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“NETANYAHU HA FACILITATO HAMAS”: FAREED ZAKARIA, UNO DEI GRANDI GURU AMERICANI DI POLITICA ESTERA, MENA DURO SUL PREMIER ISRAELIANO

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

“NEGLI ULTIMI 15 ANNI I GOVERNI D’ISRAELE, TUTTI DOMINATI DALLA DESTRA, NON HANNO OFFERTO UNA PROSPETTIVA AI PALESTINESI, PORTANDOLI A CONCLUDERE CHE LA VIOLENZA SIA L’UNICA STRADA”

«L’ attacco di Hamas contro Israele non è caduto dal cielo all’improvviso. È maturato negli ultimi due decenni, caratterizzati dalla creazione di un Medio Oriente post-americano», dice Fareed Zakaria, analista della Cnn e uno dei grandi guru americani di politica estera.
«Dobbiamo ricordarci — aggiunge — che Hamas non è solo una voce del popolo palestinese, ma un’organizzazione votata alla distruzione di Israele, ecco perché lo Stato ebraico sta reagendo in modo così violento e massiccio. Siamo dentro un potente conflitto tra narrazioni diverse: Israele è decisa a distruggere Hamas, ma la tragedia è che può farlo solo distruggendo anche Gaza e causando migliaia di vittime civili».
Ma il governo di Netanyahu ha favorito Hamas, per delegittimare l’Autorità palestinese e mettere una pietra tombale sopra la soluzione due popoli, due Stati, che sia lui sia Hamas aborriscono.
«Vero al cento per cento. Netanyahu ha facilitato i finanziamenti del Qatar ad Hamas, ha moltiplicato i permessi di lavoro ai transfrontalieri che venivano da Gaza, mirando a dividere i palestinesi e poter dire che la soluzione dei due Stati era impossibile in assenza di un interlocutore.
Ma c’è un’altra tessera del mosaico: dopo la generazione dei Peres e dei Rabin, perfino di Sharon, negli ultimi 15 anni i governi d’Israele, tutti dominati dalla destra, non hanno fatto più alcuno sforzo per offrire una prospettiva ai palestinesi e l’Autorità palestinese, corrotta e debole di suo, è stata così delegittimata che fra i palestinesi si è radicata la convinzione che la lotta non violenta e la via diplomatica non portano da nessuna parte. In questo senso il governo israeliano ha alimentato frustrazione e disperazione, portando i palestinesi a concludere che la violenza sia l’unica strada».
Come finisce questo conflitto? Vediamo una intensa attività diplomatica americana, ma Netanyahu appare irremovibile.
«Anche i miei amici della sinistra sono oggi su posizioni durissime. Temo che l’operazione di terra israeliana sia destinata a continuare a oltranza, qualunque cosa dica l’amministrazione. La vera sfida sarà dopo: chi governerà Gaza?»
Ha una risposta?
«Distrutta l’autorità politica occorre qualcuno che governi, lo abbiamo visto in Iraq. E in questo caso sospetto che sarà proprio Israele: rioccuperanno Gaza».
Ma il governo di Netanyahu dice di non volerlo fare.
«Le altre alternative sono l’Autorità palestinese o una coalizione di Stati arabi. Ma il livello di distruzione causato dall’azione israeliana crea un’atmosfera talmente avvelenata che l’Autorità palestinese, già poco autorevole, non vorrà certo entrarvi dietro i carri armati di Tsahal, né vorranno farlo egiziani o sauditi per governare in una situazione dove quasi certamente i superstiti di Hamas o una nuova Jihad lanceranno continui attacchi terroristici».
Quindi gli Usa, secondo lei, non hanno alcuna influenza sulla situazione?
«No. Gli israeliani non sono mai stati così sconvolti. Tom Friedman, che conosce il Paese come nessun altro, ha scritto di non averli mai visti così paranoici e preoccupati per la propria sopravvivenza».
Friedman dice anche che Israele è in pericolo. Concorda?
«Parla della combinazione di nemici che la minaccia: Hezbollah, Hamas, le milizie irachene, gli Houthi, e naturalmente l’Iran. Ma credo sia esagerato. Teheran non vuole andare a una guerra frontale, la sola minaccia sono Hezbollah e Hamas che però Israele può fronteggiare. È facile dimenticarsi che è la potenza militare di gran lunga dominante nella regione ed ha anche armi nucleari
È vulnerabile agli attacchi terroristici, questo sì, ma come dimostra l’attuale situazione è in grado di reagire. La sfida che però Israele dovrà affrontare prima o poi è quella di oltre 5 milioni di palestinesi che vivono tra la Cisgiordania e Gaza, senza diritti, futuro politico, né Stato. Non potrà andare avanti a lungo, sette milioni di ebrei non potranno governare cinque milioni di palestinesi per sempre».
(da Corriere della Sera)

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COSI’ MELONI HA SPRECATO LA SECONDA FINANZIARIA

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

LA CRESCITA ZERO DEL PIL

I dati recenti diffusi dall’Istat sulla crescita dell’occupazione nell’ultimo trimestre sarebbero da accogliere positivamente se non avessimo avuto al contempo una crescita zero del Pil. Infatti, l’economia italiana nel terzo trimestre rimane stabile dopo il calo fatto registrare nel secondo trimestre dell’anno. Anche la dinamica tendenziale risulta stabile, interrompendo una crescita che durava da dieci trimestri consecutivi. Siamo quasi in recessione tecnica se non fosse per la componente estera che rimane, come sempre, trainante.
– ilfattoquotidiano.it) Questo paradosso è sintomo che l’occupazione è di scarsa qualità, caratterizzata da un numero di ore basse, part-time, e non apporta aumenti di produttività. D’altra parte basta poco per essere considerati occupati secondo i nuovi parametri Eurostat e Istat: è sufficiente avere lavorato un’ora in una settimana.
È una crescita che spesso caratterizza i Paesi poveri, mentre al contrario i Paesi ricchi sono caratterizzati da ciò che viene definita jobless growth, ovvero da una crescita del Pil con scarsa crescita dell’occupazione. Questo perché in genere nei Paesi ricchi cresce maggiormente l’innovazione, che “risparmia lavoro” e sfrutta maggiormente la tecnologia. Se al contrario si fa addirittura competizione attraverso la leva dei bassi salari e della precarietà, allora la produttività non crescerà e nemmeno il Pil. Dunque lavorare non basta, bisogna farlo in maniera produttiva.
Nel nostro Paese, storicamente, la produttività è bassa, ma oggi la trappola che tiene i salari bassi si sta allargando, soprattutto a causa dell’inflazione, dell’assenza di rinnovi contrattuali e di un salario minimo legale. La crescente inflazione, con contratti di lavoro non rinnovati e salari monetari stagnanti, ha causato una riduzione dei salari reali e un ampio margine di espansione da parte delle imprese, che fronteggiano un costo del lavoro più basso, ma vendono i loro beni a prezzi più alti e ottengono profitti crescenti. Questa dinamica è confermata dalle maggiori organizzazioni internazionale, quali la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale, che hanno dimostrato nell’area euro come la crescita dei profitti sia oggi la principale determinante dell’inflazione. Anche i recenti dati diffusi dall’Istat a fine ottobre 2023 sulla povertà in forte aumento, pari a oltre 5,6 milioni di persone, con oltre 2,18 milioni di famiglie attribuivano la crescita all’inflazione, che ha impoverito il lavoro.
Tutto questo potrebbe interrompersi se introducessimo un salario minimo e se si applicasse una politica dei redditi strutturale, contro l’inflazione, a vantaggio di investimenti in sanità, in scuola, in trasporti, in casa. Se si rafforzasse veramente la contrattazione, a partire da quella pubblica, per rinnovare contratti che nel 70% dei casi, sono scaduti. Se si scegliesse di destinare le poche risorse in investimenti nella sanità, piuttosto che sperperare 4 miliardi in una riduzione ridicola dell’Irpef, per giunta in deficit, con l’accorpamento delle due aliquote basse dal 25% al 23%, con un vantaggio di soli 20 euro mensili ai lavoratori.
Ma non sembra essere questa la strada intrapresa dal governo, che ha sprecato la sua seconda legge di Bilancio per far felici unicamente i mercati internazionali e la stabilità, attraverso una finanziaria definita dagli stessi autori modesta. Ha scontentato invece: 1) le famiglie che a causa dell’inflazione e del caro spesa hanno perso il loro potere di acquisto del 15% in 2 anni e non sono stati rimborsati in nessun modo, ne attraverso la crescita dei salari, ne attraverso una politica dei redditi; 2) i pensionati che in alcuni casi hanno visto perfino peggiorare i requisiti di uscita rispetto alla legge Fornero, mentre in altri (parte dei lavoratori pubblici) si sono visti cambiare le regole di valorizzazione della pensione; 3) il ceto medio che continua a pagare le tasse in modo consistente, vedendo peggiorare i servizi offerti soprattutto nella sanità; 4) i poveri che come ha certificato Istat sono aumentati, e a cui è stato tolto il Reddito di cittadinanza; 5) i giovani che continuano a rimanere precari o a espatriare, ai quali è stato tolto uno dei pochi strumenti che consentiva loro il rientro in Patria agevolato, attraverso una riduzione degli incentivi per il rientro dei cervelli in fuga.
Il governo non riesce nemmeno ad azionare la principale leva disponibile per far crescere gli investimenti, quella del Pnrr, che potrebbe davvero stimolare la crescita del Pil, stagnante. Il Pnrr che tutti abbiamo definito il nuovo Piano Marshall, considerandolo per una volta unanimemente il più ampio programma di investimenti e la guida della nostra politica economica, contro l’austerità, continua ad accumulare ritardi. Ma sembra che questo non faccia più nemmeno tanto notizia.
(da ilfattoquotidiano.it)

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SORELLE, COGNATI, CONSORTI, FIGLI: E’ L’ORA DELL’ORGOGLIO FAMILISTA

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

GERONIMO LA RUSSA E’ SOLO L’ULTIMO CASO

L’evoluzione sociologica e in un certo senso genealogica del “familismo amorale” l’ha declinata Romano Prodi l’altra sera in televisione, ospite di Piazzapulita su La7: “Un tempo c’era il nepotismo, ora c’è il sorellismo, il cognatismo e il figlismo. È un progresso rispetto alla Prima Repubblica”. Sull’altare della famiglia si sacrifica ogni merito, e la politica – che della società è uno specchio e nemmeno il migliore – non si è mai distinta in senso contrario. Come sostiene Prodi, forse siamo di fronte a un’evoluzione: il nepotismo pane e salame di prima è esploso, è diventato familismo al cubo, che nessuno sente più il bisogno di giustificare, ma semmai rivendicare con una punta d’orgoglio.
L’ultimo caso è l’incarico di Geronimo La Russa, primogenito del presidente del Senato, nel consiglio d’amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, una delle massime istituzioni culturali cittadine. La nomina è del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. A destra hanno tutti applaudito l’ultima conquista del giovane avvocato Geronimo, già “pluri poltronato”. A sinistra qualcuno ha alzato il sopracciglio, ma il sindaco Beppe Sala si è limitato a un’impercettibile perplessità: “Ho qualche remora sul suo percorso culturale” (i più attenti ricorderanno che tra i primi approcci del figlio di La Russa con la cultura ci fu il “raid” a casa Vecchioni durante una festa di adolescenti: lui e gli amici camerati razziarono di tutto, come ricorda sconsolato il cantautore, “mi rubarono anche le mutande”).
Fratelli d’Italia, come noto, è terra di conquista per diversi gradi di parentela; figli, sorelle, cognati; ogni cena di Natale può diventare un colloquio di lavoro. Arianna Meloni, amata sister della premier, è la seconda donna più potente del partito e il marito Francesco Lollobrigida era stato nominato (ministro “della sovranità alimentare”) ben prima di lei. Il memorabile Andrea Giambruno, se non avesse combinato i disastri pubblici che l’hanno reso un reietto privato, sarebbe ancora first gentleman e pure conduttore di un programma politico su Rete 4.
Al governo si stanno adeguando tutti, rapidamente, agli standard del primo partito. La Federcalcio ha appena assunto, uno dietro l’altro, i figli di due ministri: Filippo Tajani, secondogenito di Antonio, titolare della Farnesina, e Marta Giorgetti, erede di Giancarlo, custode dell’Economia. Spettacolare il commento assolutorio di Andrea Abodi, a sua volta ministro dello Sport: “Chi ha un cognome non deve avere privilegi ma non vorrei arrivare al punto che avendo un cognome si debba avere addirittura un danno”. Non pare che si corra questo pericolo.
Quante saghe dinastiche nella politica italiana: i Letta (zio e nipote), i Mattarella, i Cardinale, i Verdini (che si mescolano con i Salvini). Cortocircuiti che non sono esclusiva dei partiti della “famiglia tradizionale”: vanno forte anche a sinistra. La deputata Michela Di Biase del Pd è arcistufa di essere chiamata “Lady Franceschini” (ma forse sarebbe stata ancora più stufa se avesse dovuto rinunciare al peso politico del marito Dario, quando volavano i coltelli per le candidature). Nunzia De Girolamo invece non si stanca del marito Francesco Boccia: se l’è portato anche in tv per alzare gli ascolti del suo programma, Avanti popolo. Non ha funzionato. Vincenzo De Luca è in trance agonistica, si fa ospitare in ogni salotto per distruggere il suo Pd: partito delle correnti, delle filiere di potere, delle candidature telecomandate. Ma il figlio Roberto faceva l’assessore a Salerno, dove il papà è stato sindaco per una vita; l’altro, Piero, è alla seconda legislatura alla Camera nello stesso partito che il padre disprezza.
Sinistra Italiana è piccina, ha pochi eletti e due volti mediatici: Nicola Fratoianni ed Elisabetta Piccolotti, marito e moglie. Ce ne sarebbe stato forse un terzo: Aboubakar Soumahoro, ma la bruciante carriera dell’ex bracciante è stata distrutta dalle rivelazioni sugli affari della moglie e della suocera (arrestate). Per difendere il diritto della compagna a esibire i suoi vestiti griffati, lui che entrò in Parlamento con gli stivali di gomma rivendicò il “diritto alla moda”. A Matteo Renzi e Maria Elena Boschi le attività dei genitori hanno portato poca fortuna: la famiglia, come la mano di Mario Brega, po esse fero e po esse piuma.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’ANNO D’ORO DELLE BANCHE, DOPO IL FLOP DELLA TASSA SUGLI EXTRAPROFITTI: “NEL 2023 OLTRE 43 MILIARDI DI UTILI”

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

DEDICATO AI PIRLA CHE AVEVANO CREDUTO CHE LA MELONI FOSSE CONTRO I “POTERI FORTI”

L’aumento dei tassi di interesse da parte della Bce fa volare i risultati delle banche, che potrebbero chiudere il 2023 con un utile di 43,4 miliardi di euro, in crescita del 70% rispetto ai 25 miliardi dello scorso anno.
Lo prevede una proiezione della Fabi, la Federazione autonoma bancari italiani. «Le nostre previsioni confermano che il settore sta attraversando una fase straordinaria: questi risultati legittimano le nostre richieste economiche per il nuovo contratto nazionale, a cominciare dall’aumento medio mensile di 435 euro», commenta il segretario del sindacato Lando Maria Sileoni.
Se si confronta la previsione per il 2023 con i dati del quinquennio precedente, ci si accorge che gli utili per le banche italiane sono quasi triplicati. Nel 2021, gli utili si attestavano a 16,4 miliardi, nel 2019 a 15,7 miliardi, nel 2018 a 15,1 miliardi, mentre nel 2020 – complice la pandemia da Covid – il risultato complessivo fu di soli 2 miliardi.
L’anno d’oro delle banche
Le previsioni di Fabi confermano che il 2023 sarà ricordato come un anno d’oro per i profitti delle banche italiane. Una situazione determinata soprattutto dal «rapido e imponente rialzo dei tassi di interesse» da parte della Bce. A gioire sono soprattutto gli azionisti, che si attendono ora un pay-out in media del 46% sugli utili. A essere positivi non sono solo i risultati economici, ma anche le condizioni generali di salute del sistema, che registra progressi in termini di liquidità e di patrimonializzazione, con livelli di solidità – evidenzia la Fabi – «ben superiori ai requisiti minimi stabiliti dalle autorità di vigilanza».
Il flop della tassa sugli extraprofitti
A contribuire al risultato record del 2023 ha contribuito anche la decisione delle banche di non pagare la tassa sugli extraprofitti introdotta dal governo. Secondo le stime dell’esecutivo, la misura avrebbe dovuto garantire alle casse dello Stato ben tre miliardi di euro.
A settembre, però, il governo ha offerto alle banche una scappatoia: al posto di pagare la tassa, gli istituti di credito hanno potuto destinare gli utili a riserva, senza la possibilità di distribuirli agli azionisti.
E così hanno fatto quasi tutte le più grandi banche: Intesa, Unicredit, Banco Bpm, Mps, Bper, Popolare di Sondrio, Credem e Mediobanca. Una scelta che, prendendo in considerazione solo i primi cinque istituti di credito, si traduce secondo Fabi in una quota di 4,2 miliardi di euro messi a riserva.
Calano gli impieghi
L’analisi della terza trimestrale sui conti dei primi cinque gruppi bancari italiani fa emergere però anche un problema. Nonostante gli utili in forte aumento, l’Italia ha fatto registrare un calo degli impieghi – ossia dei finanziamenti concessi dalle banche – «che non trova riscontro in Europa». A insistere su questo punto è il sindacato First Cisl, con il segretario Riccardo Colombani che parla di una situazione «preoccupante». Nei primi 9 mesi del 2023, gli impieghi bancari sono diminuiti del 5,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Una situazione, precisa la Cisl, «in controtendenza con i maggiori Paesi europei», nonostante sia «ragionevole ipotizzare che non vi siano grandi differenze nella domanda di credito di famiglie e imprese».
(da agenzie)

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CORRIDOI STRETTI E UMIDI, DEPOSITI PER LE MUNIZIONI, LE TRAPPOLE AGLI INGRESSI

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

COME FUNZIONA LA RETE DI TUNNEL SOTTO LA STRISCIA DI GAZA

Se i miliziani di Hamas hanno potuto progettare il piano del feroce attacco contro Israele del 7 ottobre scorso senza essere scoperti, il motivo è che gran parte delle attività sono state svolte sotto terra.
Sotto la Striscia di Gaza, infatti, si cela un enorme labirinto sotterraneo fatto di tunnel e passaggi segreti. Una vera e propria rete di nascondigli e depositi di munizioni, che i soldati di Hamas usano per progettare imboscate e proteggersi dai bombardamenti israeliani.
Nessuno sa con esattezza quanto vasta e quanto capillare sia questa rete di tunnel. Il New York Times, però, ha provato a ricostruire tutto ciò che è emerso finora per spiegare nel dettaglio come funziona il labirinto sotterraneo che si cela sotto Gaza.
Il labirinto sotterraneo
Innanzitutto, precisa il quotidiano statunitense, non si tratta di semplici tunnel. Sotto terra si trovano infatti bunker per immagazzinare armi e alimenti, centri di comando e passaggi abbastanza larghi da farci passare i veicoli.
Secondo alcune fonti sentite dal New York Times, è proprio in alcuni di questi passaggi sotterranei che Hamas tiene nascosti gli ostaggi israeliani catturati durante l’invasione del 7 ottobre.
I tunnel di contrabbando
Alcune immagini diffuse negli ultimi anni permettono almeno di ricostruire l’aspetto e il funzionamento della rete di tunnel e passaggi sotterranei. I corridoi di accesso, precisa il giornale americano, in genere sono alti 2 metri e larghi 1 metro e mezzo. Un dettaglio confermato anche dalla donna israeliana di 85 anni liberata dopo 17 giorni di prigionia, che ha descritto il luogo come una «ragnatela» bagnata e umida.
Lo sviluppo di questa rete sotterranea pare che risalga al 2007, quando Hamas ha preso il potere a Gaza e Israele ha rafforzato il proprio controllo sull’enclave. A questo punto, i miliziani hanno pensato bene di costruire una rete nascosta per aggirare il blocco e consentire lo scambio di merci, armi, carburante e apparecchiature elettroniche con il mondo esterno.
Le trappole agli ingressi
A complicare gli sforzi dell’esercito israeliano di smantellare la rete di tunnel contribuisce poi un altro fattore: spesso gli ingressi sono dotati di bombe innescate a distanza oppure di esplosivi dotati di fili elettrici. Uno stratagemma che permette ai combattenti di Hamas di tendere imboscate ai soldati dello Stato ebraico che riescono a infiltrarsi nella rete di passaggi sotterranei.
(da agenzie)

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SCIOPERO DEI TRASPORTI, SALVINI VUOLE DECIDERE PURE QUANDO SI PUO’ SCIOPERARE

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

LANDINI: “UNA LOGICA ARROGANTE, NON SPETTA A LUI DECIDERE SE SI FA O NO”

Manca una settimana allo sciopero nazionale indetto da Cgil e Uil per venerdì 17 novembre, ma tra sindacati e governo è già scontro aperto.
A dare il via alle polemiche sono le parole del vicepremier e ministro Matteo Salvini, che durante un intervento pubblico a Roma si è detto pronto a precettare i lavoratori del settore dei trasporti. «Scioperare per 4 ore è assolutamente legittimo, per 24 no – ha attaccato il leader della Lega -. Se i sindacati aderiranno alla richiesta, bene. Se no, come ho già fatto, interverrò».
Il riferimento è allo sciopero del 13 luglio scorso, che fu “dimezzato” proprio dall’intervento del ministero dei Trasporti.
A rispondergli è il segretario della Cgil Maurizio Landini, che parla di un attacco al diritto di sciopero: «Non sono i ministri che decidono quante ore di sciopero si programmano e se si fanno o no, è diritto delle persone decidere se vogliono aderire».
L’agitazione del 17 novembre è stata indetta per protestare contro la legge di Bilancio approvata dal governo Meloni e a sostegno «di un’altra politica economica, sociale e contrattuale, che non solo è possibile, ma necessaria e urgente». Il leader della Cgil ha ricordato che quello della prossima settimana non sarebbe il primo sciopero dei trasporti dalla durata di 24 ore. E poi, sempre in riferimento alle parole del ministro leghista, ha precisato: «Questa è una logica arrogante perché pensa di poter stabilire quando gli scioperi sono validi, ma il diritto allo sciopero è garantito dalla Costituzione. Noi stiamo rispettando tutte le leggi, c’è un confronto aperto con la commissione di garanzia».
I sindacati non sono gli unici a criticare le parole di Salvini sulla precettazione. Anche tra le forze politiche di opposizione si è levato un coro di proteste contro il ministro leghista. «C’è una commissione indipendente che valuta se sono assicurate tutte le garanzie anche per gli utenti nel caso ci siano scioperi che possano incidere su servizi pubblici essenziali. Lasciamo lavorare la commissione competente», commenta il presidente del M5s Giuseppe Conte, che proprio oggi ha avuto un incontro con Landini.
Critico anche il Partito Democratico, con Arturo Scotto che accusa Salvini di avere un comportamento «da bullo». «Non si interroga mai sulle cause dello sciopero dei trasporti, pensa che siano una perdita di tempo – aggiunge il deputato dem -. Siamo davanti a un uso politico della precettazione. Non sa che per scioperare i lavoratori scelgono di rinunciare a un giorno di stipendio».
(da agenzie)

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RETROMARCIA PATRIOTTICA: FDI PRESENTA EMENDAMENTO CHE ELIMINA INCOMPATIBILITA’ DEI CONDANNATI NEGLI ENTI LOCALI, POI LA RITIRA

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

IL TESTO ERA STATO PRESENTATO DAL SENATORE POGLIESE, GIA’ CONDANNATO PER PECULATO

“È stato un mio errore materiale”, dice Salvo Pogliese. Era lui il primo firmatario dell’emendamento al decreto anticipi che ha creato imbarazzo all’interno di FdI. Il testo proponeva di rimuovere l’incompatibilità con incarichi nelle amministrazioni locali per chi ha subito una condanna anche non passata in giudicato per uno dei reati contro la pubblica amministrazione previsto dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale ovvero, tra gli altri, peculato, malversazione di erogazioni pubbliche, indebita percezione di erogazioni pubbliche e concussione. Rimane il vincolo per le amministrazioni statali e regionali.
Proprio Pogliese, ex sindaco di Catania e ora senatore siciliano di Fratelli d’Italia, risulta già condannato per peculato per l’inchiesta sulle spese dell’Assemblea siciliana. Insieme a lui hanno firmato Raoul Russo, Carmela Bucalo e Salvatore Sallemi.
Ma l’emendamento ha avuto vita breve. Martedì era prevista la valutazione di ammissibilità da parte della commissione di Palazzo Madama. Ma già oggi è arrivato il dietrofront da parte dello stesso Pogliese, dopo che si era innescata la polemica: “Il testo non era concordato con il Partito o con il gruppo e non rappresenta la linea di Fratelli d’Italia. Pertanto, ho provveduto all’immediato ritiro dell’emendamento”, ha dichiarato il senatore FdI, spiegando che il testo non avrebbe dovuto riguardare l’articolo 3, relativo all’incompatibilità dei condannati, ma altri articoli successivi.
Fatto sta che l’emendamento presentato andava a toccare la questione aperta dell’applicazione della Legge Severino anche alle sentenze non passate in giudicato. Dopo una condanna in primo grado, infatti, scatta la misura e dunque la sospensione dell’incarico. Il Pd aveva annunciato di essere pronto a fare battaglia: “Si tratta di un emendamento pericoloso di cui non capiamo la ragione”, ha dichiarato il capogruppo Francesco Boccia, definendolo “una scelta contraria a ogni logica di legalità: se l’emendamento venisse approvato i condannati potrebbero essere chiamati, ad esempio, a coprire ruoli di vertice nella macchina amministrativa”.
“Abbiamo beccato Fratelli d’Italia con le mani nella marmellata”, ha invece commentato su X il leader 5S Giuseppe Conte dopo la retromarcia di FdI: “La vergogna li ha sopraffatti e hanno dovuto annunciare il ritiro dell’emendamento. Si giustificano parlando di un errore. La realtà è che abbiamo fermato l’ennesima norma salvacorrotti”.
(da agenzie)

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CASO INDY GREGORY, CRISANTI: “LA DECISIONE DELLA MELONI NON HA BASI SCIENTIFICHE, VUOLE SOLO SUSCITARE CONSENSO”

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

“PERCHE’ NON SI INTERESSA ANCHE ALLE ALTRE?”

Andrea Crisanti, microbiologo e senatore del Partito Democratico, oggi su La Stampa parla del caso di Indi Gregory. I giudici britannici hanno deciso che la ragazzina affetta da sindrome da deplezione mitocondriale non può lasciare il Regno Unito. Lunedì le macchine che la tengono in vita verranno staccate. Mentre Giorgia Meloni ha scritto al premier Sunak invocando la Convenzione dell’Aja. Crisanti spiega che i geni di Indi hanno delle anomalie che ne compromettono il funzionamento. A causa di questo, «giorno dopo giorno i muscoli, fegato e il cervello subiscono un inesorabile e inarrestabile deterioramento. Non esiste oggi una terapia per questa malattia».
I genitori
Poi Crisanti parla del padre Dean e della madre Claire: «Non si può non essere dalla loro parte, non si può fare a meno di immedesimarsi, manifestare empatia e solidarizzare nello sforzo di tenere in vita la loro bambina». Ma, aggiunge il professore, «il Regno Unito è la patria dell’Habeas corpus che ha insegnato a tutti noi il valore delle libertà individuali e della sacralità e del rispetto della inviolabilità della persona. Il Regno Unito è anche il Paese dove sono state inventate la genetica medica e la terapia genica. I medici e scienziati inglesi si sono prodigati per otto mesi fin dalla nascita della piccola Indi per darle una possibilità di vita. Terminate le opzioni hanno ritenuto che continuare le cure avrebbe causato inutili sofferenze alla malata e hanno proposto ai genitori la sospensione delle terapie di supporto».
La decisione di Meloni
In questa ottica, spiega Crisanti, la decisione del governo Meloni di offrire la cittadinanza italiana a Indi Gregory per farle ottenere le cure «non ha quindi nessuna base scientifica, ma lusinga la sensibilità sociale sul piano della sacralità della vita, valore comune e condiviso da tutti per suscitare empatia e consenso. Demagogia e cinismo si combinano nell’offrire false speranze a genitori disperati». Infine, la conclusione: «Come cittadino mi chiedo quale sia il criterio che ha indotto la nostra Presidente del Consiglio a interessarsi a Indi e non ad altri o altre. L’avvocato italiano della famiglia di Indi, ex senatore della attuale maggioranza, ha sicuramente accesso all’orecchio del Presidente del Consiglio. Chi non ha questo privilegio cosa fa? Noi cittadini non abbiamo bisogno del regalo del Principe, non chiediamo privilegi, ci contentiamo che ci siano regole uguali per tutti per accedere alle cure. Unica garanzia di equità per chi è lontano dai centri del potere, per chi non ha raccomandazioni, per chi fa solo affidamento sulla propria condizione di semplice cittadino e cittadina».
(da Open)

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ELLY SCHLEIN: “MELONI HA FALLITO, DOBBIAMO COSTRUIRE UN’ALTERNATIVA CREDIBILE”

Novembre 11th, 2023 Riccardo Fucile

LA SEGRETARIA ALL’ATTACCO: “IL GOVERNO COLPISCE LE FAMIGLIE”

«Giorgia Meloni ha fallito e noi sentiamo la responsabilità di costruire un’alternativa credibile e vincente». Elly Schlein oggi in un’intervista a Repubblica lancia la manifestazione del Partito Democratico a Piazza del Popolo a Roma.
Contro la Legge di Bilancio e il premierato, ma anche contro la guerra e il terrorismo e per chiedere la liberazione degli ostaggi di Hamas. «Abbiamo lanciato la manifestazione con lo slogan “per un futuro più giusto” per le persone e per il pianeta. Quello che tiene insieme tutto è l’idea di eguaglianza e la difesa dei più deboli. Siamo in piazza la giustizia sociale contro la precarietà e lo sfruttamento che sono favoriti dalle politiche di questo governo. Per dire basta alle discriminazioni contro le donne, contro le persone migranti, le persone Lgbtq+», dice a Francesco Bei.
Il governo
Schlein aggiunge che «il taglio del cuneo non aumenta di un euro i salari nel 2024 e dura solo un anno, è uno spot per le Europee e poi chissà. La realtà è che questa manovra è profondamente iniqua e riesce a colpire tutte le generazioni. Le nonne e i nonni sulle pensioni e la sanità, colpisce le madri e i padri aumentando le tasse sui pannolini, sui prodotti per la prima infanzia e persino sugli assorbenti, tradisce la promessa sui nidi gratuiti e non migliora le condizioni di vita delle famiglie e delle donne. E, infine, colpisce anche le figlie e i figli, perché non c’è nulla sul diritto allo studio, sul diritto alla casa e sul clima». La segretaria del Pd va all’attacco: «Siamo l’unico paese dell’Ocse in cui i redditi famigliari sono diminuiti e il governo non fa nulla per il caro vita, per il caro energia e il caro bollette. E questi sarebbero quelli a favore della famiglia?».
Il fisco e il premierato
Sul fisco, secondo Schlein il governo «ha adottato misure che strizzano l’occhio a chi evade e danno una sberla a chi le tasse le paga, come i pensionati. Pensi che hanno persino rinunciato all’obiettivo da 15 miliardi del Pnrr legato al recupero dell’evasione». Mentre il premierato «è un fumogeno lanciato da Meloni per distrarre dalle promesse tradite sul terreno economico e sociale. Ma non per questo è meno pericoloso. Indebolisce ulteriormente il Parlamento e intacca le prerogative del Presidente della Repubblica, che non potrà più scegliere il capo del governo né decidere se e quando sciogliere le Camere. Comunque la democrazia non può risolversi nella acclamazione del capo ogni 5 anni. Ma la destra ha sempre sognato di smantellare la Repubblica parlamentare nel segno di un uomo (o una donna) solo al comando. In Italia l’abbiamo già sperimentato…e non è andata bene».
Il consenso
Eppure il consenso nei confronti dell’opposizione non cresce: «La Meloni ha fallito e noi sentiamo la responsabilità di costruire un’alternativa credibile e vincente. Dobbiamo unire le forze ma sui temi concreti, come quelli che portiamo oggi in piazza, e non sulle formule». Infine, il progetto di alleanza tra conservatori e popolari contro il Pse in Europa: «Quello di Meloni è un progetto naufragato prima di partire. Quanto avvenuto in Spagna e in Polonia dimostra che i sovranisti e le destre antieuropee si possono battere se solo le forze progressiste si uniscono e si riconnettono con i bisogni veri delle persone. Noi, a partire da oggi, offriamo il Pd come perno di una grande alleanza politica e sociale per battere le destre».
(da Open)

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