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GLI ITALIANI NON HANNO PIU’ VOGLIA DI FARE I REGALI DI NATALE

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

OVVIO, BISOGNA ANCHE AVERE SOLDI DA SPENDERE… L’84% PREVEDONO FESTEGGIAMENTI PIU’ MODESTI

Si avvicina il Natale, ma il clima natalizio non sembra essere dei migliori. Gli italiani hanno sempre meno voglia di fare regali.
A rilevarlo è una recente indagine di Confcommercio dal titolo: «Natale 2023, senza pessimismo (ma con incertezza)». Solo il 40% degli italiani coinvolti nell’indagini hanno piacere di fare i regali. E ben l’84,1% prevede di fare festeggiamenti molto modesti.
Un dato elevatissimo se si pensa che nel 2009 era pari al 33,7% e del 70% nel 2019. Intanto, l’Unione Nazionale Consumatori ha realizzato il tradizionale studio sulle spese di Natale, stimando la top ten delle vendite natalizie 2023. Non in base ai soliti sondaggi, ma elaborando i dati Istat sulle vendite al dettaglio in valore. Al primo posto del podio ci sono sicuramente i giocattoli, al secondo i prodotti per la cura della persona (profumi, dopobarba, cosmetici, creme viso-corpo, trucchi), al terzo i generi casalinghi durevoli e non durevoli.
La top ten
Fuori dal podio, ma al quarto posto ci sono i prodotti di cartoleria, come libri, calendari, penne, agende, e cartoline. A seguire le dotazioni di informatica, la telefonia e le telecomunicazioni (cellulari, cordless, computer, tablet, E-book reader, mobili per computer, stampanti, giochi elettronici …), e gli elettrodomestici come tv, macchine da caffè elettriche, tostapane, rasoi elettrici, aspirapolveri, radiosveglie, videocamere. In settima posizione calzature, articoli in pelle e da viaggio (anche valige, borse, portafogli, cinture in pelle …), poi foto-ottica e strumenti musicali (macchine fotografiche, binocoli, microscopi, telescopi). Chiudono la top ten abbigliamento e pellicce (anche guanti e cinture non in pelle, cravatte). Solo in undicesima posizione, alimentari e bevande. Infine, al dodicesimo vi sono mobili e articoli tessili e di arredamento per la casa (articoli per l’illuminazione, quadri, tovaglie, centri tavola).
(da agenzie)

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LA STRONCATURA DEL “TIMES” AL PANETTONE: “TROPPO DOLCE, TROPPO PESANTE, TROPPO COTTO, E’ PIENO DI DIFETTI”

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

“E’ BUONO SOLO QUANDO STA PER SCADERE E CI SI PUO’ FARE UN GIGANTESCO PUDDING”

«Troppo dolce, molto spesso pesante ed eccessivamente cotto». È una stroncatura in piena regola quella che il quotidiano britannico Times ha riservato a uno dei dolci natalizi più amati della tradizione italiana: il panettone. L’articolo porta la firma del food editor Tony Turnbull e ha un titolo piuttosto eloquente: «Perché odio il panettone». Tutto parte da alcuni dati diffusi nei giorni scorsi dai principali supermercati inglesi. La catena Waitrose ha fatto sapere infatti che le vendite di panettone sono aumentate del 24% rispetto allo scorso anno, mentre secondo Selfridges, un alto colosso del settore, il dolce natalizio milanese fa registrare ormai da qualche anno numeri più elevati del tradizionale Christmas pudding inglese. La notizia proprio non è andata giù a Turnbull, che nel suo articolo scrive: «Sospetto (e spero) che i dati di vendita non raccontino l’intera storia. Tanto per cominciare, molte persone preparano ancora il Christmas pudding, mentre nessuno prepara il proprio panettone a casa, quindi gli amanti del pudding vecchio stile non sono calcolati. Inoltre, sappiamo tutti che il fascino del panettone, con le sue belle confezioni, non sta nel mangiarlo ma nel regalarlo». A questo punto, il food editor del Times comincia a passare in rassegna quelli che secondo lui sono i principali difetti del dolce natalizio milanese: eccessivamente dolce, troppo cotto e spesso pesante per lo stomaco. Insomma, conclude Turnbull, il panettone è buono «solo quando, in prossimità della data di scadenza ad aprile, ci si fa un gigantesco pudding aggiungendoci il burro».
(da agenzie)

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LA BARZELLETTA DELLA LINEA FERROVIARIA MILANO -CHIASSO CHE, IN REALTÀ, SI FERMA A COMO SAN GIOVANNI

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? I NUOVI TRENI “CARAVAGGIO” DI TRENORD SONO TROPPO ALTI PER TRANSITARE NELLA GALLERIA DI MONTE OLIMPINO, DOVE PASSA LA TRATTA FERROVIARIA TRA ITALIA E SVIZZERA…TRENORD RIBATTE DICENDO CHE È LA GALLERIA A ESSERE TROPPO PICCOLA

La Milano-Chiasso? In realtà di ferma a Como San Giovanni. Ed è scontro sulle colpe. I nuovi treni Caravaggio di Trenord sono infatti troppo alti per transitare nella galleria di Monte Olimpino, dove passa la tratta ferroviaria tra Italia e Svizzera. Così ora che i nuovi convogli sono stati messi in linea, si sono moltiplicati i disagi per i passeggeri.
Centinaia di pendolari, insomma, si ritrovano a dover scendere nello scalo lariano invece di raggiungere Chiasso. In sostanza, ai passeggeri che vogliono raggiungere la Svizzera conviene capitare a bordo di un treno più vecchio. Il Caravaggio, al momento, è il mezzo meno conveniente per raggiungere Chiasso, pur essendo il più nuovo. Ma Trenord ribatte che in realtà i suoi treni non c’entrano nulla. Anzi, l’azienda è vittima.
Il problema sarebbe tutt’altro: “Nessuna beffa e nessuna sorpresa per il nuovo Caravaggio ‘troppo grande’ per passare nella galleria che collega Como a Chiasso. Non il treno, ma è la galleria di Chiasso ad essere inadeguata alle esigenze dell’alta domanda di mobilità ferroviaria espressa dai territori lombardi”, è l’arzigogolata risposta di Trenord.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’IPOTESI DI UNA CANDIDATURA DI MARIO DRAGHI ALLA GUIDA DELLA COMMISSIONE UE, SECONDO “REPUBBLICA” SPINTA DA MACRON, METTE NEI GUAI MELONI

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

SOSTENERE SUPERMARIO AUMENTEREBBE LE FRIZIONI CON GLI ALLEATI, VISTA L’APERTA OSTILITÀ DI SALVINI PER L’EX BANCHIERE E L’APPOGGIO DI FORZA ITALIA AL BIS VON DER LEYEN… POTREBBE LA PREMIER OSTEGGIARE UNA SOLUZIONE CHE PIACE NON SOLO AL PRESIDENTE FRANCESE MA ANCHE ALLA CASA BIANCA?

La notizia di una possibile candidatura di Mario Draghi alla guida della Commissione Ue scuote l’Europa. In un continente stretto tra due guerre, l’aggressività della Russia e l’indebolimento degli Stati Uniti, Emmanuel Macron è convinto che l’ex premier italiano sia l’asso da calare nella partita sui top jobs che comincerà a giugno, dopo l’esito delle elezioni europee.
Se l’Eliseo sceglie di non commentare il retroscena pubblicato ieri da Repubblica, la prudenza tradisce i negoziati avviati dietro le quinte.
«La stima di Macron per Draghi non è un segreto», spiegano nell’entourage del leader francese che ha continuato ad avere contatti con l’ex premier anche dopo l’uscita da Palazzo Chigi. «Macron sta pensando a lui per la Commissione o per la presidenza del Consiglio», prosegue la fonte descrivendo uno scenario in movimento. E anche la precisazione di Draghi — che ieri ha fatto sapere di non essere interessato alla presidenza della Commissione Ue — può apparire come una posizione attendista. «Non fa mai un passo avanti, ma lascia che le cose vadano avanti », commentano nell’entourage di Macron.
Nel risiko europeo per l’estate 2024, il leader francese punta a mettere Ursula von der Leyen alla Nato anche se ufficialmente il candidato resta l’olandese Mark Rutte, che piace a Washington ed è un liberale, la famiglia politica dei macronisti nell’Ue.
La Francia però è disposta a offrire a socialisti e popolari la rinuncia a Rutte, tra l’altro azzoppato dall’esito del voto nei Paesi Bassi, per occupare la casella della Commissione europea. Gli argomenti per lanciare Draghi nel “governo” dell’Ue non mancano. L’alto profilo istituzionale dell’ex presidente Bce, già protagonista del salvataggio dell’Europa nella tempesta finanziaria, può mettere in sicurezza l’Europa e portare convergenze in un paesaggio politico che rischia di uscire terremotato dal voto di giugno, coi sovranisti in forte ascesa.
E infatti nelle ultime ore nessuno si oppone al nome di Draghi. Da popolari, socialisti e conservatori non c’è stata nessuna levata di scudi. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ribadisce che la candidata naturale del Ppe alla Commissione è von der Leyen, ma poi anticipa possibili cambiamenti: «Bisognerà attendere il responso del voto popolare e decidere sulla base di quello che indicheranno i cittadini europei ».
Un successo del Ppe nel voto di giugno potrebbe blindare la conferma di un bis per Von der Leyen. In quel caso, come nel gioco delle sedie, Macron punterebbe a Draghi per la presidenza del Consiglio dell’Ue. Ma se invece, come si comincia a temere nelle stanze di Bruxelles, le elezioni consegneranno un Europarlamento in cui le grandi famiglie politiche escono tutte indebolite, allora la candidatura dell’ex premier italiano si rafforzerebbe per Palazzo Berlaymont. Draghi sarebbe l’unico a poter mettere d’accordo tutti, dai socialisti ai conservatori di Giorgia Meloni.
Da settimane a Parigi si è incominciato a pensare a una carta di riserva. Macron, forte del rapporto consolidato con l’ex premier, ha così cominciato a testare nei suoi colloqui con gli altri leader il jolly SuperMario. Il piano D. «Credo che Mario Draghi possa svolgere con grande autorevolezza qualsiasi ruolo apicale in Europa», commenta Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe. Il nome di Draghi è ormai sul tavolo, e nei prossimi mesi tutti dovranno misurarsi con questa ipotesi.
IL DILEMMA DI MELONI
È un bivio stretto. Peggio, un autentico dilemma. Giorgia Meloni pesa in queste ore i rischi di sostenere l’opzione Mario Draghi. La possibile frantumazione degli equilibri del centrodestra. L’ostilità di Matteo Salvini. L’ombra che gli imporrebbe una figura come quella dell’ex banchiere. Ma valuta anche un vantaggio, ponderandolo assieme a un dato di realtà. Il vantaggio: stringere un patto con chi guida la Commissione potrebbe blindare il suo esecutivo, assai traballante sui conti. Il dato di realtà: può la premier osteggiare una soluzione che piace non soltanto a Emmanuel Macron, ma anche alla Casa Bianca?
Difficile, soprattutto se l’amministrazione americana ha rappresentato la principale sponda per resistere allo scetticismo europeo verso la destra italiana. Per questo, evita di esporsi. Non mette la faccia su una frenata. Fa tacere i suoi. E tiene viva la carta di portare l’ex premier a Bruxelles, anche se preferirebbe semmai lanciarlo alla guida del Consiglio europeo.
Nessuno potrà mai confermare ufficialmente quanto circola a metà giornata nel governo: Meloni, riferiscono fonti di primo livello, avrebbe scambiato alcuni whatsapp con Emmanuel Macron per capire come gestire la notizia su Draghi, pubblicata da Repubblica.
Di certo, i contatti coinvolgono anche ministri dei due governi. La presidente del Consiglio ne ricava la sensazione di una imminente precisazione dell’Eliseo, utile a raffreddare il clima. Alla fine, però, nulla che vada oltre un generico “no comment” trapela dalla Presidenza della Repubblica francese. E la premier deve gestire le conseguenze di uno scenario che non può escludere.
Nulla è come sembra, dunque è necessario mettere in fila i fatti e pesare gli indizi. Il primo, fondamentale: il rapporto tra Giorgia Meloni e Mario Draghi resta solido. Non magari costante come durante la transizione, a volte macchiato da screzi, ma comunque saldo. I due si parlano, l’hanno fatto anche di recente. Evitano attacchi personali diretti, anche sui dossier più caldi.
La premier ha contestato a volte l’impostazione del Pnrr, senza mai nominare Draghi. L’ex banchiere, anche durante l’ultima apparizione pubblica per la presentazione del libro di Aldo Cazzullo, ha evitato critiche dirette all’attuale esecutivo e anzi, parlando della crisi in Medio Oriente, ha detto: «L’Italia ha acquisito credibilità».
Il problema, a dire il vero, è soprattutto di Meloni, come suo è il bivio. Se infatti la premier dovesse accettare di sostenere — non oggi, ma al momento giusto — la proposta di Macron per portare Draghi alla presidenza della Commissione, entrerebbe in conflitto diretto con il principale alleato, Matteo Salvini.
Ieri nessun leghista si è spinto fino a bocciare l’idea, ma il leader del Carroccio è sul piede di guerra ed è pronto a colpire proprio su questo fianco: Draghi verrebbe brandito come emblema del famigerato inciucio che denuncia, simbolo di un’Europa da combattere assieme a Marine Le Pen, addirittura espressione dell’odiato Macron. Anticamera di una emarginazione che potrebbe avere pesanti ripercussioni anche a Roma, sugli equilibri di governo.
È pur vero che Salvini ha sostenuto il governo Draghi, a differenza di Meloni. Ha partecipato con ministri della Lega. Tutti argomenti che Meloni potrebbe ricordargli, di fronte a un conflitto. Resta il fatto che l’ex banchiere attira resistenze anche in altri settori della maggioranza. Non è un mistero che Giulio Tremonti non sia un suo estimatore. E che Forza Italia debba sulla carta sostenere il proprio candidato alla Presidenza della Commissione, che è Ursula von der Leyen.
Meloni, come detto, preferirebbe in realtà dare il via libera a un altro schema. Per la premier sarebbe assai più semplice avallare l’indicazione di Draghi alla guida del Consiglio europeo, assicurandosi così anche un commissario di centrodestra nella Commissione (che manca da cinque anni e potrebbe mancare per altri cinque).
Non è un dettaglio irrilevante, perché si tratta di una poltrona ambita da diversi meloniani, ma anche di una moneta di scambio politico decisiva per ridefinire gli equilibri dopo le Europee. Ma la pressione dei partner continentali e atlantici e le possibili garanzie che derivano da una Commissione presieduta da un italiano potrebbero spingere a sciogliere positivamente il dilemma. E ad aprire una fase politica di certo nuova, probabilmente rischiosa. E chiudere una volta per tutte con l’estrema destra di Salvini e Le Pen.
(da La Repubblica)

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SEMPRE SERVI DEI POTERI FORTI: IL PASSO INDIETRO DEL GOVERNO MELONI SULLE TASSE PER GLI EXTRAPROFITTI DELLE SOCIETA’ ENERGETICHE

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

IL MEGA-SCONTO DI UN MILIARDO ALLA TASSA, MENTRE SI AFFAMANO I POVERI

Un copione già visto. Una replica di quanto successo con le banche. Alla fine il governo guidato da Giorgia Meloni cede sempre ai poteri forti: che siano gli istituti bancari o le grandi società energetiche. L’ultimo passo indietro dell’esecutivo riguarda le tasse sugli extraprofitti delle società energetiche per il 2023.
Il decreto Anticipi ha introdotto quello che di fatto è uno sconto da almeno 450 milioni di euro per le grandi compagnie energetiche. E secondo alcune relazioni parlamentari è possibile che questa cifra sia molto più alta, avvicinandosi addirittura a un miliardo di euro che le aziende non dovranno più pagare.
In fondo nulla di troppo diverso da quanto successo con la tassa sugli extraprofitti delle banche: prima è stata introdotta e poi si è deciso, su pressione degli stessi istituti e persino di parte della maggioranza, di tornare indietro. Consentendo così alle banche di scegliere se versare la tassa o accantonare come riserva non distribuibile un importo maggiorato di 2,5 volte l’imposta, rafforzando in questo modo il proprio patrimonio. Non può stupire che, in quel caso, gli istituti abbiano deciso tutti di rafforzare il patrimonio e di non versare neanche un euro nelle casse dello Stato.
Il meccanismo, come detto, è lo stesso. Così la tassa sull’extragettito delle aziende energetiche prevista dalla legge di Bilancio 2023, che viene applicata su un’aliquota del 50% degli utili oltre la media degli stessi utili nei bilanci degli ultimi cinque anni, viene in gran parte rimangiata. Con il decreto Anticipi si consente alle compagnie di non versare l’ultima tranche dell’imposta: non dovranno pagare nulla subito. Semplicemente viene chiesto alle aziende di dare un contributo di solidarietà, di pari importo, nel 2024. Si rimanda tutto di un anno, quindi.
Ma sembra più un auspicio che una certezza, non venendo stabiliti né tempi né modi. Nessuna scadenza, dunque, e la tassa sugli extraprofitti potrebbe non essere versata mai. Perché il contributo che viene chiesto per il 2024 alla fine è solo un tentativo di avere qualcosa in cambio di questo bel regalo natalizio. Intanto, unica cosa certa, per i bilanci del 2023 delle compagnie c’è un beneficio certo, da 450 milioni di euro.§Per gli utili registrati a bilancio prima del 2022 la scadenza dell’ultima tranche era fissata al 30 novembre del 2023. E quello che fa la nuova norma del decreto Anticipi è cancellare la scadenza. Quindi le compagnie che ancora non hanno pagato non dovranno pagare. Mentre chi ha versato rischia di non vedersi restituire la cifra data, anche se parliamo di una piccola minoranza. La maggioranza, quindi, si piega ancora una volta a quelli che qualcuno definisce come i poteri forti. Che siano banche o grandi aziende energetiche.
IN GINOCCHIO DAI POTERI FORTI
Tra l’altro, viene sottolineato da Angelo Bonelli dei Verdi, è possibile che la cifra scontata dal governo sia ben più alta di quella preventivata: una relazione tecnica degli uffici parlamentari riporta che “la base imponibile ai fini del calcolo del gettito si riduce di 1,6 miliardi e quindi lo sconto arriverebbe a 800 milioni”.
Al di là della cifra, il regalo per le aziende è evidente, tanto che per il capogruppo del Movimento 5 Stelle al Senato, Stefano Patuanelli, si tratta di un “inchino alle lobby”. L’esponente pentastellato sottolinea come il governo abbia respinto l’emendamento “sulla tassazione del settore bancario, rimangiandosi mesi di proclami”, decidendo di apparecchiare “la tavola per un maxi-sconto sulla tassa prevista per gli extraprofitti dei colossi dell’energia, i cui utili complessivi hanno toccato quota 70 miliardi nel biennio 2021-2023”.
(da La Notizia)

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IL SUCCESSO DI “C’E’ ANCORA DOMANI” SUL NEW YORK TIMES

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

CORTELLESI: “HO TOCCATO UN NERVO SCOPERTO DELL’ITALIA”…”IL FILM RIESCE A RACCONTARE IL TEMA DEGLI ABUSI DOMESTICI IN MODO STRAZIANTE MA ANCHE EDIFICANTE”

Dopo aver incassato 27 milioni al botteghino ed essere entrata nella top ten dei film italiani più visti di sempre, Paola Cortellesi finisce pure sul New York Times in un articolo intitolato «Il film di un’amata comica sugli abusi domestici attira gli italiani in massa».
L’articolo del quotidiano statunitense analizza il successo di C’è ancora domani, il film di Cortellesi arrivato lo scorso ottobre nelle sale cinematografiche e che si è trasformato in pochi giorni in un caso nazionale, accendendo i riflettori sul tema della violenza domestica contro le donne.
«Certamente sono sorpresa», commenta la regista, aggiungendo di essere «soddisfatta» del suo lavoro. Secondo Cortellesi, la popolarità del film è legata al fatto di «aver toccato un nervo scoperto del Paese», ovvero il tema degli abusi domestici. E per raccontare questo tema, scrive il New York Times, C’è ancora domani riesce a essere allo stesso tempo straziante ed edificante.
La vicenda è ambientata nel 1946, in una Roma ancora alle prese con la povertà e le conseguenze della seconda guerra mondiale. «Ho voluto realizzare un film contemporaneo ambientato nel passato, perché penso che purtroppo molte cose siano rimaste le stesse».
A dare un’ulteriore spinta al film sono stati anche alcuni casi di cronaca, a partire dal femminicidio di Giulia Cecchettin, che hanno riportato il tema della violenza di genere sotto i riflettori mediatici.
E forse è proprio il legame tra i casi di cronaca più recenti e quelli raccontati nel film di Cortellesi ad aver spinto molti spettatori a riversarsi nei cinema di tutti Italia per vedere C’è ancora domani. «Naturalmente ci sono stati dei progressi, sono cambiati i diritti, sono cambiate le leggi, ma non del tutto, non nella mentalità», osserva Chiara Tognolotti, docente di Storia del cinema italiano all’università di Pisa. Secondo l’esperta, il film di Cortellesi esplora la tensione tra la «struttura patriarcale su cui si basa la società italiana» e il desiderio di riconoscere l’importanza del ruolo sociale delle donne. Un’importanza che «di fatto già esiste», precisa Tognolotti, ma non sempre viene riconosciuta.
(da agenzie)

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TREVISO, CINEMA NEGA L’ACCESSO AL CANE-GUIDA E LASCIA FUORI UNA DONNA NON VEDENTE

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

POI LE SCUSE DELLA TITOLARE: “ERO ASSENTE QUEL GIORNO, SONO ENORMEMENTE MORTIFICATA, QUELLA SIGNORA PUO’ TORNARE IN QUALSIASI MOMENTO PER RIPARARE A QUANTO SUCCESSO”

È dovuta rimanere fuori insieme al suo cane-guida, al quale era stato negato l’accesso perché non consentito all’interno del cinema. Così Luana M. ha scritto un post sul suo profilo Facebook, per denunciare quanto accaduto: «Oggi, 3 dicembre 2023, Giornata mondiale della disabilità, sono stata allontanata dal titolare del cinema in quanto non vedente accompagnata dal cane guida, poiché non vuole animali nel suo cinema, andando contro a ciò che è previsto dalla legge. Mi sono sentita mortificata». È probabile che ad accompagnarla all’uscita non fosse il titolare del multisala, il cinema Edera di Treviso, ma un addetto del personale interno. Perché quando la notizia è circolata sui quotidiani locali, la titolare è intervenuta chiedendo immediatamente scusa. «Sono enormemente dispiaciuta per l’increscioso episodio accaduto in mia assenza», ha fatto sapere Giuliana Fantoni, «il cinema Edera ha una programmazione estremamente attenta all’inclusione, sensibile alla disabilità ed attrezzato per garantire l’accesso al cinema ai portatori di handicap». Quindi le scuse, e l’invito a tornare per porre rimedio a quanto accaduto: «Chiedo scusa a nome mio, della mia famiglia e del Cinema Edera alla signora Luana, al suo compagno e all’Unione Ciechi. Faremo in modo che quanto accaduto non si ripeta mai più. Vorrei invitarli a tornare al cinema in qualunque momento lo desiderino».
Cosa dice la legge
Il multisala Edera fa divieto all’ingresso nel cinema con i propri animali, ma quello di Luana non è solo un animale domestico. Il cane-guida può e deve accompagnare il suo padrone in tutti i luoghi pubblici, come previsto dalla legge del 25 agosto del 1988: «Al privo della vista è riconosciuto altresì il diritto di accedere agli esercizi aperti al pubblico con il proprio cane guida. Ogni altra disposizione in contrasto o in difformità con la presente legge viene abrogata». E ribadito poi successivamente dalla legge 67 del 2006, che promuove la «parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità» e menziona i casi di discriminazione indiretta, «quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone». Luana ha poi ricevuto il sostegno anche dell’Unione ciechi e ipovedenti di Treviso e dell’associazione Blindsight Project.
(da agenzie)

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CARDINI SULL’URLO ANTIFASCISTA A LA SCALA: “UNA CENSURA CRETINA, IO GRIDAI VIVA IL DUCE”

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

LO STORICO MEDIEVALISTA DIFENDE IL CONTESTATORE

Lo definisce «un fatto surreale e un po’ cretino». Lo storico medievalista Franco Cardini commenta così la vicenda del Teatro La Scala di Milano, quando, alla prima, alcuni agenti della Digos hanno identificato Marco Vizzardelli, l’uomo che ha gridato “viva l’Italia antifascista” dal loggione. Cardini, raffinata mente e a lungo militante del Movimento Sociale, ricorda a Il Fatto Quotidiano quando in gioventù lui stesso ha fatto di peggio. «Mi sembra davvero una esagerazione, forse un eccesso di zelo. Io da giovane ho frequentato spesso i loggioni dei teatri e ho detto cose molto più pesanti. Nettamente peggiori. Ricordo di aver strillato, da ragazzo, “Viva il Duce”. E nessuno mi disse nulla», racconta a Tommaso Rodano.
E precisa che «nemmeno un governo autoritario, come quello austriaco in epoca risorgimentale, si sognò di censurare lo slogan “Viva Verdi” (era l’acronimo di Vittorio Emanuele re d’Italia ndr).
Il maresciallo Radetsky rideva, sapeva che era opera dei studenti, e non ha mai fermato nessuno». Cardini attribuisce i fatti odierni a una sorta di «isterismo generale».
«Il problema è che noi siamo abituati al fatto gravissimo – alla continua riduzione della libertà d’espressione – che deriva dalla cultura del politically correct. Attenzione, lo so bene che stavolta la logica è ribaltata e la censura del pensiero (“Viva l’Italia antifascista”) è operata da “destra”. La radice però è sempre quella: il principio di perseguire chiunque si esprime in maniera diversa dal mainstream», ha sottolineato lo storico. «Siamo un paese con una Costituzione antifascista (anche se il principio è contenuto in una disposizione transitoria riferita alla ricostituzione di uno specifico partito il Pnf): il comportamento della Digos è stato surreale e allo stesso tempo cretino», conclude.
(da Il Fatto Quotidiano)

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EDUCARE ALLE RELAZIONI, PARLA SUOR MONIA ALFIERI: “LE POLEMICHE SU CONCIA? INUTILI. NON PARLEREMO DI GENDER NELLA SCUOLE”

Dicembre 9th, 2023 Riccardo Fucile

“LE DIFFERENZE RENDERANNO IL PROGETTO PIU’ EFFICACE”… QUANDO LA CHIESA E’ PIU’ AVANTI DELLA FOGNA REAZIONARIA

La politica e attivista Anna Paola Concia, l’avvocata Paola Zerman e suor Monia Alfieri. Sono loro le garanti scelte dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara per il progetto educativo di Educazione alle relazioni. Una decisione che, però, sta generando non poche polemiche, soprattutto nel centrodestra che considera i tre nomi «divisivi».
A generare il maggior scontento è Concia, attivista Lgbtqia+ ed ex deputata del Partito democratico, accusata dalla Lega di poter fare «indottrinamento». Oggi, in un’intervista a La Stampa, suor Monia Alfieri definisce «stucchevoli e surreali» le polemiche sulla collaborazione con Concia. «L’educazione alle differenza passa attraverso il confronto di opinioni diverse. Non c’è accettazione con l’omologazione», ci tiene subito a chiarire a colloquio con Francesca Del Vecchio.
Il progetto
Il progetto dell’educazione alle relazioni prevede la costituzione di gruppi di discussione tra studenti moderati da docenti delle stesse classi, formati dall’Ordine degli psicologi, che avranno esclusivamente ad oggetto la lotta alla discriminazione e alla violenza verso le donne. Suor Monia Alfieri è esperta di politiche scolastiche e più volte ha svolto consulenze per i ministri dell’istruzione. Quanto alle sue due compagne di viaggio scelte in questo progetto educativo, è fermamente convinta che le loro differenze renderanno il progetto davvero efficace. Sulle polemiche contro Paola Concia scatenate da Pro Vita replica: «Potrei capirle se l’obiettivo del ministro fosse introdurre nelle scuole la cultura gender, ma qui di parla di tutt’altro: Valditara ci ha chiamate per un progetto di contrasto alla violenza contro le donne».
«L’omofobia va condannata»
L’obiettivo del progetto, ci tiene a sottolineare la suora, «è che le ragazze abbiano piena conoscenza di loro stesse e che i ragazzi imparino a rispettare loro stesse». I giovani, a suo avviso, sono molto «fragili, non sanno accettare i no e i fallimenti e quando si trovano davanti a un rifiuto o a una sconfitta, perdono la testa». I tempi cambiamo e l’educazione deve stare al passo. Ne è convinta suor Alfieri che chiosa: «In una società come la nostra dobbiamo bisogna che educhiamo i maschi a misurarsi con una donna libera, emancipata e competitiva». Quanto all’omosessualità non ha dubbi: «Non può essere ignorata. E dove non c’è accettazione, bisogna condannare la violenza omofoba». Sulle presunte e infondate teorie gender, suor Monia conclude: «In una scuola non può passare il messaggio della teoria gender o lgbt perché sono argomenti che esulano da quel mondo. Questi temi spettano alle famiglie».
(da agenzie)

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