Destra di Popolo.net

TRIPOLI, IN FIAMME L’AMBASCIATA AMERICANA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

ERA CHIUSA (NON AVEVANO DATO RETTA A SALVINI SUL “PORTO SICURO”)… L’APPELLO DELL’UNHCR: “RISPARMIATE I CIVILI”

Un “incendio è divampato nell’ambasciata degli Stati Uniti” a Tripoli: lo scrive il sito Alwasat citando il portavoce della Protezione civile libica, Osama Ali, a proposito della sede della rappresentanza diplomatica che notoriamente è chiusa.
“Le cause dell’incendio sono finora sconosciute”, scrive ancora il sito sempre citando il portavoce il quale ha premesso che “le unità  della Protezione civile non sono riuscite ad accedere ai luoghi a causa dell’entità  del fuoco”.
Gli scontri fra milizie libiche a Tripoli “sono ripresi in zone della via dell’aeroporto” e “le ambulanze non sono riuscite a recarvisi malgrado le richieste di aiuto degli abitanti”: lo scrive il sito Alwasat citando il portavoce della Protezione civile libica, Osama Ali.
Il portavoce ha precisato che gli scontri avvengono in un’area (Khelet ben aoun) circa 17 chilometri in linea d’aria a sud di Piazza dei Martiri, il centro di Tripoli, situato sul mare.
Unhcr: “Risparmiare i civili”.
Alla luce degli scontri in corso nella capitale della Libia, l’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Rifugiati (Unhcr) esorta le parti in conflitto a risparmiare i cittadini e le infrastrutture civili e a consentire l’accesso ad aree più sicure a coloro che cercano protezione.
“Il recente bombardamento di quartieri abitati da civili ha provocato morte e distruzione, ha costretto le persone a fuggire ed è motivo di grande preoccupazione”, scrive l’Unhcr, ripercorrendo poi quanto accaduto nelle ultime ore.
Nella notte di domenica gli scontri a fuoco tra gruppi armati hanno ucciso due persone e ferito molte altre, compresi bambini, nel centro per sfollati Fallah 2 Tawergha. Il sito ospita oltre 900 cittadini libici sfollati. Nell’area di Janzour, nella parte occidentale di Tripoli, 27 famiglie libiche, tra cui due minori affetti da una malattia degenerativa, hanno cercato riparo in una scuola dopo aver abbandonato le proprie abitazioni a causa degli scontri a sud della città . Ieri, lunedì 3 settembre, un team dell’Unhcr ha visitato le famiglie e valutato la loro situazione.
L’Unhcr, in coordinamento con altre agenzie umanitarie, fornirà  aiuti di emergenza a tutte le 150 persone che si trovano nella scuola. “Una squadra medica di una clinica locale è impegnata a visitare le famiglie e a fornire assistenza sanitaria di base, ma i bisogni sono in aumento”, avverte l’agenzia Onu.
“L’attuale situazione della sicurezza nella capitale libica è instabile, imprevedibile e sta limitando l’accesso delle agenzie umanitarie sia ai libici sfollati che ai rifugiati colpiti dagli scontri”, denuncia l’Unhcr.
Domenica scorsa l’agenzia stessa, in collaborazione con il ministero dell’Interno libico e il World Food Programme (Wfp), ha distribuito aiuti alimentari per una settimana nei centri di detenzione governativi di Triq Al Matar e Qaser Ben Ghasheer, dove sono detenuti 2.450 rifugiati e migranti. La distribuzione di aiuti nel centro di detenzione di Abu Salim, dove sono detenute 450 persone, è stata invece sospesa a causa dell’inasprirsi degli scontri nell’area.
“Stiamo monitorando da vicino la situazione, lavoriamo in collaborazione con la Direzione libica per la lotta contro la migrazione illegale e le Agenzie delle Nazioni Unite, e ci adoperiamo affinchè tutti i rifugiati e i migranti siano trasferiti in un posto più sicuro”, scrive l’Unhcr, aggiungendo che intanto sabato la Guardia costiera libica ha soccorso 276 rifugiati e migranti e li ha fatti sbarcare ad Al Khums, 120 km a est di Tripoli.
L’International Medical Corps, partner dell’Unhcr, era presente al punto di sbarco a Al Khums e ha fornito aiuti di emergenza e assistenza medica. In tutto sono sbarcati 195 uomini, 36 donne e 45 bambini, e sono stati recuperati due corpi durante l’operazione della guardia costiera.
L’Unhcr continuerà  a fornire assistenza alle famiglie e ai rifugiati libici sfollati nonostante l’aggravarsi delle condizioni di sicurezza a Tripoli.

(da “Huffingtonpost”)

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PARE UN’EPIDEMIA: MA QUANTI SOVRANISTI CHE SI FANNO FREGARE IL PROFILO SU FB

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

GLI INCREDIBILI INCIDENTI IN CUI SAREBBERO INCORSI COLORO CHE INSULTANO SUL WEB E POI SI GIUSTIFICANO: “NON ERO IO”

La situazione inizia ad avere dell’incredibile.
Italiani indignati, stanchi e stufi per i soprusi subiti in anni e anni di immigrazionismo forzato, sostituzione di popolo e soprattutto buonismo iniziano ad alzare la testa e dire pane al pane e vino al vino.
Grazie al governo del cambiamento un crescente numero di patridioti ha deciso che non è più il tempo di nascondersi o di vergognarsi
La dottoressa che dimentica l’iPad e qualcuno le posta un commento razzista
Eppure non appena i nostri coraggiosi compatrioti e concittadini escono allo scoperto qualcosa accade.
Prendiamo ad esempio il caso della dottoressa di Spoleto che sul gruppo Facebook Doctorsinfuga ha tenuto una lezione sui diritti umani spiegando che «non esistono diritti umani per quattro negracci che ci invadono e arrivano con Nike e tute firmate e trippe piene».
La dottoressa della Usl Umbria 2 — che ha avviato un’indagine interna — concludeva spiegando l’errore commesso fino ad ora nella gestione dei flussi migratori: «andrebbero annegati al largo».
Dopo che il post era stato portato all’attenzione delle folle di Facebook e Twitter la dottoressa ha cancellato il profilo Facebook.
E mentre l’azienda sanitaria apre il procedimento disciplinare e il direttore sanitario dell’ospedale di Spoleto Luca Sapori ha fatto sapere che “espressioni del genere non sono certamente accettabili” la dottoressa fa sapere che “Di sicuro quel post non l’ho scritto io”.
Per voce del suo avvocato fa sapere la sua versione dei fatti: quando è stato pubblicato il post la donna era con il fidanzato a una festa e — tu guarda i casi della vita — proprio in quell’occasione avrebbe lasciato incustodito l’iPad dopo avere visitato il gruppo Facebook di medici del quale fa parta.
Qualcuno le avrebbe fatto uno scherzo di cattivo gusto postando due commenti. Lei quelle cose non le pensa affatto
Il sottoufficiale della Guardia Costiera e quei post di Hitler
Un caso simile riguarda un sottufficiale della Guardia Costiera in servizio nel compartimento marittimo di Gallipoli. Il militare è stato beccato a postare immagini di Hitler sul suo profilo Facebook.
La procura ha aperto un’inchiesta dopo l’esposto di una volontaria di un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti che nel corso di un’operazione di sbarco avrebbe assistito ad un comportamento irriguardoso del sottufficiale nei confronti di membri dell’associazione.
La donna avrebbe così visionato il profilo Facebook del militare scoprendo e denunciando la presenza di foto, immagini e fotomontaggi
Stando alle accuse, il militare — è scritto sul quotidiano — avrebbe condiviso oppure postato direttamente immagini con croci uncinate o con Adolf Hitler. oltre che foto di proiettili con scritte sarcastiche e razziste rivolte a migranti e altre con commenti ironici nei confronti delle più alte cariche dello Stato.
La difesa del sottoufficiale però sostiene che quello finito nel mirino sia un profilo falso.
Un grande classico: il profilo “hackerato” di Emanuele Filiberto
L’epidemia continua. A volte è il coraggio a mancare. Ad esempio la capotreno di Trenord che il 7 agosto scorso aveva diffuso nelle carrozze treno regionale 2653 il seguente messaggio «I passeggeri sono pregati di non dare monete ai molestatori. E agli zingari: scendete alla prossima fermata perchè avere rotto i coglioni» si è giustificata dicendo di non essersi accorta che il microfono fosse acceso.
Qualche giorno fa si è distinto per il suo valore il deputato leghista Giuseppe Bellachioma che prima ha minacciato giudici e magistrati dicendo che sarebbe andato “a prenderli a casa” se avessero “toccato il Capitano” e poi ha cancellato il post, con tante scuse nei confronti della Magistratura, per la quale nutre un profondo rispetto. Ma quindi chi voleva menare, di grazia
Il poliziotto di Rovigo che insulta la Boldrini e una ragazzina vittima di uno stupro
Recente acquisto nella categoria dei capitani coraggiosi è l’agente della Polizia di Stato in forza al commissariato di Adria (Rovigo) e già  segretario del sindacato Coisp beccato da Selvaggia Lucarelli mentre lanciava insulti via Facebook nei confronti di Ilaria Cucchi (sorella di Stefano Cucchi) e della ragazzina di 15 anni violentata in spiaggia a Jesolo che per il valoroso agente “se l’è cercata”.
Ma il nostro coraggioso sovranista si è distinto anche per insulti nei confronti dell’ex Presidente della Camera Laura Boldrini capace solo, a suo giudizio, di “raddrizzare le banane col culo”.
Non mancano nemmeno gli attacchi ai “negri”, o come li chiamano le persone normali “migranti”.
Il nostro eroe se la prende con i “cazzoni della guardia costiera” che vogliono “sbarcare la merce andando contro gli ordini”. E a scanso di equivoci c’è anche una difesa di Salvini; dopo la notizia dell’avvio dell’indagine per la Diciotti il poliziotto chiosava “E per Genova quando indagheranno i bastardi del Pd che hanno sulla coscienza 45 vite? Questo conferma che conta più un negro vivo che un italiano morto”.
Mentre la Questura indaga se davvero quell’account Facebook corrisponde al poliziotto in questione il profilo è stato oscurato.
Magari ha scoperto che qualcuno gli stava facendo un brutto scherzo.

(da “NextQuotidiano“)

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PRIMA GLI ITALIANI: CACCIATI GLI ODIATI ROM ORA C’E’ UNA DISCARICA ABUSIVA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

A GUIDONIA STORIA DI ORDINARIO DEGRADO: DOPO AVER VIETATO LA SOSTA A I ROM, I “CIVILI” ITALIANI ORA POSSONO COSI’ BUTTARE DI TUTTO NELLA DISCARICA A CIELO APERTO

Siamo nel comune di Guidonia, provincia di Roma, il terzo comune più grande del Lazio. In quell’enorme area metropolitana romana dove sempre più persone si sono trasferite negli ultimi anni e dove, a volte, la vivibilità  dei centri abitati e i servizi scricchiolano di fronte all’incuria e all’inciviltà 
Nel comune di Guidonia c’è un cinema multisala The Space abbastanza frequentato (al netto della crisi del cinema) e che è per molti un punto di aggregazione per i momenti di svago.
Poco distante una scuola media superiore, abbastanza nuova e messa meno peggio di tante altre. Dietro un bellissimo palazzo dello Sport, vera e propria cattedrale nel deserto, ossia ultimato ma chiuso da anni perchè tenerlo aperto sarebbe troppo oneroso per le magre casse comunali nè, al momento, c’è qualcuno che si prenda la gestione, visto che non sembra ci sia nulla che si possa fare senza generare perdite
Accanto ancora un piccolo centro commerciale con negozi e bar mai affollatissimo ma nemmeno deserto.
Insomma un’area non tenuta bene, ma nemmeno così degradata in una zona che problemi ne ha molti.
Fino ad alcuni mesi fa in quest’area si accampavano piccoli gruppi di rom ‘caminanti’ che stazionavano una decina di giorni e raramente si notavano più di quattro-cinque roulottes.
Tuttavia quella presenza sporadica a molti era sgradita e non sono mai mancate le proteste fino alla decisione di vietare ai rom di stazionare in quella zona. Del resto l’ondata retorica di #primagliitaliani non ammetteva eccezioni.
Ed in effetti non sono più tornati. Tutto bene, quindi?
No. Perchè si è provveduto a colmare la solitudine di antica data dei marciapiedi-monnezzai-permanenti attorno al cinema — bottiglie di birra, lattine, plateau di pizze, confezioni vuote di pop corn e patatine —, infatti, dopo la cosiddetta ‘bonifica’ dai rom, una delle piazzole dove stazionavano le roulottes è diventata una discarica a cielo aperto con il zelante impegno di tanti seguaci del #primagliitaliani che hanno buttato di tutto.
Lavatrici, materassi (persino i resti di un’automobile presumibilmente rubata e smontata) ma soprattutto tanti scarti di lavorazione, che sono una sfacciata firma dei vandali, tanto con i molti problemi che ha un’area molto popolata e con poche forze di polizia nessuno si prenderà  mai la briga di identificare gli autori.
Una piccola storia di degrado di provincia che narra come la scorciatoia del #primagliitaliani e dell’indicare gli stranieri come unici responsabili dei mali porti consenso ma non spieghi nulla.
Non siamo alla ‘terra dei fuochi’ ma la dinamica è la stessa: incuria, inciviltà , qualche business illegale che non viene perseguito, i soliti furbetti e furbetti del quartierino.
E le periferie disagiate diventano ancora più disagiate con la complicità  e la connivenza di chi poi in quel disagio e degrado deve vivere.

(da Globalist)

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LA LIBIA EX SALVINIANO “PORTO SICURO” E QUEI 50.000 PROFUGHI PRONTI A SBARCARE IN ITALIA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

LA GUARDIA COSTIERA LIBICA POTREBBE NON ESSERE PIU’ IN GRADO DI RIFORNIRSI DI CARBURANTE E DI SALPARE

E meno male che la Libia era un porto sicuro.
Nel giugno 2017, in occasione dell’ultima crisi libica, in meno di tre giorni il numero dei migranti partiti dal Nord Africa e salvati nel Mediterraneo, aveva superato quota 10mila.
I numeri dell’emergenza avevano portato l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti a rientrare anticipatamente in Italia, interrompendo il viaggio istituzionale a Washington.
Oggi la storia va a ripetersi: la Libia è di nuovo nel caos, Fayez al Sarraj è di nuovo in bilico e la guerra civile torna a incombere nel paese.
Una situazione che non può piacere all’Italia, anche perchè sono saltati i presìdi che consentivano il pattugliamento della costa e le vie di accesso al mare.
L’ultima crisi libica,   nel giugno 2017, causò l’arrivo in Italia di 12 mila e 500 migranti in 36 ore su 25 navi diverse.
Spiega Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera che ora il dispositivo di sicurezza è saltato e questo – come viene sottolineato dagli analisti – potrebbe impedire agli ufficiali della Guardia costiera di fare rifornimento di carburante e dunque salpare per effettuare i controlli in mare. La possibilità  che ci siano arrivi di massa si fa quindi sempre più concreta.
Le notizie giunte dalla Libia nelle scorse settimane parlavano di almeno 50mila migranti in attesa di salpare e ciò basta a rendere fin troppo chiaro che cosa potrebbe accadere se non si riuscirà  a fermare lo scontro tra le varie fazioni.
Anche tenendo conto che dai centri di detenzione sono fuggite centinaia di persone e nessuno al momento è in grado di sapere se tra loro possano esserci pure fondamentalisti islamici.
Il carcere di Ain Zara e quello di Mitiga
Nei giorni scorsi i responsabili del carcere di Ain Zara, alle porte di Tripoli, hanno sottolineato di non aver sparato sugli evasi in fuga dal penitenziario per evitare un massacro.
«I componenti della polizia carceraria», si sostiene in un comunicato pubblicato sulla pagina Facebook del carcere citato dal Messaggero, «hanno permesso loro» di uscire « per evitare che morissero».
I detenuti erano riusciti «a scardinare le porte e a uscire», conferma la nota segnalando il «clima di ammutinamento e di furore che ha regnato fra i carcerati» a «causa degli scontri in corso a Tripoli e nella zona di Ain Zara».
La località  è situata a soli 12 km in linea d’aria dal lungomare della centralissima Piazza dei Martiri, il centro di Tripoli. Il carcere ha aggiunto che si erano uditi «forti rumori di artiglieria e spari nei pressi» dell’edificio penitenziario. La maggior parte dei detenuti evasi erano ex-sostenitori del defunto colonnello Muammar Gheddafi.
C’è però un altro carcere che fa paura. Si tratta di quello di Mitiga.
È il carcere nei pressi dell’omonimo aeroporto di Tripoli dove sono rinchiusi la maggior parte dei prigionieri che hanno combattuto per l’Isis.
Nessuno degli interlocutori dell’Italia è più in grado di controllare il territorio. E anche le intese che puntavano ad arginare il flusso di ingressi a sud della Libia, dal Niger, adesso, sembrano sfumare del tutto.
La parte ironica in tutto ciò è che qualcuno per mesi ha continuato a raccontare la barzelletta della Libia come porto sicuro per scaricarci i naufraghi.

(da agenzie)

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TUTTI CONTRO TUTTI: LE TRECENTO MILIZIE CHE DILANIANO LA LIBIA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

ALLEATE O CON IL GOVERNO DI TRIPOLI O CON IL GENERALE HAFTAR, SI COMBATTONO TRA DI LORO

Tutti contro tutti in un Paese che aveva trovato una difficile unità  prima sotto la monarchia e poi un punto di equilibrio con il regime di Gheddafi: nella Libia nata dopo il crollo del regime quarantennale del colonnello, nel 2011, e sprofondata nel caos, il controllo di sicurezza è finito nelle mani di centinaia di milizie (si stima siano almeno 300) sparse su tutto il territorio.
Pesantemente armate, anche con i carri armati sottratti al disciolto esercito del ‘rais’, finanziate anche dall’esterno, alcune sono riconosciute e più vicine al Governo di accordo nazionale, altre sono appoggiate dall’esercito libico del generale Khalifa Haftar.
Spesso, però, entrano in conflitto tra loro per espandere la propria giurisdizione e soprattutto controllare i pozzi petroliferi
E’ quello che sta avvenendo dal 26 agosto nella zona sud di Tripoli, dove la Settima Brigata ha voluto prendere il controllo di nuovi territori, in nome della lotta alla corruzione delle altre milizie.
Le fazioni armate godono di sostegno anche esterno, in particolare dalle due coalizioni impegnate a distanza: quella formata da Egitto e Emirati Arabi (che appoggia Haftar) e quella formata da Qatar e Turchia che sul suolo libico è contro le milizie di Tobruk.
Settima brigata.
E’ la milizia legata alla città  di Tarhuna, 60 chilometri a sud di Tripoli, ed e’ guidata da quattro membri della famiglia Al-Kani. Il leader attuale è Abdel Rahim Al-Kani.
Ha giocato un ruolo di rilievo nella guerra civile tra il 2014 e il 2015 prima di sparire dalla scena e riaffacciarsi con il Governo di accordo nazionale, a metà  2016, quando ha annunciato fedeltà  al nuovo esecutivo ed è entrata sotto l’ala del ministero della Difesa di Tripoli.
La milizia si è però scontrata in più occasioni con le Brigate rivoluzionarie di Tripoli, in particolare a Garabulli e a Ben Gascir, a est della capitale.
Di recente anche ex fazioni vicine al regime di Gheddafi, che godono dell’appoggio di Haftar, si sono unite alla Settima Brigata.
Negli ultimi giorni ha lanciato un’offensiva a sud di Tripoli e il governo di Fayez Serraj non e’ riuscito ad arginarla. Il leader Abderl Rahman Al-Kani ha più volte dichiarato di voler “liberare Tripoli dalle milizie che prosciugano il denaro pubblico”, riferendosi agli uomini pagati dal governo di Tripoli per la sicurezza.
Brigate rivoluzionariare Tripoli.
E’ la milizia guidata da Haithem Tajouri ed è la più importante dalla capitale libica (riunisce diversi gruppi del centro e dell’est di Tripoli). Ha giurato fedelta’ al Governo di accordo nazionale e si occupa della sicurezza del sud e del sud-est della capitale, finendo spesso in conflitto con la Settima Brigata.
Forze di dissuazione.
E’ la milizia guidata da Abdul Raouf Kara e ha come base l’aeroporto di Mitiga di Tripoli. Fa capo al ministero dell’Interno del Governo di accordo nazionale e aveva preso parte ai combattimenti contro la Settima Brigata nei primi giorni dell’offensiva ancora in corso, prima di ritirarsi. La milizia, altamente addestrata, si occupa della sicurezza dell’aeroporto e del penitenziario collegato che ospita oltre 1.300 detenuti, tra cui diversi ex combattenti del sedicente Stato islamico.
Brigata Abu Salim.
E’ la milizia formata per lo più da ex carcerati, è guidata da Abdel Ghani Al Kakali e si occupa della sicurezza nella zona di Abu Salim, a Tripoli. Nell’ultimo scontro ha combattuto contro la Settima Brigata ad Abu Salim e nella strada che porta all’aeroporto.

(da Globalist)

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FONDI LEGA, DOMANI LA DECISIONE DEL RIESAME SUL SEQUESTRO

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

I POSSIBILI SCENARI

È attesa per domani la decisione del tribunale del Riesame di Genova sul sequestro dei fondi della Lega.
L’udienza era stata fissata dopo il rinvio da parte della corte di Cassazione che, ad aprile, aveva dato ragione alla procura di Genova sulla richiesta di procedere al sequestro di tutte le risorse disponibili su conti correnti e depositi riferibili al partito di Matteo Salvini, fino a raggiungere i 49 milioni di euro.
Cifra considerata provento della truffa allo Stato per cui sono stati condannati in primo grado l’ex leader leghista Umberto Bossi e l’ex tesoriere Francesco Belsito.
Lo scenario che si apre domani è duplice: i giudici del Riesame potrebbero accogliere la decisione della Cassazione, oppure respingerla.
Se venisse accolta i legali della Lega potrebbero impugnare, facendo valere tra l’altro la sentenza emessa a giugno dalla Grande Camera della Cedu per la vicenda di Punta Perotti, secondo la quale le autorità  italiane non avrebbero potuto procedere alla confisca, senza un giudizio di condanna.
Anche il nome del partito potrebbe influire sui futuri sequestri, ma la stessa magistratura si è espressa sul principio di continuità  tra il patrimonio delle Lega nazionale e quello delle regioni: tale principio potrebbe essere anche alla base della continuità  tra Lega Nord e la Lega del futuro.
Il riferimento è al pronunciamento del Riesame che aveva considerato il patrimonio della Lega Toscana riconducibile a quello della Lega nazionale: c’erano le prove dei versamenti dai conti centrali a quelli regionali.
Un altro problema sorge sull’esecutività  del provvedimento del Riesame: una parte della giurisprudenza lo ritiene immediatamente esecutivo, mentre un’altra no.
A inizio luglio la Cassazione aveva depositato le motivazioni secondo le quali la Guardia di Finanza può procedere al blocco dei conti della Lega in forza del decreto di sequestro, emesso ormai un anno fa, senza necessità  di un nuovo provvedimento per eventuali somme trovate su conti in momenti successivi al decreto: i soldi sui conti potrebbero non essere stati trovati al momento del decreto «per una impossibilità  transitoria o reversibile», e il pm non deve dare conto di tutte le attività  di indagine svolte, «altrimenti la funzione cautelare del sequestro potrebbe essere facilmente elusa durante il tempo occorrente per il loro compimento».
Parallelamente procede il processo d’appello contro Bossi, i revisori dei conti e Belsito, per cui il sostituto procuratore generale Enrico Zucca, lo scorso 17 luglio, aveva formulato le richieste di condanna, riservandosi su quelle nei confronti di Belsito, in attesa della scadenza dei termini per la Lega di Matteo Salvini di presentazione della querela, come richiesto dalla nuova formulazione del reato di appropriazione indebita. I termini scadranno nei prossimi giorni.
In assenza di querela, il reato viene considerato decaduto: a quel punto per l’ex tesoriere del Carroccio resta in piedi solo il reato di truffa aggravata.

(da “Il Secolo XIX”)

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INVESTITORI SULLE SPINE, IL WALL STREET JOURNAL: “ALL’ESTERO SI TEME CHE LA FINANZIARIA AGGRAVI IL DEBITO DELL’ITALIA”

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

SPREAD A 290, PAURA DI TENSIONI CON L’EUROPA

“La politica italiana tiene gli investitori globali sulle spine”: è il titolo di un articolo del Wall Street Journal, secondo cui “gli investitori temono che il governo italiano possa annunciare una legge di bilancio questo autunno che metta il debito del Paese in una direzione insostenibile e amplifichi le tensioni con Bruxelles”.
Il quotidiano ricorda che il gap tra il debito italiano e tedesco ha raggiunto in agosto il livello massimo negli ultimi cinque anni, secondo Tradeweb, e che gli interessi sui bond italiani a 10 anni sono saliti sopra il 3% ai loro livelli più alti dal 2014.
“In un Paese che si prevede cresca dell’1,2% quest’anno – prosegue – le promesse fatte nell’accordo della nuova coalizione di governo, inclusa la flat tax, il reddito di cittadinanza e le riforma pensionistica, aggiungono ulteriori spese tra il 4,5% e il 7% del Pil, secondo le stime di Ubs”.
“La posta in gioco è alta: l’Italia è il più grande governo debitore dell’eurozona”, ammonisce il Wsj, sottolineando pure il rischio di un impatto sul sistema bancario italiano.

(da “Huffingtonpost”)

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NELL’EX ALBERGO OCCUPATO DA FAMIGLIE ITALIANE: “SALVINI, VENGO A DORMIRE A CASA TUA”

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

L’EMERGENZA SOCIALE NON SI AFFRONTA CON LE CIRCOLARI SUGLI SGOMBERI

La circolare del Viminale sull’avvio agli sgomberi degli stabili occupati, firmata dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha diffuso un clima di preoccupazione per le tante famiglie che a Roma vivono occupando vecchi edifici abbandonati.
Tra queste realtà , in via Tiburtina 1064, accanto all’ex fabbrica di Penicilina in prossimità  della zona di San Basilio, c’è uno degli stabili presenti nella lista del ministero tra i prossimi ad essere censiti e sgomberati.
Un ex albergo abbandonato da anni e da aprile 2013 abitato da centinaia di famiglie delle quali più dell’90% di nazionalità  italiana.
Armando e Rosetta sono una coppia di anziani che vive in una delle tante stanze occupate insieme alla nipote di 27 anni e alla sua bambina di 3 anni.
Armando, che vive con una pensione minima ed ha anche un’invalidità  respiratoria, ribadisce la volontà  di regolarizzarsi con lo Stato: “Se domani mi chiamano per una casa popolare io me ne vado subito da qui.”

(da “La Repubblica”)

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PONTE MORANDI, LA LISTA DI 13 NOMI CHE SAPEVANO DELLA PERICOLOSITA’ CONSEGNATA IN PROCURA

Settembre 4th, 2018 Riccardo Fucile

NELL’ELENCO DELLA GDF DIRIGENTI DEL MINISTERO DI TONINELLI, DELLA SOCIETA’ AUTOSTRADE E SPEA

La Guardia di finanza ha consegnato alla procura di Genova un elenco di persone che potrebbero avere avuto responsabilità  per il crollo di ponte Morandi a Genova il 14 agosto scorso, con 43 morti
Sono 13 nomi di coloro che si sono occupati del progetto di ristrutturazione del viadotto dal 2015, ma potrebbero diventare 25 se i magistrati decidessero di andare indietro nel tempo.
Un elenco di dirigenti sia del ministero delle Infrastrutture che della società  Autostrade, concessionaria per l’A10, di cui il cavalcavia sul Polcevera faceva parte. Le persone che secondo la Gdf sapevano della pericolosità  del viadotto Morandi in Autostrade sono: Fabio Cerchiai (presidente), Giovanni Castellucci (Ad), Paolo Berti (direttore centrale operazioni), Michelle Donferri Mitelli (direttore maintenance e investimenti), Stefano Marigliani (direttore primo tronco)
“Al Mit consapevoli dei ritardi” ci sono tre di Spea engineering, controllata da Autostrade che avrebbe dovuto eseguire la ristrutturazione ai tiranti: Antonio Galatà  (amministratore delegato), Massimo Bazzarelli (coordinatore attività  progettazione ufficio sicurezza), Massimiliano Giacobbi (responsabile progetto “retrofitting” dei tiranti)
Cinque i funzionari pubblici, tre della Direzione generale per la vigilanza sulle concessioni autostradali (Roma): Vincenzo Cinelli (capo), Bruno Santoro (responsabile controlli qualità  servizio autostradale), Giovanni Proietti (capo divisione analisi e investimenti).
Infine il Provveditore alle opere pubbliche di Liguria e Piemonte Roberto Ferrazza e il capo ufficio ispettivo territoriale Carmine Testa
Secondo la ricostruzione delle Fiamme Gialle i 13 sarebbero stati a vario titolo a conoscenza, almeno da qualche anno, delle criticità  che interessavano il ponte crollato. Al momento non è stata trasmessa alcuna notizia di reato. La procura del capoluogo ligure però valuterebbe l’abuso di ufficio, l’omissione in atti di ufficio e altre ipotesi di reato
Intanto i periti dei pm hanno consegnato una prima relazione sulle probabili cause del crollo attribuendole a un “cedimento strutturale all’antenna del pilone 9, il punto in cui i tiranti si congiungono all’estremità  del sostegno. E studiando i carteggi tra le varie diramazioni del ministero delle Infrastrutture, gli investigatori hanno individuato come almeno in un’occasione i dirigenti del Mit avessero palesato la certezza che sul restyling del Morandi i tempi si stessero dilatando oltremisura.

(da Globalist)

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