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PETER GERGO BESE, PARROCO UNGHERESE NOTO PER LE SUE POSIZIONI OMOFOBE E AMICO DI ORBAN, È STATO BECCATO MENTRE PARTECIPAVA A DELLE ORGE GAY

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

ALCUNI DEI RAPPORTI OMOSESSUALI A CUI “PRESENZIAVA” IL PRETE SONO STATI FILMATI E POSTATI SU SITI PER ADULTI, DOVE IL DON E’ STATO RICONOSCIUTO… PADRE BESE ERA IL PREDILETTO DI ORBÁN, TANTO CHE IL PRESIDENTE GLI AVEVA FATTO ANCHE BENEDIRE ALCUNI UFFICI DEL GOVERNO

Da prete star della televisione e orgoglio del governo di Viktor Orban, in Ungheria, allo scandalo che ha imbarazzato il presidente e ha fatto muovere il Vaticano. Peter Gergo Bese, parroco ungherese che attaccava le lobby Lgbtq, è stato beccato in alcuni video gay finiti anche su siti porno.
Padre Bese era il prediletto di Orban, tanto che il presidente gli aveva fatto anche benedire alcuni uffici del governo, scrive Il Fatto Quotidiano. Dal 6 settembre però, di lui sui profili social del regime non c’è più traccia.
L’arcivescovo Kalocsa-Kecskemet, su impulso del Vaticano che gli ha chiesto di indagare sulla questione, ha sospeso il prete. Il magazine ungherese Valasz Online ha rivelato il dossier del governo sulla doppia vita del parroco, che in pubblico attaccava il mondo Lgbtq, ma poi partecipava a feste gay, come testimoniato da foto e video finiti anche su alcuni siti pornografici.
(da agenzie)

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NUOVA AGGRESSIONE CONTRO IL PERSONALE SANITARIO DEL POLICLINICO DI FOGGIA: INFERMIERI DEL PRONTO SOCCORSO COLPITI CON CALCI E PUGNI DA UN PAZIENTE. BENVENUTI NEL PAESE DEL “GOVERNO CHE GARANTISCE LA SICUREZZA DEI CITTADINI”

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

ALCUNI GIORNI FA I FAMILIARI DI UNA 23ENNE HANNO AGGREDITO I MEDICI DELLO STESSO OSPEDALE, DOPO LA MORTE DELLA RAGAZZA… LA RIDIClLA PROPOSTA DI FRATELLI D’ITALIA: IL DASPO SANITARIO PER CHI AGGREDISCE I MEDICI (SIAMO ALLO STADIO?),,, MA METTETE UN PRESIDIO FISSO DI DUE AGENTI AI PRONTO SOCCORSO, MAGARI SOTTRAETELI ALLA SCORTA DI QUALCHE POLITICO CHE NON SI FILA NESSUNO

Un’altra aggressione al personale sanitario del policlinico di Foggia si è verificata la scorsa notte: nel pronto soccorso tre infermieri sono stati aggrediti con calci e pugni da un paziente giunto per uno stato d’ansia.
L’uomo è stato denunciato dai carabinieri che sono intervenuti. Questo nuovo episodio segue l’aggressione subita pochi giorni fa dal personale sanitario dello stesso policlinico, nel reparto di chirurgia toracica, da alcuni famigliari di una ragazza deceduta durante un intervento.
La fine dell’estate ha fatto registrare una escalation di aggressioni ai danni degli operatori sanitari dal Nord al Sud.
“L’episodio del Policlinico Riuniti di Foggia – ha commentato Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up – ha toccato un nuovo record: ci ha lasciati sgomenti, e non era facile. Non si erano mai viste 50 persone che aggrediscono tutte insieme medici e infermieri, costretti a barricarsi in una stanza di pochi metri quadrati, arrivando anche a ferire uno di essi con calci al volto, in preda, lasciatecelo dire, a veri e propri raptus di follia che hanno caratterizzato la maggior parte di questi fatti di cronaca. E’ notizia recentissima, poi, che uno professionisti aggrediti, avrebbe intenzione di rassegnare le dimissioni”.
Nel 2023 – secondo i dati dell’Anaao-Assomed – le aggressioni sono, infatti, state ben 16mila, di cui un terzo fisiche e nel 70% dei casi verso donne. Secondo il sindacato degli infermieri, Nursing Up, “calci e i pugni sembrano essere addirittura finiti in fondo alla vergognosa classifica delle tipologie di violenza.
Ai primi posti ci sono addirittura i tentativi di strangolamento, le tirate di capelli, i calci altezza volto stile arti marziali, mentre abbondano, all’insegna del terrore puro, le minacce di morte verbali e addirittura la comparsa di una pistola, per fortuna giocattolo, come avvenuto il 23 agosto scorso al Serd di Anzio, senza dimenticare la mazza da baseball che ha seminato il terrore il 16 agosto al pronto soccorso del San Leonardo di Castellammare”.
“Il vaso è colmo” è il succo degli appelli che hanno lanciato tanti protagonisti della sanità, dagli Ordini dei medici ai sindacati di categoria fino alla Federazione delle asl e ospedali, la Fiaso. Una levata di scudi che ha portato anche diverse proposte, vecchie e nuove, per arginare le violenze che hanno come bersaglio chi salva le vite.
L’ultima in ordine cronologico è una proposta di legge del senatore FdI Ignazio Zullo e prevede una sorta di ‘daspo’, una esclusione a tempo determinato dalle cure gratuite nel Ssn per chi si rende autore di aggressioni al personale sanitario o di reati contro il patrimonio sanitario. L’obiettivo, si legge nella Ddl, è “lanciare un messaggio forte e chiaro sulla gravità di talune manifestazioni violente in ambito sanitario” e dall’altro a “costituire un fattore di deterrenza”.
Il sindacato degli infermieri Nursing Up chiede invece “l’immediata presenza dell’esercito negli ospedali e la convocazione urgente del Comitato dell’Ordine e della Sicurezza Pubblica del Viminale”.
Il sindacato ha anche ricordato che “nel mese di agosto, che ci siamo appena lasciati alle spalle, abbiamo calcolato ben 34 episodi di violenza, fisica e psicologica, su 31 giorni”. I sindacati dei medici si sono detti “pronti ad abbandonare gli ospedali” se non ci saranno “misure urgenti” contro le aggressioni e chi le commette.
La Fiaso punta invece ad “un’azione determinata da parte delle forze di polizia e della magistratura con norme operative che consentano di procedere con l’arresto immediato dei responsabili. Senza misure di deterrenza concrete e tempestive, la situazione non può cambiare e il rischio è abituarsi a episodi di violenza reiterata nelle corsie contro chi, ogni giorno e tra mille difficoltà, assicura il diritto alla salute dei cittadini”.
(da agenzie)

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TUTTI FIGLI DI UNA STESSA FIAMMA: LITI, GUERRE LEGALI, GRANDI AMORI E TRADIMENTI POLITICI INTORNO AL SIMBOLO NATO CON IL MSI NEL 1946

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

I REDUCI DI UN PASSATO CHE NON PASSA MAI

Quanti sono i figli della fiamma tricolore. Sono davvero tanti. E tutti convinti di essere gli unici eredi del simbolo del Movimento sociale italiano che ha portato i reduci del fascismo dentro le istituzioni democratiche.
Tra liti, guerre legali, grandi amori e tradimenti politici, la fiamma arde ancora nella moltitudine di anime della destra sociale e in quella più smaccatamente neofascista che popola l’Italia e la governa nella sua versione moderatamente nera dal 22 ottobre 2022, insediatasi a Palazzo Chigi una settimana prima del centenario della marcia su Roma delle camicie nere di Mussolini.
Il Movimento sociale italiano è stato fondato il 12 novembre del 1946 dall’ex dirigente del regime fascista Giorgio Almirante insieme ai repubblichini di Salò. Almirante cacciatore di partigiani e segretario di redazione della testata.
Questa storia di politica e nostalgia, un po’ romanzo di formazione un po’ Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli, non può che iniziare da una strada di Firenze, sconosciuta ai più: Via Frusa 37.
Qui alle spalle della stazione dei treni Campo Marte e a poca distanza da Coverciano per lungo tempo hanno condiviso la sede Fratelli d’Italia e Casaggì, ala identitaria, con postura tutt’altro che istituzionale e perciò più libera di riferirsi a simbologie e ritualità del neofascismo.
Casaggì
I cimeli appesi ai muri, le scritte e le immagini sono un richiamo costante al lessico dell’estremismo nero. Ecco un esempio: «Scelgo di vivere nell’idea, di essere l’idea…», è il finale del giuramento che dovevano fare i militari del battaglione italiano delle Waffen SS, come atto di devozione a Hitler. Vivere l’idea, essere l’idea campeggia su un muro di Casaggì, con sotto alcune foto di personaggi che i militanti considerano di riferimento: certamente fino a qualche tempo fa, Alessandro Pavolini, gerarca, ministro di Mussolini, fondatore delle brigate nere
Solo nel 2023 il partito della presidente del consiglio ha traslocato spostando gli uffici del coordinamento regionale in un’altra area della città. Ma ancora adesso i locali di via Frusa ospitano Azione studentesca, l’associazione giovanile degli studenti che studiano da quadri futuri di Fratelli d’Italia.
Cominciamo da qui, dunque, dove sventola bandiera nera con una torcia dalla fiamma longilinea e tricolore, Vita est militia è il codice di rito scritto in rosso in alcuni di questi stendardi. Che poi è uno slogan che si ritrova un po’ ovunque nella galassia neofascista e sui muri dei quartieri delle grandi città nei pressi delle sedi di gruppi di estrema destra. Solo che Casaggì è un pezzo di Fratelli d’Italia, qui si formano i ragazzi e le ragazze che aspirano al partito. L’ala movimentista che vuole farsi classe dirigente sull’esempio di Francesco Torselli, prima consigliere regionale e ora europarlamentare di Fratelli d’Italia. La fiamma e l’eredità che incarna è il filo che lega queste storie.
Casaggì è sinonimo di Azione studentesca. La giovanile che organizza i campi di formazione in stile Hobbit chiamati Agoghè: il nome greco richiama alla rigida educazione e al duro allenamento cui erano sottoposti i bambini spartani. Gli ospiti del campeggio sono stati soprattutto parlamentari di Fratelli d’Italia. Sul retro di alcune magliette indossano dai piccoli camerati è impressa la scritta “Sangue e terra”. Blut und Boden, sangue e terra in tedesco, è un’espressione coniata da un nazista poi diventato ministro di Adolf Hitler. Ma Sangue e terra è anche un libro scritto da Gian Marco Concas, a capo della spedizione antimigranti nel Mediterraneo con la nave C-Star per bloccare i salvataggi delle ong.
Ambiguità
Nella fiamma si sono riconosciuti e continuano a riconoscersi interpreti diversi della destra post missina, legati, però, a un’appartenenza comune che ha le radici nella storia di Acca Larentia. Lì, davanti alla ex sede dell’Msi, ogni 7 gennaio si riuniscono i nostalgici di un mondo fatto di slogan fascisti e saluti romani per celebrare i tre militanti missini uccisi nel 1978: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, trucidati sul posto, il terzo Stefano Recchioni morto in seguito agli scontri con la polizia.
La sede di Acca Larentia è il sacrario della destra sociale italiana, dal partito di governo fino ai neofascisti che gestiscono i cerimoniali. Come ha rivelato Domani, l’immobile è stato comprato dall’associazione presieduta da un militante di Casapound (i fascisti del terzo millennio) grazie a un regalo di 30mila euro della fondazione Alleanza nazionale.
«La fiamma nel simbolo di Fratelli d’Italia? È in continuità col Movimento sociale italiano», ha spiegato la premier in una recente intervista rintracciabile sul web. «In continuità», pertanto, con quel partito che pure tesserò, per fare solo un esempio, il camerata Massimo Abbatangelo. Il «deputato con la nitroglicerina» – condannato in tutti i gradi di giudizio come fornitore dell’esplosivo utilizzato per l’attentato del 23 dicembre 1984 sul Rapido 904 – rimase parlamentare missino fino al 1994.
Ma «continuità» anche col partito in cui militarono, prima di abbracciare la lotta armata, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini, condannati con diverse sentenze per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. In quell’attentato di cui ancora il partito al governo nega la matrice neofascista. Fuoriusciti dal partito, a differenza di Abbatangelo, ma cresciuti in quell’ambiente missino.
Più volte la senatrice a vita Liliana Segre ha chiesto a Meloni di eliminare il simbolo della fiamma dal logo di Fratelli d’Italia. Il motivo? Spezzarla una volta per tutte quella «continuità» con l’Msi, col Fascismo. L’appello è però rimasto inascoltato.
Guerre e reduci
In questa continuità storica e di ideali è perciò comprensibile trovare personaggi che sembrano creati da Monicelli, come Gaetano Saya. Le foto di lui che girano online lo ritraggono in divisa cachi da colonnello di una fantomatica guardia nazionale, sullo sfondo, ça van sans dire, la fiamma tricolore.
La fiamma è sua, dice, e aggiunge, documenti alla mano, di aver denunciato tutti per lo scippo subìto. Su questa paternità non ci sono dubbi secondo il maestro venerabile della loggia massonica “Divulgazione 1”, che nel 2005 ha fondato il Nuovo movimento sociale italiano-Destra nazionale. L’anno dopo Saya ne registra il simbolo: la fiamma diventa opera protetta dal diritto d’autore presso il ministero dei Beni culturali e nel 2011 viene anche brevettata, è il racconto del missino nostalgico. Vale a dire che da allora la fiamma ha un legittimo proprietario: Saya, per l’appunto, arrestato diciannove anni fa con l’accusa, da cui poi viene prosciolto, di aver costituito una struttura segreta e clandestina.
Suo nonno – dice l’Archivio 900 – partecipò alla Marcia su Roma di Mussolini. Oggi proprio per amore della fiamma Saya sta combattendo una battaglia giudiziaria. Denunce su denunce contro Fratelli d’Italia. L’accusa è di avergli “rubato” il simbolo che naturalmente ha anche un valore economico. Una delle ultime denunce Saya l’ha presentata davanti alla procura di Trani contro Arianna Meloni in concorso «con ignoti da ricercarsi nell’ambito di FdI». A leggere bene le normative però chi è titolare di un marchio non può impedirne l’utilizzo in ambito politico.
La storia tuttavia si fa più intricata: se il fondatore del nuovo Msi si sente usurpato, la fondazione Alleanza Nazionale contrattacca e accusa, sempre a suon di querele, Saya e signora di utilizzare impropriamente la fiamma. C’è una sentenza del 2016 della Corte d’Appello di Firenze che ad esempio dà torto alla Fondazione An. La Cassazione nel 2019, tuttavia, accoglie il ricorso della fondazione legata a Fratelli d’Italia e rimanda tutto in Appello.
E c’è anche un documento che attesta il pignoramento di un immobile, a Messina, di proprietà di Maria Antonietta Cannizzaro – moglie di Saya e presidente del partito nuovo Movimento sociale italiano – proprio a favore della “saccheggiata” Fondazione An, la quale nel 2014 concede la fiamma a Fratelli d’Italia.
Ma i missini, insieme a nostalgici delle SS e della Repubblica sociale italiana, sono anche i candidati del 2018 delle liste di Italia agli Italiani, il «fronte unitario dell’Area nazionalpopolare», formato dai neofascisti di Fiamma Tricolore e Forza Nuova.
La fiamma nel cuore la porta anche Giuliano Castellino, un tempo leader romano di Forza Nuova e poi fondatore nel 2022 di Italia Libera, condannato per l’assalto no vax alla Cgil. C’è da dire, infine, che sia Forza Nuova sia il Movimento Sociale Fiamma Tricolore entrarono nel 2004 in Alternativa sociale di Alessandra Mussolini, sciolto due anni dopo. Ancora la fiamma tanto cara alla presidente del Consiglio. Il passato imbarazzante e pericoloso che non può cancellare. Perché in fondo sono tutti figli e figlie della stessa fiamma, tramandata nel tempo.
(da editorialedomani.it)

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LA RICETTA DI DRAGHI PER “CAMBIARE RADICALMENTE” L’UE: BASTA UNANIMITA’. MOLTI PIU’ INVESTIMENTI E SPENDERE IN DIFESA

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

“IL FABBISOGNO FINANZIARIO ALL’UE PER RAGGIUNGERE GLI OBIETTIVI E’ DI ALMENO 800 MILIARDI DI EURO DI INVESTIMENTI AGGIUNTIVI ANNUI”

La proposta dell’ex presidente del Consiglio Mario Draghi per la competitività europea è un mix di riforme istituzionali strutturali, finanziamenti e politiche comuni. «Il futuro dell’Europa competitività», così si chiama il report voluto dall’Unione europea esattamente un anno fa che aveva incaricato l’ex presidente della Bce di redigerlo. Tutto si basa su una premessa: «L’Ue esiste per garantire che gli europei possano sempre beneficiare di questi diritti fondamentali. Se l’Europa non sarà più in grado di garantirli avrà perso la sua ragione d’essere», si può leggere nel preambolo del rapporto. Allora l’opzione è una sola: «L’unico modo per affrontare questa sfida è crescere e diventare più produttivi, preservando i nostri valori di equità e inclusione sociale. L’unico modo per diventare più produttiva è che l’Europa cambi radicalmente». Per l’Ue sarà «una sfida esistenziale»
«Le decisioni siano a maggioranza qualificata»
«Finora, molti sforzi per approfondire l’integrazione europea tra gli Stati membri sono stati ostacolati dal voto all’unanimità», sostiene Draghi all’interno del rapporto. Una soluzione sarebbe allora ricorrere a «tutte le possibilità offerte dai Trattati Ue per estendere il voto a maggioranza qualificata». Non solo, nei casi di stallo bisognerebbe sfruttare la «cooperazione rafforzata». Lo strumento per estendere a più «aree» il voto a maggioranza qualificata è la cosiddetta “clausola salvaguardia”: «per generalizzare il voto in tutte le aree politiche del Consiglio». Questo metodo, scrive Draghi, «avrebbe un impatto positivo sul ritmo con cui vengono adottate le principali iniziative legislative dell’Ue».
Gli investimenti comuni nella difesa
Il rapporto raccomanda di «aumentare i finanziamenti europei» nel campo della difesa per concentrarli così su «iniziative comuni». La proposta parte da un dato di fatto: «Nessuno Stato membro può finanziare, sviluppare, produrre e sostenere efficacemente tutte le capacità e le infrastrutture necessarie per mantenere la leadership», nelle tecnologie più avanzate di oggi. L’investimento attuale dell’Ue in ricerca e sviluppo sulla difesa è pari a 1 miliardo di euro all’anno mentre «la maggior parte degli investimenti avviene a livello di Stati membri». Ma ci sono nuovi campi e segmenti, dai droni ai missili ipersonici, ma anche le armi a energia diretta o l’intelligenza artificiale e la guerra nei fondali marini e nello spazio, che necessitano «coordinamento paneuropeo». Draghi sostiene che sia necessario «aumentare gli investimenti complessivi nel settore della difesa».
Più soldi del piano Marshall
«Il fabbisogno finanziario necessario all’Ue per raggiungere i suoi obiettivi è enorme», si legge nel documento. Ma quanto? Secondo Draghi «sono necessari almeno 750-800 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi annui, secondo le ultime stime della Commissione, pari al 4,4-4,7% del Pil dell’Ue nel 2023». Cioè equivale a più del doppio dei soldi investiti dal piano Marshall: «Per fare un paragone, gli investimenti del Piano Marshall nel periodo 1948-51 equivalevano all’1-2% del Pil dell’Ue».
(da agenzie)

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CERNOBBIO, IN QUELLA “DAVOS DE’ NOANTRI” CHE E’ IL FORUM AMBROSETTI (DOVE LE AZIENDE SGANCIANO FINO A 50 MILA EURO PER BACIARE LA PANTOFOLA AI POTENTI), GIORGIA MELONI VIENE ALLISCIATA PURE DAL DIRETTORE DEL “CORRIERE”, LUCIANO FONTANA

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO LE DEDICA ARTICOLI AL MIELE : E’ LA “POLITICA DEI DUE FORNI” DI URBANETTO CAIRO (ATTACCA IL GOVERNO CON LA7, LO ELOGIA CON IL “CORRIERE”)

Mentre l’Italia è in fissa sul caso Boccia-Sangiuliano, ennesima crepa dell’Armata BrancaMeloni, si è chiuso ieri il Forum Ambrosetti a Cernobbio, ridente località sul lago di Como.
Un paesino di 6 mila anime incastonato tra Svizzera e Lombardia il cui genius loci è “fare denaro”. E di denaro al Forum ne gira parecchio. Ma andiamo con ordine. Per chi non lo sapesse, l’evento (arrivato alla 50esima edizione) è un incontro internazionale di discussione su temi principalmente economici che si tiene ogni anno nella prima settimana di settembre.
Come recita Wikipedia: “Organizzato dall’omonimo studio di consulenza aziendale con sede a Milano, è rivolto e dedicato a capi di Stato, ministri, premi Nobel ed economisti. Il forum si articola in un ciclo intensivo di incontri, dibattiti, presentazioni di ricerche ad hoc, elaborazioni di previsioni sullo scenario economico e geo-politico mondiale, europeo e italiano, momenti di analisi dei principali sviluppi scientifici e tecnologici e dei loro effetti sul futuro delle istituzioni, delle imprese e, in generale, della società civile”.
Nelle intenzioni del fondatore, lo scomparso Alfredo Ambrosetti, il Forum avrebbe dovuto essere il luogo dell’”aggiornamento permanente” dei consulenti aziendali, un “pensatoio” che permettesse confronto e scambio di idee ai professionisti del management dei maggiori gruppi imprenditoriali mondiali.
Negli anni l’evento si è istituzionalizzato, s’è imbolsito, si è intrecciato mortalmente alla politica e ai suoi riti finendo, in un mix di opportunismo e pigrizia, per inseguire i tempi invece di anticiparli. La “Davos de’ noantri” è divenuta negli anni soprattutto un’occasione di networking con vista lago, in aperta concorrenza con il “Porta a Porta” in masseria di Bruno Vespa.
Poggiare le natiche sulle poltroncine del Forum, però, non è certo a buon mercato. Le aziende, a partire dalle partecipate di Stato, presenti in massa, sganciano 30, 40, 50 mila euro per partecipare alle tavole rotonde, a seconda dell’importanza degli ospiti. Non si sa mai che, tra una tartina e un soporifero dibattito, non ci scappi qualche opportunità di sano leccaculismo italico con i big della politica per far decollare la propria carriera.
L’edizione 2024 del Forum è stata apparecchiata in pompa magna per andare incontro agli otoliti affaticati di Giorgia Meloni, invitata a concionare della presidenza del G7 e del ruolo dell’Italia nello scenario internazionale.
A farle da spalla c’era il direttore ciociaro del “Corriere della Sera”, Luciano Fontana. Il primo quotidiano italiano, fedele alla “politica dei due forni” imposta dal vispo Urbano Cairo (con La7 randella il governo, con il giornale lo alliscia), ieri ha intonato i peana per la premier dopo il suo intervento. Le quattro pagine sul Forum di Cernobbio nell’edizione di ieri sono una colata d’i miele per la Sora Giorgia, a partire dal magico titolo: “Governo non indebolito”.
Poi, camuffato da Sallusti e Del Debbio messi insieme, è straripato il Fontana dell’amore, a firma di Cesare Zapperi: “Infastidita dal caso Sangiuliano ma pragmatica (“Morto il re, viva il re. Si è dimesso un ministro, buon lavoro a un nuovo ministro”). Colpita dal clamore e dagli attacchi al governo ma determinata (“l’esecutivo non esce indebolito, intendo continuare il mio lavoro fino alla fine della legislatura”). Preoccupata per il protrarsi della guerra in Ucraina ma ferma al punto di partenza ‘’Non possiamo e non dobbiamo mollare. Quella dell’Italia è una scelta di interesse nazionale e non cambierà’’)”.
Olè! Che brava, la Ducetta della Garbatella che “piomba in elicottero di primo mattino”, stile Black Hawk Down, e “lancia messaggi ad ampio raggio”. Fontana, che allo scoop del 26 agosto di Dagospia che ha portato alle dimissioni il ministro dell’Impero dei Sensi ha dedicato briciole di spazio (per poi accorgersi che non si trattava di un gossip strappamutande ma era un fatto politico quando abbiamo pubblicato la ‘’pistola fumante’’ del documento del direttore degli scavi di Pompei che coinvolgeva Lady Boccia nell’organizzazione del G7); ecco, il direttore do via Solferino ci tiene tanto, ma proprio tanto, a far sapere che non bisogna disturbare il manovratore con le notizie:
La cronaca de “Il Corriere” al sapore di Meloni fa infatti impallidire le sviolinate di “Il Giornale” e i madrigali di “Libero”: “Nell’intervento in sala il primo argomento proposto è obbligato e di stretta attualità, le dimissioni del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, ma alla seconda domanda sul tema la platea, con un grido («basta!»), fa capire di voler ascoltare la premier sull’attività di governo. Meloni, con un sorrisetto e una battuta, si compiace dell’invito a parlar d’altro, e risponde alle sollecitazioni su quel che sta maturando a Bruxelles con la nascita, attesa a giorni, della nuova Commissione europea”.
Persino il sempre puntuto Federico Fubini non resiste alla tentazione di allungare una carezza sul volto smaltato di filler di Giorgia Meloni, come si farebbe con la statua della Madonna di Lourdes: “Sa come conquistare una platea, anche di persone molte attente alla sostanza e alle soluzioni tecniche. E ieri al Forum Ambrosetti Thea di Cernobbio, durante l’intervista del direttore del Corriere Luciano Fontana, si è visto quasi subito. In sala ha fatto il pieno di applausi, mentre all’esterno non era difficile ieri trovare imprenditori e manager pieni di giudizi positivi sulla sua presentazione”. Insomma, “Lodi, lodi, lodi” come direbbe Michele Guardì.
La realtà viene ben occultata in un passaggio: “Solo alcuni attivi in settori sensibili per l’economia italiana — dall’energia, all’acciaio, al credito — hanno messo a confronto le parole convincenti della premier ieri a Cernobbio con una certa timidezza del governo nell’affrontare le questioni aperte nell’economia reale”. Della serie: alcuni, meno cojoni di altri, si so’ accorti della fuffa romanesca squadernata dalla premier
Come tuonava Carmelo Bene, “i giornali non informano sui fatti ma informano i fatti”, cioè danno loro forma così come gli aggrada. E perché disturbare le opinioni con la realtà? Una premura non aliena al “Corriere della Sera”, dove lo stress di Giorgia Meloni viene tenuto di conto: nessuno della redazione politica, da Monica Guerzoni a Paola Di Caro, capitanate dal vice direttore Fiorenza Sarzanini, s’azzarda a darle un dispiacere. Ora con l’intervista asservita del direttore Fontana e l’articolo flautato del mite Fubini, il trattamento linfodrenante per la Sora Giorgia è completo. Urbanetto Cairo può guardare all’autunno con serenità.
Ps: con tutti questi bavagli cosparsi di miele, risuona ancora più forte l’affondo del “postino” del “Corrierone”, Aldo Cazzullo, pubblicato ieri: “Mai, negli ultimi 50 anni, ricordo un periodo di conformismo come quello che si chiude (forse) con la vicenda Sangiuliano. In questi anni ne abbiamo sentite di ogni. Professori sedicenti liberali, magari con trascorsi maoisti, scoprivano che Mussolini era in realtà un grande statista. Fazzolari era meglio di Draghi”.
(da Dagoreport)

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IL BOCCIA-GATE È PASSATO IN MANO AI GIUDICI: LA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO HA APERTO UN FASCICOLO SULLA VICENDA PER VERIFICARE EVENTUALI DANNI ERARIALI

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA CONTABILE CI SONO LE TRASFERTE E I VIAGGI DI “GENNY DELON” CON LA BOCCIA, COMPRESI I “LUNGHI” TRAGITTI IN AUTO BLU PER EVENTI PRIVATI, COME I CONCERTI DEL COLDPLAY E DEL VOLO

La procura regionale della Corte dei Conti del Lazio ha aperto un fascicolo di indagine perla vicenda che vede coinvolti l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia
Tutti i giornali del mondo parlano del caso di Gennaro Sangiuliano, l’ex ministro Italiano protagonista e vittima di gossip e di storie d’amore. L’orrore assoluto nel Mediterraneo Orientale, dove si combatte una guerra che potrebbe trasformarsi in una vera e definitiva catastrofe.
La procura regionale della Corte dei Conti del Lazio ha aperto un fascicolo di indagine per la vicenda che vede coinvolti l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia. Un nuovo capitolo del caso che ha portato alle dimissioni di Sangiuliano e alla contestuale nomina al ministero del suo successore, Alessandro Giuli, prima alla guida del museo romano Maxxi. I magistrati contabili, coordinati dal procuratore regionale Paolo Luigi Rebecchi, dovranno in particolare verificare eventuali profili di danno erariale.
L’ipotesi del danno erariale
Dai viaggi sulle auto blu alle cene passando per la scorta al concerto dei Coldplay: sono varie le occasioni, raccontate dall’imprenditrice campana nel botta e risposta a distanza con l’ex ministro che ormai tiene banco da giorni, che secondo la versione della donna potrebbero far emergere profili di illegittimità. E ora ecco l’iniziativa della Corte dei Conti, che farà luce sulla condotta di Sangiuliano nell’utilizzo di denaro pubblico e altre utilità anche a partire dalle dichiarazioni di Boccia.
(da agenzie)

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IL REGISTA GABRIELE MUCCINO: “SANGIULIANO HA DISTRUTTO IL CINEMA. E’ UN UOMO DALLE PICCOLE QUALITA'”

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

IL CASO DELLA LEGGE SUI FONDI ALLE OPERE: “NON HO PREGIUDIZIALE VERSO NESSUNO, MA SANGIULIANO ERA UN ARROGANTE”

Gabriele Muccino contro l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. Il regista ha pubblicato un post su Instagram per attaccare la legge sui fondi alle opere. Definita «pretestuosa, confusa, incompleta e cavillosa». Oggi spiega a La Stampa che «questo governo porta moltissimi artisti e liberi pensatori all’autocensura, abbiamo visto troppe epurazioni di persone scomode, prima di parlare ci si pensa due volte. Io non ho timori: se non mi facessero più fare film in Italia, andrei a Parigi, in Spagna o in Grecia. Ma le troupe non sarebbero italiane, è questo il punto. Io non parlo per me stesso, ma per un cinema di cui sono appassionato, perché voglio vederlo splendere come merita».
Cosa non va nella legge
Muccino spiega che la legge non funzionerà perché «fondamentalmente sopra una certa cifra – troppo incongruente, visto quello che prendono attori e autori affermati – limita fortemente l’accesso al tax credit per tutto ciò che nel budget è indicato come “sopra la linea” (i costi degli autori, registi e attori, ndr). In pratica con quel tetto lì, se dovessi fare un film in Italia con attori americani, i produttori potrebbero scaricare in Italia ben poco del loro compenso, il che comporterebbe andare a girare il film altrove in Europa, con tutti i vantaggi che c’erano in Italia fino a un anno fa».
La legge precedente
Anche nella legge del ministro Franceschini «c’erano altre falle, era troppo larga la manica di attribuzione del tax credit a produttori “parvenu” che accedevano ai fondi senza avere a cuore l’esito del film, ma solo il maxi ricavo. In altre parole al film lasciavano una minima quota, il resto se lo intascavano. Per questi dieci ladri di galline – i soliti furbetti che arrivano ovunque giri il denaro – hanno deciso di punire l’intero settore. Compresi i cineasti con passione e prestigio internazionale, come dimostrano i premi che continuiamo a ricevere nei festival».
Piccole qualità
Mentre Sangiuliano «si è dimostrato un uomo dalle piccole qualità, in ogni espressione che toccasse l’arte e la cultura, di cui il nostro Paese è da secoli il maggior produttore al mondo. L’ha gestita calpestando tutto con arroganza. Da un’occupazione altissima – non si erano mai visti così tanti set come negli ultimi quattro anni, le major americane si erano trasferite in Italia – a una disoccupazione altissima. Oggi le grandi produzioni scelgono di andare in altri Paesi – penso a Uma Thurman che ha dovuto finire di girare il suo film iniziato a Cinecittà in Canada – ed è un grande danno a tutta la filiera italiana e tutti coloro che ci lavorano, e sono tanti».
Né di destra, né di sinistra
Muccino chiede ora a Giuli «una lungimiranza, uno sguardo costruttivo verso il Paese. Dobbiamo ricostruire un’industria che dà impiego a migliaia di lavoratori che con i loro contributi pagano le tasse e genera un’economia importante anche nelle singole regioni. Basterebbe migliorare la legge Franceschini: il 40% del tax credit era molto invitante, in Spagna sono arrivati al 50%, non c’è paese europeo – dalla Grecia all’Ungheria – che non abbia copiato quella struttura di finanziamento perché il ritorno era esponenzialmente maggiore dell’investimento».
E dice di non essere «né di sinistra, né di destra. Ci tengo a mantenermi super partes e dialogare con Giuli, e con il governo Meloni, senza essere a priori etichettato come antitetico ideologicamente, perché sono sempre stato fuori dai salotti e dalle dinamiche di partito. E perché solo così si costruiscono i ponti, il cinema va salvato».
(da agenzie)

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SANGIULIANO, LA “FUGA” IN UN EREMO FRANCESCANO “PER RECUPERARE IL MATRIMONIO”

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

LA PREGHIERA DELLA MOGLIE CON I FRATI… IL TUTTO E’ DURATO APPENA DUE ORE

Una visita privata durata circa due ore, raccolti in preghiera davanti alla Grotta della Natività, lui e lei da soli, Gennaro Sangiuliano e sua moglie Federica Corsini, nel cuore del santuario francescano di Greccio, dove secondo la tradizione il Santo d’Assisi celebrò la prima rievocazione, con personaggi viventi, della nascita del Cristo nella notte di Natale del 1223.
Fra Giovanni Loche, il guardiano del santuario, dell’Ordine dei Frati Minori, conferma l’incontro nella Cappella del Presepe: «Non so dire la data precisa ma direi che è stato una o due settimane fa, al massimo. Il ministro era con la moglie, abbiamo parlato insieme, ma il contenuto del colloquio se permettete lo tengo per me».
Quelli erano giorni caldissimi: l’ormai ex ministro della Cultura aveva già interrotto la sua «relazione affettiva» con Maria Rosaria Boccia e probabilmente stava già tentando di recuperare il rapporto con la signora Corsini. Come poi ha ripetuto più volte pubblicamente a cavallo delle sue dimissioni («Ho bisogno di stare accanto a mia moglie che amo»; «Ora devo starle vicino»; «Preferisco mia moglie al governo» e così via).
Sincero, dunque. Ma era giusto quanto rivelato dal misterioso account «Politica&Amore» che il 26 agosto scorso, dopo lo scoop del sito Dagospia che aveva rivelato la fine della liaison del ministro con l’aspirante consigliera ai Grandi eventi di Pompei, scrisse così sui social: «Lui ha raccontato tutto alla moglie ed è andato da lei per riconquistarla. Ma lei lo ha rifiutato. Lui è andato in ritiro spirituale a Greccio. E la moglie lo ha raggiunto per recuperare il matrimonio».
In ritiro spirituale, dunque, come Piero Marrazzo a Montecassino, dopo lo scandalo che lo portò alle dimissioni nel 2009 da governatore del Lazio? Andiamoci piano.
Sulla data dell’arrivo di Sangiuliano a Greccio non sa essere preciso neppure Marco Antonini («Sicuramente dopo Ferragosto»), buon amico dell’ex ministro e fondatore dell’associazione del Terzo settore Oasi di Greccio, che qui tutti chiamano «l’Oasi di Gesù Bambino», dove le famiglie e i gruppi si fermano anche una settimana per i loro ritiri all’ombra dei lecci della Valle Santa. «Il nostro — dice Antonini — è un piccolo angolo di rinascita dove si possono creare occasioni di incontro tra le persone che hanno desiderio di riconciliazione».
Lui, comunque, non ha dubbi e concorda con il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, testimone di nozze di Sangiuliano e Corsini nel 2018, sicuro che il matrimonio resterà in piedi: «Il santuario ispira! Quel giorno a Greccio lui aveva la fede al dito — racconta — e a me sembrava una coppia in armonia».
Difficile, in realtà, anche se di sicuro erano in cerca di privacy. Né lui né frate Loche ricordano, per esempio, ci fosse con loro un’auto di scorta: «Gasparri ha detto che lei lo perdonerà? Credo di sì — scommette Antonini —. Comunque non è vero che si son fermati in ritiro spirituale, come hanno spifferato sui social. Dopo la lunga preghiera, sono passati a salutarmi e sono andati via. Lui tra l’altro è uno studioso di San Francesco, so che sta preparando un saggio sul poverello d’Assisi, probabilmente fra Loche gli ha dato anche un po’ di documentazione».
Così, Sangiuliano e sua moglie, accompagnati dal frate guardiano, sono passati davanti al dormitorio di San Bonaventura, hanno ammirato il pulpito di San Bernardino e si sono fermati, arrivati al refettorio, davanti a un affresco con una grande scritta in latino: «Silentium». Forse la giusta fine di questa storia.
(da Il Corriere della Sera)

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“BASTA PARLARNE”

Settembre 9th, 2024 Riccardo Fucile

LA LINEA DI PALAZZO CHIGI PER TUTELARE LOLLO E LA FAMIGLIA MELONI

Parlare dei buoni risultati del governo, dei dati “record” sul fronte dell’occupazione e della nuova “stabilità” del governo che favorisce l’economia. È questa la linea che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e responsabile comunicazione del governo Giovanbattista Fazzolari ha dato ai dirigenti e parlamentari di Fratelli d’Italia. L’obiettivo è chiaro: smettere di parlare del caso Sangiuliano-Boccia dopo le dimissioni, ufficializzate venerdì, del ministro della Cultura. La richiesta è arrivata nelle stesse ore in cui la premier Giorgia Meloni a Cernobbio rassicurava e prendeva gli applausi degli imprenditori.
Una strategia che serve per evitare di dare “corda” all’ex amante di Sangiuliano che ogni giorno pubblica nuovi post contro Meloni e l’ex ministro della Cultura, ma anche perché nelle ultime ore a Palazzo Chigi è scesa l’ombra di nuove rivelazioni che potrebbero allargare il caso alla famiglia Meloni e al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida che, come ha raccontato Il Fatto, a inizio anno ha respinto l’accreditamento di Boccia che voleva entrare nel suo staff al ministero dell’Agricoltura.
Non accennare più al caso, quindi, per i vertici di Fratelli d’Italia significa anche evitare che sui giornali e in tv si continui a parlare della donna e degli accostamenti politici con i parlamentari di Fratelli d’Italia Gimmi Cangiano e Marta Schifone e anche con lo stesso ex cognato di Meloni, che da fine agosto s’è separato ufficialmente con la sorella della premier Arianna.
La nuova linea dettata da Fazzolari, braccio destro di Meloni, arriva al termine di una settimana disastrosa per la comunicazione di Palazzo Chigi. Una storia fatta di difese d’ufficio, imbarazzi e dietrofront sul ruolo del ministro della Cultura e sull’operato dello stesso governo, messo in scacco dall’influencer-stilista.
Tutto inizia lunedì scorso quando, dopo la lettera pubblicata da Dagospia sul documento riservato sul G7 a Pompei letto anche da Boccia, Sangiuliano incontra Fazzolari a Palazzo Chigi: a entrambi assicura che non è stato speso un euro di fondi pubblici per la donna e che lei non ha avuto accesso a documenti riservati. La premier si espone in prima persona: da Del Debbio in tv difende l’operato del ministro. La linea data ai dirigenti di Fratelli d’Italia è chiara: è una faccenda di gossip. Ma il caso esplode dopo le rivelazioni di Boccia che smentisce sia la premier che Sangiuliano. Qui si crea una prima spaccatura a Palazzo Chigi: il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha anche la delega ai Servizi, vorrebbe le dimissioni di Sangiuliano, Fazzolari vuole difenderlo ancora.
Così martedì il ministro vede Meloni a Palazzo Chigi e i due decidono che lui deve metterci la faccia: il giorno dopo andrà in televisione, al Tg1, per ammettere la relazione con la donna. L’intervista, con pianto incluso, è una débâcle e Boccia continua a smentirlo in diretta social.
Il ministro appare ricattabile. Una scelta, quella dell’intervista al direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, che non piace agli alleati della Lega che domani, insieme all’opposizione, potrebbero porre il problema in commissione di Vigilanza Rai nel pieno delle trattative per le nomine della tv di Stato. La premier decide che è il momento delle dimissioni. Nel giro di 48 ore inizia il pressing su Sangiuliano per chiedergli un passo indietro e venerdì la linea cambia ancora: ai dirigenti di FdI viene chiesto di ringraziare il ministro per le dimissioni ed elogiare il suo successore, Alessandro Giuli, nomina quasi attesa da tutti. Il caso però non è chiuso e si inizia a parlare di possibili nuove rivelazioni di Boccia. Ancora un’altra indicazione: ora non parlarne proprio più.
(da ilfattoquotidiano.it)

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