Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL DIRETTORE DELL’OSSERVATORIO SUI CONTI PUBBLICI ITALIANI LI ELENCA: “L’INCERTEZZA INTERNAZIONALE, LA RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA E PREVISIONI POCO CHIARE INSERITE NEL PSB”
Sono le settimane in cui il governo Meloni lavora sulla sua legge di bilancio, ma soprattutto quelle in cui il Parlamento ha dato il via libera al Piano strutturale di bilancio (Psb): il documento su cui si baseranno i conti dell’Italia per almeno i prossimi cinque anni. Ha fatto molto discutere il fatto che il Pil quest’anno non arriverà a salire dell’1% – come invece aveva preventivato il governo Meloni – ma al massimo dello 0,8%.
Fanpage.it ha intervistato Giampaolo Galli, economista e direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani all’Università Sacro cuore di Milano, che ha un lungo passato di incarichi di alto livello (dalla Banca d’Italia, a Confindustria, alla Commissione europea).
Secondo Galli, concentrarsi sulla stima crescita del Pil di quest’anno significa fare “troppo rumore per poco”. Le questioni a cui il governo Meloni dovrà fare attenzione sono altre. L’instabilità internazionale, ad esempio. O la necessità di ridurre il debito pubblico facendo crescere pochissimo la spesa pubblica nei prossimi anni – e questo include i finanziamenti alla scuola, le pensioni, i contratti pubblici – con quella che comunque Galli non vuole chiamare “austerità, ma semplice “prudenza”, che è “del tutto appropriata” vista la situazione italiana. Infine, l’esecutivo dovrà render e conto di alcune stime molto ottimistiche sul calo del deficit che ha inserito nel Psb.
Professore, è stato un documento dell’Istat a portare al ribasso della stima di crescita del Pil di cui si è parlato molto: ci spiega nel modo più semplice possibile come siamo arrivati a questo punto?
Due cose sono successe. Prima l’Istat, avendo i dati definitivi soprattutto dei bilanci di alcuni milioni di micro imprese, ha rivalutato il Pil degli anni passati. Questa prima operazione ha abbassato un po’ il rapporto debito/Pil e deficit/Pil, e questa revisione è già incorporata nel Piano strutturale di bilancio di Giorgetti. Dopo che il ministro ha pubblicato il Piano, l’Istat ha fatto un’ulteriore operazione: in pratica, alla luce dei nuovi dati, ha usato una miriade di indicatori per capire come sono andati i singoli trimestri dei vari anni passati, compresi i primi due trimestri del 2024.
E sul 2024 ha calcolato che la crescita del Pil era stata più bassa di quanto si pensasse?
Sì, si è abbassata la crescita del Pil “acquisito”, cioè il livello di Pil che si avrebbe se il dato del secondo trimestre di quest’anno si ripetesse identico nel terzo e nel quarto trimestre. Il Pil acquisito si è ridotto dello 0,2%. Dall’1% di crescita stimata per quest’anno, siamo scesi allo 0,8%.
Il governo ha sostanzialmente ammesso che non si arriverà all’1% di crescita, e politicamente questo ha fatto discutere. Dal punto di vista delle finanze pubbliche, quanto è significativo il ribasso?
Non molto. Penso si sia fatto un po’ troppo rumore per poco.
In che senso?
La stima sul deficit di quest’anno – che è poi il dato più rilevante – non si basa sull’andamento del Pil, ma sulle entrate e sulle uscite dello Stato. Perciò cambia poco rispetto a quello che c’è scritto nel Piano strutturale di bilancio.
Questo ribasso non avrà un forte effetto sulla legge di bilancio, dunque?
No, direi di no. Non c’è nulla che ci possa indicare che il ribasso si replicherà anche nei prossimi anni. Dal 2025 in poi si prevede una crescita del Pil attorno all’1%. Per le future decisioni del governo avranno molto più peso le incertezze geopolitiche e la guerra in Medio Oriente rispetto a uno 0,2% di Pil in meno.
Il ministro Giorgetti ha parlato di “sacrifici per tutti” nei prossimi anni, mentre la presidente del Consiglio Meloni ha rivendicato che non ci saranno sacrifici né aumenti delle tasse. Chi ha ragione?
I numeri dicono che il deficit italiano dovrebbe scendere (stando al Piano strutturale) dal 3,8% del Pil di quest’anno al 2,9% l’anno prossimo, e addirittura al 2,1% nel 2026. Questo vuol dire che la spesa pubblica dovrà aumentare in modo molto, molto, molto, molto contenuto. In molti casi crescerà meno dell’inflazione, o comunque non recupererà l’inflazione passata. L’orientamento della politica di bilancio è restrittivo, su questo non c’è dubbio.
Quando parliamo di “spesa pubblica” che non cresce o cresce pochissimo parliamo di sanità, istruzione, pensioni…quali conseguenze concrete possiamo aspettarci?
Non vuol dire necessariamente che ci saranno enormi sacrifici e maggiori tasse, ma sicuramente molte spese dovranno crescere a un ritmo molto modesto. Anche se va detto che il governo ha escluso la sanità, da questo elenco. Sicuramente questa situazione creerà delle fasce di scontento e insoddisfazione.
Stiamo andando verso un ritorno dell’austerità?
L’austerità secondo me è un’altra cosa. Parlerei di “prudenza”, e quella di Giorgetti mi sembra del tutto appropriata. Noi abbiamo un debito pubblico altissimo.
Quindi non è una ‘colpa’ del governo, ma una necessità legata al debito, se l’esecutivo si troverà ad affrontare una stagione di tagli alle spese?
Siamo il Paese che ha lo spread più alto in Europa, analogo a quello della Grecia (ma il debito della Grecia sta scendendo molto rapidamente rispetto al Pil). Siamo l’anello più ‘deboluccio’ della catena dell’Eurozona. Indubbiamente dobbiamo stare attenti. E sicuramente è nell’interesse dell’Italia ridurre questo spread.
Lo spread misura quanto è più alto il nostro debito pubblico (rispetto al Pil) in confronto ai Paesi più ‘virtuosi’ della zona Euro. Perché sarebbe utile abbassarlo?
Perché per pagare gli interessi sul nostro debito pubblico spendiamo ogni anno un mare di soldi: tanto quanto per l’istruzione. È un enorme spreco. Lo ha ricordato il presidente della Repubblica: la nostra spesa per gli interessi supera quella di Germania e Francia messe insieme. È un dato che grida vendetta, perché quei soldi li potremmo usare per la sanità, per la scuola…
Lei ha decenni di esperienza con i conti pubblici. C’è qualcosa di questo Piano strutturale del governo Meloni che non le torna?
Diciamo che c’è una domanda a cui il ministro Giorgetti non ha risposto.
Quale?
Nel 2024, per via della buon andamento delle entrate e altri fattori, il deficit sarà decisamente più basso rispetto a quanto il governo aveva stimato ad aprile nel Def: doveva essere il 4,3%, sarà il 3,8%. È un calo dello 0,5% del Pil, ovvero circa 10 miliardi di euro. E fin qui nessun problema. Ma non è chiaro perché negli anni successivi il governo abbia previsto che il deficit continuerà a scendere, dello 0,8% nel 2025 e dello 0,9% nel 2026.
Insomma, nel Piano il governo ha scritto che il deficit continuerà ad abbassarsi parecchio, ma si capisce sulla base di cosa. Perché è così importante?
Il deficit tendenziale è il dato su cui si basano tutte le stime della Ragioneria di Stato, tutti i calcoli per stabilire se ci si può permettere di varare una misura o un emendamento parlamentare, eccetera. Un deficit tendenziale così basso, come stimato dal governo, creerebbe lo spazio per fare manovre espansive: uno spazio di circa 50 miliardi di euro. Ma non è chiaro perché sia così basso, nelle loro previsioni. E questo crea dei forti interrogativi. Interrogativi su cui, dal punto di vista politico e tecnico, non sono arrivate risposte finora.
(da Fanpage)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
SI CONFERMANO ANCORA I RITARDI DEL MERIDIONE, MA AOSTA, ASTI, TRENTO E SONDRIO PEGGIORANO
Un’Italia a due velocità anche nell’istruzione. I risultati dei test Invalsi 2023-2024 confermano
il trend nella scuola italiana: gli studenti del Nord hanno una conoscenza migliore in italiano e matematica rispetto ai coetanei del Sud. E per la fotografia di quest’anno, come attesta il Sole 24 Ore nella sua edizione cartacea, il 50% degli alunni del Meridione fatica nelle due materie. Le regioni del nord Italia hanno colmato o quasi i danni provocati dal Covid ma rappresentano un’eccezione Aosta, Asti, Trento e Sondrio che invece peggiorano.
I problemi degli studenti del Sud
Alla conclusione del primo o del secondo ciclo d’istruzione uno studente su due del Meridione non arriva al livello di competenze adeguato in italiano e matematica. Per raggiungerlo, gli alunni dovrebbero totalizzare dei risultati pari al livello 3. In alcune province del Sud e delle Isole poi le percentuali di studenti che si fermano al livello 1 e al 2, al di sotto del minimo richiesto, raggiungono il 60%. È il caso di Agrigento (60,4%) e di Napoli (61,6%) per quanto riguarda le conoscenze in italiano dei ragazzi e delle ragazze frequentanti la quinta superiore.
Il recupero dal Covid
Il Sud è ancora in ritardo rispetto alle regioni del Centro e del Nord in merito al recupero delle conoscenze dal periodo Covid. A livello nazionale, in media, le competenze sono inadeguate per il 40,1% degli alunni che frequentano la classe terza della scuola secondaria di primo grado e per il 42,2% di quelli di quinta superiore. Ma al Sud queste percentuali salgono al 45,9 e al 51,7 per cento. Peggiori i risultati in matematica: 54,7% e 58,5% nel Mezzogiorno rispettivamente alle scuole medie e alle superiori rispetto alla media nazionale di 44,2% alla fine al primo ciclo e di 46,2% al termine del secondo. Se si prendono poi in esame solo i risultati del nord si raggiungono differenze abissali: Milano ha il 37,7% degli alunni di quinta superiore con livelli di conoscenza della matematica inadeguati, Napoli invece il 66,7%.
I migliori
Guardando i risultati raggiunti in complessivo in italiano e matematica e facendo una classifica per province, è la Lombardia a brillare. Sondrio (in terza media) e Lecco (in quinta superiore) sono i territori con il minor numero di studenti con competenze inadeguate: il 28,3% e 22,2% in italiano e il 24,4% e 20% in matematica.
I peggiori
Crotone (Calabria) è maglia nera con il 58% dei ragazzi di terza media e il 63% dei maturandi privi di competenze minime in italiano. Inoltre, il 71,9% dei partecipanti di terza media alle prove Invalsi non totalizza un livello adeguato (3) in matematica.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO E’ INDAGATO PER PECULATO E RIVELAZIONE DI SEGRETI D’UFFICIO… INDAGA ANCHE LA CORTE DEI CONTI
I carabinieri del Nucleo investigativo di Roma si sono recati al ministero della Cultura questa mattina per acquisire della documentazione che riguarda il caso dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano e l’imprenditrice Maria Rosaria Boccia. A riportarlo sono numerose fonti d’agenzia.
A ricevere i due emissari della Procura sarebbe stato il nuovo ministro in persona, Alessandro Giuli. E, a quanto risulta, dal ministero sarebbe arrivata la disponibilità per la “massima collaborazione” nel caso, fornendo tutti i documenti che saranno necessari.
Come è noto, sono due le indagini attualmente in corso che riguardano Sangiuliano e Boccia. Da una parte c’è una querela per minaccia o violenza a corpo politico dello Stato e lesioni aggravate, depositata dall’ex ministro e in cui la donna è indagata. Un’inchiesta che Boccia ha definito “surreale”, e che secondo lei verrà smontata nel momento in cui i magistrati avranno accesso a tutte le conversazioni tra i due: “Se c’è una vittima, in questa storia sono io”, ha dichiarato.
Sangiuliano, ascoltato dagli inquirenti sul caso per oltre quattro ore, avrebbe detto di essere stato “in panico” e che c ci sarebbe stata – come riporta la denuncia per lesioni aggravate – anche un’aggressione da parte di Boccia nei suoi confronti, a seguito di un’accesa discussione, nella notte tra il 16 e il 17 luglio. Qui Sangiuliano avrebbe subito la ferita sulla fronte visibile poi in diverse immagini di apparizioni pubbliche.
Dall’altra parte, lo stesso ex ministro è indagato dalla Procura di Roma. Le ipotesi degli inquirenti sono di peculato e rivelazione di segreto d’ufficio. Il peculato (cioè l’uso improprio di soldi pubblici) si sarebbe verificato secondo i pm con i viaggi avvenuti insieme a Boccia, spesso anche per lunghi tragitti, con l’utilizzo di mezzi messi a disposizione dallo Stato.
Su questo Sangiuliano si è difeso più volte, assicurando che neanche un euro di denaro pubblico è stato utilizzato per la donna, ma saranno gli inquirenti ad approfondire. Nel frattempo, la Corte dei Conti ha aperto un approfondimento separato sull’eventuale danno erariale arrecato dal ministro Sangiuliano con i viaggi in questione.
La seconda accusa su cui lavora la Procura di Roma è invece di rivelazione di segreto d’ufficio. In questo caso al centro degli approfondimenti ci saranno le conversazioni con la donna, che non aveva alcun incarico di governo e quindi non avrebbe dovuto avere accesso a specifiche informazioni riservate (ad esempio, quelle legate al G7 organizzato a Pompei).
Il fascicolo delle indagini su Sangiuliano è stato trasmesso al Tribunale dei ministri, come prevede la legge, dato che quando sono avvenuti i fatti su cui si indaga l’uomo deteneva ancora la carica.
I carabinieri che si sono presentati oggi al ministero della Cultura hanno chiesto degli atti rilevanti, e non è chiaro a quale fascicolo stessero lavorando – anche se sembra più probabile che la documentazione all’interno del ministero possa riguardare le attività da Sangiuliano da ministro, piuttosto che le presunte minacce venute da Boccia.
(da Fanpage)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
PER ANDARE DOVE?… IL FUTURO RIMANE UN’INCOGNITA
«O torno davanti alle telecamere o mi licenzio». Dopo lo scandalo dei fuorionda trasmessi da
Striscia la notizia e la fine della relazione con la presidente del Consiglio Gorgia Meloni, Andrea Giambruno non ci sta più.
Secondo Dagospia l’ex conduttore di Diario del giorno, relegato da Mediaset al desk giornalistico del suo stesso programma, avrebbe posto chiaramente le sue richieste alla dirigenza dell’azienda di Cologno Monzese.
L’aut aut di Giambruno
L’indiscrezione arriva da Giuseppe Candela, giornalista di Dagospia. «A Cologno Monzese è arrivato l’aut aut di Andrea Giambruno: “O torno in video o mi licenzio da Mediaset”», si legge sul sito. E – se il messaggio è effettivamente stato quello – si può parlare a ragione di aut aut. Da una parte la riconquista della visibilità che Giambruno aveva guadagnato negli studi di Mediaset. Dall’altra l’addio all’azienda di Pier Silvio Berlusconi.
«L’ex first gentleman, parcheggiato dietro le quinte di Diario del giorno, dopo i fuorionda di Striscia la notizia, da mesi chiede di poter tornare in video. Ora la svolta definitiva: come finirà?», continua Candela. Insomma, sembrerebbe che dopo vari tentativi insistenti di riguadagnarsi le telecamere, la pazienza di Giambruno abbia raggiunto il limite.
E ora? Si prospetta, dunque, una decisione per i vertici di Mediaset che dovranno decidere del futuro del giornalista, che lavora a Cologno dal 2009. In caso di addio è difficile immaginarsi un ritorno alle emittenti locali (Giambruno aveva iniziato la sua carriera a Telenova). Una opzione potrebbero fornirla i quotidiani orientati a destra e facenti riferimento al gruppo Angelucci: Il Giornale, Libero, Il Tempo. Ma prima bisogna attendere la decisione di Mediaset.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
CHI SONO I GRANDI ELETTORI E CHI LI SCEGLIE
Perché il popolo americano non sceglie direttamente il suo Presidente? E perché si vota sempre di martedì e non di domenica come avviene nella quasi totalità dei Paesi occidentali? Le ragioni sono tanto antiche quanto profonde. I Padri fondatori della Costituzione americana, dopo essersi liberati del dominio del Re d’Inghilterra, erano ossessionati dal timore che il nuovo Paese potesse cadere nelle mani di un altro monarca, questa volta fabbricato in casa. Per questo nel 1787 tutti i rappresentanti delle Tredici ex colonie riuniti nella «Constitutional Convention» di Philadelphia, tanto i latifondisti e schiavisti del Sud, quanto i commercianti e i banchieri del Nord, concordarono sul principio fondamentale della divisione e dell’indipendenza dei tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. I delegati decisero rapidamente che il Congresso, cioè il ramo legislativo, sarebbe stato eletto dai cittadini. Ma chi avrebbe scelto il Presidente, vale a dire il capo dell’esecutivo? Venne immediatamente scartata l’ipotesi che fosse nominato da Camera e Senato. Si voleva evitare che la sfera legislativa si trovasse su un gradino più alto di quella esecutiva. Fu respinta anche l’opzione più semplice: elezione diretta del capo dello Stato, così come previsto per il Congresso. Motivo? Il corpo legislativo e quello esecutivo dovevano distinguersi anche per la fonte della loro legittimità. La discussione durò diversi mesi, fino a quando fu escogitato il meccanismo ancora oggi in vigore. Il Presidente sarebbe stato scelto formalmente da un nuovo organismo: il Collegio dei Grandi elettori. In realtà, fin dalle origini, quella procedura si è rivelata solo una complicazione formale perché sono i cittadini a scegliere i Grandi elettori e quindi a determinare la nomina del Presidente.
Quanti sono e chi li sceglie
Primo problema: quanti dovevano essere i Grandi elettori? I Costituenti partirono dalla rappresentanza del Congresso. Ognuno degli allora 13 Stati (oggi sono 50) esprime un numero di deputati proporzionale alla sua popolazione. Ma ogni Stato, che sia grande come la California o piccolo come il Connecticut, deve avere lo stesso peso politico e pertanto ha diritto a due senatori.
Si decise, dunque, di attribuire a ciascuno Stato dell’Unione una quota di Grandi elettori pari alla somma dei deputati e dei senatori inviati a Washington, a questi si aggiungono tre rappresentanti di Washington DC, la capitale. Oggi il totale è pari a 538. È un sistema che nel tempo ha prodotto distorsioni nella rappresentanza e quindi diverse polemiche. Lo possiamo capire con un esempio: la California ha 39 milioni di abitanti e ha diritto a 54 Grandi elettori. Il Wyoming è popolato da 581 mila persone e può contare su 3 Grandi elettori. Se si tenesse conto solo del numero di abitanti, la California dovrebbe avere 63 Grandi elettori. Anche altri Stati, come Texas, New York o Florida, risultano sottorappresentati in rapporto alla loro popolazione. Per il momento, comunque, il sistema democratico-federale regge. La Costituzione impone che i 538 Grandi elettori non siano titolari di cariche pubbliche federali, compresi i deputati e i senatori del Congresso. In generale i partiti affidano questo compito a parlamentari locali o militanti di provata fede che devono fare semplicemente da tramite alle preferenze espresse dai cittadini.
Ogni Stato decide per sé
Le procedure di voto sono fissate dai singoli Stati. Nei primi tempi potevano andare alle urne solo gli uomini bianchi, purché proprietari di terre. Nel 1870 vennero ammessi ai seggi gli afroamericani e caddero anche tutte le limitazioni del diritto di voto collegate al censo. Le donne conquistarono la scheda elettorale nel 1920. Ma in molti Stati del Sud rimasero in vigore norme che ostacolavano il voto degli afroamericani. Furono in parte rimosse con le leggi sui diritti civili, nel 1965.
Una delle regole di base è che gli americani devono registrarsi nell’ufficio elettorale del proprio Stato. In diverse aeree del Sud, come Alabama e Georgia, le amministrazioni repubblicane hanno varato una serie di norme restrittive per scoraggiare una larga partecipazione al voto. I movimenti per i diritti civili degli afroamericani sostengono che tutti i vincoli e i cavilli burocratici servono ad allontanare dalle urne chi ha più difficoltà a districarsi con i moduli e i formulari. Vale a dire le minoranze etniche, tendenzialmente meno istruite o, più semplicemente, con meno tempo a disposizione. Ci sono anche degli esempi surreali. La Georgia, guidata dai repubblicani, nel 2021 ha approvato una legge che vieta di distribuire acqua e cibo a chi è in coda, magari da ore, davanti ai seggi. Come dire: statevene a casa.
Il voto per posta
È possibile votare anche per posta, e anche in questo caso, gli Stati definiscono le procedure e le scadenze. In generale chi vuole spedire la propria scheda deve registrarsi in un elenco speciale. Nella maggior parte degli Stati (dalla Virginia all’Arizona) è un’opportunità offerta a tutti gli elettori. Altrove (da New York all’Alabama) solo ai disabili o agli over 65. È possibile inviare il plico anche settimane prima del giorno delle elezioni. In otto Stati, tra i quali California e Colorado, è lo stesso ufficio elettorale che invia a casa il materiale. Chi vuole può compilarlo e rispedirlo entro le scadenze previste. In ogni caso è molto importante sottolineare che tutti i voti, qualunque sia il modo in cui sono stati espressi, verranno scrutinati insieme nell’«election day» o, al massimo, qualche giorno dopo. Nessun elettore, quindi, può essere condizionato da una parte dei risultati rivelati in anticipo.
I requisiti per candidarsi alla Presidenza
La Costituzione Usa stabilisce che per candidarsi alla Presidenza occorrono tre requisiti: essere nati negli Stati Uniti; essere residenti nel Paese da almeno 14 anni, e aver compiuto i 35 anni. In teoria possono presentarsi tutti coloro che soddisfano questi criteri. In realtà la competizione è gestita dai due partiti del sistema: i democratici e i repubblicani che organizzano vere e proprie consultazioni in ciascuno Stato, chiamando gli elettori a indicare direttamente chi dovrà sfidare il campione dell’altro partito. O meglio, i cittadini designano i delegati, con modalità che sono diverse tra i repubblicani e i democratici e tra i diversi territori. In sei Stati, tra i quali l’Iowa, il primo a esprimersi, si procede alla designazione dei delegati con delle assemblee pubbliche, chiamate «caucus». Primarie e caucus possono essere «chiusi», cioè riservati solo agli elettori registrati, oppure «aperti» a tutti i cittadini: dipende dalle norme stabilite localmente. Ogni Stato esprime una quota di delegati in proporzione al numero dei suoi abitanti, più un extra, calcolato con una complessa formula matematica che tiene conto della capacità di far eleggere più deputati. I delegati si ritrovano poi nelle rispettive convention per assegnare la «nomination» ai candidati. Quest’anno non c’è stato alcun problema per Donald Trump, designato a luglio dai 2.243 delegati sui 2.429 riuniti nella Convention repubblicana a Milwaukee (Wisconsin). Cambio in corsa, ammesso dalle regole, per i 4.700 delegati democratici che il 19 agosto, nella Convention di Chicago, hanno consegnato l’investitura a Kamala Harris, dopo il ritiro di Joe Biden.
I nomi sulla scheda non saranno Harris o Trump
Ma il 5 novembre, come abbiamo visto, gli americani non troveranno sulla scheda il nome di Trump o Harris, ma in loro rappresentanza quello dei Grandi elettori. E da qui parte l’ultima fase del percorso verso la Casa Bianca. Si cita spesso il «Collegio dei Grandi elettori», ma l’espressione indica semplicemente l’insieme dei 538 rappresentanti: non esiste un organismo o un’istituzione che si riunisca da qualche parte. Sono le autorità competenti di ogni singolo Stato che procedono al conteggio dei voti e alla designazione del numero dei Grandi elettori. In 48 Stati su 50 vige la regola del maggioritario puro: chi prende un solo voto in più si aggiudica l’intero pacchetto di Grandi elettori. Facciamo l’esempio della California: se dei 20 milioni di iscritti al voto, 10 milioni più uno scelgono i Grandi elettori democratici, tutti i 54 seggi vanno a Harris e zero a Trump, anche se ha raccolto 9,999 milioni di voti. Fanno eccezione il Nebraska e il Maine, dove i rappresentanti sono distribuiti con il sistema proporzionale tra maggioranza e minoranza. Questo sistema spiega perché può accadere che il candidato che prende più voti nel Paese, possa comunque perdere le elezioni. L’ultima volta è accaduto nel 2016 a Hillary Clinton: accumulò tre milioni di preferenze più di Donald Trump, ma non fu sufficiente per diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. La spiegazione è che Clinton distanziò di molto Trump negli Stati più liberal, come la California e New York, ma venne sconfitta di misura altrove, come in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin. Balzò in testa nel conteggio del voto popolare, ma il suo rivale fece il pieno di Grandi elettori e si ritrovò, contro tutti i pronostici, nello Studio Ovale.
Due mesi di conteggi e riconteggi
Il risultato delle elezioni viene di solito annunciato dai media americani poche ore dopo la chiusura dei seggi sulla base delle proiezioni. La soglia da raggiungere è di 270 Grandi elettori. Per l’ufficialità, però, bisogna attendere ancora qualche settimana. Le autorità dei singoli Stati devono comunicare i dati, prevedono le leggi, «non più tardi del quarto mercoledì di dicembre». Quest’anno la scadenza sarà il 25 dicembre. Il Congresso è convocato a Camere riunite il 6 gennaio, per ratificare i risultati e proclamare la nomina del Presidente. Una data insignificante per un passaggio puramente formale fino al 2021, quando i supporter di Trump assaltarono Capitol Hill per provare a sabotare la ratifica. È anche capitato che ci fossero dubbi reali sui conteggi e che nessun concorrente raggiungesse quota 270 Grandi elettori. In questo caso la Costituzione prescrive che sia la Camera dei Rappresentanti a scegliere il Presidente. Nel 2000 si verificò un clamoroso cortocircuito. Al Gore e George W. Bush presentarono una serie di ricorsi per il risultato in Florida. Alla fine intervenne la Corte Suprema di Washington che assegnò la vittoria a Bush. Tutte queste tappe procedurali spiegano perché il periodo di transizione duri due mesi e mezzo. Il termine ultimo è fissato dalla Costituzione: il nuovo Presidente deve giurare il 20 gennaio, e mettersi al lavoro a partire da mezzogiorno.
Perché il martedì?
Resta l’ultima curiosità: perché si vota sempre a novembre e di martedì? La decisione risale al 1845, quando il Congresso stabilì che novembre era il mese più adatto, perché erano terminati i raccolti e quindi gli elettori, per lo più possidenti terrieri, si potevano muovere. Si scartò la domenica, giorno dedicato al riposo. Si scelse il primo martedì del mese per dare il tempo di raggiungere i seggi, a cavallo o in calesse. Quest’anno la data è fissata per il 5 novembre.
Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina
(da corriere.it)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
IL PRIMO ATTIVISTA DEL M5S ELETTO CONSIGLIERE REGIONALE IN EMILIA ROMAGNA ERA STATO CONDANNATO IN PRIMO GRADO
La Corte di appello di Roma ha assolto con formula piena Giovanni Favia, nel 2019 condannato
in primo grado per diffamazione a 500 euro di multa e al risarcimento di 15.000 euro alle parti civili (Davide Casaleggio e Casaleggio Associati).
L’ex M5s, uno dei primi espulsi dal Movimento, era accusato in seguito ad una querela della Casaleggio Associati, per un articolo apparso su Il Tempo, il 4 aprile 2014.
Favia aveva definito come poco chiari i rapporti economici tra il blog di Grillo e la Casaleggio Associati. Nell’ambito del procedimento la Casaleggio aveva ottenuto anche il sequestro di un conto corrente di Favia, a garanzia del pagamento dei risarcimenti. Contro la sentenza del Tribunale di Roma ha proposto appello il difensore di Favia, avvocato Francesco Antonio Maisano, rilevando che l’articolo era “assolutamente pertinente e legittimo in quanto diretta espressione del diritto di critica politica”.
Favia aveva anche rinunciato alla prescrizione che, nel frattempo, era maturata. “A distanza di 10 anni otteniamo dalla Corte d’Appello di Roma una sentenza di assoluzione totale che ristabilisce la verità delle cose. Giovanni Favia ha operato in piena legittimità nell’ambito della critica politica e l’ingiusta condanna di primo grado è stata completamente travolta. Siamo soddisfatti anche se c’è voluto molto, troppo, tempo per ottenere giustizia”.
(da agenzie)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
L’ATTENZIONE ALLE CURE E’ CRESCIUTA DI TRE VOLTE RISPETTO A POCHI ANNI FA: DAL 13% AL 40%
Sono passati pochi anni da quando, a inizio decennio, le preoccupazioni dei cittadini, in Italia, erano concentrate intorno a un problema. Il Virus. Il Covid, che aveva coinvolto e sconvolto l’attenzione della società. Provocando vittime, in numero crescente. Per questo i temi economici e, in misura minore, la disoccupazione generavano inquietudine. Più degli altri problemi che incombevano. Come le tasse e l’immigrazione. Denunciata, al tempo, come “un’invasione”. Piuttosto, l’insicurezza era alimentata dal cambiamento climatico e dal deterioramento ambientale. E, anzitutto, dalle guerre, vicine ai nostri confini, in Ucraina. E più lontane, ma non troppo. Come in Medio Oriente.
A distanza di pochi anni, però, le percezioni sono cambiate. L’attenzione e la tensione sociale, infatti, si sono concentrate attorno a una questione, sopra tutte le altre: “La qualità del sistema sanitario”. Rispetto a due anni fa, infatti, la quota di persone che ha indicato questo argomento fra i due più importanti è salito (o meglio: decollato) dal 13% al 40%. In altri termini, è aumentato di 3 volte. Superando largamente altre questioni, comunque, importanti. Il costo della vita, in particolare, continua ad essere percepito come un problema, ma è sovrastato dalla preoccupazione relativa alla salute. Che in pochi anni ha ripreso il sopravvento nella lista delle preoccupazioni dei cittadini. Più di altre questioni, sicuramente molto importanti. E inquietanti. In particolare, la guerra. I conflitti continuano, infatti, a scuotere lo scenario del nostro tempo. E il nostro sentimento. Ma si sono allontanati dalle nostre frontiere. Oggi, infatti, non coinvolgono più solo i Paesi ai confini con la Russia, per prima l’Ucraina. Ma si sono spostati altrove. In Medio Oriente, dove investono Israele e, anzitutto, la Palestina. E si allargano altrove. In Afghanistan, Libano, Siria, Iraq. Peraltro alcune basi italiane collegate al contingente Onu dell’Unifil sono state colpite dall’esercito israeliano. Tuttavia, la guerra non sembra preoccupare troppo i cittadini italiani. Ormai “abitudine”. Solo il 10% (anzi, un po’ di meno: 9%) dei cittadini intervistati da Demos, nel recente sondaggio condotto per Repubblica, la indica fra i due problemi più urgenti, per l’Italia. Mentre la maggioranza rivolge la propria attenzione e i propri pensieri altrove. Gli italiani, infatti, sembrano preoccupati soprattutto dal lavoro che manca, dalla disoccupazione, dalle tasse. E ancora, dalla corruzione politica, dall’immigrazione. E dalla qualità della scuola.
Argomenti che suscitano inquietudine dovunque, in Italia. Ma soprattutto nelle aree più vulnerabili, sul piano economico e sociale. Cioè, nel Mezzogiorno. Fra i disoccupati. E fra gli studenti. Cioè, fra coloro che hanno evidenti e crescenti problemi a “guardare avanti”. A pensare e progettare il proprio futuro.
Se rivolgiamo lo sguardo indietro, a due anni fa, nel sondaggio di Demos si osservano cambiamenti significativi. Fra tutti: l’importanza assunta dal sistema sanitario. Per contro, la perdita di rilevanza che riguarda il costo della vita e, a maggior ragione, l’aumento dei prezzi e l’economia. È come se altri “pensieri” avessero oscurato il nostro sguardo e il nostro orizzonte. Mettendo in secondo piano le tasse, la disoccupazione. Inoltre, l’inefficienza e la corruzione politica.
Appare, comunque, interessante l’importanza crescente dimostrata dalla “qualità della scuola”. In quanto sottolinea l’attenzione verso i giovani. Che, evidentemente, riguardano il futuro. Perché i giovani “sono il futuro”. Del Paese e della società. È, inoltre, significativo come le questioni ambientali vengano segnalate come prioritarie dall’11% degli italiani. Pressoché la metà, rispetto a 2 anni fa.
Gli orientamenti politici delle persone, in particolare, condizionano i giudizi sui principali problemi. Gli elettori vicini alla Lega e ai FdI, soprattutto, sottolineano l’urgenza di affrontare il tema dell’immigrazione e (in particolare fra chi sostiene i FdI) della criminalità. Mentre l’attenzione verso la qualità del sistema sanitario appare forte fra gli elettori dell’AVS e del PD. Problemi condivisi in modo trasversale. Anche se un po’ meno valorizzati fra chi vota per i partiti di governo.
L’agenda dei problemi più urgenti, secondo i cittadini, risulta quindi composita e differenziata. Tuttavia, condivide alcune priorità molto chiare. Riguardano i temi relativi al lavoro, al costo della vita. Ma soprattutto e anzitutto “la qualità del servizio sanitario”. Cioè, la salute. “Nostra”. Dei nostri figli e dei nostri familiari. Tutto il resto…viene dopo
(da repubblica.it)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
HOTEL E RISTORANTI SPERANO NELL’INDOTTO DEL CPR… MA CI SONO ANCHE ATTIVISTI CHE PROTESTANO: “QUELLO DI ROMA E NEOCOLONIALISMO”… L’ATTESA DEGLI AGENTI DI POLIZIA
Shengjin, Albania – Nei bagni della trattoria Meloni risuonano le note di Nino D’Angelo,
“Celebrità”: “Mammà tu nun ‘o ssaie, no, nun o può sapè”. Alle pareti un terribile campionario di irriverenti fotomontaggi trash che ritraggono tutti i grandi della Terra, compreso papa Francesco, seduti sulla tazza. C’è anche una falce e martello, probabilmente per indicare che quello è il posto consono per il simbolo, un tempo onnipresente, dell’ormai lontano regime di Enver Hoxha. La nostra premier, invece, è celebrata in tutte le sue smorfie, tratte dalle foto dei giornali italiani, non certo in bagno ma altrove, nel grande open space del ristorante, affollato di famiglie albanesi per il pranzo fuori porta della domenica.
«Siamo qui anche perché ci incuriosisce lei, una donna diventata così potente», dicono tre ragazze arrivate da Tirana. A pochi metri dall’uscita del “mangificio” di tendenza c’è il porto, dove due guardiani annoiati gestiscono il via vai di poliziotti e operai che lo anima. È lì che da mesi si aspettano come un miraggio i primi migranti beffati dall’accordo Italia-Albania, che anziché farli arrivare in Europa, li dirotta in questo non luogo internazionale di cui nessuno si assume la sovranità.
«Noi non c’entriamo niente, è territorio italiano», continua a smarcarsi candido il premier Edi Rama. In effetti sopra il bunker appena ultimato nel porto — c’è ancora un camion all’esterno di un’impresa edile di Villanuova sul Clisi, in provincia di Brescia — svetta il tricolore italiano. Citofoniamo e ci apre un agente veneto. Il capoposto è un funzionario della polizia di Stato che ci rimanda alla prefettura di Roma. Poco più avanti, seduto per terra, c’è un ragazzo solo che consuma il suo caffè domenicale seduto per terra. Davanti, sulla banchina, un paio di lavoratori albanesi intenti al rimessaggio di un peschereccio. In un chioschetto, qualche metro più in là, altri poliziotti italiani fraternizzano con un collega albanese. Poi si organizzano per i turni: «Allora, io monto alle sette, poi tocca a te… Qui invece di pagarci di più ci allungano le ore…».
Chi arriva qui ottiene cento euro all’ora in più rispetto allo stipendio base, e molti sgomitano. Fino a quando non arrivano i primi stranieri (e tutti dicono che è questione di giorni) non è così male stare a Shengjin, località turistica che in italiano si chiamerebbe (e si chiamava, all’epoca della Serenissima) San Giovanni Medua.Il quartier generale, dove è parcheggiata una stazione mobile dei carabinieri, è un hotel executive a cinque stelle in centro, in parte popolato da profughi afghani in virtù di un altro accordo internazionale siglato con gli Stati Uniti dall’intraprendente Rama. Così all’arrivo l’atmosfera è straniante: le salmodie del muezzin, le auto blu italiane e albanesi che vanno e vengono e una riproduzione della statua della Libertà al centro del piazzale. Un giornalista albanese cerca di entrare, gli dicono che non può. Un cliente italiano invece sì. Ma un impettito ragazzo della sicurezza locale con microfono ad archetto lo segue fino alla reception, per verificare che davvero dorma lì.
Shenjin è tutto un festival tricolore. Gli hotel si chiamano “Rafaelo” — il resort più importante, che raddoppia, grazie a una specie di convenzione con il ministero dell’Interno, per i prossimi mesi — o “Mille Amici”, “Colombo”. Strutture di lusso accanto a case in degrado o abbandonate, cumuli di immondizia e strade sterrate, bambini scalzi e centri medici. E l’Italia come futuro. Qualche settimana fa un gruppo di attivisti è salito su una terrazza del porto e ha tirato giù uno striscione. C’era scritto: «7 Aprile 1939 — L’Albania è italiana — 5 Novembre 2023». Poi hanno sparato con le casse acustiche la registrazione audio dell’annuncio dell’invasione dell’Albania da parte del regime fascista, il 7 Aprile 1939. «Il mito della “storica amicizia” italo-albanese altro non è che neocolonialismo», dice Alexia Malaj, formatasi a Firenze e ora ricercatrice in sviluppo economico a Southahmpton.
Naturalmente, però, “Meloniland”, con la sua promessa di flussi in arrivo — non si sa quanto reali, «viste le limitazioni agli ingressi della Corte giustizia europea», osserva Frano Kulli, editore di Lezhe — piace a Marinel Kuciai, che dopo aver lavorato per tre anni in cascina ad Abbiategrasso, si è aperto un minimarket proprio dalle parti del porto: «I poliziotti vengono tutti i giorni perché con me che parlo italiano si trovano bene. Gli immigrati che arriveranno qui? Li capiamo, ci siamo passati anche noi…». A una ventina di chilometri da Shengjiin, in un’area di 70mila metri quadrati su una collina, c’è il centro di Ghadaj, l’enorme blocco di cemento, reti metallici e filo spinato dove saranno trattenuti i richiedenti asilo, per un numero massimo di 880. I poliziotti stanno lì come nella fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari di Dino Buzzati. «Qui non c’è niente, per mangiare e per tutto bisogna andare a Shengjin», dicono i due agenti al varco. Le camere hanno docce e condizionatori, c’è una mensa e un’area dove i credenti possono pregare. Ma l’impressione è di stare in un carcere. Lo ammette anche Anden, che ci ha lavorato come guardiano per quarantuno giorni: «Mi ricordano le celle dove sono stato in Italia per cinque anni», racconta seduto a bere birra con gli amici al tavolino del villaggio, uno dei riti tipicamente albanesi che la polizia penitenziaria ha persino inserito — «mai bere il caffè al bancone» perché lì non si usa, così come non si importunano le donne — in un vademecum distribuito a quarantacinque agenti che sono partiti ad agosto per Ghadaj, dove dovrebbero sorvegliare i migranti che commettono reati all’interno del cento. A loro è destinata la struttura di detenzione vero e proprio, pensata per venti migranti da punire. Se arriveranno.
(da repubblica.it)
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Ottobre 14th, 2024 Riccardo Fucile
NEL GOVERNO I PIÙ SCETTICI SONO GLI ELETTORI DI FORZA ITALIA, I PIÙ CONTRARI VOTANO M5S …SULLA RIFORMA RESTA IL DIVARIO TRA UN NORD PIU’ POSSIBILISTA E UN SUD MOLTO PREOCCUPATO
L’autonomia differenziata è un concetto che si riferisce alla possibilità di alcune regioni di avere maggiore indipendenza rispetto alle decisioni centrali del governo nazionale. In realtà in Italia esistono regioni a statuto speciale che godono già di un livello di autonomia stabilito dalla Costituzione. Queste amministrazioni hanno ottenuto il loro status speciale come riconoscimento di particolari esigenze storiche, culturali o geografiche.
Con la proposta del ministro agli affari regionali Roberto Calderoli ci si riferisce invece alla possibilità che anche le regioni a statuto ordinario possano ottenere una maggiore autonomia attraverso un processo negoziale. La varietà territoriale del nostro Paese, passando dalle montagne al mare attraverso le colline, i laghi, le pianure, gli appennini, i vulcani, le isole, offre all’autonomia differenziata l’opportunità di rispondere meglio alle esigenze locali attraverso leggi e politiche mirate.
Tuttavia questo dibattito suscita delle opinioni contrastanti che ad oggi rimangono cristallizzate nei sondaggi tra un 33,8% di coloro che si dichiarano favorevoli, perché sostengono che possa portare ad un miglioramento dei servizi erogati, e un 41,2% identificati come fortemente scettici, perché temono che si possano accentuare quelle diseguaglianze tra le regioni – che già esistono – minando l’unità nazionale. Su questa linea i più favorevoli si ritrovano concentrati nel nord Italia mentre dal centro al sud fino alle isole i contrari alla proposta risultano in grande maggioranza.
Tra chi non condivide si riconoscono anche coloro che sono convinti che un sistema maggiormente decentralizzato possa aumentare la burocrazia e i costi amministrativi, rendendo ancora più complessi e costosi i coordinamenti tra le varie regioni e il governo centrale. Addirittura in alcune situazioni affiora il sospetto che l’autonomia differenziata possa permettere ai governi locali di adottare delle politiche che non rispecchino gli interessi o i valori della popolazione nel suo complesso, ma solo alcuni nuclei di interesse.
La quota di coloro che non hanno saputo o voluto rispondere è intorno al 25%. Questo significa che un cittadino su 4 potrebbe non avere informazioni sufficienti sui vantaggi o sugli svantaggi dell’autonomia differenziata, il che potrebbe portare a preoccupazioni basate su malintesi o informazioni incomplete.
Le indicazioni politiche fornite dai leader di partito guidano anche i giudizi degli elettori: se gli elettori della Lega di Matteo Salvini e di Fratelli d’Italia trovano in maggioranza importanti vantaggi nella possibile applicazione dell’autonomia differenziata a livello regionale, gli azzurri di Forza Italia sono più incerti dividendosi tra chi indica maggiori benefici (42,2%) e chi proietta la possibilità di danni (40%).
I partiti di centro sinistra guardano con molto scetticismo all’idea di una maggiore autonomia regionale ad eccezione di Azione di Carlo Calenda che, con il 53% delle preferenze si schiera sui vantaggi della proposta Nel complesso il 36,4% degli italiani intravede maggiori svantaggi, mentre il 34% ne intuisce i vantaggi. Sullo sfondo esiste anche il timore che una maggiore autonomia possa sfociare in un aumento del nazionalismo regionale minando ulteriormente l’unità del Paese.
Per un cittadino su 3 (31,3%) questo argomento potrebbe essere uno dei fattori di rischio per la stabilità del governo. Le motivazioni di coloro che si dichiarano contrari all’autonomia differenziata si alzano a gran voce nel grido che chiama in causa la disparità tra sud e nord. Ed è la dimensione e la modalità del fenomeno che cattura l’attenzione, proprio sui servizi con al centro una delle voci più sentite dalla popolazione, ovvero quella della sanità. Questo richiamo aumenta il suo volume da nord verso sud insieme a scuola, istruzione e servizi come principali voci.
Alessandra Ghisleri
per “la Stampa”
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