Destra di Popolo.net

LA LEGHISTA DEL CLACSON DICE CHE NON E’ STATA MULTATA “IN QUANTO EURODEPUTATA E IN MANCANZA DI COMPORTAMENTI LESIVI”

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

AVEVA SUONATO IL CLACSON PER CINQUE MINUTI, USCENDO DI CASA PER QUESTO MOTIVO, PER PROTESTARE CONTRO L’EUROPA… PERCHE’ NON GLI E’ STATO CONTESTATA LA VIOLAZIONE DEL DECRETO ANTI-CORONAVIRUS E IL DISTURBO DELLA QUIETE PUBBLICA (ART 659 CODICE PENALE) ?… IN TOTALE 709 EURO DI AMMENDA E TRE MESI DI CARCERE

Francesca Donato ha reso noto il terzo capitolo della saga del flashmob del clacson.
Dopo aver annunciato la singolare protesta contro la decisione dell’Eurogruppo di ieri sul Mes e dopo essere stata interrotta dalla polizia nel bel mezzo dello stesso flashmob, l’eurodeputata della Lega ha comunicato che non è stata raggiunta da alcuna sanzione.
«Vi racconto come è andata a finire. Mi ha controllato la polizia perchè hanno sentito suonare il clacson e mi sono state fatte alcune domande. Dopo aver spiegato quello che ho fatto e dopo alcuni controlli incrociati, gli agenti hanno stabilito che, in quanto eurodeputato nell’esercizio di una funzione politica e comunque in assenza di comportamenti lesivi dell’ordine pubblico, non ero passibile di multa».
Questa dichiarazione non è piaciuta particolarmente ai social network.
In tanti stanno facendo il paragone tra quello che avviene a un comune cittadino, soprattutto in questo periodo di limitazione negli spostamenti, e quanto accaduto all’eurodeputata. Insomma, c’è il rischio che tutta questa vicenda sia un boomerang relativamente alla popolarità  di alcune tematiche analizzate da alcuni esponenti della Lega che tanto ci tengono a mostrarsi dalla parte del popolo.
Nello specifico si tratterebbe di omissione di atti d’uffico per due elementi:
1) Palese violazione senza motivo valido del decreto anti-coronavirus, punito con 400 euro di multa
2) art. 659 c.p. (Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone) secondo cui «chiunque, mediante schiamazzi o rumori, ovvero abusando di strumenti sonori o di segnalazioni acustiche, ovvero suscitando o non impedendo strepiti di animali, disturba le occupazioni o il riposo delle persone, ovvero gli spettacoli, i ritrovi o i trattenimenti pubblici, è punito con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 309».

(da agenzie)

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CENTO PERSONE PER LA PREGHIERA DEL VENERDI SANTO, PRESENTE PURE IL SINDACO: INDAGA LA PROCURA

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

IL SINDACO AMMETTE L’ERRORE

Indagherà  la procura di Foggia sulla preghiera del Venerdì santo che a San Marco in Lamis, nel Foggiano, ha raccolto davanti una chiesa circa un centinaio di fedeli, sindaco compreso.
Dalle immagini circolate sul web si vede un evidente assembramento sul sagrato della chiesa di Maria Santissima Addolarata, nonostante i divieti imposti per l’emergenza Coronavirus.
Il procuratore capo di Foggia, Ludovico Vaccaro, ha confermato che il fascicolo sarà  aperto a breve, intanto è in corso la ricostruzione dei fatti, anche attraverso le immagini raccolte dai carabinieri: «Di sicuro — dice il procuratore — c’è stata una violazione delle misure anti-contenimento da virus Covid».
Il giorno dopo il sindaco Michele Merla si dice pentito e si giustifica: «È stato complicato, avrei dovuto interrompere quel momento di preghiera. Lo so, ho commesso un errore». Merla dice di aver accettato l’invito del parrocco, don Matteo Ferro, con il quale avrebbe concordato che non ci sarebbero stati i fedeli:
«Poi, quando abbiamo iniziato a pregare, le persone che abitavano in zona sono scese in strada. Lo hanno fatto in maniera composta, anche rispettando, in un certo qual modo le distanze di sicurezza».
Sorpreso anche il vescovo della diocesi di Foggia-Bovino, monsignor Vincenzo Pelvi: «È un atto grave, perchè da parte dei presenti è venuto meno il buonsenso e la prudenza nel contribuire alla tutela della salute ed evitare un ulteriore diffusione del contagio. Ribadisco — precisa Pelvi — ancora ai parroci di attenersi categoricamente alle indicazioni già  ricevute evitando di mettere a rischio cittadini e fedeli che stanno in casa rinunciando alle celebrazioni religiose della Pasqua».

(da agenzie)

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MENTANA SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI SULLA SUA INOPPORTUNA FRASE IN DIRETTA: “SE AVESSI SAPUTO CHE CONTE AVREBBE ATTACCATO L’OPPOSIZIONE NON AVREI TRASMESSO IN DIRETTA IL SUO MESSAGGIO”

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

SOMMERSO DALLE CRITICHE, SI DIMENTICA CHE IL GARANTE HA PIU’ VOLTE SEGNALATO CHE I SOVRANISTI SONO ONNIPRESENTI IN TV E CHE NESSUNO LI CENSURA QUANDO IN DIRETTA RACCONTANO BALLE STRATOSFERICHE

Il direttore di TG La7 Enrico Mentana ha voluto chiarire la sua posizione in merito alla polemica Conte-Salvini, scoppiata ieri dopo la conferenza stampa del Presidente del Consiglio per spiegare il nuovo decreto in atto dal 14 aprile.
“Come tutte le emittenti anche la7 ha interrotto la programmazione per trasmettere la diretta da Palazzo Chigi: in un momento grave come quello che stiamo attraversando è vitale dare immediato rilievo a provvedimenti che riguardano la vita di tutti noi”, ha spiegato Mentana sui suoi canali social.
“Il potersi rivolgere a tutti i cittadini è prerogativa del presidente del consiglio e del capo dello Stato, e sempre vi è stato fatto ricorso, come è giusto, solo in circostanze eccezionali. E lo è sicuramente l’emergenza attuale”, ha continuato il direttore di TG La7, specificando dov’è che poi Conte ha sbagliato.
“passando alla materia degli aiuti europei, si è lasciato andare a una dura polemica con i suoi avversari politici. E questo — lo penso, l’ho detto a caldo in sede di commento ieri e lo ribadisco oggi — non si può proprio fare. Non quando utilizzi un privilegio assoluto come è quello di parlare direttamente a decine di milioni di italiani, in un frangente drammatico, da una sede istituzionale, illustrando un decreto che riguarda la salute e la vita di tutti”.
“Il politico Conte aveva mille strumenti per rispondere agli attacchi (sgradevoli, strumentali, elettoralistici quanto si vuole) di Salvini e Meloni: attraverso i social, con in comunicato, con dichiarazioni o interviste. Tutti i mezzi di comunicazione, e ovviamente anche il giornale che dirigo, gli avrebbero dato un ampio spazio (e peraltro è quello che abbiamo fatto anche ieri sera). Ma parlando al paese il premier Conte doveva conservare il profilo per il quale gli veniva consentito di usare quel canale privilegiato”.
In sintesi, secondo Mentana, agli attacchi dovevano replicare “i loro pari grado della maggioranza, non il capo del governo mentre parla al paese”.
“Non pretendo di avere il consenso di tutti, nè di avere ragione a prescindere; ma che si rispettino buona fede, indipendenza e passione professionale sì”.   E, per chiudere, “non rinuncio a dire la mia quando lo ritengo giusto. Si può perdere un follower o uno spettatore, non la coerenza”.
Rispondiamo nel merito:
1) Nessuno ha obbligato Mentana a trasmettere in diretta le comunicazioni del premier, è stata una sua scelta giornalistica, chiaramente motivata da esigenze di audience.
2) Il premier ha dedicato solo un passaggio alla polemica politica e ha fatto bene perchè sentirsi attribuire una falsità  è diffamazione e aveva diritto di replica dopo una giornata in cui Salvini e la Meloni lo avevano definito “traditore del Paese”
3) Mentana non doveva permettersi di dire in diretta “se avessi saputo non l’avrei mandato in onda” perchè non l’ha mai fatto quando altri politici hanno istigato all’odio   nei loro interventi (evidentemente per lui è polemica politica) o raccontato bufale.
4) La7, insieme a tutte le altre Tv, è stata richiamata dal Garante per lo spazio sproporzionato che concede ai sovranisti (gli stessi che con Orban, quando sono al potere, mettono in galera i giornalisti che si permettono di dissentire)
5) Nessuno mette in dubbio la professionalità  di Mentana, ma quando uno sbaglia, a qualsiasi livello, deve avere il buon senso di chiedere scusa.

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IL DIRETTORE GENERALE DEL TRIVULZIO INDAGATO PER EPIDEMIA COLPOSA E OMICIDIO COLPOSO

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

LA PROCURA FORMALIZZA IL PRIMO ATTO DELL’INCHIESTA… SI TRATTA DI GIUSEPPE CALICCHIO, VICINO ALL’ASSESSORE LEGHISTA BOLOGNINI

Il direttore generale del Pio Albergo Trivulzio Giuseppe Calicchio è indagato per epidemia colposa e omicidio colposo nell’inchiesta sulle morti sospette all’interno della struttura, nelle settimane dell’emergenza sanitaria per coronavirus.
L’iscrizione nel registro degli indagati è stata decisa ieri sera a tarda ora e verrà  formalizzata nelle prossime ore.
L’inchiesta dei sostituti procuratori Mauro Clerici e Francesco De Tommasi, che fanno parte del pool diretto dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che si occupa dei reati legati alle colpe mediche e ai soggetti deboli, è nata dopo le denunce di dipendenti del Trivulzio e parenti degli anziani ospiti, che lamentano il mancato rispetto dei protocolli di sicurezza e dei dispositivi da utilizzare all’interno per evitare il contagio, così come la cattiva gestione dei pazienti Covid trasferiti dagli ospedali e dai pronto soccorso che avrebbe creato focolai della malattia all’interno.
Oltre a quella sul Trivulzio, altri fascicoli sono stati aperti dalla procura di Milano sulla gestione delle Residenze per anziani a Milano, e per tutti i casi si procederà  all’iscrizione dei vertici. Un atto tecnico per poter eseguire acquisizioni e indagini tecniche. In tutto i filoni di indagine riguardano ormai una quindicina di strutture.

(da agenzie)

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25 MARZO 2011, IL CONSIGLIO D’EUROPA APPROVA IL MES, BERLUSCONI SIEDE AL TAVOLO DOVE NE VENGONO DEFINITI I CONTENUTI CON TUTTI I PREMIER EUROPEI

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

SBUGIARDATO SALVINI: ERA IL GOVERNO BERLUSCONI IV, CON BOSSI ALLE RIFORME, CALDEROLI ALLA SEMPLIFICAZIONE, LA RUSSA ALLA DIFESA, TREMONTI ALL’ECONOMIA, GELMINI ALLA UNIVERSITA’, NITTO PALMA ALLA GIUSTIZIA…E IL 3 AGOSTO 2011 IL GOVERNO DI CENTRODESTRA LO RATIFICA

La Lega, fino a quando è stata al governo con Silvio Berlusconi nel 2011, ha lavorato con i suoi uomini nell’esecutivo e con i suoi parlamentari per l’istituzione del MES.
Fu il Consiglio dei Ministri del Governo Berlusconi IV ad approvare il 3 agosto 2011 “il disegno di legge per la ratifica della decisione del Consiglio Europeo 2011/199/Ue, che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento della Ue relativamente a un meccanismo di stabilita’ (Esm — European Stability Mechanism), nei Paesi in cui la moneta è l’euro.
Obiettivo della Decisione è far sì che tutti gli Stati dell’Eurozona possano istituire, se necessario, un meccanismo che renderà  possibile affrontare situazioni di rischio per la stabilita’ finanziaria dell’intera area dell’Euro”.
Il Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011 fece seguito al Consiglio Europeo del 25 marzo 2011, in cui l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi rappresento’ l’Italia al tavolo in cui si definirono i contenuti del Mes.
La Cancelliera tedesca era ovviamente Angela Merkel. Il Governo Berlusconi IV ebbe Bossi ministro per le Riforme, Meloni ministra per la Gioventù, Calderoli ministro per la Semplificazione, Nitto Palma ministro per la Giustizia dal 27 luglio 2011, La Russa ministro della Difesa, Tremonti ministro per l’Economia e Gelmini ministro per l’Università .
Salvini si difende sostenendo che dopo la frantumazione del governo Berlusconi la Lega ha votato no al MES. Certo: quando va all’opposizione la Lega di solito vota no a qualsiasi cosa che voli
Nel fare questo molto spesso si contraddice perchè finisce per votare no a proposte che erano state fatte dai governi a cui partecipava
Ma c’è un altro fatto da ricordare. L’11 settembre 2019 Mario Monti al Senato ricordò che il suo governo era nato grazie alla fiducia data anche dall’allora Popolo della Libertà  — ed in particolare l’onorevole Giorgia Meloni votò a favore — l’ex Presidente del Consiglio ricorda che le opposizioni al Conte bis all’epoca «seppero offrire contributi rilevanti alla grande coalizione che si fece carico di evitare il dissesto dell’Italia sia che ne facessero parte (ricordo la grande responsabilità  assunta positivamente dal Popolo della Libertà , dal presidente Berlusconi e per un intero anno da esponenti che poi fondarono Fratelli d’Italia)».
Come dimenticare che proprio la futura leader di Fratelli d’Italia votò a favore della Legge Fornero, contenuta nella Manovra Salva Italia, tanto per dirne una.
Ma Mario Monti parlò anche di altro: l’iter della riforma costituzionale sul pareggio di bilancio: «ricordo il grande contributo che l’onorevole Giorgetti più di ogni altro, come Presidente della Commissione bilancio della Camera, diede alla riforma costituzionale sul pareggio di bilancio».
Ed in effetti è proprio così, Giancarlo Giorgetti, che era il relatore in commissione Bilancio alla Camera, durante l’iter parlamentare rilasciò in sede di Commissioni dichiarazioni come «il pareggio di bilancio è funzionale, in una prospettiva di medio periodo valida per tutti i Paesi dell’euro, ad assicurare il rispetto dei parametri europei in termini di deficit e di debito pubblico» parlando addirittura della necessità  di «dare un segnale politico forte ai mercati, chiarendo che l’Italia e l’Europa hanno imboccato in modo duraturo la strada del rigore».
Era una Lega strana quella, una che votava contro la ratifica del Fiscal Compact ma a favore della legge che introduceva il pareggio di bilancio in Costituzione e che deriva proprio da quel trattato.
E quando si trattò di votare in Aula il provvedimento Giorgetti e la Lega Nord votarono a favore del pareggio di Bilancio. In prima lettura anche Giorgia Meloni votò a favore mentre al voto finale del 6 marzo 2012 era assente.
Alla votazione finale alla Camera i leghisti tornarono ad esprimere voto favorevole, e con loro votarono sì anche quegli esponenti del PdL — Crosetto, La Russa, Foti, Beccalossi, che avrebbero poi contribuito a fondare Fratelli d’Italia.

(da “NextQuotidiano”)

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E’ VERO CHE I PARLAMENTARI CHE POI FONDARONO FRATELLI D’ITALIA NEL 2012 VOTARONO CONTRO IL MES? NO, SOLO CROSETTO

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

RAMPELLI, DE CORATO, MARSILIO, CANNELLA, TOTARO, BALBONI, BUTTI E PARAVIA VOTARONO A FAVORE, ALTRI ERANO ASSENTI

La Meloni ha sostenuto che quando nel 2012 (durante il governo Monti, al quale la Meloni votò la fiducia) venne ratificata la prima versione del MES i deputati e i senatori che poi avrebbero fondato Fratelli d’Italia erano contrari.
Andando a guardare l’esito del voto di ratifica ed esecuzione del Trattato che istituisce il Meccanismo europeo di stabilità  al Senato si scopre che la maggior parte dei senatori del PdL che poi avrebbero fondato FdI era assente mentre Achille Totaro, Alberto Balboni, Alessio Butti e Antonio Paravia votarono a favore.
Al voto finale alla Camera invece Giorgia Meloni era assente così come altri deputati del futuro partito, Guido Crosetto votò contro mentre Riccardo De Corato (ora assessore in Lombardia), Fabio Rampelli, Marco Marsilio (attuale Presidente della Regione Abruzzo) e Giampiero Cannella votarono a favore.
Tanto per ristabilire la verità .

(da “NextQuotidiano”)

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ECCO LA PROVA CHE LA MELONI NON SI OPPOSE AL MES: IL CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL GOVERNO BERLUSCONI IL 3 AGOSTO 2011, CON LA MELONI MINISTRO, APPROVA LA DECISIONE DEL CONSIGLIO D’EUROPA DI ISTITUIRE IL MES

Aprile 11th, 2020 Riccardo Fucile

IL TESTO   DELLA SEDUTA, LA MELONI ERA MINISTRA DELLA GIOVENTU’

Consiglio dei Ministri n. 149 del 03/08/2011
La Presidenza del Consiglio dei Ministri comunica: Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi, alle ore 10,50 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del Presidente, Silvio Berlusconi.
Segretario, il Sottosegretario di Stato alla Presidenza, Gianni Letta.
Il Consiglio dei Ministri ha definitivamente approvato su proposta del Ministro degli affari esteri, Frattini:
– due disegni di legge per la ratifica e l’esecuzione dei seguenti Atti internazionali:
1. Decisione del Consiglio europeo 2011/199/UE, che modifica l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea relativamente ad un meccanismo di stabilità  (ESM- European Stability Mechanism) nei Paesi la cui moneta è l’euro; obiettivo della Decisione è far sì che tutti gli Stati dell’Eurozona possano istituire, se necessario, un meccanismo che renderà  possibile affrontare situazioni di rischio per la stabilità  finanziaria dell’intera area dell’euro;
2. Statuto dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili (IRENA); su proposta del Ministro della salute, Fazio
La riunione ha avuto termine alle ore 12,15

(da agenzie)

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ANALISI: IL DECRETO LIQUIDITA’ ALLE IMPRESE PUO’ ESSERE UN BOOMERANG PERICOLOSO PER I CONTI PUBBLICI

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

IL REALE COSTO PER LO STATO DIPENDE DA QUANTE IMPRESE FALLIRANNO (PIU’ O MENO REALMENTE)… LE STIME DEL TESORO SONO TROPPO OTTIMISTICHE, SOLO IL 6% PER UN ESBORSO DI 24 MILIARDI… MA SE ARRIVASSERO AL 30% SAREBBERO 120 MILIARDI, CIFRA DA FAR SALTARE LE CASSE DELLO STATO

Si fa presto a dire garanzie per 400 miliardi. E subito si immaginano, burocrazia permettendo, folle di micro e medi imprenditori che si accalcano agli sportelli bancari e chiedono di indebitarsi a condizioni vantaggiose con la copertura dello Stato.
Ma quanti di questi imprenditori alla fine rimborseranno i loro debiti?
E quanto costeranno allo Stato le garanzie erogate su questi stessi debiti?
Le organizzazioni industriali temono le lungaggini delle procedure mentre la situazione richiederebbe il massimo di semplificazione. Ma il Decreto Liquidità  varato lunedì, dopo un lungo braccio di ferro tra Ministero dell’Economia, Movimento Cinque Stelle e Italia Viva proprio sul capitolo delle garanzie, ha tutta l’aria di una scommessa incerta e carica di rischi per i conti dello Stato.
Sul mercato delle analisi economiche impazzano le previsioni sul debito italiano per quest’anno e per il prossimo. Sono previsioni diverse e connesse anche all’andamento del Pil oltre che agli effetti delle misure di sostegno dell’economia.
Si va dal 165 per cento, con una recessione stimata che balza a due cifre a fine 2020, di Abn Amro Bank, al più contenuto ma sempre elevato 148 per cento di Morgan Stanley.
Il Cerved, la società  che valuta il merito creditizio delle aziende, valuta per il sistema imprenditoriale italiano una perdita tra 275 e 469 miliardi quest’anno.
Un banchiere ci dice che il rapporto debito Pil <potrebbe schizzare al 170 per cento>. Sono numeri da default del Paese.
Eppure, nel valutare l’impatto sui conti del Decreto del 6 aprile, il governo appare ottimista.
A muovere l’ago dell’impatto tra il segno meno e il segno più della bilancia, è la stima delle escussioni, vale a dire di quella quota di prestiti di cui le banche chiederanno il rimborso allo Stato garante perchè il debitore non ha pagato.
E’ al momento dell’escussione infatti che l’importo viene caricato sul bilancio dello Stato. Se le escussioni per esempio fossero un terzo dei 400 miliardi di crediti garantiti, l’impatto sarebbe di 120 miliardi, se fossero il 10 per cento l’impatto sarebbe di 40 miliardi, se fossero il 6 per cento, come stimato dal governo nel precedente Decreto Cura Italia per la moratoria dei debiti esistenti, sarebbe di 24 miliardi.
Tutto dipende insomma da quanti imprenditori alla fine pagheranno o falliranno facendo scattare la garanzia dello Stato.
Secondo gli esperti il 6 per cento è largamente sottovalutato, è un dato contabile di comodo. Nel 2019 sono fallite in Italia oltre 8mila imprese. Quest’anno di quanto aumenteranno? Raddoppieranno, quintuplicheranno o decuplicheranno?
Le favorevoli condizioni dei prestiti inoltre potrebbero indurre molti a indebitarsi sapendo che alla fine, male che vada, si aprirà  un lungo contenzioso fiscale, quando lo Stato cercherà  di recuperare i soldi della garanzia.
Per come è costruito infatti il provvedimento lascia aperto un varco al così detto moral hazard.
Gli imprenditori infatti si indebitano ora e cominciano a pagare le prime rate mensili nel gennaio 2022 per sei anni a un tasso d’interesse prossimo allo zero.
Il peso del debito è quasi impercettibile, dunque. Alla fine dovrà  essere rimborsato, ma il debitore potrebbe anche decidere di non pagare e andare in contenzioso scommettendo sui tempi della giustizia italica che sono quelli che sono. Le conseguenze sullo stock di debito si amplierebbero.
Con il Decreto Liquidità  il governo ha mobilitato 200 miliardi sotto forma di garanzie su prestiti offerte alle imprese che lavorano per il mercato interno e altri 200 a sostegno dell’export.
Le garanzie coprono il 100 per cento dei prestiti fino a 25mila e a 800 mila euro (in questo secondo caso con il contributo di Confidi), mentre la copertura è del 90 per cento per i finanziamenti fino a 5 milioni.
Il decreto interessa una platea di oltre 17 milioni di aziende, la stragrande maggioranza di taglia piccolissima, piccola e media. E’ l’esercito che fa girare l’economia italiana e che si spera di riportare sul campo di battaglia una volta superata l’emergenza sanitaria. Il Decreto Liquidità  sono i suoi rifornimenti, la benzina e i mezzi per sopravvivere, una potenza di fuoco senza precedenti, ha detto Giuseppe Conte.
Quella potenza di fuoco potrebbe diventare un boomerang?

(da “Huffingtonpost”)

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L’OSPEDALE IN FIERA A MILANO OSPITA SOLO TRE PAZIENTI, I DUBBI DEI MEDICI: “E’ SOLO PROPAGANDA”

Aprile 10th, 2020 Riccardo Fucile

IL DIRETTORE DEL NIGUARDA: “NON SE NE SENTIVA IL BISOGNO DI SCIMMIOTTARE LA CINA PER UN’OPERA INUTILE”

Non si placano le polemiche attorno al nuovo Ospedale in costruzione al Portello. Tra ritardi e le difficoltà  logistiche, la fenomenologia del «più grande centro di terapia intensiva in Italia» resta confusa
Prima 400 posti, poi 205.
Prima una settimana per l’apertura dei primi moduli, poi 10 giorni, poi 14.
Alla fine, l’opera di conversione dello spazio di Fiera Milano City a Portello in un «hub per la rianimazione», voluta dal presidente della giunta Lombarda Attilio Fontana, ha impiegato più tempo del previsto.
E a dieci giorni dalla conferenza stampa in cui si annunciava l’ingresso a stretto giro dei primi 24 pazienti in terapia intensiva affetti da Coronavirus, la struttura apre le porte a soli 3 pazienti.
Da previsione, la “fase due” del progetto dovrà  terminare tra 2 giorni (il 12 aprile), ma al 31 marzo, data della conferenza stampa che ha rappresentato l’unica fonte di informazione diretta per la stampa, alcune domande risultavano ancora senza risposta.
La struttura resterà  o verrà  smantellata? «Quando sarà  il momento la struttura verrà  smontata», aveva detto Enrico Pazzalli (presidente della fondazione Fiera Milano). «No, non si sa ancora, il governo vuole replicarla quindi potrebbe restare», aveva immediatamente aggiunto Fontana.
E soprattutto,quali pazienti ospiterà ? Ezio Belleri, direttore generale del Policlino di Milano — ente che ha preso in carico la gestione della struttura- aveva parlato di un carico da oltre 200 posti. Ma occupati da chi?
Da chi è già  in terapia intensiva nelle altre strutture ospedaliere o dai nuovi malati gravi? Altra domanda sviata in conferenza stampa («questo non lo sappiamo, vedremo», avevano detto in coro), ma estremamente importante per capire l’effettiva portata dell’opera, costata — come dichiarato ufficialmente — 21 milioni in donazioni raccolte dalla Fondazione Comunitaria (al 29 marzo si parlava di 1.560 donatori).
A buttare altra benzina sul fuoco è stata anche la testimonianza anonima di un medico a Business Insider: «L’altra notte dal Policlinico ci hanno mandato un paziente da intubare (il terzo, ndr) perchè non avevano posto nella loro terapia intensiva. Quel paziente è la dimostrazione che l’ospedale in Fiera non aggiunge neanche un posto in più alle terapie intensive già  presenti a Milano. Ci si limita a spostarle da un luogo ad un altro, in questo caso dicono che hanno portato in Fiera il personale della Mangiagalli».
I letti pronti dovrebbero essere 53 (circa 48 dalla prima fase). Quanti sono i sanitari già  a lavoro? Ufficialmente si era parlato di 1000 assunzioni a pieno regime tra medici, infermieri e altre figure di supporto.
Al momento a lavorarci sono circa una cinquantina, che lavorano su turni giornalieri. E potrebbe essere proprio questa una delle ragioni del rallentamento: la difficoltà , in un momento di estrema emergenza nazionale, di trovare personale trasferibile.
Si era cercato un accordo con il Piemonte, al quale la Lombardia aveva promesso 53 posti letto nel nuovo centro, ma a patto che gli mandassero 50 anestesisti. Un accordo che era poi finito nel nulla e che aveva creato non poche polemiche.
La cifra dei sanitari va a unirsi al caos dei numeri sulle riforniture di respiratori, non propriamente facili da reperire.
«Sarà  un vero ospedale, non un lazzaretto», aveva annunciato Guido Bertolaso, chiamato dalla Regione a coordinare i lavori. Ma oltre alle frasi a effetto e al lavoro impeccabile di operai, volontari e medici, di chiaro sul futuro (a breve e lungo termine della struttura) c’è ancora poco.
«Oggi con l’inaugurazione dello pseudo “ospedale” in fiera mi sento triste», ha commentato il 6 aprile il cardiologo Giuseppe Bruschi, Dirigente Medico I livello dell’ospedale Niguarda. «L’idea di realizzare una terapia intensiva in fiera non sta ne in cielo ne in terra…La Lombardia non aveva certo bisogno di dimostrarsi superiore alla Cina costruendo un “Ospedale” in fiera… bastava vedere quanto fatto da tutti i dipendenti degli Ospedali Lombardi che in questi 40 giorni hanno “creato” oltre 600 posti di rianimazione dal nulla, con il loro costante lavoro e sostanzialmente senza risorse…».

(da Open)

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