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PERCHE’ LA CADUTA DI MARIUPOL NON CAMBIA LA SITUAZIONE SUL CAMPO DEL DONBASS

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

A COMBATTERE AD AZOVSTAL ERANO RIMASTE POCHE UNITA’ RUSSE

Mariupol è caduta: i difensori di Azovstal, dopo 86 giorni di combattimenti, si sono arresi e hanno deposto le armi. Nella giornata di venerdì 20 maggio, l’ultimo gruppo di combattenti, che include anche la leadership del reggimento Azov e della 36esima brigata di Marines ucraini, si è arreso alle forze russe e separatiste.
La cosa non è passata certo inosservata alla propaganda russa che ha fatto subito sapere come il comandante di Azov, Denis Prokopenko, sia stato portato via in una speciale “auto blindata… a causa dell’odio dei residenti di Mariupol e del desiderio dei cittadini di punirlo per numerose atrocità”. Una balla fantasmagorica, visto che in tutta Ucraina Denis è considerato un eroe.
Difficile che sia successo, visto che le immagini che provengono da Mariupol mostrano invece civili che continuano ad essere evacuati verso la Russia anche contro la propria volontà, in quelle che il Consiglio Comunale di Mariupol definisce sempre più vere e proprie “deportazioni”.
Nulla comunque poteva ormai cambiare il destino della città sul Mar d’Azov: come ha detto lo stesso qualche giorno fa lo stesso Prokopenko in video preannunciando la resa, “i difensori di Mariupol hanno eseguito gli ordini fino alla fine” e “nonostante tutte le difficoltà, hanno respinto le forze schiaccianti del nemico per 82 giorni e hanno permesso all’esercito ucraino di riorganizzarsi, addestrare più personale e ricevere armi dai Paesi partner”.
In tutta risposta lo Stato Maggiore ucraino ha definito l’intera guarnigione di Mariupol come “eroi del nostro tempo”, che “hanno impedito all’esercito russo di trasferire fino a 17 gruppi di battaglioni tattici, ovvero circa 20.000 soldati in altre aree, e impedito la conquista rapida di Zaporizhzhia, l’accesso al confine amministrativo delle regioni di Donetsk e Zaporizhzhia”.
Ed è indubbiamente vero che l’aver tenuto duro così a lungo impegnando tante forze militari russe a Mariupol, anche in una battaglia il cui destino era già scritto dal momento in cui la città è stata accerchiata ad inizio marzo, ha consentito agli ucraini di poter difendersi meglio in altre zone del Paese ed ottenere vittorie insperate.
Ma, nonostante i toni trionfalistici da parte ucraina, e le promesse di ottenere la loro liberazione il prima possibile con uno scambio di prigionieri, è molto probabile che il futuro immediati dei combattenti che si sono arresi sia quello di una dura prigionia e di processi farsa.
Stando a ciò che trapela da Mosca e da fonti separatiste, l’intento è quello di tenere un grande processo, probabilmente sul territorio delle Repubbliche separatiste o della stessa Mariupol occupata, dove i leader del reggimento Azov saranno accusati di crimini di qualsiasi tipo, per soddisfare la propaganda di regime che li dipinge come nazisti assetati di sangue.
Ciò nonostante, questa per i russi rischia di diventare una vittoria di Pirro: Mariupol, infatti, è quasi del tutto distrutta ed andrà pressoché interamente ricostruita. Come ammesso anche dal presidente della Repubblica autoproclamata di Donetsk, Denis Pushilin, il 60% delle case è talmente danneggiato che è impossibile ricostruirle. Ma con quali soldi, visto che la Russia si trova già in difficoltà a causa delle sanzioni internazionali?
Peggio ancora: il territorio dell’impianto Azovstal è stato talmente distrutto dai combattimenti, che anche l’impianto stesso è ormai irrecuperabile. “Lo stabilimento Azovstal, o meglio, ciò che ne resta, verrà demolito. Mentre il secondo gigante metallurgico di Mariupol, Ilyich, sarà ricostruito e messo in funzione”, ha ammesso Pushilin.
Entrambi gli impianti davano lavoro a più di 40 mila persone prima dell’inizio della guerra. La perdita irreversibile del più grande dei due impianti, ovviamente, avrà un effetto molto pesante sul futuro di una città che è stata già completamente devastata dalla guerra e nella quale, secondo stime indipendenti, potrebbero essere morti fino a 20 mila civili.
Dal punto di vista militare, inoltre, la resa di Azovstal cambia poco o nulla: da qualche settimana in città a combattere contro l’ultima sacca di resistenza ucraina erano rimaste relativamente poche unità, mentre il grosso era stato già trasferito altrove nel Donbass in precedenza, dove la situazione continua ad essere molto fluida.
I russi continuano infatti a non riuscire a superare l’ostacolo naturale del fiume Seversky Donets, dopo la debacle di due settimane fa a Belohorivka, e restano sostanzialmente fermi sia nel saliente di Izyum che in quello di Lyman, così come in direzione Severodonetsk e Lysychansk, nonostante la conquista di quasi tutta la città di Rubizhne, che a quanto sembra dalle immagini con i droni, ha avuto lo stesso destino di distruzione di Mariupol.
L’unico posto dove i russi sembrano essere riusciti ad avanzare seriamente in questi ultimi giorni è il saliente di Popasna – tenendo conto del fatto che la parola “seriamente” va usata sempre con riferimento alla guerra in corso, ovvero stiamo parlando di una avanzata di poco più di una decina di km, che per i ritmi visti sino ad ora nel Donbass è sicuramente rilevante.
In questa zona le forze russe stanno apparentemente concentrando il numero più alto di forze a loro disposizione cercando a tutti i costi di sfondare il fronte ucraino in direzione Soledar e Bakhmut, con l’intento di raggiungere la vitale autostrada che collega Lysychansk e Bakhmut, e che già si trova ora sotto il fuoco diretto dell’artiglieria russa.
Non è molto chiaro al momento quanto siano davvero avanzate le forze russe in zona, vista la difficoltà di avere informazioni attendibili ed indipendenti dalle zone di ostilità, ma le stime più affidabili affermano che la punta più avanzata dell’offensiva russa si troverebbe a meno di 10 km dalla cittadina strategicamente importante di Soledar.
Fonti filorusse hanno riferito che le forze russe sono avanzate attraverso le linee di difesa ucraine in tre direzioni. Le forze aviotrasportate russe (VDV) avrebbero sfondato le difese ucraine a nord di Popasna, mentre le truppe della compagnia militare privata russa “Wagner” avrebbero preso il controllo di alcuni villaggi ad ovest di Popasna.
Le forze russe avrebbero inoltre preso il controllo del villaggio di Troitske, a sud di Popasna. Questi rapporti sono coerenti con le dichiarazioni dello Stato Maggiore ucraino, secondo cui il raggruppamento russo intorno a Popasna sta cercando di conquistare nuove zone nell’area.
Tuttavia, i dati FIRMS (Fire Information for Resource Management) della NASA, non mostrano una particolare concentrazione di incendi in quest’area, il che potrebbe suggerire che le fonti russe stiano esagerando la portata o l’importanza degli attacchi, come d’altronde già avvenuto in passato, afferma il think tank americano Institute for the Study of War.
Ma che l’avanzata russa esista e stia avendo qualche successo, lo confermano anche fonti indipendenti presenti sul posto, come ad esempio il giornalista Neil Hauer, che scrive in un suo nuovo articolo da Bakhmut: “L’intera forza dell’esercito russo è ora concentrata nel Donbas, la sua avanzata è lenta ma inesorabile. La città di Bakhmut è ora destinata a diventare la prossima linea del fronte non appena le truppe russe sfonderanno le difese ucraine a pochi chilometri di distanza”.
La possibile conquista russa di questa area è rilevante in particolare perché permetterebbe loro di prendere il controllo di una parte dell’autostrada, che rappresenta la principale arteria di rifornimento delle truppe ucraine che combattono a Severodonetsk, e raggiungere un punto chiave del piano di accerchiamento delle truppe ucraine presenti in questo saliente.
Pur non trattandosi infatti dell’unica linea di rifornimento, l’autostrada è sicuramente quella più veloce e meno rischiosa per le truppe ucraine; quindi, la eventuale perdita di controllo avrebbe un impatto non solo sul morale delle truppe ucraine in combattimento in zona (già logorato da settimane di dura guerra e bombardamenti continui di artiglieria), ma anche sulla logistica stessa della guerra ad est.
È molto probabile, comunque, che siamo di fronte al culmine dell’offensiva russa nell’est, il che significa che se anche questa manovra dovesse essere in qualche modo fermata (sia pure con estrema difficoltà) da parte ucraina, per i russi la capacità di nuove manovre su larga scala nel Donbass nel prossimo futuro sarebbe seriamente limitata.
Gli ucraini, da parte loro, continuano a ricevere ed essere addestrati all’utilizzo di armi pesanti occidentali, in particolare i micidiali obici americani Howitzer M777 da 155mm, che già stanno avendo forte impatto su diverse zone del fronte, stando quanto affermano fonti militari ucraine. L’uso di questi obici è riportato ad esempio anche sul fronte di Lyman, dove sono in corso scambi di artiglieria continui tra le due parti.
Tenendo in conto anche la recente approvazione da parte del Congresso americano di un nuovo gigante pacchetto di aiuti all’Ucraina da 40 miliardi di dollari, che permetterà di aumentare sostanzialmente gli aiuti militari forniti da Washington nelle prossime settimane e mesi, sono in molti ormai a prevedere che entro la fine dell’estate, gli ucraini saranno in grado di passare all’offensiva in diverse zone del Paese.
In particolare, l’obiettivo principale dello Stato Maggiore di Kyiv – una volta che la spinta offensiva russa ad est si dovesse bloccare del tutto – è probabilmente quello di attaccare la regione di Kherson dove le truppe russe stanno preparando attivamente le proprie postazioni difensive, anche in vista di una possibile annessione alla Federazione Russa di cui si parla sempre di più negli ultimi giorni.
Non bisogna infine dimenticarsi che c’è già una zona dell’Ucraina dove gli ucraini continuano la loro lenta ma inesorabile avanzata: la regione di Kharkiv. È notizia di qualche giorno fa che un gruppo di soldati ucraini è stato in grado di raggiungere il confine con la Russia nelle vicinanze del villaggio di Ternova (poi riconquistata dai russi).
Ma soprattutto, gli ucraini sono riusciti finalmente a superare in questa zona il fiume Seversky Donets e creare una testa di ponte sulla riva orientale in direzione Vovchansk, partendo da Stary Saltiv, uno degli obiettivi principali dell’intera controffensiva ucraina nella regione di Kharkiv.
Se questa testa di ponte dovesse reggere e l’avanzata ucraina consolidarsi, per i russi sarebbe a rischio l’intera linea di rifornimento delle truppe russe in posizione avanzata nella zona di Izyum, e ciò costringerebbe inevitabilmente loro a dover riposizionare delle truppe per difendere la retroguardia ed indebolire la propria spinta offensiva sul fronte principale.
In questa situazione, la conquista definitiva di Mariupol rischia quindi diventare per i russi l’ennesima vittoria di Pirro, mentre la situazione sul campo resta ancora molto fluida, e tutto lascia pensare che la guerra durerà ancora a lungo.
(da Fanpage)

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DRAGHI BATTE DOVE LA LEGA DUOLE: SFRUTTA LE DIVISIONI TRA L’ALA MODERATA DEI GOVERNATORI E DEI MINISTRI DEL CARROCCIO E SALVINI

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

IERI HA PASSATO UN’ORA A PARLARE CON LUCA ZAIA, PER PROVARE A CONVINCERE IL PRESIDENTE DEL VENETO A FARE PRESSING SU SALVINI, CHE ROMPE LE PALLE PER I BALNEARI

A Palazzo Chigi dicono di non credere a una crisi di governo. Ma avvertono il clima di disgregazione che circonda Mario Draghi, sapendo che l’incidente è possibile in ogni momento, pure in una pianificazione delle riforme che il premier avrebbe voluto impeccabile.
Draghi ha capito che giugno potrebbe essere un mese fatale. Il calendario tra Parlamento e urne lacererà ancora di più i rapporti interni alla maggioranza. È scontato che le turbolenze che seguiranno alle elezioni amministrative avrà un impatto sulle due coalizioni e sui rapporti di forza interni ai partiti.
A giugno si deve votare la riforma della giustizia, il capitolo del Csm, c’è da dare finalmente l’ok la delega fiscale che è rimasta impantanata nonostante l’accordo tra Draghi e il centrodestra di governo, e si dovrà votare il decreto aiuti, quello che ha fatto infuriate il M5S perché contenente la norma sul termovalorizzatore di Roma. Norma che Giuseppe Conte ha fatto sapere che non voterà.
Ecco, appunto, uno dei possibili incidenti dietro l’angolo. Considerando questo scenario, mescolato alle crepe che si allargano dentro le forze politiche sull’invio delle armi, si capisce anche perché Draghi abbia forzato, convocando prima un Consiglio dei ministri all’improvviso, durato otto minuti, e inviando poi una lettera alla presidente del Senato per sollecitare il lavoro sulla riforma della concorrenza, vitale per il Pnrr. Prima del gelido avvertimento ai ministri Draghi, inoltre, aveva saputo dei timori a Bruxelles.
Il piano va a rilento. I tecnici della Commissione Ue vedono i ritardi italiani. Secondo uno studio di OpenPolis, solo 9 scadenze su 58 previste entro fine giugno sono state realizzate. Il sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli è preoccupato. E in questo contesto, la difesa di Lega e Forza Italia del fortino dei balneari ha fatto infuriare come mai prima il premier.
Tra le forze politiche la percezione è differente. Anche perché adesso il gioco delle parti prevede di accusare gli avversari e di far emergere le criticità degli altri fronti. Ieri, per esempio, Matteo Salvini ha subito approfittato di un emendamento del M5S contro l’inceneritore di Roma per chiedere un intervento di Draghi tempestivo come quello che ha isolato il segretario del Carroccio sul dl concorrenza.
Ma basta raccogliere tutte le reazioni del giorno dopo, per avere chiaro il quadro disgregato che teme Palazzo Chigi. «Quella di Draghi è stata un’iniziativa sacrosanta contro le manovre diversive e dilatorie della destra», è lo sfogo di Enrico Letta. Una scossa che invece produce mugugni nella Lega fedele a Salvini: «Così non va, Draghi ha smesso di mediare, in otto minuti non si risolvono i problemi, deve cambiare atteggiamento».
Silvio Berlusconi, che sull’invio delle armi si sta rivelando la terza spina nel fianco del premier dopo Conte e Salvini, potrebbe creare altri problemi, anche se ora appare pronto a cedere: «Sui balneari volevo più tempo, ma si troverà un accordo».
Da questa maggioranza rissosa e instabile Draghi non intende farsi travolgere. Per questo, sta sfruttando la faglia che si è creata tra i ministri e i loro leader. Chi siede al governo non risponde «sissignore» ai capipartito.
Lo dimostra il «sì» al voto di fiducia sui balneari dei leghisti Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia, il modo netto con cui si sono smarcati dai vertici gli azzurri Renato Brunetta e Mariastella Gelmini, nonché la diversa postura sulla guerra del titolare degli Esteri Luigi Di Maio, rispetto a Conte.
Una circostanza che consente al premier di incunearsi nelle divisioni dei partiti, come dimostra l’ora passata a parlare ieri con Luca Zaia in Veneto, per manifestargli le sue preoccupazioni e indurre lui e la corrente realista dei governatori del Nord ad andare in pressing su Salvini.
In questo momento è cruciale per il premier concentrarsi sul centro destra: il caso balneari, la delega fiscale bloccata, la riforma del Csm che si voterà solo il 14 giugno, due giorni dopo il referendum, sono intoppi creati da Lega e Forza Italia, per difendersi dall’ascesa di Giorgia Meloni. Con Conte le cose non vanno bene, «non c’è mai stata chimica tra loro», spiegano fonti di governo, e l’ex premier sta evitando un confronto diretto a Palazzo Chigi.
Ma Draghi, al netto dell’impasse sul termovalorizzatore di Roma, non sembra impensierito da lui. Certo, non mancano punzecchiature e rappresaglie dei 5 Stelle che, con un’interrogazione del presidente della Commissione Affari Costituzionali Giuseppe Brescia, chiedono al ministro del Tesoro Daniele Franco «una maggior trasparenza dei dati relativi all’attuazione del Pnrr» e il perché di questi «ritardi e lacune».
Un modo per dire al premier che la strigliata va fatto non solo al Parlamento, ma anche ai suoi tecnici.
(da La Stampa)

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“MI SENTO PIU’ SICURO NEL PATTO ATLANTICO”: LUCA TELESE, CHE NE SPOSO’ UNA FIGLIA, RACCONTA IN UN LIBRO QUANDO ENRICO BERLINGUER SCELSE DI METTERSI SOTTO IL CAPPELLONE DELLA NATO E DI NON SCHIERARSI A FAVORE DELL’INVASIONE D’UNGHERIA

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

IL “DISCORSO DEI CANCELLI” DI MIRAFIORI FATTO NELL’80, DOPO 35 GIORNI DI SCIOPERO CHE PORTARONO ALL’AUTUNNO CALDO FINITO CON LA MARCIA DEI 40MILA QUADRI FIAT

Ci sono amicizie infrangibili, più infrangibili delle ideologie. Prendete l’amicizia -intrecciata a un romantico senso del dovere – tra Alberto Menichelli, Lauro Righi, Dante Franceschini, Pietro Alessandrelli, Torquato «Otto» Grassi, Alberto Marani e Roberto Bertuzzi: ossia il drappello di uomini che, all’ombra dell’allora teatro maestoso di Botteghe oscure, simboleggiarono la parabola di una parte d’Italia, dopo essere stati assegnati alla protezione dello storico segretario del Pci.
Sono, costoro, i protagonisti de La scorta di Enrico – Berlinguer e i suoi uomini: una storia di popolo (Solferino, pp.418, euro 22) il libro-omaggio che Luca Telese dà alle stampe alla vigilia dei cent’ anni della nascita del segretario comunista.
Il nucleo del libro è Berlinguer, figura da sempre nel cuore di Telese che ne sposò una figlia. E Telese, qui, affresca con passo di racconto per nulla agiografico, la vicenda stessa del Paese in cui si riflettono atti opere e omissioni della politica, del politico e della sua scorta, appunto.
IL GRUPPO VARIEGATO
«Era un gruppo fatto di uomini e di caratteri diversi», i migliori scelti dal partito, scrive Telese. «Franceschini il gigante buono, loquace. Lauro il taciturno con il cuore d’oro. Bertuzzi il ribelle orfano, che diventa il figlio adottivo del partito. Alessandrelli un militante umanissimo, capace di intuizioni sorprendenti.
Marani e Grassi, i due giovani operai che arrivano dal far west comunista modenese. In questo gruppo Alberto Menichelli, il romano di Roma, il figlio burbero dell’apparato che governa tutti con la sua ironia sottile, crea il gruppo e lo guida: è un primus inter pares, ma anche un osservatore attento e curioso di ogni dettaglio».
E di ognuno dei guardiaspalle viene svelata, dalla fine della guerra agli anni ’80, la vita madida di sangue, sacrifici, sudore e polvere da sparo. Al capitolo su Lauro Righi detto “Fila” il racconto si snoda in terza persona: «Nell’estate del 1944, in un paesaggio che ormai è diventato un fronte di battaglia e di guerriglia contro l’esercito tedesco e i loro alleati della Rsi, Lauro compie – ad appena sedici anni – la sua «scelta di campo». Comincia con qualche missione come staffetta.
Poi va a piedi, camminando per oltre settanta chilometri, dalla sua casa fino alla mitica Repubblica partigiana di Montefiorino. Quando parte non sa esattamente dove andrà, e non sa nemmeno cosa troverà: ma sa a cosa si oppone, il fascismo. È la grande decisione della sua vita».
Nella scheda compilata sudi lui dal partito si legge «Compagno retto e parsimonioso, che non si è mai trovato in difficoltà finanziarie pur inviando mensilmente una notevole parte del suo stipendio ai genitori, che versano in condizioni disagiate» (unico problema è la lingua: Righi parla soltanto il dialetto).
LE SCELTE E GLI ABBAGLI
Alla voce “Dante Franceschini” l’uomo che riuscì a toccare la gobba di Andreotti durante i pedinamenti, spicca un aneddoto raccontato in prima persona durante la naja: «Un giorno, a me e a un altro ragazzo del mio corso arrivarono due pacchi dal distretto militare. Il mio amico aprì quello con il suo nome e tirò fuori un cappotto di panno grigio. Io estrassi dal mio una giacca color cachi. L’istinto del senzavestiti cronico che ero fu quello di avvicinarla subito al corpo, per farmi un’idea della misura. Perfetta. Una volta tanto era la mia. Non feci in tempo a concedermi un sorriso che dalla sua branda un romano, uno dei veterani, mi gridò: “A Franceschì, manna un telegramma a casa, finché puoi, che mo so cazzi tua!”. E io: “Perché?”. E lui: “Si t’ hanno mandato la sahariana vor di’ che domattina te ne parti pe’ l’Africa”».
Su Piero Alessandrelli, si ricostruisce il valore dell’antifascismo: «Il padre di mia moglie era un operaio specializzato anche lui, lavorava in una segheria di marmo. Si chiamava Abele, ma tutti lo conoscevano come Pioppo, perché era molto alto. Era anche lui un antifascista, e quando andavamo a trovarlo ad Alviano mi faceva trovare dentro casa una copia dell’Unità.
Per dare un’idea di quanto l’antifascismo fosse un sentimento radicato, dato che il padre della moglie di uno dei suoi figli era stato in una squadraccia (e aveva un’amante), lui gli aveva detto davanti a tutta la famiglia: “Io non ho mai dato l’olio di ricino ai paesani e non ho mai tradito mia moglie e tu, in casa mia, non ci potrai entrare mai”».
Nello scorrere delle pagine, le vite della scorta si sovrappongono ai mille abbagli e alle mille scelte della storia d’Italia. Alcune indelebili.
La volontà di Enrico di mettersi sotto il cappello della Nato (decisione che oggi appare oracolare) e di non schierarsi a favore dell’invasione d’Ungheria; il fallito Golpe Borghese e piazza Fontana; il terrorismo e il rapimento Moro; e prima l’attentato a Togliatti. Eppoi, il clima rovente del ’68. E quello del ’77, in pieno brigatismo.
Eppoi, la marcia dei quarantamila della Fiat. A proposito della marcia. Interessante è la rilettura, attraverso la testimonianza di “Otto” Grassi, del “Discorso dei cancelli” di Mirafiori fatto da Berlinguer nell’80, dopo 35 giorni di sciopero che portarono all’autunno caldo finito con la Cig per 24mila dipendenti, e con la marcia dei 40mila quadri Fiat. Quella, allora, venne considerata una sconfitta del Pci.
DISCORSO AI CANCELLI
Scrive, invece, con onestà, Telese: «Ecco perché anche il discorso ai cancelli non va giudicato con il metro degli anni Ottanta. Ma con quello degli anni Duemila. Con gli occhi di oggi, non con quelli di ieri: va pesato nel tempo in cui gli operai hanno abbandonato la sinistra, avvertendola come un corpo estraneo, e votano a maggioranza per la Lega, per il M5S, e adesso persino per il partito di Giorgia Meloni. Chiedo a Otto cosa avrebbe voluto dire a Enrico, quando in auto era rimasto in silenzio: “Che mi ero emozionato a vedere, lì ad ascoltarlo, gli operai dell’Emilia-Romagna, i miei compagni di Modena. Che aveva fatto una cosa giusta”. In fondo la lezione dei cancelli, quarant’ anni dopo, è semplice: un leader deve stare con il suo popolo. E ci sono momenti in cui ci deve restare anche quando non c’è la certezza di vincere».
Nella sottovalutazione – direi giusta – di Togliatti, Telese, per rendere fiammeggiante Berlinguer, evoca il Gramsci «tentato dall’interventismo nel 1914, insofferente all’immobilismo dei socialisti riformisti negli anni Venti, appassionato nel suo più celebre e romantico grido di battaglia, quello consegnato a un immortale editoriale della Città futura del febbraio 1917: “Odio gli indifferenti”».
Ecco, a Luca l’operazione fiammeggiante è riuscita. Perché, comunque la si possa pensare, se c’è uno a cui questo paese – e questa sinistra- non potrà mai rimanere indifferente, be’, quello è proprio Enrico Berlinguer.
(da agenzie)

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CHE STRANO: IN RUSSIA CONTINUANO A PRENDERE FUOCO OBIETTIVI STRATEGICI

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

UN INCENDIO HA COLPITO L’ISTITUTO CENTRALE DI AEROIDRODINAMICA ZHUKOVSKY, A MOSCA: È IL CENTRO PIÙ IMPORTANTE DEL SETTORE AEROSPAZIALE RUSSO

Fiamme si sono sviluppate in una sottostazione di trasformazione nei locali dell’Istituto centrale di aeroidrodinamica Zhukovsky (TsAGI) nella regione di Mosca, il centro più importante nel settore aerospaziale russo.
Lo ha riferito una fonte informata all’agenzia russa Interfax: “Una sottostazione di trasformazione è in fiamme nell’area di 30 chilometri quadrati al numero 1 di via Zhukovsky”, ha detto la fonte. Successivamente la stessa fonte ha spiegato che l’incendio è stato spento e non sono state segnalate vittime.
Tra gli sviluppi del TsAGI ci sono la partecipazione ai progetti del razzo Energia e dello Space Shuttle Buran.
(da agenzie)

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MATTEO RENZI FINALMENTE A CASA SUA: TIENE LEZIONE ALLA SCUOLA DELLA LEGA

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

ALLA SCUOLA DI FORMAZIONE POLITICA DELLA LEGA SONO RIDOTTI PROPRIO MALE

Certo, dicono i leghisti, le loro Frattocchie hanno sempre ospitato anche personalità eterodosse. Però Italia Viva sembra sempre di più il partito più a destra del centrosinistra. Alle amministrative prossime venture, appoggerà almeno tre candidati di centrodestra, a Genova, Catanzaro e Verona (dove però è Flavio Tosi, leghista transfugo quindi detestato).
Renzi ha firmato tutti e cinque i referendum sulla giustizia, carissimi a Salvini, e sulla riforma Cartabia è anche più negativo di lui.
I due Mattei, messaggiatori seriali, si scrivono quasi tutti i giorni, e raccontano che l’ex premier stia sfinendo di WhatsApp l’ex ministro dell’Interno per convertirlo al proporzionale.
Insomma, il passaggio al college leghista ci sta. Solo non si capisce perché non ce ne sia taccia nell'”enews” che racconta tutto Renzi minuto per minuto e annuncia ogni suo impegno. Tutti, tranne questo.-
(da agenzie)

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SUL RED CARPET DEL FESTIVAL DI CANNES LA PROTESTA DI UNA DONNA NUDA CON SANGUE E BANDIERA UCRAINA

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

“SMETTETELA DI STUPRARCI”

“Smettila di violentarci”: vestita solo con questa scritta e una bandiera ucraina disegnata sul suo corpo una attivista del collettivo francese Scum ha compiuto un’irruzione sul red carpet di Cannes. Obiettivo: protestare contro gli stupri avvenuti in Ucraina
La donna, che si è introdotta sul tappeto rosso del film di George Miller, Three thousand years of longing, proiettato ieri sera al festival di Cannes, era anche imbrattata di vernice rossa, a simulare il sangue.
La sua protesta è finita presto, la sicurezza l’ha fermata e portata via, ma non prima che la scena sia stata fotografata e filmata, facendo così il giro del mondo.
Il collettivo femminista Scum ha poi rivendicato sui social l’azione di protesta con queste parole: “Le donne sono le prime vittime della guerra condotta da e per gli uomini. Denunciamo le torture sessuali subite dalle donne ucraine dal 24 febbraio. Smettila di stuprarci”.
(da agenzie)

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TUTTI CONTRO BERLUSCONI, DA CALENDA A TOTI

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

LE PAROLE DEL LEADER DI FORZA ITALIA SULLA GUERRA SCATENANO LE PROTESTE INTERNE AL CENTRODESTRA

Si è ripreso dagli acciacchi fisici e dalla delusione Quirinale, è partito per Napoli dove tra poche ore chiuderà la convention del partito e nell’arco di una giornata è riuscito a regalare una decina di titoli ai giornalisti. Ma anche a far arrabbiare qualcuno.
Silvio Berlusconi è tornato in campo. Lo dice lui stesso. Dopo un paio d’anni nell’ombra, dovuti principalmente agli strascichi del Covid che hanno colpito duramente l’ex presidente del Consiglio, Berlusconi rilancia e si rilancia, a un anno dalle prossime elezioni politiche in cui Forza Italia vuole essere l’ago della bilancia nel centrodestra che – senza di loro, dice – sarebbe “destra destra”.
Non sono passate inosservate, però, le dichiarazioni di Berlusconi sulla guerra in Ucraina e soprattutto quelle sull’invio di armi. Già in settimana aveva fatto capire che la linea era cambiata, ma ieri ha rincarato la dose: “Io dico che inviare armi significa essere cobelligeranti, essere anche noi in guerra – ha detto dopo il pranzo a Napoli – Cerchiamo di far finire in fretta questa guerra. Se dovessimo inviare armi, sarebbe meglio non farne tanta pubblicità”.
Il malumore è cominciato a serpeggiare subito tra i suoi, ma uno dei pochi a parlare è Elio Vito, che ha twittato: “Con queste dichiarazioni su Putin, sul basta armi all’Ucraina, l’Italia che sarebbe in guerra, l’Ucraina che deve accettare le condizioni di Putin, Berlusconi ha rotto il cazzo”.
Prima ancora sono andati all’attacco anche Giovanni Toti – ex Forza Italia, oggi in Coraggio Italia ma sempre nella coalizione di centrodestra – e Carlo Calenda: “Mandare armi ad un popolo invaso è cobelligeranza? – ha twittato il presidente della Liguria – ‘L’Ue convinca Kiev ad accettare richieste della Russia’. Presidente Berlusconi, spero di non aver capito le sue parole o che sia stato frainteso”.
Durissimo il leader di Azione: “E qui siamo oltre Salvini. Possibile che questo paese non riesca ad avere un centro destra normale?”.
Questa nuova linea di Forza Italia sulla guerra in Ucraina, che chiede a Kiev di ascoltare le richieste di Putin e critica l’invio di armi agli aggrediti, non sembra essere particolarmente accettata dentro il partito. Pochi giorni fa la ministra Gelmini ha rilasciato un’intervista al Corriere dicendo di non riconoscere più Berlusconi. Altre dichiarazioni critiche ufficiali non se ne registrano.
Certo è, però, che le parole di ieri non sono piaciute. Tanto che in serata è arrivata una nota in cui il leader di Forza Italia fa un passo indietro: “La posizione del presidente Berlusconi e di Forza Italia non è cambiata ed è perfettamente in linea con quella del Ppe, dell’Europa e dell’Alleanza atlantica – si legge – In questo quadro l’invio di armi come strumento difensivo a Kiev è doveroso, l’enfasi propagandistica come ogni atteggiamento provocatorio non fa altro che allontanare la conclusione di questo conflitto”.
(da Fanpage)

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GELMINI CONTRO BERLUSCONI: “AMBIGUITA’ SULLA GUERRA”

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

RONZULLI ESILARANTE: “BERLUSCONI E’ IL NOSTRO MARADONA DELLA PACE”…. ALLORA VADA IN DONBASS E FACCIA DA SCUDO UMANO CONTRO IL SUO AMICO CRIMINALE, INVECE DI SPARARE CAZZATE

Alla fiera d’Oltremare di Napoli si doveva celebrare il ricompattamento delle diverse anime di Forza Italia. E invece ci pensa la guerra in Ucraina a far saltare l’intesa scatenando un botta e risposta con pochi precedenti fra Silvio Berlusconi e Maria Stella Gelmini.
“L’Italia non può essere il ventre molle dell’Occidente e soprattutto non può diventarlo per responsabilità di Forza Italia”, scandisce da Firenze la ministra degli Affari regionali: “Le parole di Berlusconi di ieri purtroppo non smentiscono le nostre ambiguità. Spero che oggi, dal palco di Napoli, emerga una netta presa di posizione a favore di Ucraina, Unione Europea, Nato e Occidente. Oggi più che ascoltare le parole di Putin, occorre ascoltare il grido di dolore dell’Ucraina, violentata e oppressa dall’invasore”.
Parole pesanti, piombate sulla convention napoletana prima ancora che intervenisse il Cavaliere. Un affondo in piena regola contro le frasi del leadere di Forza italia sul ruolo del Paese nel conflitto “Io dico che inviare le armi significa essere cobelligeranti, essere anche noi in guerra. Se dovessimo inviarle sarebbe meglio non fare pubblicità”.
Esplicite, nonostante i tentativi dei fedelissimi di metterci una toppa spiegando – come Licia Ronzulli – che ” “Berlusconi è un uomo definito dai più importanti leader mondiali degli ultimi anni come ‘campione di pace’, è il Maradona della politica internazionale. Altro che l’amico russo’.
Poi tocca Berlusconi: ” Siamo i soli a non dover chiedere scusa di nulla nel nostro passato, ad essere sempre stati – come lo siamo oggi – dalla parte della liberta’, della democrazia, dell’Europa, dell’Occidente”. E ancora: “Noi lavoreremo senza disperdere quanto di buono ha fatto il governo Draghi, che abbiamo voluto noi per primi e che sosterremo lealmente fino alla fine. L’unita’ del Paese è stata una cosa importante di fronte alla pandemia, lo è anche ora specie di fronte ad una crisi internazionale che getta ombre cupe sul nostro futuro”provvedimento, se questo avrebbe reso gli italiani piu’ o meno liberi, e a fermarlo se avesse ridotto qualche libertà. Possiamo davvero essere orgogliosi di noi stessi e della nostra storia”.
(da agenzie)

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LE PAROLE INDEGNE DI BERLUSCONI SULL’UCRAINA “CHE DEVE ACCOGLIERE LE RICHIESTE DI PUTIN”

Maggio 21st, 2022 Riccardo Fucile

CALENDA: “QUI SIAMO OLTRE SALVINI, MA E’ POSSIBILE CHE IN ITALIA NON ESISTA UN CENTRODESTRA NORMALE?”

“Io dico che inviare armi significa essere cobelligeranti, significa essere anche noi in guerra”: Silvio Berlusconi, a Napoli per la seconda tappa della convention di Forza Italia “L’Italia del futuro”, torna a parlare della guerra in Ucraina ed espone la sua posizione, visibilmente sbilanciata verso il suo storico amico Vladimir Putin. “Cerchiamo di far finire in fretta questa guerra – ha aggiunto l’ex cav – e se dovessimo inviare armi sarebbe meglio non farne tanta pubblicità”.
Poi la sua richiesta all’Unione Europea: “Bisogna arrivare assolutamente il più presto possibile a una pace, perché altrimenti vanno avanti le devastazioni e le stragi. Io credo che l’Europa si debba mettere tutta unita, insieme, a fare una proposta di pace a Putin e agli ucraini, cercando di far accogliere dagli ucraini quelle che sono le domande di Putin”.
Per il leader azzurro la strada per portare Putin al tavolo delle trattative non è quella indicata dalle “dichiarazioni che sento venire da tutte le parti, dalla Gran Bretagna o dalla Nato”. Sulle sanzioni imposte a Mosca e agli oligarchi vicini al Cremlino ha commentato: “Hanno fatto molto male all’economia sovietica, si prevede un calo del Pil addirittura del 14%, ma hanno fatto molto male anche a noi”.
Anche la stretta sul gas non convince l’ex cav: “Adesso il grande dubbio è sul gas, è un’ipotesi sconvolgente perché ci porterebbe alla chiusura di centinaia e centinaia di migliaia di aziende, alla perdita di tre milioni di posti di lavoro, quindi a un dilagare della povertà in Italia e dovremmo andare in giro i prossimi inverni con il cappotto addosso in casa e una cambiale in mano. Non voglio nemmeno pensare che questo possa succedere”.
Dichiarazioni che hanno generato la reazione del leader di Azione Carlo Calenda: “E qui siamo oltre Salvini. Possibile che questo paese non riesca ad avere un centrodestra normale?!”.
(da agenzie)

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