Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
IL NOSTRO PAESE STA INVECCHIANDO E, NEI PROSSIMI ANNI, SARANNO NECESSARI PIÙ INFERMIERI PER OCCUPARSI DEGLI ANZIANI: GLI OVER 60 CRESCERANNO DELL’8%… ENTRO IL 2042, LE PERSONE IN ETÀ DA LAVORO DIMINUIRANNO DI 6,8 MILIONI E SONO A RISCHIO I SERVIZI ESSENZIALI
Il calo demografico certificato dall’Istat in ulteriore ribasso in Italia (13 mila nascite in meno nel
2023 rispetto all’anno precedente) è, in realtà, diventato una costante per tutte le economie più avanzate (e non solo). [.
In primo luogo, invecchiano i lavoratori attivi (l’età media lavorativa in Italia è oggi salita a 46,6 anni) ed è a rischio la sostenibilità del welfare (ovvero, il mantenimento del sistema previdenziale e assistenziale). Basti pensare che le previsioni Istat stimano che, nei prossimi cinque anni, in Italia gli over 60 cresceranno dell’8% mentre le persone fra 18-59 diminuiranno del 4%
Inoltre, il fenomeno in atto modifica la composizione per età della forza lavoro e aumenta la criticità che il mercato deve affrontare per reperire figure professionali. Sia per la carenza della manodopera, sia per la necessità di sostituire il personale in uscita per pensionamento.
Secondo alcune proiezioni, nel 2042, le persone in età da lavoro in Italia diminuiranno di 6,8 milioni di unità (quasi il 20% in meno rispetto al 2022). Meno forza lavoro si traduce in una più bassa disponibilità di lavoratori in vari settori, anche per i servizi essenziali.
Si stima che, per sostenere la forza lavoro nei prossimi venti anni, servirebbe sostenere un’immigrazione regolare e la formazione di competenze. I flussi migratori, infatti, possono alleviare questo fabbisogno (la maggior parte dei migranti è in età lavorativa), soprattutto nei mestieri con poca offerta, come l’assistenza agli anziani e il settore agricolo. Fra gli altri fattori che avranno un impatto sul mercato del lavoro, ci sono la transizione ecologica e la rivoluzione digitale.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA GIUSTIZIA SECONDO IL GOVERNO MELONI
Come si fa a velocizzare i tempi della giustizia? “Con una forte depenalizzazione e quindi una riduzione dei reati”. Ne era sicuro Carlo Nordio, solo pochi minuti dopo aver giurato da guardasigilli. Un’affermazione che aveva provocato curiosità negli addetti ai lavori. In campagna elettorale né Fratelli d’Italia, il partito che ha eletto Nordio in Parlamento, né le altre forze della maggioranza avevano annunciato un’organica riduzione dei reati. E infatti si sono perse le tracce di qualsiasi forma di depenalizzazione. Dopo due anni trascorsi al governo del Paese si può dire che Nordio parlava a titolo personale. E che evidentemente le sue idee sulla giustizia non sono tutte condivise all’interno del Governo. Finora, infatti, l’esecutivo e il Parlamento hanno seguito una linea opposta rispetto a quella anticipata dal guardasigilli: invece di cancellare i reati più inutili ne hanno creato almeno sei nuovi, aggravandone altri. Di fattispecie abolite, invece, al momento se ne registra soprattutto una: l’abuso d’ufficio, non esattamente il principale colpevole dell’ingolfamento delle aule di tribunale.
Pugno di ferro e guanto di velluto – Nel 2021, su circa un milione di procedimenti, erano appena cinquemila quelli finiti davanti ai gip e ai gup per abuso d’ufficio. Un reato elitario, previsto da tutti i Paese Ue, che però aveva il torto di far finire nei guai politici e amministratori pubblici. È questo il comune denominatore dell’attività di questo Governo sul fronte della giustizia: è stato indebolito il sistema di prevenzione per alcuni reati che sono spesso contestati agli esponenti della classe politica, ai grandi imprenditori e ai top manager. In ventiquattro mesi i provvedimenti per colpire le condotte dei cosiddetti colletti bianchi sembrano scritti usando il guanto di velluto. Nel frattempo, invece, è stato usato il pugno di ferro con le fasce più deboli della popolazione: i manifestanti, i piccoli delinquenti, chi ha il torto di essere nato nelle zone più complesse del Paese. Su questo fronte va sottolineato un aspetto: finora il governo Meloni ha tenuto il punto sul fronte della lotta alla mafia, a cominciare dalla norma che ha messo in sicurezza l’ergastolo ostativo. Diverso, invece, l’atteggiamento nei confronti di quei soggetti che rappresentano i complici principali di Cosa nostra, ‘Ndrangheta e Camorra. E che spesso garantiscono l’impunità alle stesse organizzazioni criminali. Ma andiamo con ordine.
Migranti e Rave – Il primo reato ideato dal Governo di Giorgia Meloni arriva subito, solo poche settimane dopo l’insediamento. Nel dicembre del 2022, infatti, l’esecutivo ha varato il cosiddetto decreto Rave per punire i raduni musicali abusivi: da tre a sei anni per chi “organizza o promuove l’invasione di terreni o edifici”. Poi è arrivato il decreto Cutro, battezzato come la città calabrese teatro dell’ultima strage di migranti: per combattere gli scafisti, il Governo aveva inventato la fattispecie di “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina” con pene comprese tra i 10 e i 30 anni di carcere. Il provvedimento imponeva in origine pure una cauzione da cinquemila euro che doveva essere garantita dai richiedenti asilo: un po’ complesso disporre di una cifra simile per chi è arrivato sulle nostre coste con un barcone. Anche per questo motivo il decreto era stato disapplicato dal giudice di Catania Iolanda Apostolico, facendo scoppiare uno scontro clamoroso tra il Governo e la magistratura. Sarebbe stato il primo di una serie ancora aperta
Punire la miseria – Non era arrivata alcuna contestazione per il decreto Caivano, chiamato come l’omonimo comune del Napoletano diventato tristemente noto per le “stese”, cioè le minacce compiute sparando in aria dalle baby gang legate ai clan di Camorra. Per punire queste condotte è entrato nel codice il reato di “pubblica intimidazione con uso d’armi”: si rischia fino a otto anni. Lo stesso provvedimento ha poi inasprito le sanzioni per chi non manda i figli a scuola: prima si rischiava una multa, adesso fino a due anni di galera. Sono stati approvati quasi all’unanimità da Parlamento – su proposta di esponenti di Fdi – le nuove fattispecie di “omicidio nautico” e di “lesioni personali nautiche gravi o gravissime”.
La fabbrica dei reati – È stato per il momento approvato solo alla Camera, invece, il ddl Sicurezza, che è praticamente una fabbrica di nuovi reati: punisce – fino a sette anni di carcere – “l’occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”, una condotta praticamente già sanzionata da altri articoli del codice (e pure dal dl Rave). Tra le new entry anche la detenzione di materiale con finalità di terrorismo: rischi fino a sei anni se scarichi da internet un manuale sulla fabbricazione di bombe molotov. Viene trasformato da illecito amministrativo a penale il blocco stradale: prima si rischiava una multa fino a quattromila euro, ora fino a due anni di galera. L’hanno ribattezzata legge anti Ghandi: per finire in carcere basta partecipare a una protesta pacifica che blocca il traffico. Una modifica che sembra stata varata gli attivisti di Ultima generazione. Gli ambientalisti sono l’obiettivo anche della stretta per il reato di deturpamento e imbrattamento di beni pubblici: pene triplicate (fino a 18 mesi di reclusione e tremila euro di multa) se si colpiscono palazzi che ospitano sedi istituzionali. Aumentate anche la sanzioni per i danneggiamenti (fino a cinque anni di carcere e 15mila euro) e quelle per chi minaccia un pubblico ufficiale per “impedire la realizzazione di un’opera pubblica”: sono le condotte tipiche dei manifestanti anti Tav o anti Ponte sullo Stretto, che avranno pene aumentate fino a un terzo (fino a vent’anni di carcere). Altro nuovo reato è la rivolta all’interno dell’istituto penitenziario: chi si ribella può avere la condanna allungata anche di otto anni. Stesso principio varrà dentro i centri di accoglienza per migranti. Pene aumentate anche per chi sfrutta i minori, inviandoli a chiedere l’elemosina, mentre si potranno tenere in carcere anche le donne incinte e le madri con figli neonati: norma che sembra studiata per colpire il fenomeno delle borseggiatrici nelle metro. Sicuramente un problema, ma non esattamente un’emergenza tale da meritare una condotta ad hoc.
Vietato arrestare corrotti – Sono invece ancora liberi gli esponenti di un gruppo di presunti spacciatori, che – come ha raccontato Il Fatto Quotidiano – hanno potuto comodamente leggere le accuse ai loro danni dall’ordinanza di custodia cautelare. Dopo aver appreso dalle carte pure il nome del soggetto che li aveva denunciati, sono andati a minacciarlo. È solo uno degli effetti nefasti del ddl firmato da Nordio. Mentre Parlamento e Governo producevano nuovi reati, infatti, il ministro è riuscito a fare approvare la sua riforma della giustizia penale, che ha dedicato a Silvio Berlusconi. Omaggio azzeccato. Tra le altre cose, la norma rende più difficile l’arresto delle persone accusate di reati contro la pubblica amministrazione. In pratica quando la richiesta di misura cautelare è motivata dal pericolo di reiterazione del reato, il gip deve emettere un “avviso di arresto”. L’hanno chiamato “contraddittorio preventivo: l’indagato deve essere interrogato, poi sarà il giudice a decidere se arrestarlo o lasciarlo a piede libero. Solo che nelle legge si sono dimenticati d’inserire dei limiti precisi entro i quali deve esprimersi il tribunale. E infatti Cristian Goracci, amministratore della società dei rifiuti dell’Umbria, ha atteso per giorni di conoscere il suo futuro, dopo essere stato interrogato in un’inchiesta per corruzione della procura di Perugia.
Spacciatori liberi – Ma quello non è l’unico buco della riforma. Visto che la reiterazione del reato è la motivazione usata spesso dai pm per chiedere di arrestare i presunti spacciatori di droga, infatti, dell’avviso di arresto stanno beneficiando anche numerosi pusher. È successo a Napoli, mentre a Milano ne hanno beneficiato alcuni narcos coinvolti in un’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Lombardia. A Palermo, invece, alcuni ladri specializzati in furto di automobili dovevano essere arrestati a fine settembre: grazie a Nordio sono rimasti in libertà e saranno interrogati soltanto a fine ottobre, dato che nel capoluogo siciliano ci sono pochi giudici e troppi procedimenti. A questo proposito va capito cosa succederà tra due anni, quando a decidere sulle misure cautelari non sarà più un solo giudice per le indagini preliminari, ma ben tre. Considerando che il gip non può più occuparsi delle successive fasi del procedimento, la riforma Nordio rischia di paralizzare gli uffici più piccoli. Ecco perché l’entrata in vigore di questa modifica è stata prorogata al 2026: il tempo, però, scorre.
Traffico d’influenze? Solo cash – L’arresto dei colletti bianchi sarà ancora più difficile quando il Governo dovrà dare seguito all’Ordine del giorno depositato da Enrico Costa e poi approvato dalla maggioranza: per tutta una serie di reati la misura cautelare per pericolo di reiterazione non si potrà applicare alle persone incensurate. Chi non ha precedenti si potrà arrestare solo se accusato di mafia, terrorismo, furto. Liberi invece gli incensurati sospettati di corruzione o la concussione. La riforma Nordio depotenzia anche un altro reato tipico delle classi dirigenti, il traffico d’influenze illecite: per essere punibile il mediatore dovrà sfruttare “intenzionalmente” le relazioni con il pubblico ufficiale, che dovranno essere “esistenti” e non più solo “asserite“: niente rapporti solo millantati. In più l’eventuale utilità data o promessa dovrà essere “economica“: non basteranno i favori diversi da quelli monetizzabili. Solo contanti col Governo Meloni, ma questo si sapeva: tra i primi atti della nuova maggioranza, infatti, c’è anche l’innalzamento a cinquemila euro del tetto al denaro contante.
Bavagli e omissis – Molto corposo anche il capitolo dei bavagli: è già in vigore (e ha già fatto molteplici danni) quello introdotto da Marta Cartabia, che silenzia le fonti giudiziarie con la scusa della presunzione d’innocenza europea, Il centrodestra si è subito messo in pari col Governo di Mario Draghi, approvando quello proposto dal solito Costa sulla pubblicazione delle ordinanze cautelari da parte dei giornali. Una stretta che gli esponenti di Fdi vorrebbero addirittura potenziare. Solo per fare un esempio: se il bavaglio Costa fosse stato già approvato, avremmo saputo davvero poco dell’indagine anti corruzione che ha portato all’arresto dell’ex governatore della Liguria Giovanni Toti. Già approvato con la riforma di Nordio, invece, il divieto di pubblicazione delle intercettazioni contenute nelle richieste delle procure o nelle informative. Sarà omissato, inoltre, il nome di terze persone non coinvolte nelle indagini, ma citate nelle conversazioni registrate. L’indagato nell’inchiesta sulle presunte tangenti Anas parlava al telefono di un “accordo fatto con quelli della Lega di futura collaborazione con Matteo e con noi tramite Freni“? Oggi andrebbero sbianchettati sia i riferimenti a “Matteo” che quelli al sottosegretario all’Economia.
Intercettare meno per scoprire meno reati – D’altra parte quello sulle intercettazioni è un chiodo fisso di Nordio, che ne ha più volte contestato il costo. Subito dopo l’insediamento, il ministro ha provocato roventi polemiche, sostenendo che i boss mafiosi “non parlano al telefonino” per commettere reati. Poche settimane dopo le intercettazioni sono state fondamentali per interrompere la latitanza trentennale di Matteo Messina Denaro. Un’altra occasione in cui la realtà si è incaricata di smentire l’operato del Governo risale a pochi giorni fa: è finito agli arresti mentre intascava una tangente da 15mila euro Paolo Iorio, direttore generale Business di Sogei, l’azienda del Ministero dell’Economia che si occupa di sicurezza informatica. Anche per quell’inchiesta sono state fondamentali le intercettazioni, che sette giorni prima hanno subito un’ulteriore stretta. Il Senato, infatti, ha appena dato il primo via libera alla norma che abbassa a 45 giorni il limite massimo per gli ascolti durante le indagini, con proroghe possibili solo quando dalle captazioni emergono nuovi elementi. Nell’inchiesta sul manager Sogei le prime intercettazioni risalgono al novembre del 2023, undici mesi prima dell’arresto: se la nuova norma fosse stata già approvata, Iorio sarebbe probabilmente ancora in libertà. Con strumenti d’indagine più deboli si scopriranno meno illeciti e dunque si celebranno meno processi. Forse era questa la depenalizzazione promessa da Nordio: solo che non si tratta di abolire i reati, ma di evitare di scoprirli.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“L’AUMENTO DELL’INDENNITÀ DI SPECIFICITÀ MEDICA SANITARIA SARA’ DI 17 EURO NETTE PER I MEDICI E 14 EURO NETTI PER I DIRIGENTI SANITARI PER IL 2025”
Una legge di Bilancio “deludente”. E’ il giudizio senza appello dei sindacati Anaao Assomed,
Cimo-Fesmed e Nursing Up che, confermando la manifestazione del 20 novembre annunciata contro le violenze e le aggressioni agli operatori della sanità, “proclamano lo sciopero nazionale di 24 ore nella stessa giornata di medici, dirigenti sanitari, infermieri e professioni sanitarie ex legge 43/2006”.
“Il testo della legge di Bilancio per il 2025 – affermano i rappresentanti dei lavoratori in una nota – conferma la riduzione del finanziamento per la sanità rispetto a quanto annunciato nelle scorse settimane e cambia le carte in tavola rispetto a quanto proclamato per mesi”.
“Non possiamo restare in silenzio dinanzi all’ennesima presa in giro del personale sanitario e dei cittadini, dinanzi alle giravolte del ministero dell’Economia che vanificano gli sforzi del ministero della Salute e al voltafaccia di coloro che lavorano per spingere il personale sanitario ad abbandonare la sanità pubblica”, dichiarano il segretario di Anaao Assomed Pierino Di Silverio, il presidente di Cimo-Fesmed Guido Quici e il presidente di Nursing Up Antonio De Palma
La Manovra, incalzano i sindacati, prevede un aumento dell’indennità di specificità medica sanitaria “di 17 euro nette per i medici e 14 euro netti per i dirigenti sanitari per il 2025, 115 euro nel 2026 per i medici e zero per i dirigenti sanitari, mentre nelle tasche degli infermieri arriverebbero per il 2025 circa 7 euro e per il 2026 circa 80 euro, e non va meglio per le altre professioni sanitarie ex legge 43/2006”.
Peraltro, continuano nella nota, “si parla di risorse legate, per la maggior parte, a un contratto la cui discussione inizierà solo tra almeno 2 anni, e che arriveranno nelle tasche degli interessati chissà quando. Insomma, in sostanza briciole che offendono l’intera categoria”. L’aumento di 1,3 miliardi del Fabbisogno sanitario nazionale nel 2025, “ben distante dai 3,7 miliardi annunciati”, viene ritenuto “non sufficiente a ridare ossigeno a un Servizio sanitario nazionale boccheggiante”.
E “l’incremento delle borse di specializzazione meno richieste, sebbene apprezzabile, non sarà di certo sufficiente a convincere i giovani medici ad iniziare un percorso formativo che li porterà a lavorare in condizioni inaccettabili”. Si è poi “persa traccia del piano straordinario di assunzioni e dello sblocco del tetto di spesa per il personale. Si continua a rimandare ad un futuro più o meno prossimo la soluzione di un’emergenza che invece medici e infermieri vivono oggi, e che necessita oggi di provvedimenti realmente risolutivi”.
I sindacati rimarcano la differenza fra quanto messo nero su bianco e quanto discusso in precedenza. “Quelli annunciati prima della firma della Manovra erano provvedimenti che, sebbene non risolutivi, avrebbero potuto rappresentare segnali di attenzione nei confronti di medici e infermieri dipendenti del Ssn”, osservano Di Silverio, Quici e De Palma.
“E invece – proseguono – ci troviamo di fronte agli ennesimi proclami sensazionalistici a cui fa seguito una realtà deludente e a dir poco imbarazzante, che ci costringe ad alzare gli scudi per difendere il Ssn, l’istituzione più preziosa di questo Paese, e i suoi professionisti. Non possiamo essere complici dell’ormai evidente smantellamento del Ssn.
Il personale scappa quotidianamente dagli ospedali pubblici, le liste d’attesa sono interminabili, le aggressioni e le denunce sono all’ordine del giorno e si continua a destinare pochi spiccioli alla sanità pubblica, che peraltro poi non vengono spesi in modo corretto dalle Regioni, e ad aumentare i finanziamenti per la sanità privata, che si arricchisce spudoratamente sulle spalle degli infermieri e dei medici dipendenti, che attendono da quasi 20 anni il rinnovo del contratto, guadagnando sino al 47% in meno rispetto ai colleghi del pubblico.
Non possiamo rassegnarci alla ormai lampante privatizzazione della sanità e alzeremo la voce per portare anche i cittadini dalla nostra parte. In gioco non ci sono solo dei dovuti riconoscimenti per il personale sanitario, necessari a impedire lo svuotamento degli ospedali: in gioco c’è la tutela della salute di tutti noi”.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
PROMESSE SOVRANISTE IN FUMO: SALTA IL PIANO DI ASSUNZIONI, SOLO POCHE DECINE DI EURO IN PIU’ PER I MEDICI
Niente piano di 30mila assunzioni per medici e infermieri, saltata anche la defiscalizzazione dell’indennità di specificità medica trasformata in una mancetta da 50 milioni nel 2025 che porterà poche decine di euro nelle tasche dei dottori.
Non c’è traccia nemmeno di stanziamenti per pagare i camici bianchi che fuori orari di lavoro si impegnassero a smaltire le liste di attesa, mentre il prossimo anno 61,5 milioni andranno ai privati convenzionati per aumentare l’offerta di prestazioni proprio al fine di accorciare i tempi per visite e accertamenti. Somma che sale a 123 milioni nel 2026.
Ma soprattutto nella manovra appena firmata dal Presidente Mattarella non ci sono nella realtà soldi in più di quelli già previsti a legislazione vigente, ossia ante-manovra. L’articolo 47 sul rifinanziamento del Servizio sanitario nazionale in realtà, oltre il miliardo e passa già previsto per il 2025 della manovra dello scorso anno, stanzia un ulteriore miliardo e 302 milioni. Poca roba si dirà, ma in realtà non ci sarebbero nemmeno quelli perché da quanto risulta agli ambienti dello stesso ministero della Salute oltre un miliardo sarebbe vincolato al rinnovo del contratto 2025-27 dei dipendenti di Asl e ospedali. Soldi insomma che non sarebbero utilizzabili per finanziare alcun ché di nuovo.
I fondi crescono poi di 5,078 miliardi nel 2026 e di 5,780 l’anno successivo. Ma anche in questo caso non è tutto oro quello che luccica perché nel computo vengono di volta in volta aggiunti soldi in più stanziati gli anni precedenti. Detto altrimenti i 5,780 miliardi in più del 2026 si intendono rispetto al 2024, mentre in raffronto all’anno precedente sarebbero i 3,6 miliardi annuncianti da Giorgia Meloni il giorno dopo il varo della manovra.
Dal testo scompare anche l’annunciato aumento dello 0,55% del tetto per la farmaceutica, che sarebbe valso 880 milioni. Tutti soldi che dovranno ripienare per metà le regioni e per l’altra metà le aziende del farmaco, visto che la spesa per pillole e sciroppi è destinata anche quest’anno a sfondare non di poco il tetto prefissato, oltre il quale scatta il meccanismo del pay back.
Restano invece gli aumenti per i medici specializzandi, che sarà del 5%, mentre un aumento del 50% della parte variabile della loro retribuzione è prevista per le specialità meno attrattive, come anestesia e rianimazione, medicina d’emergenza e urgenza, chirurgia generale e terapia intensiva, per citarne alcune di quelle elencate nel testo della manovra.
In partenza un miliardo era previsto per l’aggiornamento dei Drg, le tariffe con le quali le Regioni rimborsano i ricoveri di ospedali e strutture private convenzionate, ferme da 20 anni. Uno stallo che porta i privati a scaricare sul pubblico le prestazioni meno remunerative con effetti negativi sulle liste di attesa. Per il prossimo anno non si andrà oltre 77 milioni, mentre per vedere il miliardo annunciato bisognerà attendere il 2026.
Rimarranno invece delusi i camici bianchi ospedalieri che speravano nella flat tax al 15% sull’indennità di specificità medica percepita da tutti e che si sarebbe così incrementata di circa 250 euro mensili netti grazie a un finanziamento che si era ipotizzato di circa 380 milioni. Poi si è annunciata una defiscalizzazione in due tranche, il prossimo anno con un prelievo portato dal 43 al 30% per poi dimezzarsi nel 2026. Ora invece la defiscalizzazione viene sostituita da un incremento dell’indennità di specificità medica finanziato con appena 50 milioni nel 2025 e 327 nel 2026. Ancora meno, 35 milioni il prossino anno e 285 in quello successivo sono stanziati per incrementare la stessa indennità percepita dagli infermieri.
Briciole che già fanno prospettare un autunno caldo per la sanità, con i camici bianchi che già prima di queste magre cifre avevano minacciato di incrociare le braccia.
(da La Stampa)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
DA ORE ERA PARTITO UN FORSENNATO PRESSING DA PALAZZO CHIGI SU GIULI, DOPO LE ANTICIPAZIONI DELLA INCHIESTA DI “REPORT”, CHE ANDRÀ IN ONDA DOMENICA SERA… NEL MIRINO C’È L’INCARICO RETRIBUITO CONCESSO NEL 2023 DA FRANCESCO SPANO, ALL’EPOCA SEGRETARIO GENERALE DEL MAXXI PRESIEDUTO DA GIULI, AL MARITO, L’AVVOCATO MARCO CARNABUCI – QUANDO PARLA DI “ATTACCHI PERSONALI”, SI RIFERISCE FORSE AI I GIUDIZI TRANCHANT COMPARSI NELLE CHAT DI FRATELLI D’ITALIA (“PEDERASTA”)?
Francesco Spano si dimette dal ruolo di Capo di Gabinetto del ministero della Cultura. Lo
comunica il Mic.
“Il contesto venutosi a creare, non privo di sgradevoli attacchi personali, non mi consente più di mantenere quella serenità di pensiero che è necessaria per svolgere questo ruolo così importante”. Così Francesco Spano nella lettera di dimissioni da capo di gabinetto indirizzata al ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
Ed è quindi “nell’esclusivo interesse dell’Amministrazione, pertanto, ritengo doveroso da parte mia fare un passo indietro. Ciò non mi impedisce, evidentemente, di esprimerle la mia profonda gratitudine per la stima ed il sostegno che mi ha mostrato senza esitazione”.
Secondo quanto annunciato dal conduttore Sigfrido Ranucci, a essere coinvolti in torbide vicende ci sarebbero anche “alte cariche di Fratelli d’Italia”.
Secondo quanto Repubblica è stata in grado di ricostruire, una di queste tocca direttamente Spano. Il quale, da segretario generale del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, confermato dal neo-presidente Giuli nell’autunno del 2022, ha arruolato fra i collaboratori retribuiti suo marito, l’avvocato Marco Carnabuci.
Un legale che figura tra gli esperti di Federculture e già titolare di un lungo contratto al Maxxi (dal 2018 al 2021) come responsabile dei dati personali, quando a presiederlo c’era Giovanna Melandri.
Solo che in quegli anni Spano lavorava altrove, non nella stessa istituzione del compagno, sposato civilmente soltanto qualche mese fa.
Ebbene, a marzo del 2023 – in piena era Giuli – Carnabuci è stato nuovamente reclutato dal museo come consulente specialistico per la predisposizione del MOG (modello organizzazione di gestione) a 14mila euro trimestrali.
Visto lo stretto legame fra l’attuale ministro della Cultura e Spano, è difficile che il primo non conoscesse la natura dei rapporti che allora intercorrevano fra il suo segretario generale e il neo-assunto. Lo avrebbe dunque coperto. Una storia che coinciderebbe con quanto spiegato da Ranucci: “Si tratta di un caso simile, per modalità operative, al caso Boccia”.
(da La Repubblica)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
LA MOTIVAZIONE? IL “FUMUS PERSECUTIONIS”. PECCATO CHE QUEI MESSAGGI SONO STATI GIÀ SEQUESTRATI NELL’AMBITO DEL PROCEDIMENTO CONTRO LA BOCCIA, AVVIATO DA UNA DENUNCIA DI SANGIULIANO STESSO
Il centrodestra salverà Gennaro Sangiuliano anche da se stesso: l’ex ministro della Cultura è stato indagato per peculato e rivelazione di segreto dopo l’esposto in Procura presentato da Angelo Bonelli (Verdi) e la maggioranza a trazione meloniana al Senato è pronta a sostenere che l’iniziativa dei magistrati lascia intravedere un intento persecutorio nei suoi confronti.
In Giunta per le immunità la relazione affidata a Adriano Paroli (Forza Italia) propone infatti di respingere la richiesta con cui il Tribunale dei ministri avrebbe voluto acquisire agli atti dell’istruttoria le chat e gli altri messaggi, già sequestrati nei dispositivi di Maria Rosaria Boccia nell’ambito di un altro procedimento: quello avviato sempre a Roma, ma su denuncia di Sangiuliano nei confronti della sua “consulente” mancata. E che pare essergli sfuggito di mano.
Sarà per questo che Sangiuliano ha chiesto a Palazzo Madama di mettere una pietra tombale anche su questo secondo procedimento che vede indagata Boccia, accusata di aver preso a unghiate e di aver violato la privacy dell’ex ministro: le conversazioni custodite nei dispositivi dell’imprenditrice di Pompei sarebbero inutilizzabili perché frutto di un sequestro avvenuto senza l’autorizzazione preventiva al Parlamento.
Al macero dunque la corrispondenza con il suo portato di confidenze, possibili segreti o eventuali bugie della relazione pericolosa che gli è costata la poltrona. O almeno pare questo l’auspicio di Sangiuliano nella memoria inviata alla Giunta per le immunità in cui lamenta la lesione delle prerogative parlamentari che per estensione ritiene debbano essere riconosciute anche a lui.
Intanto ieri la Giunta ha messo in tavola le carte sul procedimento partito dall’esposto di Bonelli in cui è indagato Sangiuliano: “Si propone di respingere la richiesta in quanto sussiste il fumus persecutionis”, si legge nella relazione Paroli che ipotizza da parte dei magistrati la volontà di pescare a strascico per verificare il reato ipotizzato nell’esposto di Bonelli, giudicato troppo generico. Da chi? Dallo stesso ex ministro, visto che ieri il centrodestra si è opposto alla richiesta di acquisirlo: basta la sua parola.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
“TANGENTI, CAOS, COMMISSARIAMENTI E NOMINE DI EX SOCI: FINO A QUANDO MELONI CONTINUERA’ A FAR FINTA DI NULLA?”
Matteo Renzi “celebra” i due anni del governo Meloni con un attacco a tutto campo.
“Tangenti a Sogei, caos imbarazzante al Ministero della cultura, strani commissariamenti al ministero di Urso. La classe dirigente di Giorgia Meloni è tecnicamente impresentabile. Questo governo non funziona”, scrive l’ex premier su X.
Il leader di Italia viva si riferisce alla vicenda dei documenti interni della Farnesina su Starlink, a quella Spano-Giuli al Mibac, con le dimissioni del capo di gabinetto Spano, ma l’attenzione è concentrata sui commissariamenti operati dal ministro del Made in Italy, a partire dall’ex Ilva. Proprio su questo dossier verrà presentata nelle prossime ore un’interrogazione parlamentare, fanno sapere fonti Iv.
Fonti di Iv fanno sapere che è pronta un’interrogazione per conoscere come e perché della rimozione della terna di commissari di Condotte, in amministrazione straordinaria dal 2018, a cui è seguita la nomina di altri tre professionisti tra cui l’avvocato Francesco Paolo Bello, amico personale ed ex partner d’affari del ministro stesso.
“Fino a quando la premier continuerà a far finta di nulla?”, la domanda dell’ex presidente del Consiglio.
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
DOPO SOLO DIECI GIORNI LASCIA IL CONSIGLIERE DI GIULI AL MINISTERO: “ATTACCHI PERSONALI, NON POSSO RESTARE”
Francesco Spano si è dimesso dal ruolo di capo di gabinetto del ministero della Cultura. Lo comunica il Mic, dopo giorni di polemiche e indiscrezioni che circolano sul suo conto.
«Il contesto venutosi a creare, non privo di sgradevoli attacchi personali, non mi consente più di mantenere quella serenità di pensiero che è necessaria per svolgere questo ruolo così importante», scrive Spano nella lettera di dimissioni indirizzata al ministro Alessandro Giuli.
Ed è quindi «nell’esclusivo interesse dell’Amministrazione», continua l’ormai ex capo di gabinetto, che «ritengo doveroso da parte mia fare un passo indietro».
Giuli: «Clima barbarico»
A commentare le dimissioni di Spano è anche lo stesso Giuli, che dichiara: «Con grande rammarico, dopo averle più volte respinte, ricevo e accolgo le dimissioni del Capo di Gabinetto, Francesco Spano».
Il ministro esprime solidarietà al suo (ex) collaboratore, che a suo dire è stato vittima di un «barbarico clima di mostrificazione». Infine, i ringraziamenti: «Ribadisco a Francesco Spano la mia completa stima e la mia gratitudine per la specchiata professionalità tecnica e per la qualità umana dimostrate in diversi contesti, ivi compreso il ministero della Cultura».
Il pressing di Palazzo Chigi
Secondo quanto riporta Repubblica, sarebbe stata proprio la premier Giorgia Meloni a fare pressing su Giuli affinché Spano rassegnasse le dimissioni. Pare infatti che il capo di gabinetto, quando ricopriva ancora il ruolo di segretario generale del Maxxi di Roma, avrebbe arruolato fra i collaboratori retribuiti anche l’avvocato Marco Carnabuci, suo marito. La nomina sarebbe stata confermata nell’autunno del 2022 dallo stesso Giuli, che all’epoca era a capo del museo.
Le indiscrezioni di “Report” e le chat omofobe di FdI
Ieri, martedì 22 ottobre, la trasmissione Rai Report ha annunciato che nella prima puntata della nuova stagione andrà in onda un servizio su due nuovi «casi Boccia» al ministero della Cultura. L’indiscrezione ha mandato in fibrillazione i partiti di maggioranza, alcuni dei quali già avevano avanzato parecchi dubbi sulla scelta di Spano come nuovo capo di gabinetto. Subito dopo la nomina, Spano fu bersagliato dalle critiche dei Pro Vita perché in passato aveva finanziato un’associazione Lgbtq+. Il Fatto Quotidiano ha pubblicato poi il contenuto di una chat di Fratelli d’Italia in cui un esponente di partito attacca con insulti omofobi il capo di gabinetto di Giuli. L’autore del messaggio è Fabrizio Busnengo, un coordinatore locale di FdI, che è stato prontamente rimosso dalla chat e si è dimesso dall’incarico.
(da Open)
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Ottobre 23rd, 2024 Riccardo Fucile
SE IL MILIARDO SPUTTANATO IN ALBANIA FOSSE STATO DESTINATO AI PENSIONATI SOCIALI, COSTORO AVREBBERO AVUTO UN AUMENTO DI 50 EURO
Alla fine le pensioni minime aumenteranno solo di 3 euro. La manovra, di cui ora è disponibile
un primo testo, prevede un incremento degli importi del 2,2% nel 2025 e dell’1,3% nel 2026, che dovrebbe portare gli assegni a circa 617 euro dai 614,77 attuali.
Nella giornata di ieri erano circolate alcune indiscrezioni su un possibile ritocco per le pensioni che sarebbero dovute passare da 614 euro a 620, con un aumento di soli 6 euro, ma ora l’incremento è addirittura più basso.
A una settimana dal Consiglio dei ministri che mercoledì scorso ha varato la manovra, un testo è finalmente disponibile. Finora Palazzo Chigi si era limitato a rilasciare un comunicato stampa con una serie di annunci sugli interventi inseriti nella legge, senza però addentrarsi in ulteriori dettagli.
Tutti i vari chiarimenti, dal cuneo fiscale alle pensioni, passando per bonus nascite e contributi delle banche, erano stati rimandati alle disposizioni ufficiali inserite nella legge. Oggi, dopo giorni di attesa, è possibile prendere visione di come, nero su bianco, il governo intende agire in materia di tasse, natalità, imprese e lavoro per il prossimo anno e non solo.
Verosimilmente, il governo cercherà di blindare il testo, sia nei confronti dei partiti di minoranza, già ai blocchi di partenza, sia con le stesse forze di centrodestra.
Il tentativo sarà quello di tirare dritto, fra Montecitorio e Palazzo Madama, per ottenere l’approvazione della legge di bilancio nei tempi previsti, che fissano al 31 dicembre la scadenza per non incorrere nell’esercizio provvisorio.
Cosa dice la bozza della manovra sull’aumento delle pensioni minime
Nel 2025 le pensioni minime aumenteranno dello 2,2% e dell’1,3% nel 2026. Il rialzo si applica sul trattamento minimo prima della maggiorazione, cioè circa 598 euro, a cui va aggiunto l’1% dell’inflazione del 2024, pari a quasi 6 euro.
In sostanza quindi, i 604 euro di trattamento minimo ricalcolato sull’inflazione subiranno un aumento del 2,2%, che dovrebbe portare l’importo dell’assegno minimo a circa 617 euro al mese.
Questo significa che se la misura non dovesse subire ulteriori modifiche, l’incremento per le pensioni minime sarà di appena 3 euro rispetto agli attuali 614,77 euro. Un intervento ben lontano dall’obiettivo più volte annunciato da Antonio Tajani di portare gli assegni a 1000 euro.
Intanto i sindacati sono già infuriati. “Sulla rivalutazione delle pensioni minime direi No comment”, dice Carmelo Barbagallo, segretario generale Uil Pensionati. “Eravamo certi che la rivalutazione sarebbe partita da 614,77 euro, ossia l’importo minimo di 598,61 con l’incremento del 2,7% previsto per il 2024. Sapevamo che si trattava di un incremento transitorio ma tutte le indiscrezioni facevano presagire che sarebbe stato confermato. Non è stato fatto neanche questo, quindi l’aumento per quest’anno sarà di circa 3 euro, 10 centesimi al giorno”
(da Fanpage)
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