Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
SE TUTTI SIEDONO ALLO STESSO TAVOLO, PIU’ DIFFICILE FARE ACCORDI SOTTOBANCO: MA IL METODO FUNZIONERA’ IN UN SISTEMA POLITICO DOVE TUTTI SONO DIFFIDENTI SUGLI ALTRI?
Uscita dal vertice del centrodestra alla vigilia delle prime sedute di deputati e senatori, non ha
precedenti la proposta di riunire oggi intorno a un tavolo tutti i partiti entrati in Parlamento, per concordare le presidenze delle Camere e la composizione degli uffici di presidenza.
Neppure nei momenti più drammatici della storia repubblicana – e ce ne sono stati più complicati di quello attuale – si riuscì a trovare una completa unità , sia pure per stabilire un confronto e assicurarsi una forma di rispetto reciproco.
Se dunque assisteremo a una novità del genere, la legislatura nata all’insegna di una durissima contrapposizione avrà realizzato questo imprevedibile e positivo paradosso: dal tutti contro tutti al tutti insieme.
Come e perchè si sia arrivati alla svolta è evidente.
Dopo due settimane passate a disegnare le assi più estemporanee, Di Maio-Salvini, Cinque Stelle-Pd, Forza Italia-Pd, e così via, senza neppure usare gli algoritmi che vanno tanto di moda, i due vincitori, a cui si attribuivano gran parte di queste manovre, han dovuto prendere atto che il primo partito e la prima coalizione usciti dalle urne sono in realtà due grosse minoranze.
E prima ancora di parlare di formule di governo, se non costruiscono le alleanze necessarie per trovare i voti in aula, non saranno in grado di eleggere i presidenti delle Camere.
Per essere più chiari: se Salvini, d’accordo con Di Maio, provasse a fare eleggere al Senato un presidente leghista con l’aiuto dei 5 Stelle, offrendo i voti leghisti in cambio per portare un grillino al vertice della Camera, il giorno stesso andrebbe in frantumi il centrodestra, di cui è appena diventato leader.
E anche Di Maio, se s’acconciasse a un’intesa del genere, avrebbe la brutta sorpresa di scoprire franchi tiratori nelle folte file dei gruppi parlamentari pentastellati.
Di qui nasce la decisione del leader leghista di tenersi nei ranghi della sua coalizione e chiedere a Di Maio di trattare con tutto il centrodestra, compreso Berlusconi, che qualche tempo fa, non va dimenticato, sul blog di Beppe Grillo veniva apostrofato con insulti tipo «lo psiconano».
Del resto, dopo aver avanzato la richiesta di avere il presidente della Camera, i 5 Stelle si erano detti disposti a confrontarsi con tutti: adesso sono messi alla prova con la proposta dell’«incontrone», com’è stato ribattezzato, alla romana.
Per impegnarli anche su un altro criterio, sul quale avevano nicchiato negli incontri preliminari: gli uffici di presidenza – vicepresidenti, questori, segretari – devono essere composti da esponenti di tutti i gruppi, non possono essere spartiti come un bottino di guerra tra i vincitori.
Non solo per una questione di rappresentanza, ma di garanzia dei lavori parlamentari: in caso di forzature, che di tanto in tanto si affacciano nella vita parlamentare, talvolta anche soltanto sull’onda di risentimenti, il pluralismo nei vertici delle Camere serve proprio a riportare il rispetto delle regole.
Con queste premesse, stabilito il metodo, indicato il percorso, tra venerdì e sabato si potrebbe arrivare all’elezione dei presidenti, e nei giorni successivi al completamento degli uffici di presidenza.
Qualsiasi defezione dall’«incontrone», sempre possibile, complicherebbe le cose, ma non fino al punto da far saltare ogni approccio. In fondo il centrodestra, al Senato, ha i numeri per eleggersi da solo il proprio presidente.
E i 5 Stelle, se davvero vogliono la Camera, dovranno accettare il «patto col diavolo», come Di Maio definiva l’ex-Cavaliere, e passar sopra al rifiuto di votare i condannati, che renderebbe più difficile la candidatura al Senato del capogruppo di Forza Italia Romani.
Un loro eventuale rifiuto, infatti, ridarebbe una chance al Pd, fin qui in disparte e intento a elaborare la propria sconfitta. Riserve e indurimenti sono emersi in serata, com’era da aspettarsi: ma occorrerà vedere se ci sarà davvero chi si assumerà la responsabilità di sabotare l’«incontrone».
Dietro al quale, c’è sì la volontà di far partire senza risse la XVIII Legislatura. Ma anche la più completa diffidenza, che accomuna i rapporti tra le forze politiche, senza differenze tra alleati e avversari.
Se tutti siedono allo stesso tavolo, va da sè, è più difficile manovrare sottobanco. Ma resta da vedere se il metodo funzionerà . Per questo è proprio inutile, sebbene siano in tanti a chiederselo da ieri, stabilire se dopo le presidenze «di tutti» verrà il governo «di tutti». Una cosa per volta. Dice un vecchio proverbio: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
RISPETTO AL 2013 E’ IN CRESCITA LA PERCENTUALE DI VOTANTI DEL PD NEL CETO MEDIO-ALTO, IN CALO MEDIO-BASSO… AD ABBANDONARE IL PD SONO OPERAI, AGRICOLTORI, INSEGNANTI E DISOCCUPATI
All’epoca delle primarie uno studio di Ilvo Diamanti certificava che il Partito Democratico aveva una “base” prevalentemente anziana, visto che il 42% dei votanti aveva 65 anni e oltre e un ulteriore 21% superava comunque i 55 anni.
All’opposto, i giovani (fra 16 e 34 anni) erano una quota ridotta: il 15%.
All’epoca sul piano professionale la componente più ampia era composta dai pensionati: oltre il 40%.
Contavano meno, invece, i lavoratori dipendenti, pubblici e privati. In entrambi i casi, intorno al 15%.
Oggi un’analisi di SWG conferma più o meno i risultati della ricerca di Diamanti ma con un campione diverso: non i partecipanti alle primarie che all’epoca incoronarono Matteo Renzi, ma direttamente i votanti alle elezioni del 4 marzo.
Rispetto al 2013 è in crescita la percentuale di votanti del Partito Democratico tra chi è nel ceto medio alto mentre sono in calo quelli nel ceto medio e nei ceti bassi; ad abbandonare il Partito Democratico sono operai, agricoltori, insegnanti e disoccupati.
Al contrario, sono rimasti ad apprezzarlo soprattutto i pensionati, seguiti dai professionisti e dagli studenti.
Se i dem si confermano il partito del ceto medio-alto, FI ha visto prosciugare la base elettorale in tutte le classi.
La Lega conquista soprattutto artigiani e commercianti, il M5S insegnanti e agricoltori.
Se ci fosse un ballottaggio tra Salvini e Di Maio per la scelta del premier, il 39% sceglierebbe il leader M5S e il 30% il segretario della Lega.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
FABRIZIO LA GAIPA, PRIMO DEI NON ELETTI ALLA REGIONE IN SICILIA CONDANNATO A DUE ANNI PER ESTORSIONE AI SUOI DIPENDENTI
Due anni di reclusione con la condizionale: è la pena col rito del patteggiamento per
l’imprenditore agrigentino Fabrizio La Gaipa, 42 anni, titolare dell’albergo Costazzurra e primo dei non eletti all’Ars con M5S alle elezioni regionali, accusato di estorsione ai suoi dipendenti di un hotel di San Leone dai quali avrebbe preteso la restituzione di una parte dello stipendio versato in busta paga.
Il Gip di Agrigento, Alessandra Vella, ha anche condannato a un anno e 8 mesi, sempre col patteggiamento, il fratello dell’imprenditore, Salvatore, 46 anni.
L’accordo processuale era stato raggiunto dai difensori, gli avvocati Diego Galluzzo e Calogero Petix, e il pubblico ministero Gloria Andreoli. Dissequestrati pc e documenti che la polizia aveva acquisito il giorno dell’arresto, 14 novembre scorso.
In tre lo hanno accusato, confermando anche la loro versione nel corso di un incidente probatorio, e uno di loro ha pure registrato una conversazione (consegnata alla polizia) nella quale si sente Fabrizio La Gaipa discutere col dipendente di modalità e cifre della restituzione di oltre un terzo dello stipendio che veniva formalmente erogato.
Il sistema adottato sarebbe stato quello classico del “cavallo di ritorno” di parte dello stipendio.
La Gaipa è stato arrestato il 14 novembre scorso e successivamente sospeso dal M5S, che aveva precedentemente ignorato le segnalazioni sul candidato che provenivano dalla base. Il patteggiamento è uno dei motivi che ostano le candidature nel M5S e la permanenza in carica.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
L’ASSESSORA NON SI PRESENTA ALLA RIUNIONE DEL CIPE PER I FONDI E IL FINANZIAMENTO VIENE RINVIATO… IL GIORNO DOPO GIRA UN VIDEO IN CASCHETTO PER DIRE CHE TUTTO VA BENE
Ieri, dopo un lungo periodo di crisi dovuta forse agli screzi sulle assenze dell’assessora, è tornata in missione per conto di Dio la coppia più affiatata della mobilità romana, ovvero Linda Meleo & Enrico Stefà no.
I due, dotati di caschetto d’ordinanza come Berlusconi e Renzi, hanno pubblicato un video di un loro un sopralluogo nel cantiere di via Sannio per seguire le prime operazioni di scavo delle TBM per la realizzazione della Linea C della Metro.
Come mai questa improvvisata che sarà stata certo gradita dai molti ammiratori della strana coppia?
Ebbene, il video è servito a evitare di comunicare qualcos’altro: l’assessora Linda Meleo non si è presentata all’incontro decisivo al CIPE per sbloccare le risorse sull’ultima tratta della metro C e ora i cantieri da San Giovanni al Colosseo rischiano di fermarsi.
Da dicembre infatti il Comune sta cincischiando sui fondi da rimodulare, rimandando una decisione da quasi otto mesi.
Per procedere è necessario l’ok di tutti e tre gli enti finanziatori: se ne manca uno, non se ne fa nulla.
Risultato? L’amministrazione 5S rende di fatto impossibile questo passaggio fondamentale: e questo nonostante la rimodulazione delle risorse consenta di trasferire alcune poste dalle tratte già ultimate a quelle ancora interessate dai lavori. Un’operazione a saldo zero, che non comporta cioè alcun aggravio di costi, bensì un semplice spostamento di somme in precedenza accantonate e poi però non spese.
Giovanna Vitale su Repubblica Roma fa sapere che l’altro ieri pomeriggio alle 16, in uno degli uffici del Tesoro in via della Mercede, doveva svolgersi la riunione preparatoria del Cipe che avrebbe finalmente dovuto rimodulare il quadro economico della linea verde, consentendo di trasferire sulle tratte ancora da ultimare alcuni finanziamenti già erogati ma non spesi per le tratte già completate.
Ma Linda Meleo non si è presentata. E questo nonostante la stessa giunta abbia approvato, non appena venne fuori la storia dei fondi, una memoria di Giunta in cui autorizzava la rimodulazione.
In fondo a un lungo braccio di ferro tra il ministero dei Trasporti e l’amministrazione grillina (che fatica a prendere posizione su una questione spinosa come i fondi da riconoscere ai costruttori della metropolitana) si era allora addivenuti a un accordo.
Poichè la giunta Raggi non ha voluto autorizzare la rimodulazione del quadro economico con una delibera di giunta, limitandosi ad approvare una semplice memoria, giudicata però insufficiente dai tecnici del governo, il compromesso voleva che l’assessora alla Mobilità Linda Meleo intervenisse al pre-Cipe di martedì per dare il via libera formale allo spostamento delle poste già finanziate ma immobilizzate.
La titolare dei Trasporti però, sebbene attesa, ha deciso all’ultimo momento di disertare. Preferendo – per sommo della beffa – un sopralluogo al cantiere di via Sannio da dove sono partite le Tunnel boring machine (Tbm), le cosiddette “talpe meccaniche” che scaveranno il tunnel verso la futura stazione di Amba Aradam.
Le prime che il Consorzio Metro C rischia di fermare per mancanza delle risorse necessarie a proseguire i lavori
La prova? Al Cipe di ieri la questione delle varianti alla tratta T3 della metropolitana non è stata neppure affrontata. E spunta perfino dall’ordine del giorno. Come era già accaduto, nei mesi scorsi, almeno altre tre volte. L’ennesimo schiaffo della giunta Raggi.
Ecco quindi spiegato il motivo del video del presidente della Commissione Mobilità e dell’assessora ai trasporti: parare preventivamente le polemiche sull’atto mancante senza ovviamente affrontare in pubblico i motivi dell’ostracismo sul tema, perchè evidentemente considerati imbarazzanti o politicamente sensibili.
Certo, il risultato finale è che mancano i soldi per i lavori della metro a Roma.
Ma questi sono dettagli, suvvìa.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
SONO 30 MILIONI GLI ITALIANI CHE USANO IL SOCIAL, IN PRATICA UN ITALIANO SU DUE… IN CRESCITA GLI OVER 56… IN MEDIA PASSANO DUE ORE AL GIORNO
Più o meno un italiano su due, compresi neonati e centenari, usa Facebook, il social network più
famoso del mondo, oggi sotto accusa per i dati dei suoi utenti utilizzati per influenzare le elezioni statunitensi del 2016.
I dati forniti dall’azienda indicano 30 milioni di utenti attivi ogni mese, che per la grande maggioranza (28 milioni) utilizzano uno smartphone per collegarsi.
Secondo l’ultimo rapporto pubblicato dagli analisti di Wearesocial e Hootsuite gli italiani attivi sui social network sono circa 31 milioni e questo significa che praticamente tutti utilizzano Facebook.
Secondo le stime dell’analista del web Vincenzo Cosenza 24 milioni usano Fb anche ogni giorno.
La composizione degli iscritti, secondo l’analisi di Cosenza, non rispetta quella della popolazione italiani e vede più coinvolte le persone oltre i 35 anni, che rappresentano il 53%del totale.
Anno dopo anno l’età di coloro che frequentano questo social si starebbe alzando: le persone con più di 56 anni sarebbero passate in due anni dal 12 al 15% mentre quelle tra i 13 e i 24 anni sarebbero scese dal 24 al 21%.
Il sito creato da Mark Zuckerberg è il più diffuso non soo in Italia ma in tutto il mondo.
Secondo il rapporto Wearesocial gli utenti globali sono 2 miliardi e 167 milioni, più di quelli di YouTube: 250 milioni solo in India e 230 milioni negli Stati Uniti, mentre in Europa il Paese con più utenti è la Gran Bretagna con 44 milioni.
L’aumento della penetrazione dei social network a livello mondiale nel 2017 è stato del 13% (in Italia del 10%) ma quello di Fb è stato del 15%. Facebook cresce dunque più dell’insieme dei social network e l’uso dei social cresce più di quello di internet in quasi tutto il mondo.
Nessuno sa quanti dati vengano acquisiti dai siti durante la navigazione.
In base al tempo che una persona spende su un sito ad ogni visita, Facebook supera Google (che resta il sito più visitato del mondo come numero di contatti) ed è secondo dietro YouTube. Invece è il primo per il tempo trascorso sul sito ogni giorno.
Ogni utente italiano passa quasi due ore al giorno sui social network in generale (1 ora e 53 minuti), più o meno quanto gli statunitensi e molto meno dei filippini, che dedicano alla propria vita sociale online quasi quattro ore.
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2018 Riccardo Fucile
BERLUSCONI VUOLE COINVOLGERE TUTTI I LEADER, MA IL PD SI METTE DI TRAVERSO
Il centrodestra prova a trovare una quadra al suo interno ma, con il passare delle ore, si rivelerà sempre più fragile.
Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni offrono un “accordo istituzionale” a tutti, in primo luogo ai 5Stelle sulle presidenze dei due rami del Parlamento: “Devono esserci — dice Salvini in serata – nomi e cognomi condivisi da tutti. Ogni partito può avere nomi e cognomi condivisi da tutti”.
Il primo nome, fatto trapelare in giornata, è quello assai poco condiviso di Paolo Romani, su cui nei giorni scorsi si era abbattuto il diktat di Luigi Di Maio. Quel “mai condannati” che impattava su una vecchia vicenda del capogruppo di Forza Italia, condannato per peculato.
Ma andiamo con ordine.
La novità è un apparente accordo di coalizione che si realizza nel corso del lungo vertice a ora di pranzo a palazzo Grazioli.
Detta in modo un po’ tranchant: Salvini ottiene la rassicurazione che sarà lui il “nome” del centrodestra alle consultazioni, in modo da provare a ottenere il “pre-incarico”.
In cambio, via libera a un esponente di Forza Italia per Palazzo Madama.
Del pacchetto fa parte anche la candidatura di Massimiliano Fedriga in Friuli, al posto di un forzista, altro tassello che conferma una logica di coalizione, dai territori fino a Roma.
Prima dell’arrivo di Matteo Salvini (assieme a Giancarlo Giorgetti) e di Giorgia Meloni (assieme a Ignazio La Russa), attorno al tavolo ci sono i capigruppo uscenti, l’avvocato Ghedini e Gianni Letta, plenipotenziario della diplomazia berlusconiana.
È lì che si ragiona di nomi da proporre, con la franchezza che impone il linguaggio politico in questi momenti: “Il primo nome da cui partire è quello di Romani”. Un atto dovuto, perchè “Paolo ci tiene”. Ma anche perchè nel fantastico mondo berlusconiano, non esiste una sfera politica separata dalla tutela degli interessi del Cavaliere e il nome del capogruppo uscente è da sempre gradito alle aziende.
Se non ce la fa, perchè i 5Stelle lo considerano irricevibile come sembra, sul tavolo ci sono altri due nomi. Anna Maria Bernini, docente universitario di diritto costituzionale e vicecapogruppo uscente, su cui non arrivano segnali ostili, anzi, dai pentastellati. Ed Elisabetta Alberti Casellati, proposta dall’avvocato Niccolò Ghedini col sostegno di Gianni Letta: “È stata consigliere al Csm, ha un curriculum più istituzionale”. Nel curriculum c’è anche un’antica consuetudine con Ghedini sin da quando la Casellati ricopriva il ruolo di sottosegretario alla Giustizia, tra il 2008 e il 2011, ai tempi di Alfano guardasigilli e della guerra santa contro le toghe.
Nomi riproposti quando arrivano gli alleati. Via libera.
Il centrodestra propone “un percorso istituzionale” a tutti, “che consenta alla coalizione vincente (il centrodestra) di esprimere il presidente del Senato e al primo gruppo parlamentare M5S il presidente della Camera”.
Sia come sia il centrodestra riprende un’iniziativa comune, per arrivare a un accordo di sistema su presidenze e vicepresidenze. A tal fine chiede a tutti, da Pd a 5Stelle un incontro “congiunto” dove parlare di nomi già nella giornata di giovedì.
Proposta che il Pd respinge al mittente, perchè già scritta. E su cui i pentastellati non rispondono.
Così a tardi sera Berlusconi interviene con una nota e ribadisce “l’esigenza” di questo incontro congiunto “con la partecipazione dei leader di tutte le forze politiche, unici che possano garantire il rispetto di ogni eventuale accordo”.
È una mossa che si può tradurre così: porte aperte a tutti, in attesa di capire il tasso di tenuta e di affidabilità degli interlocutori. Vale per i Cinque Stelle, vale anche per il Pd.
Unica certezza. Al Senato al quarto scrutinio la coalizione di centrodestra ha i numeri per eleggersi il suo presidente. Il resto è tutto fluido.
Le ultime 24 ore sono sempre le più lunghe.
(da “Huffingtonpost”)
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