Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
NELLE MARCHE ALCUNI ESEMPLARI GIA’ FORNITI A AREE DELLA SANITA’
Un test rapido per riscontrare l’eventuale contagio da coronavirus: il Rapid Test è di facile utilizzo, bastano poche gocce di sangue del paziente, il riscontro visivo arriva in 5 minuti e consente ai medici di conoscere subito la presenza del coronavirus Covid 19 nel paziente. Il kit è in consegna alle prime strutture ospedaliere italiane.
Nelle Marche alcuni esemplari sono già stati forniti a diverse aree della sanità e il primo grande quantitativo è in arrivo per il Gruppo Kos-S.Stefano. Moltissimi altri ospedali da tutte le regioni d’Italia stanno prendendo contatti in queste ore.
La fornitura arriva in Italia grazie alla Innoliving di Ancona, che ha stretto un accordo con la multinazionale Zhezhiang Orient Gene Biotech Co Ltd produttrice del “Rapid test per Covid 19 Mod. GCCOV-402a”.
Si tratta di un kit, regolarmente iscritto al ministero della Salute da Innoliving spa, corredato di una corposa sperimentazione clinica da parte di centri studi, ospedali e università cinesi.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
“C’E’ IL MERCATO NERO DELLE BOMBOLE DI OSSIGENO, TI SALVI SE UN AMICO TI FA UN PIACERE”
Daniela ha il Covid-19, una polmonite e parla a macchinetta, incurante dei tubicini della
bombola che da giovedì scorso, per 24 ore al giorno, le garantisce un po’ d’ossigeno in più. È inarrestabile. Un fiume in piena di ricordi recenti, polemici, puntuti, scalpellati nella memoria.
Ricordi che nessun malato (non si trovasse in una situazione come questa) riuscirebbe a mettere a fuoco e a esporre così velocemente. Il tutto inframmezzato a crisi di pianto repentine, che spuntano dal nulla e poi altrettanto velocemente spariscono, ma che tolgono il fiato anche a te che ascolti.
Daniela Lupini ha 36 anni, un marito e due figli piccoli (che ormai vede dalla finestra che s’affaccia sul giardino), e abita in una villetta a Bolgare, comune di 6mila anime a 18 chilometri da Bergamo, una tra le zone più colpite dalla pandemia. Le lacrime le affiorano soprattutto quando parla di papà Antonio, 69 anni, morto nei giorni scorsi, senza il conforto della famiglia, al San Raffaele di Milano.
Daniela, come sta?
Oggi respiro meglio grazie all’ossigeno. Un giorno si migliora, un altro si peggiora. Un passetto avanti, uno indietro. Va così.
Com’è iniziata la sua storia?
Mia suocera lavora in una RSA, la clinica San Francesco, a Bergamo, dove sono morti i primi pazienti Covid, non verificati. Lei spesso mi aiutava in casa con i bambini. A un certo punto ha poche linee di febbre, le fanno la Tac e il tampone in qualità di sanitaria; risulta positiva al Coronavirus. Un’asintomatica. Che però nel frattempo, suppongo, ha passato il virus ai miei figli (37.5 di febbre per un paio di giorni, in una forma lieve) e a mio cognato. I miei figli l’hanno poi passato a me.
Ma suo padre?
Era in vacanza ad Alassio con mia madre, c’era qualcuno febbricitante. Torna l’8 marzo e di notte inizia ad avere febbre alta. Quella che a me aveva preso già dal 5. Il 9 chiamo il medico di base dicendo che sia io che mio padre stiamo male. Il medico già non visitava più. Ci dà solo un antibiotico ad ampio spettro. Da lì in poi, abbandonati a noi stessi.
Ovvero?
Papà passa a 39-39,5 di febbre, e faccio notare che era sanissimo, una roccia come fisico. Aveva solo una piccola demenza. Peggiora a vista d’occhio e io inizio a chiamare tutti i numeri sul Coronavirus: il 1500, l’800 e qualcosa. Ce sono quattro. Non sono mai riuscita a prendere la linea e avrò chiamato almeno 100 volte. Mai. Il medico di base era irrintracciabile, non rispondeva manco più al telefono. Mercoledì mia madre chiama il 112 per papà , arrivano i volontari, molto gentili, verificano che l’ossigenazione del sangue è buona e diagnosticano una bronchite. Sabato notte peggiora, richiamiamo il 112 e viene portato al San Raffaele di Milano. Lo attaccano all’ossigeno, lotta, sembra riprendersi, ma l’altra mattina è morto. Solo e abbandonato in un letto d’ospedale.
Intanto lei?
Continuo a stare male, finisco l’antibiotico, chiamo la guardia medica e mi sento dire: “Guardi signora, sta male lei come tutti: gli antibiotici non curano il Coronavirus”.
Grazie al cavolo, ma almeno, visto che sono quasi sicura di avere una polmonite in corso, almeno agiranno lì. Mando mio marito, trova il tizio chiuso dentro, sprangato tipo carcere, e gli passa dalla cassettina la ricetta: una confezione di Augmentin, quello che do ai miei figli per il mal di gola. Tramite la chat delle amiche riesco a trovare una persona gentile che aveva il turno al pronto soccorso di un altro paese, e mi porta a fare il tampone e una Tac: risulta una polmonite interstiziale con due focolai grandi ed entrambi i polmoni pieni di lesioni. Non mi fossi fatta vedere, oggi forse non sarei qui a parlarle. Mi dà Azitromicina 500 e Plaquenil. Poi arriva l’esisto del tampone: positivo.
Una brutta situazione.
Anche perchè posti per il ricovero non c’erano, ma io l’avrei comunque rifiutato: ho posto a casa in una stanza isolata e mi ero comprata un saturimetro, lo strumento per vericare l’ossigenazione del sangue. Poi mio cognato è stato attaccato a una bombola d’ossigeno e anch’io ho avuto una crisi respiratoria. Da lì è iniziata una lunga odissea per procurarmene una, che poi è arrivata ma senza ricarica. Il problema è che in tutte le farmacie e i presidi della Bergamasca, non se ne trovano più e te la deve assegnare l’ATS, ex Asl. Sono tutti a casa malati, penso la metà del Paese. Ovunque chiami c’è gente chiusa in casa che sta male con, tra virgolette, “un’influenza”. Che è poi Coronavirus, ma nessuno se li caga, scusi il termine, nessuno fa tamponi e sono tutti abbandonati a se stessi dalla Sanità .
In effetti…
La mia vita non può essere stata salvata dal piacere personale di un’amica, da un medico che ha infranto la legge e si è messa d’accordo con me per farmi visitare. È inaccettabile. Medici e infermieri sono eroi, angeli, e magari anche genitori col timore di portare a casa il virus. Ho un’altra amica che fa turni di 18 ore.
Ma non si può fare proprio nient’altro?
Ci sono gli espedienti: sapevo di un’azienda vista su Facebook: due medici che avevano aperto una società che fa i Raggi X a domicilio, facendosi pagare un sacco di soldi. Ma ti può salvare la vita perchè dai raggi riesci a vedere se hai il Coronavirus. Accertato quello puoi chiamare il 112 e allora forse qualcuno ti caga. Altrimenti qui s’è creata una rete di responsabilità sociale per cui lo si chiama solo se si è in crisi respiratoria. C’è il mercato nero delle bombole d’ossigeno: andrebbero restituite, ma visto che sono introvabili quando qualcuno passa via le teniamo e le giriamo a chi ne ha bisogno. Ho un’amica con suocero, suocera, mamma e papà chiusi in casa con 38.5 da una settimana, e nessuno sta facendo niente.
E sua madre?
È in quarantena da sola, senza tampone, mai messa in sicurezza, e io son qui a sperare che non si ammali perchè potrei perdere anche una madre, oltrechè un padre. Una situazione surreale. E ho fatto finta di aver perso la ricetta del pronto soccorso per procurare medicinali in più per mio marito Simone, 38 anni, che con la mascherina cura qui accanto i miei due figli, di nove e tre anni, Stella e Andrea, e li tocca con i guanti. Non so neppure se sia positivo. Se si ammala lui, che cosa faccio?! A me passano il cibo dalla finestra.
Tutto il paese in ginocchio, insomma.
Qui muoiono mediamente sette persone al giorno. Prima due al mese. I negozi ci stanno consegnando generi alimentari e altro e lasciano tutto vicino al cancello, facendoci credito. Pagheremo. Ho la solidarietà di sindaco e parroco, che mi hanno chiamato, ma non possono fare nulla. E la protezione civile è in giro a controllare i deficienti che vanno ancora a correre, perchè ce ne sono ancora. Non hanno capito, neppure Conte, che c… sta succedendo qua. Ci dite da tutta Italia che siete con Bergamo, ma non siete con Bergamo, perchè a Bergamo le fabbriche sono state aperte sino all’altroieri. Qui chiunque ha almeno un morto o un malato in casa, e siamo il paese più giovane della Bergamasca. Ma muore anche gente di 36, di 46 anni.
Che cosa non si è ancora capito nella prevenzione?
Stanno venendo medici da tutta Italia ma non basta, se ci sono file ai supermercati da 45 minuti: c’è gente che esce a prendere acqua e uova. Anche col malato in casa pensano che sia influenza e che non tocchi ancora a loro. A me non interessa finire sui giornali: voglio far capire che cos’è quest’incubo e salvare vite. E anche voi giornalisti smettatela di scrivere “aveva patologia pregresse”: stiamo morendo di Coronavirus, non perchè uno aveva l’asma! È terribile dire questo. Non siamo numeri, ma persone. Mio padre avrebbe potuto campare ancora 15-20 anni! Invece di morire solo senza un funerale decente. È terribile, terribile. Per fortuna una caposala del San Raffaele ha preso a cuore la mia storia, e mi ha dato qualche notizia, mi ha detto che alla fine l’hanno accarezzato per noi.
Che lavoro fa?
Ho un’azienda di rottami e rifuti, ma l’ho chiusa: fanc… i soldi, fanc… tutto. Ho fatto mettere in quarantena la mia babysitter e la mia impiegata, era inevitabile. Ho disinfettato qualsiasi cosa avessi in ufficio. Ho due operai che lavorano all’aperto con guanti e mascherine che per portare a casa lo stipendio hanno deciso di continuare, ma ho chiuso tutto il resto. Però qui attorno c’è un’azienda gigantesca dove il 60 per cento degli operai sino all’altroieri è stato costretto ad andare.
È vero che ha festeggiato il suo compleanno a letto, con l’ossigeno?
Sì, anche quello di mia figlia. Mi hanno passato la torta e lo spumante dalla finestra. Ieri sarebbe stato quello di mio papà . Ho commentato il post di un’amica che ha un blog di mamme, chiedendo a tutti di brindare per mio padre. Tutti hanno messo una loro foto con il bicchiere in mano. Lui voleva quello: una grande festa. Dovevamo andare in un ristorante con 40 persone che gli volevano bene.
E lei, quando finirà tutto questo, quale sarà la prima cosa che farà ?
Abbracciare mio marito e i miei figli. Sono molto fisica, e ciò mi manca. E poi, magari a settembre, fare una crociera tutti assieme in omaggio a papà . Lui aveva girato tutto il mondo in crociera e ne avevamo in programma una per giugno. Con mia madre sono stati 47 anni d’amore.
(da TPI)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
PAZIENTI RICOVERATI 21.937, DI CUI 3.396 IN TERAPIA INTENSIVA, 28.697 IN ISOLAMENTO DOMICILIARE
L’Oms ha parlato di «barlume di speranza» ma si è affrettato ad aggiungere che «è ancora molto, molto presto» per fare valutazioni ottimistiche circa la frenata nel numero dei contagi da Coronavirus in Italia.
L’ultimo bollettino ufficiale della Protezione civile, comunicato nell’appuntamento quotidiano dal capo della Protezione civile Angelo Borrelli, parla di 743 nuove vittime, il che porta il totale dei morti a 6.820.
Il numero delle persone attualmente positive sale intanto a 54.030 pazienti, con 3.612 nuovi contagiati. Complessivamente sono state colpite dal virus 69.176 persone su un totale di 296.964 tamponi effettuati. Quanto alle guarigioni, nelle ultime 24 ore sono guariti 804 pazienti, per un totale di 8.326.
I pazienti ricoverati in strutture ospedaliere con sintomi sono 21.937, di cui 3.396 in terapia intensiva. 28.697 sono invece le persone in isolamento domiciliare in tutta Italia.
(da Open)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
“TEMEVA DI AVER CONTAGIATO ALTRE PERSONE”
Un’infermiera di 34 anni del reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Gerardo di Monza si è
tolta la vita.
A dare la notizia è la Federazione nazionale ordini professioni infermieristiche. Stando a quanto riporta l’Ordine, l’infermiera «era positiva al Coronavirus» e «viveva un pesante stress per la paura di aver contagiato altri».
Il direttore generale del San Gerardo, Mario Alparone, ha confermato il suicidio in una nota, sottolineando che la «collega era a casa in malattia dal 10 marzo, e che «non risultava in stato di sorveglianza per positività in corso di accertamento» per il Coronavirus.
(da Open)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
IL GURU ITALIANO DELLE SCIE CHIMICHE DA ANNI DIFFONDE FALSITA’ DI OGNI GENERE, DIFFAMANDO VIVI E MORTI (MA E’ ANCORA A PIEDE LIBERO)
Il 23 marzo 2020 la Polizia Postale di Imperia ha posto sotto sequestro gli account social del complottista Rosario Marcianò per aver diffuso un video nel quale istigava gli utenti a delinquere violando le disposizioni poste per l’emergenza Coronavirus.
Gli account bloccati risultano al momento il suo profilo personale, la sua pagina Facebook «Tanker Enemy» e il suo canale Youtube.
La conferma del sequestro è giunta a Open questa mattina direttamente dalla Polizia di Stato a seguito di una richiesta di verifica su quanto stava accadendo nei profili social del complottista.
Rosario Marcianò è un noto complottista, considerato il “guru italiano” della leggenda metropolitana delle scie chimiche, che da anni diffonde falsità di ogni genere diffamando diverse persone, vive o morte.
Lo aveva fatto contro Valeria Solesin e la sua famiglia, contro le vittime dell’attentato a Nizza, contro le vittime del Ponte Morandi, così come contro Bruno Gulotta e le altre vittime dell’attentato di Barcellona nel 2017. La lista è lunga, ma in questi giorni si è lanciato in una nuova sfida.
In un suo video del 19 marzo 2020, oggi rimosso, negava l’esistenza del coronavirus e invitava testualmente gli utenti a violare le disposizioni dettate per l’emergenza coronavirus con l’obiettivo di destabilizzare il lavoro delle Forze dell’Ordine e dei tribunali:
“Ci dobbiamo dare una mossa, bisogna mettere questo famoso striscione “Il Covid-19 è una truffa” appeso alla finestra o sul terrazzo in modo tale che anche le persone che non vanno su Internet riescano ad accendere qualche neurone e a farsi qualche domanduccia.
Io invito tutti a fare così e ad avere il coraggio di agire perchè noi siamo nel giusto! La situazione diventerà sempre più grave, sempre più ingestibile e per cui il mio invito non è quello di stare in casa ma è quello di fare di tutto per mettere in seria difficoltà questo esecutivo. Quindi, l’idea migliore sarebbe quella di uscire tutti per strada come facevamo prima in modo tale che poi Carabinieri e Polizia non sappiano più come fare per fermare tutti quanti e gli uffici giudiziari saranno intasati di denunce e non potranno più fare niente. Allora si che loro saranno paralizzati”
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
NON E’ VERO, CI SONO DIVERSI CASI, MA LA PROTEZIONE CIVILE NON DISTINGUE I MORTI PER NAZIONALITA’… SCIENTIFICAMENTE CI PUO’ ESSERE CHE UNA ETNIA SIA PIU’ RESISTENTE AL VIRUS DI ALTRE
Siccome anche in quarantena i razzisti rimangono razzisti, sta circolando molto sui social
network e gira in due versioni: la prima è bellissima perchè comincia con un “Fate una verifica e vedrete che in tutti gli ospedali, non c’è un extracomunitario di qualsiasi età positivo o ricoverato per COV19!!!!!! Come è possibile?!?!?!? Solo gli italiani… allora… meditare gente”.
Come è intuibile anche da un bambino, è impossibile “fare una verifica” su tutti gli ospedali in primo luogo perchè siamo in quarantena e in secondo luogo perchè gli ospedali non possono fornire al primo cretino che inoltra su Whatsapp dati di questo genere.
Una seconda versione del messaggio, più complottista, sostiene che questi siano stati vaccinati contro la tubercolosi, fattispecie che li renderebbe immuni al contagio. Si tratta ovviamente di un’altra scemenza.
La parte bella è che il messaggio comincia con “giro la notizia come arrivata, se reale bisogna fare una rivoluzione!”. Se non è reale, però, non è una notizia. O no?
“In tutta la Lombardia, dove abito, tra i quasi 2.000 ricoverati in terapia intensiva negli Ospedali di Bergamo, Brescia, Cremona, Chiari… non risulta alcun extra-comunitario che abbia il Coronavirus. Possibile che siano tutti sani? Faccio un esempio: a Borgo San Giacomo soltanto gli italiani hanno preso il Covid-19. Come mai? Sono 5.000 abitanti di cui 3.500 indiani e 1.500 italiani. Gli Indiani, giovani e vecchi, sono in maggioranza.
Nota: il vaccino per la TBC dura 20 anni e se non c’è richiamo vaccinale forse si è di nuovo esposti alla polmonite. Soprattutto gli anziani che ormai, da 40 anni, non fanno richiami. Per questo motivo i bambini Italiani non si ammalano di polmonite: perchè hanno ricevuto il vaccino contro la TBC la cui protezione dura fino a 19/20 anni. Ovviamente anche i ventenni cominciano ad ammalarsi di Covid-19 e Polmonite, poichè per gli Italiani non c’è piu obbligo di richiamo anti TBC.
La bufala può aver preso piede dal fatto che la Protezione Civile, giustamente, quando aggiorna le statistiche sul Coronavirus non dà in alcun modo indicazioni sulla nazionalità dei contagiati.
In realtà però erano state riportate nei giorni scorsi notizie su cittadini stranieri contagiati, come è accaduto a Velletri ad esempio. Anche il professor Roberto Burioni ha segnalato la fregnaccia razzista
Massimo Galli, direttore Malattie infettive all’Ospedale Sacco di Milano, ad Agorà però oggi ha spiegato che se la tubercolosi non c’entra niente, è possibile che ci siano etnie immuni o più resistenti: “Quello che spero possa essere confermato, anche a livello di ricerca, è il fatto che, verosimilmente, c’è una diversa disponibilità e diverse caratteristiche dei recettori per il virus in alcune etnie, in alcune popolazioni, soprattutto di origine africana”.
“E’ un’ipotesi, c’è da studiarci sopra — ha premesso Galli — però ci sono alcune evidenze che effettivamente non abbiamo persone di origine africana nei nostri reparti, se non forse in minima misura. Questo suggerisce che l’ipotesi che la porta di ingresso del virus sia diversa e non accogliente in determinate etnie, possa stare in piedi: asiatici ed europei hanno porte aperte” mentre “gli africani ce le hanno chiuse. Se fosse così il disastro colpirebbe di meno le aree più fragili del mondo”. E permetterebbe di risparmiare i posti in terapia intensiva.
I razzisti dovrebbero essere contenti, no?
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
ORIGINARIO DELLA MAURITANIA, LAVORA IN UNA AZIENDA FARMACEUTICA E ALIMENTARE DI MILANO CHE NON CHIUDE
Idrissa lavora tutti i giorni per un’azienda del settore farmaceutico e alimentare di Milano. Una di quelle che non può chiudere e non deve chiudere.
«Ogni mattina rilevazione della temperatura, mascherina quasi per tutto il giorno, regole comportamentali che cambiano ogni due secondi, ma non ho mai pensato di mollare».
Idrissa Idris Kane è un “nuovo italiano”, uno dei tanti immigrati che continuano a lavorare in piena emergenza coronavirus, fianco a fianco con i colleghi operai italiani. «Non mollo perchè l’Italia non è anche mia solo quando mi fa comodo. L’Italia è anche mia, pure quando rischia di crollare». Il suo post su facebook sta facendo il giro della rete.
La storia di Idrissa. Idrissa vive da 14 anni in Italia. Il padre è della Mauritania, la madre è senegalese. Idrissa non ha ancora la cittadinanza italiana: «Ma mio figlio di 9 anni, per fortuna è italiano al 100%». Vive a Milano e lavora per una tipografia che fa imballaggi per alimentari e farmaci. Oggi ha staccato dal turno di notte. Il 22 marzo ha scritto un lungo post sulla sua pagina facebook, intitolato “Sulla stessa barca”.
“Tornatene al tuo Paese!”. «Quante volte ho sentito, abbiamo sentito in questi ultimi anni: “torna al tuo Paese”, “l’Italia agli italiani”, “non esistono neri italiani”, “portate malattie”. Giuro che mi è capitato di voler mollare tutto e andarmene (e sono sicuro che tanti come me hanno pensato la stessa cosa). Ma poi mi sono detto: perchè dovrei ascoltare il delirio di qualche idiota? Mica rappresenta tutti gli italiani. Mi metto a pensare a tutte quelle belle persone che in questi anni hanno lottato con noi, mi hanno mostrato affetto, rispetto, amore e mi sono convinto di non ascoltare più le voci dei cretini. Oggi la situazione è preoccupante, la situazione è pericolosa, abbiamo le stesse paure, abbiamo gli stessi timori, abbiamo lo stesso augurio. Parenti che ti scrivono preoccupati, pensieri tipo rivedrò la mia famiglia, riabbraccerò i miei cari?».
Ogni giorno al lavoro con mascherina e guanti. «Nonostante tutto, io indosso la mia mascherina, metto i miei guanti e dal lunedì al venerdì, vado a lavorare, perchè la nostra azienda è nel settore alimentare e farmaceutico. Ogni mattina rilevazione della temperatura, mascherina quasi per tutto il giorno, regole comportamentali che cambiano ogni due secondi, ma non ho mai pensato di mollare. Non mollo perchè l’Italia non è anche mia solo quando mi fa comodo, solo quando posso andare a lavorare senza preoccupazioni, uscire, fare shopping, spesa, svagare senza pensieri. L’Italia è anche mia, anche quando rischia di crollare. Questo Paese è anche nostro perchè qui tanti hanno trovato lavoro, famiglia, persone speciali, tanti hanno avuto opportunità di ricominciare».
“Ci salviamo tutti insieme”.
«Se la casa Italia brucia, tutti insieme tenteremo di spegnere il fuoco, se la barca Italia rischia di affondare, o ci salviamo tutti insieme o affondiamo tutti insieme. Questo per me è essere una comunità . Questo maledetto virus sarà sconfitto, porterà via tanti cari, ma sarà sconfitto eccome. Dopo mi auguro che ci vorremo bene più del normale, non ci soffermeremo più sulla pigmentazione, ma sui valori che fanno di noi degli esseri umani. Forza ragazzi, è dura ma ce la faremo. Rispettiamo le regole, smettiamo di fare i finti furbi e confiniamo questo maledetto virus per poter ritrovare il calore umano di sempre. Un abbraccio virtuale a tutti!»
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A FRANCESCO ROCCA, IL PRESIDENTE: “TANTI RISCHIANO IL BARATRO”
In ogni video, in ogni immagine delle nostre città trasformate in trincee dalla pandemia, la Croce
Rossa c’è. C’è nelle ambulanze a biocontenimento, nelle figure imbardate nelle tute protettive, nell’impegno e nella dedizione di migliaia di volontari.
Medici, infermieri, operatori sanitari, ma anche tantissime persone comuni che invece di abbrutirsi sul divano hanno scelto di offrire il proprio aiuto alla comunità .
Persone come Fausto – elettricista per mestiere, volontario per vocazione — morto pochi giorni fa a Brescia, dove prestava servizio per il trasporto di pazienti Covid-19, lo stesso mostro che se l’è portato via.
Persone che si danno da fare per gli altri – chi facendo la spesa, chi consegnando farmaci, chi immaginando come rispondere allo “tsunami sociale” che deriverà dagli effetti economici dell’epidemia.
Perchè questo rischia di essere il Post Coronavirus: “uno tsunami sociale, un’emergenza molto più grande di quella che possiamo intravedere ora”, secondo i timori di Francesco Rocca, dal 2013 presidente della Croce Rossa Italiana e dal 2017 presidente della Federazione Internazionale delle Società della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.
In cosa consistono e come sono strutturate le vostre attività di supporto sanitario all’emergenza Covid-19?
“Abbiamo centinaia di ambulanze a supporto del servizio sanitario di emergenza nelle aree più colpite, ma anche nel resto d’Italia. Ci siamo stati fin dall’inizio – il paziente numero 1, il famoso Mattia, lo abbiamo preso noi — e da quel momento non ci siamo più fermati. Siamo presenti nel supporto logistico e in tutte le attività di biocontenimento, dallo sbarco di navi da crociera al trasporto nelle strutture ospedaliere. Abbiamo mandato diverse decine di medici e infermieri a supportare gli ospedali del Nord, in particolare il Papa Giovanni a Bergamo, dove ci sono già una trentina di nostri volontari; con le nostre infermiere abbiamo preso in carico alcune case di cura dove il personale era malato e gli anziani in difficoltà ”.
Poi ci sono gli interventi al fianco della Protezione Civile, il numero verde, l’assistenza alle fasce più vulnerabili. Ci parli anche di questo.
“Abbiamo messo a disposizione della Protezione Civile centinaia di volontari per il controllo della temperatura: lo stiamo facendo in tutti gli aeroporti d’Italia, ma anche in altri siti come il mercato ortofrutticolo di Fondi, divenuta pochi giorni fa zona rossa, dove monitoriamo la temperatura di chi entra e chi esce. Abbiamo rafforzato il nostro numero verde Cri per le Persone (800.065510) attivo in tutta Italia 7 giorni su 7, 24 ore su 24, per richieste di pronto farmaco e spesa a domicilio: stiamo facendo in modo di evitare che anziani, immunodepressi e persone fragili escano di casa. Stiamo proseguendo le nostre attività per i senza fissa dimora e le persone che non trovano riparo: ci sono delle squadre, soprattutto nelle grandi aree metropolitane, che continuano a uscire e prendersi cura di loro. Un impegno enorme a 360 gradi”.
Per questo avete lanciato un appello al volontariato temporaneo. A chi è rivolto? Che riscontri avete avuto?
“È un appello che si rivolge a tutte le persone di buona volontà , chiunque voglia mettersi a disposizione della propria comunità . Chiaramente si tratta di compiti per i quali non è necessaria una formazione specifica, ma che in questo momento sono di fondamentale importanza, come fare la spesa, consegnare farmaci, aiutare nei centralini o nella pulizia delle sedi. Abbiamo 150mila volontari in tutta Italia, ma il lavoro è immenso. Un altro appello specifico si rivolge invece a medici e infermieri: anche qui abbiamo raccolto centinaia e centinaia di disponibilità ”.
Quali sono le difficoltà più grandi per chi è in prima linea in questa emergenza?
“Il fatto di doversi immergere quotidianamente nel dolore senza poter dare nè ricevere il conforto di un abbraccio. I racconti dei volontari che vanno nelle case a prendere i pazienti con sintomi di Covid-19 sono struggenti. Il saluto avviene sulla porta, dove spesso è necessario bloccare i parenti che chiaramente non possono seguire il loro caro. Il volontario lo fa ed è preparato per questo, ma di solito trova sempre il sollievo di un rapporto umano: avviene così anche nei terremoti, prima c’è solo il dolore, ma poi, nei giorni successivi, arriva il conforto all’altro e dell’altro. Nel caso della pandemia, questo è un aspetto che sta mancando alle famiglie ma anche a noi. Oggi al volontario viene chiesto uno sforzo enorme: portare via una persona dalla propria casa e dai propri cari, senza sapere se ci sarà un ritorno e senza la consolazione di un contatto. Il volontario è abituato a un rapporto molto umano col paziente, mentre qui è bardato come un astronauta: gli è negata tutta la dimensione del contatto, lo sguardo profondo, la mano che stringe… Sono mancanze che i volontari, quando finiscono il turno la sera tardi o al mattino, hanno bisogno di verbalizzare: per questo abbiamo messo insieme un team di volontari psicologi a loro disposizione”.
Pochi giorni fa è morto uno dei vostri volontari, Fausto Bertuzzi, stroncato dal Coronavirusnella provincia di Brescia, dove ha prestato servizio per 22 anni. Ha avuto contatti con la sua famiglia?
“Purtroppo non ho conosciuto Fausto personalmente, ma solo attraverso le parole della moglie, Paola, che è anche lei una nostra volontaria. Mi ha scritto un messaggio meraviglioso, di commozione per come Fausto viveva i nostri principi fondamentali e il suo servizio, che è stato anche un esempio per i loro due figli adolescenti. Ora sono soli a casa con la mamma, non possono piangere il papà e avere un funerale, come tutte le altre famiglie che hanno subito un lutto in questa tragedia. Non possono ricevere l’abbraccio degli amici, ma sono molto orgogliosi del loro papà ”.
Avete una stima delle persone contagiate tra i vostri volontari?
“Quando si vive in zone dove il virus ha raggiunto una diffusione molto ampia è difficile individuare l’origine dei contagi. Di certo Fausto ha fatto servizio di ambulanza con i casi di Covid. In Lombardia abbiamo almeno quattro volontari intubati in terapia intensiva e diverse decine quarantenati. È la stessa situazione che stanno vivendo i sanitari…”.
L’elevato numero dei contagi tra gli operatori sanitari è proprio uno dei dati che più impressionano dell’epidemia in Italia: siamo quasi a 5000, più del doppio della Cina. Quanto impatta la difficoltà nel reperire i dispositivi di protezione? Quali sono le regole e le accortezze da mettere in campo per ridurre al mimino i rischi?
“Le accortezze sono quelle che cercano di prendere tutti attraverso l’uso dei dispositivi. Il problema centrale è proprio l’approvvigionamento, che è uno dei punti più drammatici di questa crisi. Non si tratta solo di mascherine, ma anche di tute, scudi facciali, tutto ciò che serve a proteggersi. Per quanto si faccia attenzione nel momento della vestizione e per quanto dopo ogni servizio il mezzo venga sterilizzato, è sempre una situazione difficile. E poi bisogna tenere presente che, nelle zone più colpite, il contagio è impennato prima delle ordinanze”.
Qual è la strada per affrontare la carenza di questi dispositivi? Come se ne esce?
“La questione mascherine e dispositivi di protezione resta estremamente critica. Su tutta Italia il consumo è nell’ordine di milioni al giorno. Gli annunci di questi giorni — “un milione di mascherine in arrivo!”- sono un sollievo momentaneo perchè il fabbisogno è qualcosa di enorme. Su questo gli appelli non servono: è una crisi produttiva di cui paghiamo lo scotto, finchè non ci sarà una riconversione industriale. Fca ad esempio lo sta facendo, così come tante altre realtà produttive. Il guaio è che serve tempo, e nel mentre la gente muore e il contagio va avanti. Per questo è fondamentale restare-a-casa, restare-a-casa e restare-a-casa”.
L’epidemia ci chiama ad aprire gli occhi anche sul degrado e l’abbandono che nascono dalla marginalità sociale. Su Roma si inizia a parlare, con preoccupazione, della situazione dei campi rom, dove non c’è neanche l’allaccio all’acqua corrente. Come si fa a contrastare l’epidemia in questi contesti?
“Si deve cominciare fornendo gli strumenti essenziali, a cominciare dall’acqua. E poi bisogna entrare nell’ottica che l’allarme, purtroppo, non riguarda ‘solo’ il contagio. L’epidemia sta aggravando tutti i contesti di marginalità ed esclusione sociale. In questi giorni emergeranno situazioni legate al sommerso: persone che vivevano e vivono di piccoli lavoretti quotidiani, sbarcando il lunario con quei 20-30 euro che però danno da mangiare a una famiglia, consentendo di arrivare con estrema difficoltà a fine mese, adesso non hanno nemmeno questa possibilità e rischiano di cadere in un baratro. Purtroppo in Italia è un dato di fatto: parte del Paese viveva di sommerso, di lavoro nero, e adesso, sotto il profilo del bisogno, questa parte uscirà fuori. Stiamo lavorando per cercare di dare delle risposte, c’è un dialogo in corso con la grande distribuzione, ma è chiaro che i nostri aiuti saranno gocce nel mare rispetto alle tantissime persone che avranno necessità di questo aiuto”.
Quale sarà l’impatto sociale di questa apnea del sommerso?
“Personalmente sono molto preoccupato sulla tenuta sociale di queste persone. Qui non si tratta di fare la morale su come vivevano: penso al padre che deve dare da mangiare ai suoi figli, al parcheggiatore abusivo… Parlo del problema oggettivo e odierno di come poter proteggere la dignità di tutti coloro che comunque sono colpiti da questa pandemia, sia attraverso il contagio, sia attraverso l’isolamento in assenza di mezzi di sostentamento. Ci sono intere aree del Meridione in cui il sommerso è una realtà , contesti in cui fermarsi anche solo per qualche giorno toglie il pane dalla tavola”.
Chi ci governa è consapevole di questa bomba sociale? Sono state previste o studiate misure di contenimento?
“Il mio appello alla politica è di adottare misure urgenti che tengano conto di queste situazioni di vulnerabilità sociale. Mi sono confrontato con altri responsabili di organizzazioni nazionali che si occupano di assistenza: nei vari provvedimenti che sono stati adottati nelle ultime settimane non abbiamo individuato misure specifiche per queste categorie. Non basta dire ‘erano assistite dai servizi sociali’: in questo momento è ovvio che la domanda si amplifica perchè molti se la cavavano da sè. Ora non sarà più così: prima ce ne rendiamo conto, meno devastanti saranno gli effetti”
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
SCARICABARILE SULLE CHIUSURE DI ULTERIORI ATTIVITA’ PRODUTTIVE: POTERE DI DISPORLE AI PREFETTI… STRETTA SULLE ORDINANZE REGIONALI
Il Governo si appresta a dare un quadro normativo a tanti dpcm e circolari ministeriali varati nelle ultime settimane. Il Consiglio dei ministri previsto per il primo pomeriggio è invitato a votare il Decreto “Lockdown Italia”.
La bozza del decreto — di cui Huffpost ha preso visione — mette in fila le disposizioni già assunte con i precedenti provvedimenti di Giuseppe Conte e gli conferisce forza di legge.
Una sorta di legge quadro, che conferisce l’esecutivo la facoltà di adottare “una o più misure [tra quelle messe già in campo], per periodi predeterminati, ciascuno di durata non superiore a trenta giorni, reiterabili e modificabili anche più volte fino al 31 luglio 2020”, con la possibilità di “modularne l’applicazione in aumento ovvero in diminuzione secondo l’andamento epidemiologico del predetto virus”.
Nell’elenco quel che è già noto, dalla stretta sugli spostamenti e il divieto di muoversi da un Comune all’altro alla serrata delle attività produttive, passando per la totale chiusura dei luoghi di aggregazione pubblica.
Ma c’è di più. L’ipotesi su cui si sta ragionando, ma al momento non confermata, è che il Governo potrà disporre misure ulteriormente restrittive e in zone circoscritte per un massimo di sette giorni.
Il decreto stabilisce anche una sorta di “codice regionale”, per evitare che le amministrazioni procedano in ordine sparso.
I governatori potranno infatti “introdurre ovvero sospendere, limitatamente a detti ambiti territoriali, l’applicazione di una o più delle misure”. Ma qualora decidano di farlo su tutto il territorio regionale, “la loro efficacia è limitata a sette giorni”, previo comunque via libera di Palazzo Chigi.
Che si tiene la golden share su tutti i provvedimenti, poichè, laddove non vengano autorizzate dal premier, le ordinanze regionali perderanno “comunque efficacia allo spirare del settimo giorno”. Qualunque reiterazione “in violazione di quanto disposto dal precedente periodo” sarà inefficace.
Il decreto Lockdown Italia mette ufficialmente in campo l’esercito. I prefetti potranno infatti disporne informando preventivamente il Viminale, per “assicurare l’esecuzione delle misure di contenimento”, equiparando i berretti verdi ad agenti di pubblica sicurezza.
Una circolare del Ministero dell’Interno stabilisce inoltre che gli stessi prefetti, di concerto con le amministrazioni locali e con il governo nazionale, potranno disporre la chiusura di ulteriori impianti produttivi e aziende qualora ne ravvisino la necessità .
Salatissime le multe per i trasgressori. SI parte dai 500 euro e si arriva ai 4.000 euro per le violazioni “semplici”, che non comportino cioè altre violazioni, mentre al momento sembra esclusa l’ipotesi di un fermo amministrativo per i veicoli dei trasgressori.
Nelle stesse ore, come riferito dall’agenzia di stampa Public Policy, i tecnici del Senato hanno desunto dalle stime del decreto Cura Italia che l’esecutivo stimi il 145% in più dei contagi rispetto a quelli del 20 marzo (circa 35mila).
Viene preso a riferimento i dati sui contagi relativi a quattro giorni fa: “Il numero di contagiati supera le 35mila unità , il che porterebbe i soggetti interessati” alla quarantena “sulle 50mila unità . Con questi numeri, l’onere per le casse dello stato ammonterebbe a circa 40 milioni di euro”.
La relazione tecnica del decreto, tuttavia, stima un onere molto più alto: “98 milioni di euro”, che evidentemente – scrivono i tecnici – “ipotizza un ulteriore incremento dei contagi del 145% circa rispetto ai livelli attuali”.
(da “Huffingtonpost”)
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