cristiani parlando in quel modo di chi scappa dalla miseria e dalla guerra? No. Si può credere nel Vangelo e impedire a migliaia di bambini nati in Italia di avere la cittadinanza? No.
In Italia il 4 marzo ha vinto il malessere, non ha vinto la speranza e non ha vinto la voglia di un futuro migliore.
Il 4 marzo ha vinto l’idea di Stato chiuso, di nazione con confini alti e invalicabili, invalicabili per gli esseri umani ma non per i capitali criminali (per loro le frontiere sono sempre aperte).
Il 4 marzo ha vinto l’euroscetticismo, trainato dell’America di Trump e dalla Brexit, e ha perso l’idea di un’Europa unita e fiera dei suoi diritti, che l’avevano resa il posto migliore in cui vivere.
Il 4 marzo ha vinto una strana forma di nichilismo che, proclamando la propria libertà da ogni coerenza, diventa libertà di essere cattivi.
Ma qual era l’alternativa? Questa volta non c’era.
Lega e M5S hanno vinto perchè dall’altra parte non c’era niente. Più niente.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
E’ L’ACCOGLIENZA REDDITIZIA CHE PIACE TANTO AI SOVRANISTI: SI SONO PURE FREGATI DUE MILIONI DI EURO DI RISARCIMENTO PER UN GRAVE INCIDENTE STRADALE DI CUI ERA RIMASTA VITTIMA
Una coppia di Forlì è stata arrestata dalla Polizia con l’accusa di aver maltrattato e violentato una ragazza di Chernobyl che fin dall’età di dieci anni è stata loro ospite nell’ambito del progetto di accoglienza bambini vittime delle radiazioni prodotte dalla centrale nucleare esplosa nell’incidente del 1986.
Ma non solo: nel 2014, appena maggiorenne, la ragazza è rimasta vittima di un incidente stradale in bicicletta che le ha causato una invalidità dell’80% e la coppia si sarebbe appropriata dei 2,1 milioni di risarcimento riconosciutole.
La vittima è una ragazza di origine bielorusse che oggi ha 22 anni e che ha passato diversi estati con l’uomo e la donna.
Quando nel 2014 la giovane ha un grave incidente in bicicletta e l’ente assicurativo le liquida un risarcimento di 2 milioni e 120mila euro, scatta il piano della coppia: i due si appropriano dell’intera somma senza aver alcun titolo giuridico, controllando ogni aspetto della vita della ragazza.
(da agenzia)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
L’OTTO MARZO: NON C’E’ UNA DATA DA FESTEGGIARE IN UNA SOCIETA’ MALATA DI EGOISMO E PREVARICAZIONE
L’8 marzo non mandateci fiori, cioccolatini o auguri. Non abbiamo nulla da festeggiare. Siamo
costantemente violentate, vessate, stalkerate e alla fine barbaramente uccise… un copione che si ripete ormai senza sosta da quando è stato coniato il neologismo “femminicidio”.
È appena iniziato il mese di Marzo, dedicato alle donne e alle iniziative per la tutela delle pari opportunità .
Tantissimi gli appuntamenti in tutta Italia e in Campania, dove il numero degli omicidi e delle violenze domestiche non accenna a diminuire. Intanto, si susseguono al notiziario i bollettini di morte che fanno rabbrividire.
Pamela come Jessica, Melania come Antonietta Gargiulo, Alessia e Martina come le piccole Noemi e Nicolina.
E l’elenco non si arresta qui, purtroppo. E ho proprio paura che continueremo a sentire la parola “femminicidio” ancora per molto tempo, o almeno fino a quando non ci sarà davvero un’azione efficace contro questa patologia sociale che ha trasformato la parola “amore” in un sinonimo di “terrore”.
Ognuna di noi ha incontrato nella propria vita un uomo violento, o potenzialmente tale; c’è chi è riuscita ad accorgersene in tempo e ad allontanarlo prima di fargli spazio nel proprio cuore, e chi, ahimè, non è riuscita a trovare ancora la forza di uscirne.
Mettiamoci nei panni di quante hanno vissuto per anni una fiaba e poi… un bel giorno, aprendo gli occhi, si sono ritrovate in un vero incubo.
E quando ci sono di mezzo i figli, avere il coraggio e la forza di denunciare la violenza diventa ancora più difficile.
Molte donne sono vittime inconsapevoli di amori malati, tormentati, che si risolvono quasi nell’80% dei casi in epiloghi di morte o di violenze inaudite.
A uccidere le donne non sono solo i propri compagni, fidanzati e mariti, ma spesso anche i propri padri.
L’ultimo terrificante episodio all’apice della cronaca è quello commesso da Luigi Capasso contro la propria famiglia: la moglie Antonietta Gargiulo, che ancora lotta tra la vita e la morte, ignara della morte atroce delle due figlie, Alessia e Martina, uccise nel sonno dal padre.
E quando le vessazioni colpiscono non solo le madri, ma anche i propri figli e figlie, viene coniato il termine “violenza assistita”.
La paura di denunciare le percosse, gli schiaffi e i maltrattamenti subiti dalle donne sembra lasciare posto al coraggio di affrontare la realtà , pur di liberarsi dei “mostri” che dicono di amarle, nonostante l’evidenza dimostri il contrario.
Eppure, questo non basta ad arrestare la crudeltà con la quale gli aggressori si scagliano contro le proprie compagne, madri o figlie.
“Ricordo quegli occhi pieni di vita
e il tuo sorriso ferito dai pugni in faccia
ricordo la notte con poche luci
ma almeno là fuori non c’erano i lupi
ricordo il primo giorno di scuola”
Bastano queste poche righe, cantate da Ermal Meta, testimonianza di un’infanzia vissuta nel terrore per sè e per la madre, a dipingere un quadro di emozioni e turbamenti che colpiscono ogni giorno i bambini spettatori di violenze domestiche e non solo.
Cerchiamo però di non scadere nel luogo comune di dare rilievo solo alle violenze di genere, sebbene statisticamente queste siano in numero maggiore.
La violenza sessuale non conosce distinzioni di sesso: essa può essere commessa indifferentemente a danno di uomini e donne.
La cronaca stessa ci dimostra che sono in crescita i casi di violenza commessa anche dalle donne sui propri compagni, figli, amici e spesso anche sui propri padri. È un dato allarmante anche questo.
L’essere vivente ha perso la propria umanità per fare spazio ad egoismo e voglia di esercitare il proprio potere sull’altro.
“Se non posso averti io, non ti avrà più nessuno” sono le parole usate da chi non accetta di essere lasciato e si trasforma nel più terribile dei malefici.
Parlare di femminicidio, di azioni per contrastare la violenza di ogni tipo e genere non può che fare bene alla società . Sensibilizzare i più piccoli al rispetto dell’altro, far approvare leggi più severe ed efficaci per scongiurare che la violenza si ripeta può essere la via del cambiamento.
Di strada, però, ce n’è tanta da fare, ma se le donne continueranno a fare rete e fronte comune contro il silenzio e la paura, allora si potrà respirare aria di libertà e pace.
Le donne hanno un unico difetto, a volte si dimenticano di quanto valgono… perciò mi auguro che l’8 marzo non ci arrivino solo mimose, ma meno schiaffi ed insulti, meno offese e negazione di diritti, più mani tese per rialzarsi e gridare “aiuto!”.
Valeria Russo
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 8th, 2018 Riccardo Fucile
AVEVA PIAZZATO MICROCAMERE ANCHE NEGLI ALLOGGI E SOTTRATTO BIANCHERIA INTIMA E FILE SUI LORO COMPUTER
Sembra la scena di un film di Alvaro Vitali: il maresciallo-Pierino è stato sorpreso mentre spiava le soldatesse negli spogliatoi.
Ma non siamo al cinema e non c’è nulla di divertente.
Il maresciallo dell’Esercito è stato citato in giudizio con l’accusa di aver piazzato delle microcamere nascoste in due spogliatoi di una palazzina adibita al personale militare femminile e di averne piazzate un paio anche nei singoli alloggi delle soldatesse.
I fatti sono accaduti in una caserma del nord Italia e a rivelarlo è GrNet.it, il sito web su Sicurezza e Difesa.
Sarebbero 23 le vittime del maresciallo: soldatesse che solo con l’avvio del procedimento penale hanno saputo che erano state spiate in caserma.
Ora alcune di loro sono passate ad altri corpi dell’esercito e della polizia. Il maresciallo è accusato anche di aver sottratto dagli alloggi di tre soldatesse – nei quali si introduceva clandestinamente – la loro biancheria intima.
Non contento, secondo l’accusa, il militare avrebbe spiato anche i tablet, i computer e gli smartphone delle vittime rubando file e contenuti che si riferivano alla loro sfera privata. Ora dovrà presentarsi davanti ai giudici. La prima udienza sarà il 4 ottobre prossimo.
(da agenzie)
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