Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
LA PROVA: SI RISARMIA 28 CENTESIMI SU UNA SPESA DI 34 EURO… POCHI I PRODOTTI A PREZZO BLOCCATO E SOLO DELLE GRANDI MARCHE
Per vedersi, si vede. Almeno qui al supermercato Doc di via Frattini, Roma Sud, gli scaffali si sono riempiti dei carrellini tricolori del “trimestre anti-inflazione”, l’iniziativa del governo contro il caro prezzi. Coop, di cui l’insegna Doc fa parte, è tra le catene che hanno aderito in modo più convinto e stamattina — tra i clienti della spesa grande della domenica e le telecamere del tiggì — i dipendenti finiscono di sistemare i cartellini: “prezzi bloccati” per tre mesi su mille prodotti, “sconto 10%” su 200. Mille e duecento carrellini verde-bianco-rossi sui 6 mila prodotti esposti.
Un risparmio di 28 centesimi
Si vede, e i clienti notano: «Per fortuna», dice Roberta, 40 anni, sei borse piene e mezzo metro di scontrino. Ma il punto è: si sente? «Qualcosina». Abbiamo fatto una prova anche noi, la stessa spesa di dieci prodotti sabato e oggi, giorno uno del trimestre anti-inflazione: spaghetti, passata, tonno in lattina, due etti di prosciutto cotto, pannolini, latte, biscotti, docciaschiuma, mele.
Scoprendo che il risparmio netto su un conto di 34 euro, grazie al 10% sul tonno, è di 28 centesimi. Che nel nostro caso si riducono a un solo centesimo visto che — “signore, lascio?” — il salumiere abbonda con il cotto. Gustosa sintesi: il carrello anti-inflazione, anche dove è applicato più diffusamente, vale una fetta di prosciutto.
L’industria alimentare non aderisce
Non certo una svolta, considerato che dall’inizio della tempesta dei prezzi i rincari sono del 20-25 per cento. E considerata la pompa con cui Palazzo Chigi ha siglato il patto con la filiera alimentare, definito dalla premier Meloni la prova che l’Italia è «una nazione in grado di tenersi per mano e lavorare sullo stesso obiettivo».
La realtà è che, come con la benzina o i biglietti aerei, le velleità da calmieratore del ministro del Made in Italy Adolfo Urso — ispirato da un analogo trimestre anti-inflazione francese — si sono subito scontrate contro la libertà dei prezzi.
E sui tanti tavoli organizzati da luglio con la filiera, dati alla mano non imputabile di “extra profitti”, è rimasta solo l’arma spuntata della moral suasion. Così, dei 23 mila esercizi aderenti, il grosso sono punti vendita della grande distribuzione, con monitoraggio di Mr. Prezzi.
La grandezza dei panieri e l’entusiasmo variano: il ministro Salvini, che domenica ha fatto spesa da Esselunga, ha scoperto che lì la promozione parte con calma dopo il weekend. Tra i piccoli esercenti, quelli che servono paesini e anziani, molte farmacie e pochissimi alimentari. Soprattutto, l’industria alimentare, con pochissime eccezioni, si è limitata a una dichiarazione di intenti, giusto per evitare l’assenza.
Carne e frutta esclusi
Il risultato è che, qui a via Frattini e in tutti i supermercati d’Italia, i prodotti a prezzi congelati o — in molti meno casi — scontati sono solo quelli “a marchio del distributore”, Coop, Conad, Carrefour eccetera. Quelli dove le catene hanno il controllo della filiera e la possibilità di gestire in autonomia i prezzi.
Nella nostra spesa: Parmigiano in busta, bloccato, e tonno, unico sconto. Potevamo essere più oculati, vero, sacrificare i marchi e scegliere più prodotti del distributore, come sempre più italiani fanno per risparmiare e non arrendersi al discount. Così metteremmo al riparo dai rincari per tre mesi una parte più grande del nostro carrello. Non tutto, in ogni caso: restano fuori i freschi — frutta, carne e pesce — perché i loro prezzi sono troppo variabili. E altri prodotti come l’olio, su cui anche le catene più volenterose non possono mettere argini: il raccolto è stato brutto, i prezzi saliranno. I pannolini sono storia a sé: a gennaio, dopo che il governo ha tagliato l’Iva di 5 punti, i produttori hanno subito alzato i prezzi.
Operazione di immagine
Insomma, mentre in Francia il governo annuncia che nel 2024 le imprese bloccheranno i prezzi di 5 mila prodotti, l’effetto finale del patto anti-inflazione italiano, tra sconti e rincari evitati nei prossimi mesi, non sarà lontano dalla nostra fetta di prosciutto moltiplicata per 90 giorni di spesa. Ma la percezione, si sa, conta e la scommessa del governo è che la vista del carrellino tricolore (bel logo, almeno) restituisca un po’ di fiducia almeno fino a Natale. Se di operazione di immagine si tratta, come dicono addetti ai lavori e associazioni dei consumatori, ha tempismo: l’anno scorso ottobre e novembre sono stati il picco di inflazione, quindi i prossimi due mesi mostreranno in ogni caso flessioni decise. Il governo potrà prendersi parte del merito e proporre di allungare “l’esperimento”, o sperare che la corsa dei prezzi per allora sia tornata solo normale. Magra consolazione per le famiglie. Dice Letizia: «Quello che abbiamo perso in due anni non lo recuperiamo più. E tra tre mesi?».
(da La Repubblica)
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Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
VIOLANO LA LEGGE E SE LA PRENDONO CON CHI LA APPLICA
Si chiama Iolanda Apostolico, ha 59 anni ed è la giudice del
tribunale di Catania che ha disapplicato il decreto del governo Meloni che prevede il trattenimento dei richiedenti asilo nei Cpr.
Lo ha fatto in base agli articoli 3 e 10 della Costituzione. La toga ha accolto il ricorso di una persona migrante di origini tunisine sbarcata il 20 settembre a Lampedusa e portata nel nuovo centro di Pozzallo, aperto solo pochi giorni fa nel Ragusano.
A seguire sono stati dichiarati illegittimi i trattenimenti di altre tre persone che si trovavano nella stessa condizione giuridica. La giudice ha naturalmente disapplicato anche la garanzia finanziaria da 4.938 euro ai richiedenti asilo per evitare la detenzione nei Centri di Permanenza e di Rimpatrio. Ma chi è Iolanda Apostolico?
La magistrata è originaria di Cassino in provincia di Frosinone. Non è iscritta a correnti. È arrivata a Catania più di venti anni fa. Prima si è occupata di penale, poi il passaggio al civile nella sezione immigrazione. Non ha mai espresso posizioni politiche riguardo il suo lavoro.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
SCHLEIN: “PREMIER CERCA UN NEMICO AL GIORNO, ORA BASTA”… ANM: “RESPINGIAMO CON SDEGNO LE ACCUSE”
“Sono rimasta basita di fronte alla sentenza del giudice di Catania”. Lo scontro sull’immigrazione diventa politico e istituzionale. Li innesca Giorgia Meloni che con un solo post sui social attacca senza mezzi termini la giudice Iolanda Apostolico che non ha convalidato il fermo di quattro profughi ospiti del centro di Pozzallo. “Un pezzo di Italia aiuta gli arrivi illegali”, attacca la presidente del Consiglio.
Dura la reazione di Elly Schlein. “Giorgia Meloni la smetta di alimentare lo scontro istituzionale che danneggia il Paese. – dichiara a Repubblica la segretaria del Pd – La smettano di cercare un nemico al giorno per nascondere le proprie responsabilità”.
“Se cercano responsabili del disastro sull’accoglienza si guardino allo specchio: – continua Schlein – è la destra che scrive leggi palesemente incostituzionali e poi se la prende con i giudici che fanno il loro lavoro. È la destra che ha messo la firma su tutte le leggi che hanno prodotto questo caos, come la Bossi-Fini che alimenta l’irregolarità, è sempre la destra che non ha mai contrastato il regolamento Dublino lasciando l’Italia più sola, per allearsi con Polonia e Ungheria che di solidarietà non ne vogliono sapere”.
Le parole della premier provocano anche la dura reazione dei magistrati che “respingono con sdegno le accuse” rivolte “alla collega Iolanda Apostolico, persona perbene che ha lavorato nel rispetto delle leggi”. Così l’Anm di Catania che poi rincara la dose: “Il rapporto tra potere esecutivo e giudiziario andrebbe improntato a ben altre modalità”.
(da agenzie)
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Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA PARLA AI GIOVANI, AI PRECARI, AI SOTTOPAGATI, A CHI CONFIDA IN UN MONDO IN CUI IL LAVORO NON E’ PIU’ AL CENTRO
Elly Schlein come il palo della Banda dell’Ortica: così la
raccontano le malelingue del Pd. In Italia succede la qualunque, questa destra ne combina di ogni colore ma lei, proprio come il personaggio di Enzo Jannacci, è “sempre fissa, lì, a scrutare nella notte”; cioè inconsapevole, perennemente altrove, estranea a quanto si dibatte nel governo, nel Parlamento e, a ricasco, nei talk-show, sui giornali, oppure a cena e al bar.
L’assenza o latitanza della Schlein costituisce ormai la sua cifra di leader. Ma questa caricatura che sta prendendo piede – occorre chiarirlo subito – non corrisponde al vero, ovvero vi corrisponde soltanto a metà perché Elly è tutt’altro che sprovveduta, ingenua, inesperta o naïve; semmai è una furbona la quale, diversamente dal palo della banda, vede e sente soltanto ciò che le conviene e nella misura in cui corrisponde al suo piano; a costo di sembrare asincrona non si fa dettare l’agenda.
Dinanzi al grande dilemma esistenziale se “ci è” o “ci fa”, come dicono a Roma, la risposta esatta è la seconda. “Ci fa”, nel senso che la sua apparenza aliena è figlia di un sottile calcolo.
All’inizio poco di lei si sapeva: era ambientalista, okay, e anche pro-migranti, per i diritti arcobaleno, pacifista. Cos’altro avesse in mente, in che consistesse il suo piano d’azione, a chi intendesse rivolgere le attenzioni del Pd erano altrettanti misteri.
Oggi, duecento giorni dopo l’elezione, parecchio si è chiarito. Elly ha piantato paletti che ne delimitano il campo di azione e fanno riferimento a precisi destinatari.
Si prenda il salario minimo: la proposta è stata pensata per quanti vivono ai margini, per definizione sfruttati, il più delle volte giovani. Non riguarda la grande massa dei salariati che magari se la passa altrettanto male ma nominalmente guadagna di più. I 9 euro di paga base fanno il paio con l’avversione al Jobs Act, che è un altro segnale ai nuovi diseredati, precari e senza una garanzia d’impiego. Schlein vuol far sapere: io vi sostengo, sono con voi diversamente dal vecchio Pd. Terzo paletto che definisce il suo pubblico: la suggestione dei 4 giorni lavorativi a parità di retribuzione.
Il primo a parlarne fu Giuseppe Conte, e non è un caso. Schlein vuole contendere ai grillini quei mondi che (oltre a desiderare una paga equa e un posto sicuro) privilegiano il tempo libero, non coltivano aspettative di carriera, tantomeno pensano di realizzarsi facendosi un mazzo spaziale. La segretaria sostiene, in base a esperienze straniere, che lavora meglio chi lavora meno e la produzione cala con l’aumento della fatica.
Ma l’efficienza non è in cima alle preoccupazioni di Elly così come la sorte di professionisti, lavoratori autonomi, imprenditori e tutti quanti lavorano h24 per 365 giorni l’anno. L’amore per il lavoro è un disvalore: questo vuol farci sapere la segretaria; tantomeno (come ritenevano i padri della sinistra) è l’epicentro dello scontro di classe, la grande leva dell’emancipazione come s’illudeva Karl Marx; meglio una scelta di vita dove il lavoro viene dopo il privato, con più rispetto per le aspirazioni proprie e del pianeta; chiamiamola se vogliamo “decrescita felice”.
Così, paletto dopo paletto, si va delineando l’identikit dell’elettorato cui mira la Schlein: giovane, precario, sottopagato, che confida nelle utopie in divenire del mondo automatizzato e dell’intelligenza artificiale dove nessuno dovrà sgobbare perché ai nostri bisogni provvederanno i robot, compresi quelli sonnolenti con cui ci deliziava nelle sue favole Gianni Rodari.
L’elettore del Pd targato Schlein non crede nelle divisioni in blocchi, nella giustizia attraverso le armi, nei dittatori africani che diventano buoni, nei freni ai migranti. Per cui Elly, come il cancelliere socialdemocratico Scholz, rinvierebbe l’aumento delle spese militari; è contro l’“esternalizzazione” dei Cpr; non spende una parola sui termovalorizzatori che è già un modo per sabotarli.
Semmai ha in mente il popolo Lgbt e a ragione nega di aver visto lo spot di Esselunga tanto lodato dalla Meloni (decisione di estrema finezza, secondo Paolo Mieli) perché non è tra le famigliole con il carrello della spesa che spera di raccogliere voti, né tra quanti non sanno come pagarsi il mutuo, o fanno la fila al pronto soccorso, o attendono l’ecografia da mesi, o vedono la pensione sbranata dal carovita, o temono che l’azienda vada zampe per aria a causa della recessione: quelli si rivolgono a Giorgia, è da lei che bussano, magari resteranno delusi però intanto la votano, inutile sprecarci fiato ed energia
Ecco perché la segretaria non ha speso una mezza parola sulla manovra di bilancio, sul debito in eccesso, sui mercati in subbuglio delegando il responsabile economico del partito Antonio Misiani (che non è la stessa cosa).
Idem su materie complicate, spesso noiose come la riforma della giustizia o quella delle istituzioni: non rappresentano il suo “core business”. Non parlano ai suoi potenziali elettori. E c’è coerenza nel “metodo Schlein”, a differenza di quei vecchi mestieranti Pd che l’avevano voluta sperando di manipolarla, di dirigerla salvo poi scoprire che la fanciullina preferisce sbagliare di testa sua, e si comporta da “gruppettara” nata nei movimenti, cresciuta nei centri sociali.
Lei è come è, tutta sbilanciata da una parte; però loro (i marpioni ex-dc che soffrono vedendo la famiglia trascurata e il ceto medio incompreso) le hanno spianato la strada con le primarie aperte, dove chiunque passando poteva votare, umiliando gli iscritti che avrebbero voluto Stefano Bonaccini. Ora, pare, sono pentiti: se la prendano con se stessi e non con Elly.
(da Huffingtonpost)
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Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
CALENDA: “NON ROMPERE LE PALLE E VAI A LAVORARE”
Troppo facile dire che Matteo Salvini è stato “preso in castagna”. La Lega non più tardi di cinque anni fa propose la chiusura dei supermercati e dei centri commerciali la domenica, salvo – era scritto nella proposta di legge di Barbara Saltamartini – una deroga per 8 festività da decidere di concerto con le Regioni. Il leghista deve averlo rimosso, perché nel pomeriggio di oggi, domenica 1 ottobre, ha deciso di immortalarsi sui social mentre fa la spesa all’Esselunga. “Niente pesche, ma tanta roba! Le domeniche belle all’Esselunga”, ha scritto andando a petto in fuori contro il plotone di esecuzione dei social.
Salvini padre divorziato, come quello della famosa pubblicità. Incauto, riempie ben sei buste, e in una foto afferra a piene mani e senza guanti manciate di castagne a 4 euro e 98 centesimi al chilo. Ce n’è abbastanza per ispirare 14mila commenti facebook, dei quali positivi saranno non più di 2, forse 3.
Gli altri spaziano l’intero universo della critica sociale. Non solo non gli perdonano l’incoerenza politica, anzi di quella si ricordano in pochi. Ma contestano proprio il fatto stesso che lui, politico, si faccia ritrarre nell’atto dell’acquisto.
La demolizione del Salvini consumens si serve di questi argomenti: fai pubblicità a una catena di distribuzione alimentare, non usi i guanti eppure sono proprio lì, la spesa all’Esselunga è troppo cara, molte persone non se la possono permettere, tanto più sei buste, io quest’anno nemmeno il bonus trasporti per mio figlio, non potevi spendere alla bottega sotto casa invece che al supermercato, già che c’è dia un’occhiata ai prezzi,
Ma forse bastava una sola domanda: perché? Non potevi fare la spesa e basta?
Ma la risposta è fin troppo facile: è il potere della pesca.
(da Huffingtonpost)
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Ottobre 2nd, 2023 Riccardo Fucile
CON LE ELEZIONI ALLE PORTE, GLI INTERESSI NAZIONALI INIZIANO A PREVALARE SU QUELLI DI KIEV
Nella tarda serata di sabato, l’Ucraina ha provato un assaggio di
quello che potrebbe accadere nei prossimi mesi. Sul sostegno a Kiev sono arrivate due brusche frenate, una dagli Stati Uniti e l’altra dall’Europa, entrambe giustificate dietro una ragione di priorità nazionali. Se la vittoria del filo-russo Robert Fico alle elezioni in Slovacchia ha confermato le sensazioni poco positive che si respiravano alla vigilia del voto, l’accordo tra democratici e repubblicani per scongiurare lo shutdown in America ha un retrogusto ancora più amaro. I 6,2 miliardi di dollari che il presidente Joe Biden aveva chiesto di approvare rimangono infatti bloccati per volere del GOP, il cui leader alla Camera, Kevin McCarthy, ha proposto un compromesso sul budget slegando l’aiuto a Kiev dalle questioni interne. Per l’Ucraina privarsi del contributo di Washington è però impossibile, se vuole centrare l’obiettivo della vittoria. Il tentativo di Volodymyr Zelensky, che aveva colto la sua presenza all’Onu per andare al Congresso a chiedere di persona ai repubblicani di abbandonare le loro reticenze, può dirsi dunque fallito. Per ora.
“Mi aspetto che McCarthy mantenga il suo impegno nei confronti del popolo ucraino e garantisca l’approvazione del sostegno necessario per aiutarlo in questo momento critico. Non possiamo in nessun caso permettere che il sostegno americano all’Ucraina venga interrotto. Voglio dire a Kiev e ai nostri alleati europei che potete contare su di noi”, ha avvertito Biden. “L’America deve essere all’altezza della parola data e continuare a essere leader”, gli ha fatto eco Lloyd Austin, capo del Pentagono.
La sensazione è che la firma del presidente sul compromesso raggiunto in stile buzzer beater (al suono della sirena) possa sembrare una sconfitta, visto che fino all’ultimo si era battuto per far passare gli aiuti a Kiev. Per Mario Del Pero, che insegna Storia degli Stati Uniti a Science Po ed è senior fellow di Ispi, non è così. “È una vittoria politica dei democratici, che hanno portato a casa una misura temporanea più o meno in linea con quella che volevano”, dice ad Huffpost. Ai milioni di dipendenti pubblici, inclusi i soldati dell’esercito che da oggi rischiavano di rimanere senza stipendio, l’amministrazione al governo ha dato una risposta concreta, impedendo che ciò avvenisse. Discorso diverso per l’Ucraina. Sebbene la decisione di escludere gli aiuti “non avrà ripercussioni nel breve periodo, perché ci sono strumenti legislativi che permettono di proseguire con il supporto senza passare per il Congresso”, i dubbi dei repubblicani complicano la vicenda. “Viste le posizioni dei parlamentari e con i sondaggi alla mano, notiamo che l’ampio sostegno bipartisan si è un po’ affievolito”.
Essenzialmente per tre motivi. “La paura di una conquista russa dell’Ucraina, e il conseguente effetto domino in Europa, non esiste più”. Allo stesso tempo, “gli Stati Uniti hanno raggiunto alcuni degli obiettivi fondamentali della guerra, come la superiorità militare, la compattezza della Nato attorno alla leadership americana e l’invio di un segnale forte alla Cina”. Oltre questi aspetti, però, ce n’è uno che risponde solo alla pancia degli elettori. “In America le politiche di aiuto all’estero, ovvero spendere soldi per qualcun altro, non sono popolari. Anche sul Piano Marshall c’era stato bisogno di convincere le persone, figurarsi ora”. Gli aspetti nazionali sembrano pertanto dominare sul resto. Non per forza però vanno sintetizzati sotto la voce delle elezioni. “Certo, la guerra sta avendo effetti destabilizzanti sull’economia, alimentando l’inflazione, quindi anche gli Stati Uniti vorrebbero che la crisi rientrasse. Ma per motivi che vanno al di là del voto. Tra l’elettorato c’è più scetticismo, ma quelli che ritengono sia doveroso sostenere Zelensky (dipende poi in che modo) restano una maggioranza solida”, spiega il professore.
La ragione del niet a nuovi miliardi per l’Ucraina va piuttosto ritrovata dentro il GOP, dove si sta consumando “una frattura tra un fronte più interventista e falco e uno più nazionalista”. Tra questi ultimi ci sono i sodali di Donald Trump, che mai avrebbero firmato un accordo pur di mettere in difficoltà Biden. “Cavalcano il pensiero di una parte di opinione pubblica tutt’altro che marginale”, quella che vorrebbe farla finita con questa guerra. Non che a Biden faccia piacere portarsela dietro fino al novembre del 2024, ma “non è un tema che sposterà voti”, riflette Del Pero. Il supporto americano alla difesa ucraina vive dunque fasi alterne, che rispondono alle priorità nazionali. Le stesse che iniziano ad anteporre i vari Paesi che sono andati o andranno alle urne da qui a un anno. Persino quelli che mai si sarebbe pensato potessero mettere in dubbio il loro sostegno a Kiev. “Abbiamo problemi più importanti dei rapporti con l’Ucraina”, ha affermato Fico, neo vincitore delle legislative in Slovacchia, da sempre schierata al fianco dell’alleanza occidentale e oggi pronta a negare gli aiuti militari.
Stretta al fianco dell’Ucraina lo era anche la Polonia, che ha però iniziato a cambiare toni nei confronti dei suoi vicini. Il 15 ottobre si va alle urne e il premier Mateusz Morawiecki deve dimostrare di pensare prima ai suoi cittadini. “Non permetterò che il grano ucraino ci invada”, aveva affermato contestando la decisione di Bruxelles di non estendere il divieto temporaneo di importazione dei cereali prodotti da Kiev. Talmente tanta è la rabbia che anche Varsavia ha deciso di bloccare le nuove forniture di armi. Un gesto estremo a cui non dovrebbero arrivare i Paesi Bassi, nonostante anche loro debbano far fronte al malcontento dei contadini che, alla vigilia del voto del 22 novembre, assume un peso notevole con probabili effetti sull’Ucraina. Tra un anno, Kiev dovrà inoltre preoccuparsi dell’Austria. Tra i favoriti per la vittoria delle prossime elezioni dell’autunno 2024 c’è il Partito delle Libertà (FPO) di estrema destra, guidato dall’ex ministro dell’Interno Herbert Kickl. Come modello ha Viktor Orbán e, dipendesse da lui, le “insensate” sanzioni alla Russia del suo amico Vladimir Putin sarebbero già cancellate. Va da sé che, oltre quelle nazionali, un test chiave per capire la compattezza dell’alleanza pro-Ucraina sarà quello che si terrà dal 6 al 9 giugno, quando gli elettori europei saranno chiamati a rinnovare le istituzioni comunitarie.
“Questa guerra l’Europa la sta facendo indirettamente a costo zero”, prosegue Del Pero nel suo ragionamento, senza sminuire il contributo e il prezzo che si sta pagando. “Le ripercussioni le sentiamo, a cominciare dai costi sull’energia, ma non stiamo combattendo al fronte”. Quella della difesa a spada tratta dell’Ucraina “è una narrazione che ha fatto relativamente presa. Il conflitto ci appare lontano e non è stato in grado di cementificare una coesione europea”. Tutto ciò ha fatto sì che le posizioni più laterali tornassero al centro. “Il Covid-19 e poi la guerra hanno rivitalizzato il nazionalismo trans-nazionale, ma che era forte ieri quanto lo è ancora oggi. Forse si pensava erroneamente che questo fenomeno politico fosse marginalizzato, mentre invece porta a una collaborazione tra forze politiche di Stati differenti”. Su cui, naturalmente, la Russia soffia per cavalcare il malessere delle opinioni pubbliche occidentali.
Così, a rafforzarsi è il fronte anti-Ucraina che tiene in ostaggio gli aiuti a Kiev, giustificando le proprie scelte con la tutela degli interessi nazionali. Pensare a una svolta radicale prima di ogni risultato elettorale è prematuro, ma una cosa Zelensky sembra averla imparata: per molti alleati la difesa del suo popolo non è in discussione, ma non è nemmeno più una priorità assoluta. Lui, per ora, tira dritto: “Nessuno deve e riuscirà a spegnere la nostra resilienza, la nostra resistenza, la nostra grinta e il nostro coraggio. Né su una base programmata né in caso di emergenza. Non esiste una data di scadenza dopo la quale smetteremo di resistere e di lottare. Tranne una: quella della nostra vittoria”.
(da Huffingtonpost)
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