Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
MUSUMECI E IL SINDACO DI MESSINA CONDANNINO QUESTI SICILIANI INCOSCIENTI INVECE CHE FAR FINTA DI NON SAPERE CHE SONO LORO CORRREGIONALI… E LA POLIZIA DIA LORO 5 MINUTI PER FARE INVERSIONE DI MARCIA E POI PROCEDA ALLO SGOMBERO DI FORZA, NE ABBIAMO LE SCATOLE PIENE DI GENTE CHE METTE ILLEGALMENTE IN PERICOLO TUTTI
Polizia in assetto antisommossa, viaggiatori furiosi, bambini e ragazzi stanchi dopo un’intera
nottata passata in auto nella speranza di tornare in Sicilia, tir bloccati.
E il sindaco di Messina, Cateno De Luca, a presidiare gli imbarchi per “blindare” lo Stretto dal traghetto con cui lo ha attraversato per poi tornare subito indietro.
Ha del surreale la situazione che si è venuta a creare in nottata a Villa San Giovanni, di fronte all’imbarcadero delle navi che portano in Sicilia.
Quaranta auto, con circa 80 persone a bordo, fra cui una ventina fra bambini e ragazzi, sono state bloccate dalle forze dell’ordine perchè le motivazioni alla base delle autocertificazioni oggi necessarie per circolare non sono state giudicate sufficientemente valide o fondate.
Peccato che non sia chiara la procedura per i “trasgressori”. Si rimandano indietro? Si fanno transitare e li si obbliga alla quarantena?
Il sindaco De Luca non ne vuol sapere. Da giorni ormai tuona su facebook e ad ogni microfono disponibile contro chi tenta di entrare in Sicilia, con continue dirette dal porto di Messina
Il problema è che la situazione è in stallo e nessuno sa come procedere. A Villa San Giovanni si è creato un ingorgo di traffico e burocratico che sta facendo salire la tensione alle stelle. I viaggiatori, tutti originari di diverse parti della Sicilia, incluso di Messina, non ne vogliono sapere di tornare indietro.
Per protesta, hanno bloccato anche il traffico commerciale e adesso nè tir nè auto attraversano lo Stretto. Un muro di clacson impazziti stordisce chiunque si avvicini al piazzale. E di fronte ai traghetti polizia, carabinieri e Guardia di Finanza, molti dei quali in assetto antisommossa, a presidiare gli imbarchi.
In mattinata, il Comune di Villa San Giovanni ha fornito alle ottanta persone bloccate sul piazzale acqua, cibo e beni di prima necessità . Ma dopo una nottata passata in auto, sotto una pioggia che non ha dato requie, gli animi si stanno scaldando.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
ERA STATO CONTAGIATO MA CON UN GRANDE GESTO HA PREFERITO AIUTARE IL PROSSIMO
Aiutare il prossimo. Questa la missione di ogni prete e rappresentante della Chiesa, anche (o, forse, soprattutto) in un periodo di difficoltà come quello che si sta vivendo in Italia — e nel Mondo — in questo momento.
E così Don Giuseppe Berardelli ha deciso di rinunciare al respiratore che la comunità della sua Parrocchia di Casnigo (in provincia di Bergamo) per donarlo a un paziente più giovane che, come lui, era rimasto contagiato dal Coronavirus. Il prete è morto nei giorni scorsi proprio a causa del Covid-19, ma il suo gesto è stato veramente eroico.
Il 72enne, arciprete di Casnigo, comune di poco più di 3mila abitanti a nord di Bergamo, era gravemente malato. Già lo scorso anno, infatti, la sua salute era stata messa a rischio da un’altra grave patologia.
Poi la positività al tampone che ha confermato il suo contagio da Coronavirus e il ricovero presso l’ospedale di Lovere (sempre nella Bergamasca). La comunità si era stretta accanto a lui, decidendo di donargli un respiratore. Ma il suo gesto caritatevole sta salvando la vita a un’altra persona, togliendola a lui.
Il periodico locale Araberara ha raccolto il racconto di un operatore sanitario che lavora nella Casa di Riposo San Giuseppe: «Don Giuseppe Berardelli è morto da prete. E mi commuove profondamente il fatto che lui, arciprete di Casnigo, vi abbia rinunciato di sua volontà per destinarlo a qualcuno più giovane di lui».
Un giovane che neanche conosceva e che ora può sperare di salvarsi proprio grazie al gesto dell’arciprete di Casnigo.
Una scelta in piena sintonia con il concetto di caritas cristiana, con l’aiuto verso il prossimo messo in primo piano anche rispetto alla propria vita. E sono tanti i rappresentanti della Chiesa che sono morti, soprattutto nella zona della Bergamasca (ma anche nel resto della Lombardia) per aver contratto il Coronavirus dopo aver provato a dare supporto e aiuto morale ai malati.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
IL COMMISSARIO STRAORDINARIO: “QUADRUPLICATI I POSTI LETTO, + 64% IN TERAPIA INTENSIVA”… “SULLE MASCHERINE C’E’ UNA GUERRA COMMERCIALE”
“Siamo stati attaccati da un nemico sconosciuto, abbiamo reagito per primi e prontamente. Sono
sicuro che siamo sulla strada giusta”. Così Domenico Arcuri, commissario straordinario per la gestione l’emergenza coronavirus, in conferenza alla Protezione Civile.
Tra 3 giorni un consorzio di produttori italiani inizierà a produrre le mascherine e “a dotare il nostro sistema e il nostro Paese delle munizioni che ci servono per contrastare questa guerra ed evitare la nostra totale dipendenza dalle esportazioni”, ha annunciato Arcuri, sottolineando che si sono messe insieme diverse imprese italiane “posizionate nel settore della moda, senza concorrenza e senza lotte tra loro”.
“In poco tempo – ha aggiunto – copriranno la metà del nostro fabbisogno”.
“7 giorni fa lo consideravo utopistico, non solo inaspettato. In pochissimi giorni nel Paese che troppo spesso è piegato dai lacci della burocrazia, l’autorizzazione a lanciare un incentivo che si chiama ‘Cura Italia’, online da stamattina, per finanziare con totali 50 milioni, le imprese che riconvertono i loro impianti per produrre ancora altre mascherine”.
“Spero, sono convinto, che molte centinaia di imprese italiane cercheranno di coglierla. Il tempo è la variabile decisiva”, ha aggiunto. L’appello è ad avviare subito la produzione così da tirarci fuori da quella che è a tutti gli effetti una “guerra commerciale”.
Rispetto alla carenza estrema dei giorni scorsi, dei progressi sono già stati fatti: “Siamo passati da 307 mila mascherine distribuite al giorno a 1,8 milioni”.
Ma il problema – ha aggiunto il commissario – è che “le mascherine non sono come la pasta. Siamo all’interno di una guerra commerciale, molto dura, con tanti speculatori. Ma ci sono anche Paesi che sono amici dell’italia e che ci aiutano a dotarci di alcune ‘munizioni’”, ha aggiunto, esortando le imprese italiane ad avviare “subito” la produzione dei dispositivi di protezione individuale.
Il commissario ha poi illustrato i numeri di quanto fatto finora per potenziare il sistema ospedaliero a fronte della pandemia: “In pochi giorni le 5343 terapie intensive in italia sono passate a 8370, il 64% in più; da 6.625 a 26.169 posti letto in pneumologia e infettivologia, oltre quattro volte in più: succede solo nei grandi Paesi che sono coesi a contrastare questo nemico”, ha dichiarato il commissario.
E ancora: “Saranno inviati nelle prossime 72 ore, quasi certamente domani il primo contingente, 300 medici negli ospedali più in difficoltà . Con una nuova ordinanza trasferiremo su base volontaria 500 infermieri nelle zone con più alto numero di malati Covid 19”.
“Nei giorni scorsi il presidente Mattarella ha detto che è la più grande e profonda emergenza degli ultimi 60 anni, è davvero cosi”, ha commentato il commissario straordinario.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
INIZIERA’ MERCOLEDI NOTTE DALLA RETE AUTOSTRADALE
Gli impianti di rifornimento carburanti cominceranno a chiudere: da mercoledì notte quelli della rete autostradale, compresi raccordi e tangenziali; e, via via,tutti gli altri anche lungo la viabilità ordinaria.
Lo affermano in una nota Faib Confesercenti, Fegica Cisl, Figisc/Anisa Confcommercio sottolinenado il fatto che nonostante la drammaticità della situazione oltre 100.000 gestori in tutta Italia hanno finora assicurato la distribuzione di carburante.
“In un Paese che, malgrado i limiti strutturali e l’assoluta drammaticità della situazione, cerca e spesso trova il modo per far scattare meccanismi di solidarietà , c’è una categoria di persone, oltre 100.000 in tutta Italia, che, senza alcuna menzione, ha finora assicurato, senza alcun sostegno nè di natura economica, nè con attrezzatura sanitaria adeguata, il pubblico servizio essenziale di distribuzione di energia e carburanti per il trasporto di beni e persone. 100.000 persone che hanno continuato a fare il loro lavoro (ridotto mediamente dell′85%) a rischio della propria incolumità e mettendo in pericolo la propria salute, presidiando fisicamente il territorio, rimanendo dove sono sempre state e dove ogni cittadino di questo Paese è abituato a trovarle ogni giorno, vale a dire in mezzo alla strada”, scrivono nella nota.
“E forse, proprio per questa ragione, queste 100.000 persone risultano essere letteralmente invisibili, presenza data per scontata, indegna persino di quella citazione che di questi tempi non si nega a nessuno”.
“Noi non siamo certo eroi, nè angeli custodi – proseguono i gestori aderenti a Faib Confesercenti, Fegica Cisl, Figisc/Anisa Confcommercio – ma nessuno può pensare di continuare a trattarci da schiavi, nè da martiri. Siamo persone con famiglie da proteggere, cittadini tra gli altri che sanno di dover assolvere ad una responsabilità di cui non si vogliono spogliare, ma a cui non può essere scaricato addosso l’intero carico che altri soggetti, con ben altri mezzi, disponibilità economiche e rendite, si ostinano ad ignorare. Noi, da soli, non siamo più nelle condizioni di assicurare nè il necessario livello di sicurezza sanitaria, nè la sostenibilità economica del servizio. Di conseguenza gli impianti di rifornimento carburanti semplicemente cominceranno a chiudere: da mercoledì notte quelli della rete autostradale, compresi raccordi e tangenziali; e, via via,tutti gli altri anche lungo la viabilità ordinaria. Correremo il rischio dell’impopolarità e dei facili strali lanciati da comode poltrone, ma davvero non abbiamo nè voglia, nè la forza per spiegare o convincere delle solari ragioni che ci sostengono. Chi volesse approfondire può chiedere conto a Governo, concessionari autostradali, compagnie petrolifere e retisti indipendenti: a ciascuno di essi compete fare per intero la propria parte se si vuole assicurare la distribuzione di benzina e gasolio”
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
SE NON SI FANNO I TAMPONI NON SI SAPRA’ MAI… TUTTE LE CONTRADDIZIONI E I CONTAGIATI “NASCOSTI”
In Lombardia, la regione più colpita dall’epidemia di Covid-19, sono 28.761 le persone
contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2. I casi attualmente positivi (il totale include i guariti e i deceduti) sono 18.910.
Ma sono davvero poco meno di 20mila in tutta la regione le persone che hanno contratto il coronavirus?
Gli open data della Protezione Civile ci informano che in Lombardia sono stati eseguiti (alla data dell’aggiornamento del 23 marzo) 73.242 tamponi
Quanti tamponi sono stati eseguiti in Lombardia?
Il che significa che solo una piccolissima percentuale degli abitanti della Lombardia (oltre 10 milioni di persone) è stata effettivamente sottoposta al famoso test.
Fermo restando che non è assolutamente detto che ogni singolo tampone corrisponda ad un paziente diverso. Ad esempio è probabile che pazienti considerati guariti o le persone messe in isolamento domiciliare vengano sottoposte più volte al test per confermare la negativizzazione del tampone.
Sappiamo che la Regione ha stipulato un accordo con la Copan Diagnostics di Brescia (che produce i kit) per la vendita di 200 mila tamponi a settimana per un totale complessivo di un milione e mezzo.
La stessa azienda è in grado di produrne dieci milioni a settimana. I tamponi insomma non mancano, diversa invece è la questione relativa alla capacità di eseguire le analisi: il sistema semplicemente non ce la fa.
In un’intervista a repubblica il Direttore della Protezione Civile e Commissario per l’emergenza Angelo Borrelli oggi ha detto che «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile».
Significa quindi che su un totale di 60 mila casi accertati in tutta Italia ci sarebbero almeno 600 mila persone che non sono state testate ma che hanno contratto il coronavirus.
In Lombardia il totale dei positivi arriverebbe così a quasi 300mila. Ma non si deve fare l’errore di pensare che queste persone siano tutte asintomatiche, vale a dire che pur avendo Covid-19 non abbiano alcun sintomo.
I positivi “nascosti” ai quali non viene fatto il tampone per Covid-19
Come scrive Elio Truzzolillo su neXt Quotidiano quello dei tamponi è il segreto di Pulcinella e la situazione è molto diversa da come appare dai dati diffusi da Regione Lombardia o dalla Protezione Civile.
Tanto per fare un esempio: in Lombardia per “trovare” un contagiato si fanno solo 2,5 tamponi (73.242 tamponi per 28.761 casi), in Veneto 11,2 (61.515 tamponi per 5.505 casi).
Ma allora chi viene testato? Sicuramente tutti coloro che sono ricoverati in terapia intensiva e gli ospedalizzati (ricoveri in malattie infettive, sub intensiva e così via).
Ma se guardiamo il dato di un’altra categoria dei testati, quelli in isolamento domiciliare, il numero è incredibilmente basso: 8.461.
Basti pensare che solo a Milano il numero di casi positivi “nascosti” ovvero non censiti ufficialmente è di circa 1.800 persone. Malati che stanno a casa con sintomi da contagio da SARS-CoV-2 ma senza test.
Selvaggia Lucarelli, ma anche altri, hanno iniziato a raccogliere testimonianze di persone che riferiscono di avere i sintomi di Covid-19 (tosse, febbre, difficoltà respiratorie, anosmia e perdita del senso del gusto) e che sono in terapia o in cura a casa ma ai quali non è stato fatto il tampone.
Di fatto sono pazienti Covid-19 che non rientrano nelle statistiche ufficiali. Quanti sono? È impossibile fare una statistica basandosi su qualche decina di casi ed esperienze individuali (gli amici che vivono in Lombardia e che da settimane stanno male ma ai quali non è stato fatto il test).
Possiamo aggiungere i casi degli anziani ricoverati nelle RSA o nelle case di risposo dove il personale non ha gli strumenti per fronteggiare eventuali cluster epidemici.
Ma che fine hanno fatto i 200 mila tamponi che la Lombardia riceve ogni settimana?
Anche il dato riferito da Borrelli non ha alcun fondamento dal punto di vista scientifico: non ci sono prove che il rapporto sia uno a dieci (o ancora più alto come sostiene il primario del San Martino di Genova Matteo Bassetti).
L’assessore al Welfare della Lombardia Giulio Gallera ha detto che per chi ha i primi sintomi della malattia «sarà il medico di base a mandarvi a fare il tampone». Questo però non è vero. E non solo perchè spesso e volentieri i medici di base sono i primi ad essersi ammalati ma perchè non sta andando così. Non è credibile che in una provincia di Bergamo (che ha oltre un milione di abitanti) i casi positivi siano “solo” 6.470.
A Gallera si dovrebbe chiedere invece come mai se la Regione ha una fornitura di 200 mila tamponi a settimana il numero di tamponi effettuati dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 è di poco più di 70 mila.
Al di là delle tempistiche necessarie e dell’enorme carico di lavoro sui laboratori di analisi la conseguenza è un’altra. Tutte le misure prese fin qui si basano sui dati epidemiologici raccolti giorno per giorno: numero di morti, numero di contagiati e diffusione del contagio.
Il problema è che in base ai dati disponibili la letalità di Covid-19 (numero di decessi in rapporto al numero di positivi) risulta essere altissima: 13,1%.
Ma se il numero di positivi fosse molto superiore (come sostiene il Capo della Protezione Civile) questo dato verrebbe ridimensionato per forza.
Questo non significa che non ci sia un’emergenza — anzi a dirla tutta la dichiarazione di Borrelli sul fatto che i casi sono dieci volte di più, detta così, senza prove e numeri, è assai pericolosa — ma che molto di quello che sappiamo sulla diffusione dell’epidemia non corrisponde alla realtà .
E non lo sappiamo perchè c’è qualcuno che nasconde i numeri (come si accusa di aver fatto la Cina) ma perchè ci sono degli amministratori che non stanno facendo l’unica cosa sensata: testare la popolazione.
Non lo si deve fare solo per aggiornare le statistiche, lo si deve fare perchè è il metodo più efficace per circoscrivere la circolazione del coronavirus ed individuare i singoli focolai epidemici (familiari o sui luoghi di lavoro) e arrestarne la diffusione.
È quello che è stato fatto in Cina — dove non hanno solo messo in quarantena una città — in Corea del Sud o a Taiwan.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
“SULLE MASCHERINE SIAMO ARRIVATI TARDI”
Dieci casi non censiti per ogni contagio da coronavirus certificato. Per il capo della Civile, Angelo Borrelli, è un rapporto “credibile”. Lo sostiene in un’intervista a Repubblica nella quale spiega:
“Il numero dei casi lombardi è stato subito soverchiante” e “fin dall’inizio, va detto, ci sono stati comportamenti pubblici che hanno alimentato il problema nazionale”.
Come nel caso “della comitiva del Lodigiano che il 23 febbraio è andata a Ischia portando il contagio sull’isola”.
Massimo Galli, direttore del dipartimento Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, ha la stessa teoria: “Temo che l’ipotesi di Borrelli possa essere molto vicino alla realtà , anche se non abbiamo dati sicuri per poterlo dire, ma i contagiati sono molti di più di quelli registrati ufficialmente”, ha detto ad Agorà su Rai3.
La Protezione civile, aggiunge Borrelli, “ha bisogno di rapidità ” perchè “non siamo burocrati, ma come si diceva nel 1915, volontari del Regno che devono godere della fiducia dei governanti e della nazione”. Poi chiosa: “Sulle mascherine siamo arrivati tardi”.
Alla domanda su quanti siano davvero i contagiati, 63 mila o di più, Borrelli risponde che “il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile”, ciò che porterebbe la quota a un numero impressionante di 600 mila.
Ma allora, ha senso continuare a dare i dati sul numero dei positivi ogni giorno alle 18? All’interrogativo il capo della Protezione civile dice:
“Mi sono posto anch’io il problema e ricevo molte mail che mi chiedono di fermarci. Possono essere dati imperfetti – prosegue Borrelli – ma dal primo giorno ho assicurato che avrei detto la verità , è un impegno che ho preso con il Paese”. Poi aggiunge: “Se ora ci fermiamo ci accuserebbero di nascondere le cose”.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
DA CHI LAVORA NEI CAMPI A CHI NEI SUPERMERCATI, L’APPELLO DI SOUMAHORO
«Con l’esplodere della pandemia da Coronavirus ci siamo ritrovati tutti confinati. Qualcuno però
è confinato nelle aree rurali senza acqua corrente o potabile». Aboubakar Soumahoro, sindacalista dell’Usb ed ex bracciante, da anni si batte affinchè le istituzioni intervengano per frenare la miseria e lo sfruttamento nei campi.
Oggi, nei giorni degli assalti ai supermercati, e nei giorni in cui la produzione del cibo e la sua distribuzione diventano più «essenziali» che mai per la tenuta di un intero Paese, Soumahoro chiede che la voce dei lavoratori della terra venga ascoltata.
Domani, 25 marzo, l’Unione sindacale di Base ha indetto uno sciopero generale per protestare contro le scelte fatte dal governo nell’ultimo Dpcm. «Giustamente il settore dell’alimentare viene inserito nell’elenco delle attività che non si fermano», racconta. «Ma qui, tra le baraccopoli e i campi di lavoro, il dramma della pandemia si aggiunge a una situazione fatta di miseria e di sfruttamento».
In un Paese travolto dalla pandemia, il made in Italy agroalimentare svela ancora una volta le sue radici vulnerabili e irregolari.
Da nord a sud, stranieri o italiani, la filiera lunga non guarda in faccia nessuno. Il 19 marzo, nel nono giorno di quarantena totale, durante i controlli contro la diffusione del Covid-19 il commissario di Terracina ha fermato tre furgoni con 25 braccianti bengalesi e italiani. Viaggiavano senza guanti e mascherine, ammassati l’uno vicino all’altro per raggiungere i campi dell’Agro Pontino.
«Si pensa a tutelare i grandi distributori, garantendo il funzionamento di tutto il sistema, ma ci si dimentica di chi ne garantisce la tenuta», dice. Si dimenticano i lavoratori della filiera, braccianti abbandonati nelle baraccopoli «fatte di lamiere», senza acqua, senza mascherine e senza guanti.
Ci si dimentica di chi è impiegato nella logistica, che ogni giorno è a lavoro per rifornire i punti vendita. Ci si dimentica dei rider. E si ci si dimentica di chi lavora nei supermercati
La questione è generale. Lo sciopero servirà anche a chiedere al governo di mandare immediatamente le mascherine nelle zone rurali, diritto di ogni lavoratore in virtù del protocollo condiviso del 14 marzo, firmato da Conte, dai sindacati e dai datori di lavoro per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro.
Si chiede di mandare acqua potabile per bere e acqua corrente per lavarsi, tanto le mani quanto tutto il corpo dopo una giornata di lavoro nei campi. «Nonostante l’arrivo di questo nuovo nemico, nulla è cambiato sotto al cielo», racconta Soumahoro. «Chi vive ai margini della società è abbandonato oggi come ieri. Ma chi era fragile prima, oggi lo è ancora di più».
(da Open)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
E’ SOLO UN’INUTILE CORSA PER LA PROPAGANDA DI TOTI IN VISTA DELLE ELEZIONI REGIONALI…. DUE MESI IN PIU’ O IN MENO NON CAMBIANO NULLA, CONTA LA VITA UMANA
I sindacati chiedono di riflettere sulla possibilità di fermare il cantiere del nuovo viadotto autostradale di Genova anche se rientra tra le opere strategiche.
“Il varo della terza maxi trave è stato un successo, ma adesso pensiamo che sarebbe opportuno ragionare sulla possibilità di rallentare con i lavori. I lavoratori non sono sereni e questo porta a rischi che vanno oltre quello del Covid19, quando si lavora a 40 metri di altezza non si può essere preoccupati”, dicono gli edili di Cgil, Cisl e Uil.
I lavori sono in ritardo di un paio di mesi rispetto alla data “fine aprile” e a Genova si sta assistendo a una sconsiderata corsa contro il tempo per garantire l’inaugurazione “politica” prima della data prevista per le elezioni regionali.
Dato che tutto fa pensare che verranno rinviate, Toti il suo spot pubblicitario può rinviarlo tranquillamente all’autunno.
La vita di operai e tecnici vale di più.
(da agenzie)
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Marzo 24th, 2020 Riccardo Fucile
VIOLATA L’ORDINANZA DELLA PROTEZIONE CIVILE CHE VIETA LA VENDITA ALL’ESTERO DI STRUMENTI NECESSARI IN ITALIA PER COMBATTERE IL CORONAVIRUS, DENUNCIATO IL TITOLARE DELL’AZIENDA MILANESE
Bloccato e sequestrato ad Ancona un carico di strumenti e dispositivi per la ventilazione
meccanica dei pazienti con patologie respiratorie, su un autoarticolato in coda per imbarcarsi su un traghetto diretto in Grecia dopo aver superato i controlli di sicurezza per l’accesso in porto. L’operazione è stata condotta dalla Guardia di Finanza di Ancona in collaborazione con l’Agenzia delle Dogane e Monopoli nell’ambito di uno specifico piano di controlli finalizzato al rispetto dell’ordinanza della protezione civile sull’emergenza coronavirus che vieta alle imprese di cedere all’estero determinati dispositivi medici nell’ambito dell’emergenza coronavirus. Sequestrati 1.840 circuiti respiratori (tubo, pallone, valvola e maschera respiratoria) da utilizzare per i pazienti in condizioni critiche.
I dispositivi saranno consegnati alla protezione civile per gli aiuti ai presidi ospedalieri italiani. Denunciato il rappresentante legale della società italiana, con sede in provincia di Milano, che ha tentato la vendita a una società greca.
(da agenzie)
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