Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
NON E’ ESCLUSA UNA CONTROFFENSIVA DELL’UCRAINA IN PRIMAVERA
Dopo averli chiesti con forza per mesi, l’Ucraina ha ricevuto il via libera dei Paesi
occidentali all’invio di carri armati pesanti e si prepara a ricevere ora decine di tank moderni entro la primavera prossima che potrebbero cambiare le prospettive sul campo di battaglia della guerra in Ucraina.
Si tratta dei famosi Leopard 2 prodotti in Germania ma anche degli M1 Abrams statunitensi di altri carri armati da combattimento che i Paesi occidentali sono disposti ad inviare a Kiev.
Un deciso cambio di passo nella strategia occidentale i cui risvolti politici ma anche militari sono però ancora tutti da decifrare. Zelensky aveva chiesto con forza i carri in vista di una temuta offensiva russa in primavera quando, per ovvie ragioni, la guerra si trasformerà da conflitto statico come quello attuale, con massicci bombardamenti da una parte e dall’altra, in guerra di movimento dove l’uso di carri e veicoli da combattimento la faranno da padrone.
Ne abbiamo parlato con l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, già capo di stato maggiore della difesa ed ex presidente del comitato militare della NATO
L’Ucraina riceverà i carri armati dai Paesi occidentali. I tank inviati possono cambiare veramente le sorti della guerra e in che misura? La sproporzione di forze e mezzi appare comunque enorme.
Io penso che nessuno sappia e può dire oggi con certezza come si svolgeranno gli eventi sul campo di battaglia dalla primavera in poi e come andrà a finire la guerra in Ucraina. È vero che c’è una sproporzione di forze ma è altrettanto vero che fino ad oggi questa sproporzione non ha giovato molto ai russi. Inoltre noi non sappiamo in realtà esattamente quanto i russi abbiano ricostituito le loro forze, quanto si siano riorganizzati e quanto abbiano riguadagnato in efficienza operativa. Quindi se da un lato c’è apparentemente una superiorità numerica, dall’altra quanto questa superiorità sia efficace non lo sappiamo. Del resto fino ad ora gli ucraini, che erano in chiara minorità e lo sono tutt’ora, hanno dimostrato di saper, anche grazie agli armamenti occidentali, sopperire a questa inferiorità con la qualità dei mezzi, con la qualità dell’impiego di questi mezzi e con la volontà e la motivazione dei loro uomini. Alla fin fine c’è una differenza fondamentale: i soldati ucraini e il popolo ucraino combattono per la propria legittima sopravvivenza mentre i russi no e il morale in guerra fa molta differenza. Non sempre il più forte ma senza le giuste motivazioni ha vinto.
Dopo i tank, Zelensky chiede ora anche i caccia ma con questo invio continuo di mezzi da parte dei Paesi occidentali non si rischia una escalation?
Sugli aerei siamo in una fase interlocutoria e non è detto che ciò avvenga e anzi la Germania è stata perentoria nel dire di no. Detto questo mi sembra che gli americani e in genere gli occidentali, se da un lato sostengono pienamente l’Ucraina, dall’altro stanno sempre attenti a non superare la linea di un confronto diretto con la Russia. Tutto dipenderà anche dagli sviluppi sulla cessione di nuovi equipaggiamenti e su come evolverà la situazione sul campo di battaglia da questa fase statica a una fase più dinamica che ci si aspetta in primavera. La strategia occidentale però è chiara: non solo l’Ucraina non deve perdere ma Putin deve perdere. Poi su cosa questo significhi è da vedere. L’Occidente è evidentemente disposto a dare le armi necessarie perché l’Ucraina possa riguadagnare il più possibile il suo territorio ma la parola escalation non mi sembra del tutto corretta. Qui siamo in guerra, l’Ucraina vuole vincere e noi occidentali vogliamo che l’Ucraina vinca e questo significa riprendersi il territorio che legalmente è suo.
Per quanto riguarda l’Italia, si spinge perché consegni a Kiev i sistemi missilistici contraerei SAMP-T. L’Italia sarà coinvolta di più nel conflitto in Ucraina?
Mi sembra abbastanza chiaro che l’Italia è intenzionata a fornire questi sistemi d’arma all’Ucraina. Anche se i decreti governativi sono secretati, i segnali sono chiari in questo senso e l’Italia i SAMP/T li darà. D’altra parte nella visita in programma nei prossimi giorni del Presidente del consiglio Meloni a Kiev la premier non andrà certo a mani vuote e i SAMP-T saranno uno dei pezzi forti della disponibilità italiana.
Per ora i russi rispondono con un fitto lancio di missili, ma una offensiva su larga scala è ipotizzabile in primavera?
È ragionevole pensare, dal punto di vista di una logica militare, che nel caso i russi in questi mesi siano riusciti a ricostruire le loro forze tenteranno una offensiva per consolidare le loro posizioni guadagnate. Come del resto però è possibile che siano gli ucraini a tentare una controffensiva o una offensiva per recuperare territorio in mano ai russi. Io ritengo che gli ucraini abbiano le motivazioni per poter resistere all’invasione russa e riguadagnare anche grandi porzioni del loro territorio. Su quanto di questo territorio potrà essere riguadagnata questo ce lo dirà il campo di battaglia. Quello che è certo è che in primavera si passerà da una guerra di trincea a una guerra di movimento e in un confronto dinamico dove saranno più determinanti i mezzi corazzati e meccanizzati.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
LE TRUPPE RAMPELLATE PROMETTONO BATTAGLIA NEL LAZIO, DOPO IL COMMISSARIAMENTO IMPOSTO DALLA DUCETTA. E INTANTO, A MILANO, SANTANCHÈ E LA RUSSA SPADRONEGGIANO
Andrà in Libia, ma anche il suo partito ormai è animato da tribù. Poi a Kyiv. In mezzo: Varsavia, le visite di Michel e Orbán. E ancora: Stoccolma e Berlino. Al termine di questa agenda (a proposito: che fine hanno fatto gli “Appunti di Giorgia”?) l’Air force Meloni atterrerà la mattina del 5 febbraio all’auditorium della Conciliazione.
Sarà l’unico evento della premier da capo di partito a sostegno di Francesco Rocca, candidato governatore nel Lazio, terra di fratelli coltelli. Con lei ci sarà Matteo Salvini ed è previsto un video saluto di Silvio Berlusconi. E’ chiaro però come questo appuntamento sarà interessante solo per capire eventuali nuovi sviluppi della questione romana che scuote il partito di Meloni, nato proprio sui colli fatali.
E per opera per giunta di Fabio Rampelli, il padre nobile ora disconosciuto, sempre più ridimensionato (per essere buoni) insieme alle sue fastidiose e agguerrite truppe.
A partire da Massimo Milani, “il federale” commissariato d’imperio da Meloni (con Giovanni Donzelli) il giorno in cui si trovava ad Algeri per stringere importanti accordi economici sull’energia.
“In questa fase serve disciplina, perché Giorgia ha altro a cui pensare: deve governare il paese”, racconta al Foglio il triangolo di potere che alberga tra ministeri e Via della Scrofa dove si gestisce la supplenza. Da qui rispondono Arianna, “la sorella madre”, e il marito Francesco Lollobrigida.
Il fatto è che la storia non finisce qui. Milani, il deputato rampelliano commissariato, ha scritto una lettera molto puntuale a Meloni per contestarne le scelte. Il vicepresidente della Camera, con gavetta lunga quarant’anni, è pronto a non darsi per vinto.
Adesso la sfida si sposta sulle preferenze per le regionali nel Lazio e poi in caso di vittoria di Rocca ci sarà da ridere al momento di formare la giunta.
Se Roma è un caos, c’è il rischio che altri feudi inizino a dare sempre più problemi. Come raccontano le cronache milanesi dove i protagonisti ingombranti si chiamano Daniela Santanchè e soprattutto Ignazio La Russa. Meloni vorrebbe dire a tutti “state boni se potete”. Peccato che intanto la stia aspettando Zelensky.
(da Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
SULLE QUESTIONI DAVVERO DELICATE, COME LA FINANZIARIA O LE NOMINE NELLE PARTECIPATE, GIORGIA MELONI NON VUOLE NESSUN TAVOLO (ALLA FACCIA DEL POTERE DIALOGANTE)
Il governo dei tavoli, il governo Meloni ne ha fatto una specialità. 
Tavoli su tutto: dalle commissioni sul Pos alle pensioni, dai balneari alla sicurezza sul lavoro, dalle telecomunicazioni per arrivare ai più suggestivi in assoluto: il tavolo “Appennini senza neve”, convocato dalla ministra per il Turismo Daniela Santanché e quello “trotto e galoppo”, appena convocato dal sottosegretario all’Agricoltura Patrizio Giacomo La Pietra.
Non ci sarebbe niente di male, se poi dal tavolo arrivassero anche le soluzioni. La parola d’ordine è un’altra: «Ascolto».
Il ministro per le Imprese Adolfo Urso ascolta le imprese che rivorrebbero gli incentivi dimezzati di Industria 4.0. Ascolta i sindacati preoccupati per le crisi industriali. Ascolta gli azionisti di Tim per la rete unica (e si vanta del rimbalzo del titolo per la sola apertura del tavolo). Mentre i manager, in parallelo, vengono ascoltati dal sottosegretario Alessio Butti a Palazzo Chigi.
La ministra del Lavoro Calderone si è sciroppata 50 interventi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro: oltre cinque ore di “ascolto” sulla previdenza, in 15 a parlare, nessuna linea di riforma annunciata, ma la promessa di altri tavoli.
D’altro canto, non è colpa dei ministri. Era stata la stessa premier Giorgia Meloni a dettare la linea. La manovra di bilancio ad esempio non ha avuto tavoli, anche sulle nomine pubbliche e lo spoils system niente tavoli, solo annunci in Consiglio dei ministri a cose fatte.
Ma scontro duro (vero), dietro le quinte, tra Chigi e Tesoro sulla figura cruciale del direttore generale, poi spacchettata. Per le cose che contano insomma niente tavoli e caminetti. Né patti della crostata o delle pere cotte. Il tavolo piuttosto è strumento di propaganda. Serve al governo Meloni a prendere tempo, a inseguire l’agenda dell’emergenza, a consolidare rapporti con gli amici e misurare la distanza coi nemici, a costruire l’immagine di un potere dialogante con tutti.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
SI VA INCONTRO A UNA CONDANNA FIN O A TRE ANNI DI RECLUSIONE
Tempi duri per gli haters. Commette il reato di diffamazione aggravata chiunque adoperi termini che risultino offensivi sulla bacheca di Facebook, rischiando fino a tre anni di reclusione.
Condannato per diffamazione aggravata, infatti, perché, di fatto, le frasi sono pubbliche.
Lo ha sancito la Corte di cassazione con la sentenza 3453/23 che ha confermato e reso definitiva la condanna a carico di una 46enne che aveva scritto offese sui. Inutile il ricorso della difesa per smontare l’impianto accusatorio.
Ad avviso della quinta sezione penale il verdetto di colpevolezza poggia sul principio per cui proprio la natura, pacificamente, pubblica della bacheca ove le frasi sono state pubblicate permette di qualificare il fatto in termini di diffamazione aggravata ai sensi dell‘art. 595, comma 3, cod. pen., poiché questa modalità di comunicazione ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone (non contestualmente presenti), perché attraverso questa piattaforma virtuale gruppi di soggetti valorizzano il profilo del rapporto interpersonale allargato a un numero indeterminato di aderenti al fine di una costante socializzazione.
Per gli Ermellini, infatti, di cui ha scritto il sito Cassazione.net, rileva Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, il motivo è fondato e, al riguardo, ha ricordato che “L’elemento distintivo tra ingiuria e diffamazione è costituito dal fatto che nell’ingiuria la comunicazione, con qualsiasi mezzo realizzata, è diretta all’offeso, mentre nella diffamazione l’offeso resta estraneo alla comunicazione offensiva intercorsa con più persone e non è posto in condizione di interloquire con l’offensore.
Tant’è che la missiva a contenuto diffamatorio diretta a una pluralità di destinatari, oltre l’offeso, non integra il reato di ingiuria aggravata dalla presenza di più persone, bensì quello di diffamazione, stante la non contestualità del recepimento delle offese medesime e la conseguente maggiore diffusione della stessa.”
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
C’E’ DAVVERO UNA FUGA DAL LAVORO?
Siamo dentro una fase nuova, durante la quale – anche attraverso conflitti
individuali e sindacali – ciascuna azienda sta cercando di trovare la giusta misura con cui fare corso al lavoro agile. E le difficoltà non sono poche
La pandemia ha generato uno scossone molto forte nel mondo del lavoro, soprattutto a causa del lungo periodo di lavoro a distanza che tantissime persone hanno dovuto sperimenta all’improvviso e senza alcuna preparazione. A questo elemento si è aggiunta la prepotente apparizione, nei mercati del lavoro occidentali, di un fenomeno imprevisto: la crescita del numero di persone che lascia il posto di lavoro, fenomeno ribattezzato negli Stati Uniti come “grandi dimissioni”. Proviamo a capire in dettaglio cosa sta accadendo.
Una rivoluzione a metà?
È difficile formulare delle analisi sul fenomeno dello smart working, perché dietro questa definizione ci sono tanti modelli organizzativi diversi tra loro – si va dal lavoro misurato solo per obiettivi al semplice spostamento fisico dall’ufficio alle mura domestiche, senza ulteriori cambiamenti; per capirci qualcosa possiamo partire da alcuni dati oggettivi.
Il primo dato è strettamente normativo: dall’1 gennaio scorso è terminata la normativa emergenziale e, salvo specifiche eccezioni (i lavoratori fragili, ma solo fino al 31 marzo), si potrà lavorare in modalità agile solo firmando un accordo ad hoc con il datore di lavoro. Può sembrare un mutamento banale ma non lo è: pensiamo al tempo necessario, in aziende con centinaia o migliaia di dipendenti per andare a regime, senza dimenticare che le singole clausole degli accordi potrebbero non essere condivise dai lavoratori, con l’impossibilità di accedere allo smart working.
Il secondo dato è una crescente conflittualità sindacale sul tema: nonostante la legge del 2017 abbia “dimenticato” di assegnare un ruolo formale agli accordi collettivi per la disciplina di questo strumento, è sempre più frequente il ricorso allo sciopero per rivendicare il diritto a lavorare in smart working, nelle aziende dove i datori di lavoro sono poco favorevoli ad utilizzare ancora questa forma di lavoro. Il terzo dato è la variabilità dei modelli, cui si faceva cenno prima: sotto l’insegna dello smart working si trova ancora di tutto. Ci sono aziende che stanno tentando di cambiare in maniera radicale il metro di valutazione della prestazione lavorativa, abbandonando la misurazione del tempo e puntando sulla valutazione degli obiettivi.
Un passaggio sicuramente ambizioso e rivoluzionario, ma non facile da realizzare e, soprattutto, non necessariamente adeguato ad ogni lavoro; ci sono ancora tanti lavori che hanno bisogno, per una corretta gestione, di essere misurati anche in relazione al tempo. E poi ci sono i modelli “minimalisti” di smart working, nei quali non c’è alcun reale elemento di agilità nella gestione del lavoro, ma il semplice spostamento della scrivania dall’ufficio alla propria abitazione, dove traslocano i vincoli orari e i metodi di lavoro tradizionali. L’unico elemento che sembra presente in tutti i modelli è il carattere “ibrido” del lavoro agile: sono poche le esperienze nelle quali si lavora tutta la settimana con tale modalità, mentre prevale in maniera abbastanza netta la regola dei 3 giorni in ufficio e 2 giorni in smart working, seppure la declinazione ha mille varianti applicative.
Il quarto elemento è di natura quantitativa; con l’uscita dalla pandemia sembra essersi fermata la diffusione del lavoro a distanza. Secondo le analisi dell’INAPP presentate nel corso della giornata di studi Lavoro agile, definizioni ed esperienze di misurazione tenutasi ieri, in Italia lavora in smart working solo il 14,9% degli occupati, nonostante quasi il 40% dei lavoratori potrebbe utilizzare tale modalità. Una brusca frenata, secondo tali analisi, del percorso di crescita prorompente che, sotto la spinta delle misure sanitarie, nel 2020 ha fatto aumentare il numero di lavoratori in smart working dal 4,8% dell’anno precedente al 13,7%; già nel 2021 il tasso di crescita del ricorso al lavoro agile è decisamente rallentato, attestandosi al 14,9%.
L’insieme di questi fattori, come si diceva, non agevola analisi semplici e conclusioni definitive; l’analisi di INAPP, le cronache sindacali e l‘esperienza quotidiana ci consentono di dire, tuttavia, che sembra essersi fermata la crescita apparentemente senza limiti dello smart working. Siamo dentro una fase nuova, durante la quale – anche attraverso conflitti individuali e sindacali – ciascuna azienda sta cercando di trovare la giusta misura con cui fare corso al lavoro agile; una misura che non è solo di tipo quantitativo (quanto smart working utilizzare) ma anche e, soprattutto, di tipo qualitativo (quali modelli adottare).
Le grandi dimissioni: fenomeno apparente o reale?
Un altro fenomeno di cui si parla molto è quello delle “grandi dimissioni”, la fuga dal lavoro che sembrerebbe attraversare, dopo la pandemia, le economie occidentali. Le discussioni sull’effettiva entità del fenomeno sono molte, senza che si sia giunti a una conclusione stabile; il tema è tornato sotto i riflettori proprio in questi giorni, quanto meno nel nostro paese, dopo la pubblicazione dei dati trimestrali sulle comunicazioni obbligatorie da parte del Ministero del lavoro. Da queste indagini viene fuori un dato rilevante di dimissioni nel corso dei primi mesi del 2022, oltre 1,6 milioni, con una crescita rilevante rispetto allo stesso periodo del 2021, quando erano state registrate più di 1,3 milioni di dimissioni. Un numero che indica, è bene chiarirlo, i rapporti cessati per dimissioni e non i lavoratori coinvolti (se, per esempio, un lavoratore si fosse dimesso tre volte, sarebbe contato con 3 dimissioni).
Ma nel 2022 non sono aumentate solo le dimissioni: sono cresciuti anche i licenziamenti, tema che è stato oggetto di un lungo “congelamento” durante la pandemia per via dei divieti previsti dalla normativa emergenziale. Nei primi 9 mesi del 2022 sono stati circa 557 mila i licenziamenti, contro i circa 379 dello stesso periodo del 2021 (quando ancora, però, c’erano gli effetti del blocco). Che cosa vogliono dire questi dati? C’è davvero una fuga dal lavoro? Non è così semplice arrivare a questa conclusione. Come hanno fatto notare alcuni commentatori esperti nella lettura di questi numeri (primo tra tutti Francesco Seghezzi, il Presidente di Adapt), la crescita delle dimissioni è stata accompagnata anche da una crescita delle nuove attivazioni di rapporti di lavoro, che sono maggiori rispetto alle dimissioni (il numero complessivo di attivazioni, includendo anche i rapporti a termine, è di 3 milioni e 384 mila rapporti, con una crescita rilevante rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente).
Un dato che, forse, consente di parlare, più che di “grandi dimissioni”, di “grandi turnazioni”: il mercato del lavoro sembra essere meno ingessato rispetto al passato, pesa di più la concorrenza tra le imprese per accaparrarsi le persone e i lavoratori sono maggiormente disponibili a cambiare azienda, cercando condizioni migliori che vanno oltre la semplice offerta economica
Dimissioni e smart working: quali legami?
Le imprese fanno sempre più fatica a trovare manodopera qualificata e quindi cercano di attrarre personale offrendo condizioni migliori, soprattutto per i lavori che richiedono una forte qualificazione e specializzazione; i lavoratori e le lavoratrici, con l’affacciarsi di generazioni sempre meno legate al concetto di posto fisso, partecipano ben volentieri a questa concorrenza che li riguarda, e con un coraggio sconosciuto ai loro padri e madri cambiano posto di lavoro. In questo scenario, pesano sempre di più elementi apparentemente secondari rispetto al salario ma ormai diventati una priorità, soprattutto per le nuove generazioni, quali le condizioni e l’organizzazione del lavoro. Un datore di lavoro capace di offrire modelli organizzativi innovativi, sistemi di welfare aziendale efficienti oppure forme di smart working moderno, agile e produttivo, nei casi un cui la prestazione lo rende utilizzabile, può certamente disporre di un’arma forte e potente per attrarre il personale di cui ha bisogno.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRA VINCE IL DUELLO CON IL COORDINATORE DI FDI CHE SI E’ SCOPERTO GARANTISTA IN RITARDO
Sono le vicende giudiziarie famigliari ad accendere il dibattito tra Maria Elena Boschi e Giovanni Donzelli nel faccia a faccia a Porta a porta andato in onda ieri, 26 gennaio, a su Rai1.
Seppur nel clima ovattato al tavolo di Bruno Vespa, tra l’ex ministra renziana e il coordinatore di Fratelli d’Italia non mancano stilettate avvelenate e colpi sotto la cintura mentre si discute di intercettazioni e della linea del governo.
Soprattutto quando si rievocano i rispettivi famigliari e le loro vicissitudini con la giustizia. La scintilla che dà fuoco alle polveri di Boschi è l’intervento di Donzelli, che ci tiene a chiarire come la posizione della maggioranza e del governo, oltre che propria, è di assoluto garantismo in tema di Giustizia.
Una posizione che sorprende oggi Boschi, visto che in passato, come lei stessa ricorda, lo stesso Donzelli da consigliere regionale toscano sembrava di tutt’altro avviso: «Sentire queste parole dall’onorevole Donzelli – dice Boschi – senza fare troppa polemica, ma lui sa benissimo come negli anni passati da banchi del parlamento e del consiglio regionale ha fatto delle battaglie politiche su delle indagini in corso, come quella su Banca Etruria o quella sulla famiglia Renzi, che si sono risolte poi in un’assoluzione piena, quindi non c’è stata alcuna condanna».
E quindi l’ex ministra ricorda gli attacchi del collega di FdI e del suo partito: «Però voi e lei nello specifico l’ha usata come arma politica, in modo demagogico e giustizialista».
L’arresto del fratello di Donzelli
Ed è a quel punto che arriva l’affondo, con Boschi che va a ripescare il caso che ha coinvolto la famiglia di Donzelli: «Quando hanno arrestato suo fratello, sa che noi non l’abbiamo fatto. Anzi, io le faccio gli auguri perché sono garantista davvero. E nessuno l’ha attaccata, speriamo si accerti positivamente questa vicenda. Allora va bene che quando uno va al governo cambia posizione su tutto – rincara Boschi – E siete diventati quelli della retromarcia, però non può venirmi a dire cose che proprio cozzano con quel che ha detto negli ultimi anni. Proprio a me poi».
Il fratello di Giovanni Donzelli, Niccolò, è stato arrestato lo scorso ottobre nell’inchiesta della procura di Firenze su alcune presunte bancarotte fraudolente. Niccolò Donzelli in particolare è finito tra gli indagati per il suo ruolo di presidente del Cda di Antiche tipografi e di Aria advertising, due delle società finite nel mirino della Guardia di finanza per accertamenti.
IL coordinatore di FdI ribatte a testa bassa prendendo nettamente le distanze dal fratello: «L’unica cosa che unisce la vicenda di mio fratello con le vicende che hanno riguardato l’onorevole Boschi è che lei così come mio fratello votano il partito di Matteo Renzi. Ha sempre votato per il centrosinistra. È per questo che non è mai stato collegabile con la mia vita politica».
Boschi a quel punto ribatte: «Io le auguro di cuore che ci sia un’altra cosa che unisca le vicende: che mio padre è stato assolto e mi auguro che possa esserlo anche suo fratello, perché io non ho niente contro di lui. Certo trovo surreale che lei prenda le distanze da suo fratello».
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
PER TUTTI GLI HATER L’ACCUSA E DI DIFFAMAZIONE AGGRAVATA DALLE MOTIVAZIONI RAZZIALI
Venti persone sono state denunciate dai carabinieri della Sezione Indagini
Telematiche del Nucleo Investigativo di Milano per le minacce e le ingiurie rivolte via web contro la senatrice a vita e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz Liliana Segre.
L’accusa per tutti è quella di diffamazione aggravata dalle motivazioni razziali. Tra i venti denunciati, di cui si apprende proprio nel Giorno della Memoria della Shoah, risulta compreso anche Chef Rubio, già protagonista in passato di numerose affermazioni antisemite oltre che di ripetute ingiurie contro la senatrice a vita, che aveva infine deciso di passare all’azione e denunciarlo, insieme ad altri haters, lo scorso dicembre.
L’ultimo tweet al veleno dello chef romano contro Liliana Segre dello chef romano, in un acrobatico collegamento con gli scontri avvenuti ieri a Jenin tra l’esercito israeliano e i miliziani palestinesi costati la vita a 10 persone, risale proprio a questa mattina, 27 gennaio.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
FDI PRIMO PARTITO, MA IN CALO RISPETTO ALLE POLITICHE
I sondaggi per le elezioni regionali in Lombardia danno il presidente uscente Attilio Fontana in ampio vantaggio sullo sfidante Pierfrancesco Majorino. Mentre la candidata del Terzo Polo Letizia Moratti è staccata. La rilevazione di Ipsos illustrata da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera dice che il candidato del centrodestra arriva al 45% delle preferenze, mentre quello del centrosinistra raccoglie il 33,8%.
L’ex ministra di Berlusconi ora con Renzi e Calenda invece è al 19%.
Il campione di Ipsos apprezza anche l’operato del presidente uscente: i voti sopra la sufficienza arrivano al 55%. Su Moratti le valutazioni negative superano quelle positive. E sono più accentuate tra gli elettori di Fontana e Majorino. A conferma delle resistenze dell’elettorato di centrosinistra all’atto di presentazione della candidatura.
I voti ai partiti
Per quanto riguarda i voti ai partiti, Fratelli d’Italia è primo in Lombardia con il 24,9%, ma in calo rispetto alle elezioni del 25 settembre quando il partito di Meloni ha toccato quota 28,5%.
La Lega è al 13,4% (rispetto al 13,3% di settembre), mentre Forza Italia cala al 6,5% dal 7,9%.
Le liste a sostegno di Fontana raggiungono complessivamente il 49,5%. Il Partito Democratico è al 18,4% (rispetto al 19%) mentre il Movimento 5 Stelle chiude all’8,1%, in crescita rispetto al 7,5% di settembre. Complessivamente le liste che sostengono Majorino arrivano al 32,5%.
Il Terzo Polo invece incrementa i suoi voti rispetto a settembre, ma grazie ai voti della lista di Moratti: il sostegno totale delle liste arriva al 16,1%. Sia Moratti che Majorino raccolgono più voti della loro coalizione. Fontana li perde.
Per Pagnoncelli non intende votare quasi il 40% dell’elettorato.
(da Open)
argomento: Politica | Commenta »
Gennaio 27th, 2023 Riccardo Fucile
COSA STANNO FACENDO DI MAIO, DI BATTISTA E FICO?
Solo l’ex presidente della Camera è rimasto fedele al Movimento. Tra un padel e
una corsa sui Kart, i volti storici della creatura di Beppe Grillo stanno cercando di reinventarsi
Kart e colazioni di lavoro per uno, comparsate in tv e manifestazioni contro Zelensky per l’altro. I due alter ego del Movimento 5 stelle originario, ormai fuoriusciti dal partito, si stanno costruendo nuove vite, lontani dalle aule parlamentari. Il terzo frontman della compagina grillina della prima ora, invece, è rimasto fedele a Conte, leader del partito. Stiamo parlando di Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista e Roberto Fico. Repubblica dedica una pagina alle loro attuali attività. L’ex ministro degli Esteri, ancora in attesa di conoscere l’esito della “candidatura” a ricoprire il ruolo di emissario dell’Unione europea nel Golfo – contratto da oltre 10 mila euro mensili più staff al seguito -, pare si diletti in qualche scorribanda sui kart, sua antica passione. Torna di rado nel paese natale di Pomigliano, mentre ha conservato la casa a Roma, zona Camilluccia. L’ex fidanzata Virginia Saba, invece, si sarebbe trasferita altrove.
Nelle mattinate capitoline, pare che Di Maio partecipi a diverse colazioni di lavoro. Non di rado è stato visto pranzare a Ciampini, locale rinomato nei pressi di Montecitorio, e cenare in zona Ponte Milvio. Se non riuscisse a ottenere l’incarico europeo per il Golfo, il suo piano B punterebbe al mondo delle consulenze e del lobbying. La parabola dell’ei fu capo politico del Movimento, comunque, pare portarlo lontano da ulteriori esperienze di politica di partito. Non è così scontato, invece, che Di Battista non ripercorra la strada di qualche elezione. Ha fondato un’associazione culturale, Schierarsi, che un giorno potrebbe trasformarsi in un soggetto politico vero e proprio. Nel frattempo cura il suo canale YouTube da oltre 100 mila iscritti, gestisce una rubrica su Tpi, scrive libri per la casa editrice del Fatto quotidiano e raccoglie gettoni per le ospitate da Floris, su La7.
Non rinuncia ai viaggi all’estero con la famiglia, di cui lui stesso dà notizia sui social. La sua prossima azione da movimentista coriaceo averrà l’11 febbraio: Di Battista sarà a Sanremo per partecipare al controfestival organizzato da Carlo Freccero e dalla commissione Dupre, Dubbio e precauzione. Si tratta di una protesta contro il videointervento di Zelensky all’Ariston, che andrà in scena simultaneamente e nello stesso luogo dove si starà disputando la finale del Festival di Sanremo. Titolo della mobilitazione infarcita di messaggi anti Nato? No alla propaganda di morte in tv. Anche Beppe Grillo ieri, 25 gennaio, si è schierato contro la comparsata del presidente ucraino. Del tridente dei primissimi frontman grillini, l’unico rimasto ancora nelle file dei 5 stelle è Fico. Da ex presidente della Camera, ha conservato un ufficio riservato all’interno di Montecitorio, con staff annesso a carico del bilancio della Camera.
Non si vede frequentemente nel palazzo del parlamento, quando c’è, scrive Repubblica, i commessi si domandano cosa faccia dopo aver acceso i computer nella sua stanza. Fuori da Montecitorio, nella sua Campania, partecipa a iniziative con gli attivisti, fornisce i suoi suggerimenti agli assessori grillini del Comune di Napoli, incontra gli studenti nelle scuole e partecipa alle manifestazioni: insomma, come ai vecchi tempi, continua a fare politica sul territorio. Intanto, nell’organigramma del partito, ha la funzione di capo del Comitato di garanzia. Secondo lo statuto vigente, non ci sono prospettive di ricandidatura per Fico: avendo esaurito i due mandati consentiti dal regolamento, non potrà più correre sotto l’effigie delle 5 stelle né per le comunali, né per le regionali, né per le politiche e tantomeno per le elezioni europee.
(da La Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »