Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
NUOVO SCIOPERO DEI MEDICI CONTRO LA MANOVRA
Ad appena 13 giorni dallo sciopero del 5 dicembre scorso, i medici incrociano nuovamente le braccia: “Per difendere la sanità pubblica universalistica e fermare il saccheggio in atto ai danni del Sistema sanitario nazionale“. Una protesta di 24 ore, a partire dalla mezzanotte di lunedì 18 dicembre, per ribadire l’opposizione dei camici bianchi alla legge di Bilancio del governo Meloni. Una manovra con la quale, secondo i sindacati, è stata superata la soglia di sopportazione. Le risorse per la sanità pubblica sono sempre meno, al contrario di quelle per la sanità privata. E questo definanziamento, oltre a essere responsabile del peggioramento progressivo delle condizioni di lavoro dei professionisti del Ssn, rende sempre più difficile assicurare a tutti cittadini, indipendentemente dalle condizioni economiche, standard di cura appropriati. La mobilitazione – proclamata da Aaroi-Emac, Fassid, Fvm e Cisl Medici – potrebbe causare l’annullamento di circa 25mila interventi chirurgici programmati. Secondo gli organizzatori, l’extrema ratio dello sciopero, con i disagi che creerà alla popolazione, è necessaria per mandare un segnale forte: di questo passo non sarà più possibile salvaguardare la dignità delle persone più fragili e ostacolare il dramma della povertà sanitaria.
“Il 18 dicembre protesteremo contro una manovra iniqua e inaccettabile, ma sarà solo la prova generale per iniziative future molto più incisive”, spiega a ilfattoquotidiano.it Alessandro Vergallo, presidente nazionale Aaroi-Emac. Per il sindacato degli anestesisti rianimatori ospedalieri, la maggioranza approverà la legge di Bilancio senza ulteriori emendamenti. Non c’è alcun segnale, infatti, che possa far presagire un’inversione di rotta. “Nessuna delle promesse che ci erano state fatte sono state poi mantenute – prosegue Vergallo -. Ed è per questo che ci stiamo preparando a continuare la mobilitazione anche a gennaio. Raddoppieremo la durata della protesta a 48 ore e faremo due giorni consecutivi di sciopero”. Per i rappresentanti dei lavoratori, le criticità presenti nella legge di Bilancio sono molte. In primo luogo, il mantenimento del tetto alle assunzioni di nuovo personale, che impone ai dipendenti del Ssn di sopportare carichi di lavoro insostenibili e che costringe le aziende a ricorrere ai costosi medici gettonisti delle cooperative private per garantire i servizi. Ma anche l’assenza di misure per la stabilizzazione dei precari, il sottofinanziamento del Fondo sanitario nazionale e la mancanza di risorse per il prossimo contratto collettivo. Tutto questo, commentano le sigle, testimonia la mancanza di volontà di invertire il trend e di ridurre la fuga dal pubblico, ormai spogliato del suo patrimonio economico e professionale a vantaggio del profitto dei grandi gruppi privati.
“La cosa veramente scandalosa non è tanto la remunerazione molto più alta del collega libero professionista che lavora nel pubblico attraverso la cooperativa, ma il pizzo che questi gruppi privati intascano sulle prestazioni. Parliamo almeno del 15% dell’introito complessivo – commenta Vergallo -. Una delle cooperative che stiamo attenzionando annovera circa 500 colleghi che lavorano minimo 1500 ore all’anno, con una remunerazione oraria che va dai 120 ai 130 euro l’ora. Si tratta di almeno 100 milioni di euro per una singola cooperativa, di cui 20 milioni vengono intascati da una manciata di persone che si occupano solo di gestire la turnistica. Dobbiamo bloccare questi processi e impedire che la sanità pubblica continui a essere una mangiatoia per il lucro dei gruppi privati. Dobbiamo reclamare il diritto alla salute della popolazione di questo Paese”, sottolinea.
Quello del 18 dicembre sarà solo l’ultimo degli eventi di protesta organizzati negli ultimi mesi dai dipendenti del Ssn. La suddivisione in più date è stata una modalità concordata tra tutte le sigle sindacali del mondo sanitario per dare la massima forza possibile alla mobilitazione. Lo sciopero coinvolgerà le prestazioni anestesiologiche, con la conseguente paralisi delle sale operatorie, i percorsi pre-chirurgici, gli ambulatori di terapia del dolore e di tutte le consulenze differibili. Inoltre, è previsto il blocco delle prestazioni di radiologia diagnostica, interventistica e ambulatoriale, della diagnostica di laboratorio, delle prestazioni psicologiche nei consultori, nelle neuropsichiatrie infantili e nei centri di salute mentale. Ma anche delle prestazioni farmaceutiche, sia in ospedale che sul territorio, e dei servizi di igiene e sanità pubblica. “Gli interventi chirurgici ordinari che potrebbero saltare sono almeno 25mila, su scala nazionale – conferma il presidente di Aaroi-Emac -. Ciascun anestesista rianimatore assente per sciopero renderà inutile la presenza di almeno altri 7 o 8 lavoratori, amplificando a valanga gli effetti della nostra protesta”, conclude.
Lo sciopero verrà sostenuto da numerose iniziative sul territorio, in tutta Italia. Il centro sarà Roma, dove è stato organizzato un presidio davanti al Ministero della Salute (Lungotevere Ripa), dalle ore 11 alle ore 13, al quale parteciperanno i presidenti e i segretari nazionali delle sigle che hanno proclamato la mobilitazione. Mentre nelle altre città italiane si svolgeranno sit in, assemblee e conferenze stampa per cercare di coinvolgere e sensibilizzare la popolazione sui motivi della protesta. Perché, come sottolineano i camici bianchi che parteciperanno allo sciopero, la distruzione del Sistema sanitario nazionale è un dramma che interessa tutti, non solo chi ci lavora.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
L’IDEA DEL GOVERNO DURA DUE ORE: “QUESTIONE CONTROVERSA, NE RIDISCUTEREMO”… IL MINISTRO CIRIANI SI RIMANGIA TUTTO DOPO LE PROTESTE
È durata lo spazio di poche ore, l’idea del governo di intervenire
ancora sulla legge di Bilancio per spostare in là di due anni l’età pensionabile – su base volontaria – dei medici. La proposta fatta circolare in serata dal ministro dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, prevedeva di concedere l’opportunità appunto ai medici con ruolo di dirigenti o di docenti universitari di restare in servizio sino ai 72 anni, due in più di quelli dell’attuale età perla pensione. La norma in deroga sarebbe valsa solo per loro, mentre per gli infermieri l’età di fine del servizio sarebbe rimasta ferma a 70 anni, nell’intendo di irrobustire gli organici degli ospedali. Ma la semplice evocazione dell’idea ha creato un vespaio di polemiche, e così nel giro di poche ore lo stesso Ciriani s’è visto costretto a fare marcia indietro. «L’emendamento non era neppure stato depositato, era solo una proposta, una disponibilità da parte di governo e maggioranza a discutere, ma abbiamo visto che è scattato subito un dibattito gigantesco sulla questione che porterebbe via troppo tempo e forse ora non è il momento né l’ora per discutere una questione così
importante. Verificheremo nei prossimi mesi», ha chiuso la questione il ministro FdI, riconoscendo che si tratta di una questione «complessa e controversa».
Appena circolata la proposta, ad insorgere pubblicamente erano stati i sindacati, già mobilitati da settimane contro la manovra, accusata di indebolire ulteriormente il Servizio sanitario nazionale. Per Pierino Di Silverio, segretario del maggiore dei sindacati dei medici ospedalieri, l’Anaao Assome, l’emendamento del governo costituiva «un insulto alla categoria, solo per salvare alcune lobby. Questa volta faremo le barricate e siamo disposti a indire nuovi scioperi da subito. Non si salva così la sanità pubblica», aveva attaccato a testa bassa. Poi la retromarcia del governo stesso.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
QUANTO E’ COSTATA IN VITE E SOLDI
Dopo più di due mesi concentrati su Gaza, s’è tornati a parlare di Ucraina. Ma a che punto è la guerra? Quanto è costata in vite e soldi? Fino al 2022, oltre alla Crimea annessa nel 2014, in mano ai separatisti filorussi c’erano solo le province di Donetsk e di Lugansk, ovvero il Donbass: il 7,04% del Paese, circa 42 mila km quadrati.
Il 24 febbraio 2022 doveva essere un’invasione lampo: Putin voleva arrivare fino a Kiev e dopo un mese era già riuscito a conquistare il confine bielorusso, Sumy, Kharkiv, aveva preso Mariupol. L’obbiettivo iniziale di «denazificare» il governo di Kiev era però fallito quasi subito, gli ucraini avevano resistito e a fine 2022 erano riusciti a riprendersi l’area della capitale e di Kharkiv, Kherson e la sponda orientale del fiume Dnipro: in totale 60 mila km quadrati, una regione più grande della Sicilia e della Sardegna messe insieme.
Lo stallo
Il 2023 doveva essere l’anno della controffensiva di Zelensky. La grande rivincita. Invece poco è cambiato e dopo ventidue mesi la guerra s’è congelata. Siamo allo stallo. Oggi Mosca controlla più o meno lo stesso territorio di fine 2022: 100 mila km quadrati, il 17,48%, una porzione che corrisponde all’intera Estonia. Putin s’è tenuto Lugansk, parte del Donetsk, il sud di Kherson e la centrale nucleare di Zaporizhzhia, gran parte del Mar Nero: punta a trasformare il fiume Dnipro in un confine di fatto. Gli ucraini hanno ripreso a fatica Bakhmut e la sponda orientale del Dnipro, combattono per Avdiivka e vogliono fortificare una testa di ponte per arrivare al Mare d’Azov e sfondare in Crimea, riprendendo il controllo del Mar Nero e delle esportazioni di grano bloccate dai russi. La controffensiva però è stata un disastro militare. Negli ultimi sei mesi l’esercito ucraino è avanzato solo di 12 km e ha riconquistato 518 km quadrati, meno della provincia di Lodi.
Il conto delle vittime
Non ci sono cifre attendibili. Mosca minimizza i caduti che sarebbero da 35 a 43 mila, per il Pentagono sono 315 mila con l’80% delle perdite solo nel Donetsk. Kiev copre le cifre col segreto di Stato e fa passare il dato di 17.500 soldati morti, ma per il Pentagono sono almeno 120 mila. Secondo il New York Times, che incrocia diverse fonti incluse quelle Onu e d’intelligence Usa, la guerra sui due fronti, a fine agosto, aveva fatto già più di mezzo milione fra soldati morti, feriti, e vittime civili. Il doppio che nelle tre guerre balcaniche degli anni ’90. E tutto questo per avere una mappa di territori conquistati e difesi pressoché identica a quella di un anno fa.
Le forze russe in campo
Putin ha firmato due decreti di mobilitazione popolare parziale. Dispone di 2,2 milioni di arruolati, ne ha mobilitati 1,320 e ha comunque pronti altri 880 mila riservisti. Combattere in Ucraina conviene economicamente, e non solo ai mercenari di Wagner: un soldato russo guadagna in media 2.135 euro al mese, contro i 560 di un professore universitario. Se il soldato muore alla famiglia arriva l’equivalente di 55.000 dollari (32.500 in caso di ferimento grave). Non si sa con esattezza quanti russi siano fuggiti all’estero per evitare l’arruolamento: il governo ne ammette 155 mila, ma lo scorso maggio per il governo inglese erano 1,3 milioni. Scappano soprattutto in Georgia, Armenia, Serbia e dove non serve il visto. Il Kazakistan, dopo una prima invasione di disertori, ha ridotto i permessi. La Ue ha ricevuto 17 mila richieste d’asilo politico, ma ne ha accettati solo duemila. Fino al 17 marzo, quando verrà rieletto presidente per la quinta volta, Putin eviterà nuovi reclutamenti ed eventuali proteste: dall’inizio della guerra 5.844 contestatori sono stati arrestati in 60 città. La legge permette allo Zar di farsi rieleggere fino al 2036, quando avrà compiuto 83 anni. Non ha oppositori: il più pericoloso, Aleksej Navalny, è stato imprigionato in Siberia dopo un tentativo di avvelenamento. Dal gennaio 2022 sono almeno 20 gli oligarchi e i manager di Stato morti misteriosamente, dopo essersi messi contro lo Zar: il più famoso è Evgeny Prigohzin, il capo di Wagner. L’ultimo è il presidente di Lukoil Vladimir Nekrasov.
Le forze di Kiev
Gli ucraini sono un terzo dei russi e dispongono di 700 mila soldati. All’inizio della guerra avevano 10 milioni d’arruolabili, anche se l’esercito era fatto solo di 250 mila uomini. Pure qui s’affronta la questione di chi scappa dalla guerra: fra gli 8 milioni di profughi in Europa, ci sono anche 650mila richiamabili. È aumentata la renitenza alla leva, con 200 mila «imboscati» e fenomeni di corruzione. Per questo Zelensky ha cambiato le regole di reclutamento e ha aperto ancora di più alle donne: oggi sono 43 mila (più 40% rispetto al 2021) e sono state ammesse ai ruoli di mitragliere, cecchino e comandante di tank.
Chi sta pagando il conto?
La Commissione europea sostiene che «le sanzioni stanno funzionando». Alla Banca centrale russa sono stati congelati 400 miliardi in riserve valutarie all’estero e, nella sola Ue, i patrimoni sequestrati agli oligarchi amici del Cremlino valgono 228 miliardi di dollari.
L’isolamento economico è evidente quanto quello politico: la Russia è esclusa dal sistema Swift che regola i pagamenti bancari internazionali, quasi tutti gli investitori occidentali hanno chiuso le rappresentanze a Mosca, i Paesi europei hanno ridotto drasticamente le importazioni russe di gas e carbone. Embargo sull’export di beni e servizi strategici e all’import di petrolio. E la produzione petrolifera è precipitata: da due milioni di barili al giorno, in ottobre s’è passati a 300 mila. In quasi due anni l’inflazione è rimasta al 6%, ma il rublo ha perso un quarto del suo valore sul dollaro e la Banca centrale di Mosca ha innalzato di due punti (al 15%) il tasso d’interesse. L’economia di Mosca però sembra tenere: grandi Paesi come Cina, India, Turchia, Messico, Brasile e Sudafrica non hanno aderito al boicottaggio, sostenendo Putin attraverso le triangolazioni. Su Mosca, San Pietroburgo, Kazan e Sochi si può ancora volare da Serbia, Turchia, Bielorussia, Cina, Israele, Emirati arabi, India, Arabia Saudita, Uzbekistan, Dubai, oltre che da quattro Paesi africani: Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica. A perderci però sono anche le economie occidentali: con le sanzioni, dice il Financial Times, la guerra ha bruciato più di cento miliardi di 600 grandi e medie imprese europee che facevano affari a Mosca, senza contare i costi derivanti dall’aumento dell’energia e delle materie prime.
Spesa militare russa
Secondo l’Economist, la spesa militare annua è di 60 miliardi di dollari, mentre la spesa pubblica è aumentata del 40% e ai russi la guerra costa 67 miliardi di dollari l’anno di deficit pubblico – un 3% di Pil che se ne va per sostenere la produzione, reggere il welfare, mantenere le famiglie che mandano gli uomini al fronte –. Una stima della rivista militare Sofrep, però, parlava già nel 2022 d’un costo complessivo ben più alto: 900 milioni di dollari al giorno. E d’un aggravio per i russi, secondo l’ucraina Kyiv School of Economics, che varrebbe fra l’8 e il 10% del Pil.
Ucraina: quanto costa difendersi
Per Kiev la guerra costa 10 miliardi di dollari al mese. Bisogna però aggiungere tutto quello che è arrivato in aiuti. L’Ue ha finora versato agli ucraini 85 miliardi così ripartiti: 25 in attrezzature tecniche e militari, 60 in finanziamenti. Stando ai tedeschi del Kiel Institute for the World Economy, gli Usa hanno dato 47 miliardi in armamenti e la Gran Bretagna 18. Secondo i conti di Banca mondiale dall’Occidente sono arrivati in totale 17 miliardi mensili, fra armi e sostegno a un’economia che non produce più reddito e in quasi due anni ha bruciato 200 miliardi tra industrie collassate e grandi investitori stranieri che sono scappati. La spesa pubblica ucraina per pagare la pubblica amministrazione, per tenere aperti scuole e ospedali, per far funzionare i trasporti, solo nel 2022 è stata di 75 miliardi: i prestiti occidentali ne hanno coperti 32.
Il prezzo della ricostruzione
Una futura ricostruzione, dice l’Economist, è già stimata oltre i 500 miliardi: Borodyanka, Bakhmut, Ochtyrka, Kupyansk, Kyrylivka sono alcune delle città più distrutte. Oltre alla grande diga di Kakhovka, vanno rimessi in piedi 18 aeroporti, 344 ponti, 25mila km di strade, 426 stabilimenti industriali. Mentre i danni ambientali fin qui prodotti nel suolo, nell’acqua e in emissioni di CO2 sono incalcolabili.
Nuovi aiuti: chi frena e chi ricatta
Negli ultimi due mesi, da quando è riesplosa la crisi di Gaza, le forniture americane a Kiev sono calate del 30%. Il Senato americano sta bloccando una seconda tranche di 61 miliardi e Biden, se dovrà vedersela in campagna elettorale con l’isolazionista Donald Trump, faticherà sempre più a ottenere altri soldi. Zelensky ripete ogni giorno che senza munizioni, missili e F-16 sarà impossibile resistere a lungo. E anche lui, finora leader indiscusso, è criticato in patria per avere ritardato troppo la controffensiva. Gli aiuti europei, dice il Kiel Institute, da agosto sono calati del 90% rispetto al 2022.
Per sbloccare la nuova rata Ue di 50 miliardi invece bisogna fare i conti con i ricatti di Orban che, per ora, ha ceduto sull’adesione dell’Ucraina all’Unione in cambio dei 10 miliardi di Pnrr congelati un anno fa da Bruxelles per violazione dello Stato di diritto. «Di questo Paese – dice – non sappiamo nemmeno quanto sia grande e quanta gente ci viva». Proviamo a ricordarglielo: ha un’estensione di 600 mila km quadrati (quasi il doppio della Germania), 47 milioni di abitanti ed è uno Stato sovrano europeo. Questa mappa è stata deturpata dall’invasione russa.
Francesco Battistini e Milena Gabanelli
(da corriere.it)
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Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
L’UOMO SOSTIENE DI AVERE IN MANO “UNA BOMBA ATOMICA” PRONTA AD ABBATTERSI SUL PENITENZIARIO E SU DIVERSE ISTITUZIONI: “HANNO MODIFICATO LE RELAZIONE E CAMBIATO MEDICO LEGALE”… IL TESTIMONE DICE DI ESSERE UN “UFFICIALE ESTERNO DELLA POLIZIA PENITENZIARIA”
“Hanno modificato le relazione, hanno cambiato medico legale, lo
hanno vestito con indumenti della Caritas e hanno fatto sparire quelli sporchi di sangue con le prove e le impronte”: ecco la nuova ricostruzione che potrebbe stravolgere il caso del detenuto romano, deceduto il 12 ottobre del 2022 nel penitenziario di Oristano
«Gli ha rotto l’osso del collo con una spranga e due colpi di manganello». Il supertestimone è sbucato dal nulla. Dice di essere un “ufficiale esterno della polizia penitenziaria” e di avere video e prove in grado di dimostrare che Stefano Dal Corso è stato ucciso. Le sue parole, adesso al vaglio dei magistrati, potrebbero stravolgere il caso. Lui è convinto di avere in mano «una bomba atomica» pronta ad abbattersi sul penitenziario e su diverse istituzioni.
Intanto però la procura per la settima volta ha rigettato la richiesta di autopsia. Il ministro della Giustizia invece ha detto che “non si evidenzia alcuna anomalia” sul caso Dal Corso, lasciandosi scappare tuttavia un fatto inquietante: nella risposta all’interrogazione parlamentare parla dei “decessi dei due detenuti”, dunque di un secondo carcerato morto nel carcere di Oristano.
Adesso tutto potrebbe cambiare. Dopo testimonianze contrastanti, rivelazioni, prove mai mostrate, perizie che pongono dubbi sul suicidio, guasti alle telecamere e libri inviati anonimamente con all’interno messaggi nascosti, c’è un supertestimone. Dice di essere stato minacciato. Ha contattato l’avvocato che assiste la famiglia, Armida Decina. Poi ha parlato con Marisa Dal Corso, la sorella della vittima. Le ha detto che Stefano non si sarebbe impiccato alle sbarre della cella con un lenzuolo. Poi sostiene di essere in possesso dei vestiti realmente indossati dalla vittima e anche di un video che immortala il massacro.
«Stefano – racconta – era al posto sbagliato nel momento sbagliato. Tutto è partito per una cosa minima, per darle una lezione ma è degenerata». La vittima avrebbe visto qualcosa che non doveva: «Ha aperto la porta dell’infermeria e ha assistito a un rapporto sessuale tra due operatori del carcere. È stato cacciato via e ha fatto ritorno nella sua cella». Poi «schiaffi, calci, pugni», prosegue la narrazione che termina con la morte di Stefano e con il tentativo di coprire l’omicidio.
Il resoconto è lungo, a tratti surreale, poi dettagliato. Pieno di particolari che solo una persona ben informata potrebbe sapere.
(da la Repubblica)
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Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
IL PIANO DI SUNAK NON DECOLLA, LE COMPAGNIE NON VOGLIONO DANNEGGIARE LA LORO REPUTAZIONE CON UN RAZZISTA
Le compagnie aeree inglesi si rifiutano di fornire aerei per il rimpatrio dei migranti irregolari in Ruanda, secondo il piano voluto dai Tories londinesi.
A riportare la vicenda è il The Sunday Times, nessuna compagnia aerea ha ancora firmato l’accordo per fornire gli aerei utili per trasportare i migranti in Africa, per paura che l’uso dei loro voli per il piano rimpatri possa danneggiare la reputazione delle aziende.
Nel frattempo, il governo britannico insiste sul fatto di avere “piani robusti” per poter mantenere il piano per il rimpatrio a galla. L’amministrazione Sunak è convinta che i voli saranno “sicuramente disponibili” con il trascorrere del tempo ed è probabile che a farsi avanti sarà il Ministero della Difesa, qualora non sia possibile trovare una compagnia aerea appaltatrice.
Secondo un portavoce del governo, l’impegno è quello di “fare tutto il necessario per fermare gli arrivi e far decollare i voli verso il Ruanda il prima possibile”. Il Paese africano, infatti, è stato decretato con una legge dal premier Sunak un “luogo sicuro” che potrà occuparsi di accogliere le richieste di asilo di quei migranti che, molto spesso, partono proprio dall’Africa in cerca di un futuro migliore.
Il rischio, hanno fatto presente le Ong, è che i migranti possano poi essere respinti anche dal Ruanda, che li rimpatrierebbe nel loro Paese d’origine, violando così i loro diritti da richiedenti asilo.
Secondo il governo, però, il Paese “è pronto ad accogliere un gran numero di persone” e Londra ha “piani solidi per i voli futuri”. Anche se, di fatto, nessuna compagnia ha mai accettato l’incarico.
Dopo una serie di rimbalzi per la norma, osteggiata dalle Ong, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo e Corte d’appello di Londra, la Camera dei Comuni inglese ha ora votato a favore del piano, anche se la Corte Suprema l’ha dichiarato illegale appena un mese fa.
L’opposizione ritiene che Sunak stia cercando di distrarre gli elettori “dai suoi fallimenti politici” in altri campi e dalla presa sempre più traballante sul suo partito. La legge, definita disumana dalle Ong, è stata approvata con una maggioranza di 44 voti, molti pescati dalle fazioni di estrema destra e del partito conservatore.
Secondo il Sunday Times, se e quando il piano previsto dal governo partirà, i voli decolleranno da un aeroporto a Boscombe Dow, appena a nord di Salisbury. Il sito richiederebbe ovviamente investimenti considerevoli per rafforzare le misure di sicurezza.
(da agenzie)
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Dicembre 18th, 2023 Riccardo Fucile
POI LA VERSIONE DI COMODO: “VOLAVA TROPPO BASSO CON SCARSA VISIBILITA'”… MA IN REALTA’ E’ STATO ABBATTUTO PER SBAGLIO DAGLI STESSI RUSSI
Le truppe russe hanno festeggiato l’abbattimento di un aereo
‘ucraino’ salvo poi accorgersi che si trattava di un loro velivolo.
Si sospetta che il bombardiere Su-25 sia stato abbattuto da un sistema missilistico terra-aria Buk-M3 ed è stato un comandante dell’aeronautica ucraina ad insistere sul fatto che si trattasse di un aereo russo abbattuto evidentemente per sbaglio dalle stesse forze nemiche di Vladimir Putin.
“Posso affermare con sicurezza che non è stata la difesa aerea ucraina ad abbattere l’aereo d’attacco russo Su-25″ ha detto il generale Mykola Oleshchuk. “Si è trattato di azioni chiare e coordinate effettuate dai cannonieri antiaerei russi, per le quali arrivano i ringraziamenti da parte dell’intero popolo ucraino”, ha aggiunto ironicamente.
Secondo gli iniziali rapporti russi l’incidente sarebbe avvenuto vicino a Yelyzavetivka, nella regione di Mykolaiv. In un secondo momento è stato poi sostenuto che l’aereo si era schiantato mentre “volava troppo basso con scarsa visibilità”.
Non si tratta del primo incidente di questo tipo, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina sono state diverse le vicende di questo tipo: in quello più recente noto, il maggiore generale Vladimir Zavadsky, 45 anni, del 14° corpo d’armata russo, è stato ucciso da una delle sue stesse mine dopo essere stato colpito da colpi di mortaio amico mentre guidava un veicolo militare catturato all’esercito ucraino.
In un altro incidente, un bombardiere russo Su-34 ha riportato importanti danni in un attacco subito dai droni kamikaze su un aeroporto militare nella regione di Rostov, al confine con l’Ucraina. I canali Telegram russi e ucraini hanno mostrato le immagini dell’aereo da guerra danneggiato da schegge di granata appartenenti al 559° reggimento dei bombardieri di Vladimir Putin.
(da agenzie)
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