Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
I GIUDICI HANNO RINVIATO IL PROVVEDIMENTO ALLA CORTE DI GISTIZIA EUROPEA PERCHE’ RISPONDA A DUE QUESITI… MA SE LA MELONI E NORDIO (CHE CONOSCONO IL FRANCESE) SONO COSI’ SICURI DI AVERE RAGIONE PERCHE’ SI INCAZZANO?
Giorgia Meloni lo aveva detto. Subito dopo l’approvazione del Decreto Paesi Sicuri da parte del Consiglio dei ministri la premier si era detta certa che qualche magistrato avrebbe sollevato delle obiezioni.
E infatti ieri i giudici del tribunale di Bologna hanno deciso di rinviare il provvedimento alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Proprio per chiedere se i criteri con cui sono stati decisi i paesi non siano in contrasto con la sentenza della CgUe del 4 ottobre scorso. E quindi se non sia necessario disapplicarlo.
Ma per qualche tempo il Cpr in Albania non è in pericolo, visto che per la risposta potrebbe volerci anche qualche mese. Ma i giudici potranno in ogni caso continuare a negare i rimpatri. Con tutti i rischi connessi, compresa l’indagine per danno erariale.
Cosa ha deciso il tribunale di Bologna
Il tribunale in composizione collegiale con il suo presidente relatore Marco Gattuso e le toghe a latere Maria Cristina Borgo e Rada Vincenza Scifo hanno deciso per un rinvio pregiudiziale alla Cgue. Con questa formula si definisce la procedura azionabile davanti alla Corte di Giustizia delle Comunità europee da parte di una giurisdizione nazionale, la quale nutra dubbi sull’interpretazione o validità del diritto comunitario in un caso specifico.
Tutto parte da un ricorso del 18 ottobre scorso a nome di un cittadino del Bangladesh. La sua richiesta di protezione internazionale è stata dichiarata manifestamente infondata dalla Commissione Territoriale di Forlì-Cesena proprio a causa del decreto del governo. Il primo quesito è quello che ha fatto arrabbiare Meloni, visto che tira in ballo la Germania di Hitler e il regime fascista italiano.
La Germania di Hitler è un paese sicuro?
Il sistema di protezione internazionale è per sua natura rivolto alle minoranze, scrivono i giudici nel rinvio pregiudiziale. «Si potrebbe dire paradossalmente che la Germania sotto il regime nazista era un paese estremamente sicuro per la stragrande maggioranza della popolazione tedesca», sostengono le toghe. «Fatti salvi gli ebrei, gli omosessuali, gli oppositori politici, le persone di etnia rom ed altri gruppi minoritari, 60 milioni di tedeschi vantavano una condizione di sicurezza invidiabile», aggiungono. E concludono: «Se si dovesse ritenere sicuro un paese quando la sicurezza è garantita alla generalità della popolazione, la nozione giuridica di paese sicuro si potrebbe applicare a tutti i paesi del mondo. E sarebbe dunque una nozione priva di consistenza giuridica».
Il potere del giudice di disapplicare i decreti del governo
Il secondo quesito che da Bologna arriva in Europa è il potere-dovere del giudice di disapplicare i decreti del governo quando questi sono in contrasto con la normativa europea. Che secondo l’esecutivo con il provvedimento sarebbe stata sottratta al sindacato giurisdizionale.
Ma il giudice chiede alla Cgue il “permesso” di disapplicarla «anche nel caso in cui detta designazione venga operata con disposizioni di rango primario, quale la legge ordinaria». Ovvero il decreto di Piantedosi e Meloni.
Il governo ha dato mandato all’Avvocatura di Stato di preparare le controdeduzioni da presentare a Lussemburgo. Mentre la premier è molto arrabbiata. Con «le toghe rosse che remano contro il governo e il paese». Mentre le 25 pagine dell’ordinanza sono «la prova che i giudici cercano strumentalmente lo scontro con il governo».
Lo scontro con la magistratura
La maggioranza di centrodestra attizza la fiamma dello scontro con la magistratura: «Ci attaccano sui migranti per far arenare la riforma della giustizia», è la teoria del complotto messa in giro dalla stessa Meloni. Che oggi, scrive La Stampa, è pronta alla vera battaglia. Che si combatterà nelle aule dei tribunali. Ma anche con l’opinione pubblica. La magistratura politicizzata, le toghe rosse, i nemici giudici del paese. Il ritornello è sempre lo stesso ed è pronto anche stavolta. Ma chissà se funzionerà.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“IN LIGURIA IL CENTROSINISTRA HA STRACCIATO LA VITTORIA”
Matteo Renzi è in Arabia Saudita da Bin Salman. Ma ha ben presente cosa dire dopo la
sconfitta del Campo Largo in Liguria. «Stracciando la nostra lista già firmata da Orlando, il centrosinistra ha stracciato la vittoria. Che follia», sostiene in un’intervista a La Stampa.
Ma nel colloquio con Francesca Schianchi il leader di Italia Viva propone al centrosinistra un contratto in dieci punti per vincere le elezioni e tornare al governo. Perché, spiega, «continuando coi veti, Giorgia Meloni governerà dieci anni. Il veto non è una categoria della politica ma un atteggiamento tardoadolescenziale di chi non ha mai fatto gavetta politica».
Il governo dei marxisti proletari
Il bersaglio è il Movimento 5 Stelle. E Giuseppe Conte, che ne ha dimezzato i voti: «Ancora pontifica? Dovrebbe avere almeno il pudore di riflettere prima di dire queste frasi. Il problema in Liguria è che non c’era un centro. E anche chi mi odia, riconosce a me e Italia Viva quell’identità di centro che è mancata, e che è un valore aggiunto per la coalizione». E sull’ostilità che arriva anche da Verdi e Sinistra replica: «Ci sono solo due alternative: cercare un faticoso compromesso, così come in passato hanno fatto l’Ulivo e poi l’Unione. Oppure continuare a fare le pulci ai potenziali compagni di strada e tenersi la Meloni al governo».
Mentre gli elettori di sinistra «senza di me in coalizione non avranno il governo dei marxisti proletari, ma di Fratelli d’Italia. O fai accordi con noi, o ti sorbisci la coalizione di Vannacci e Salvini».ù
La lealtà
Renzi dice di essere stato leale con il leader M5s: «Guardi che a Conte, prima di farlo cadere, glielo dissi: “O cambi o ti mando a casa”. Sono sempre stato leale, io: le cose le dico in faccia». Poi i calcoli: «C’è un pezzo di elettorato, il 2, il 3, il 4 per cento, che riconosce in me una posizione politica. Nel bene o nel male, io rappresento quel di più che sarà poco ma è decisivo. E non funziona se mi annacquo. Io funziono se non mi sbiadisco». E propone: «Proviamo a fare un accordo su dieci punti di programma. Un contratto alla tedesca, o quello che Prodi chiamava Fabbrica del programma. Si individuano dieci punti e ci impegniamo tutti a realizzarli se andremo al governo».
L’accordo e il codice etico
Renzi sarebbe anche disponibile a firmare un codice etico di coalizione: «La mia trasparenza è totale. Ma a loro non interessa: usano le conferenze come alibi per attaccarmi. Sa che comincio a sospettare che ci sia qualcuno che voglia tenere la Meloni dov’è?». E su un incontro chiarificatore con Conte: «Io dico sui giornali le stesse cose che dico in faccia. Quando lo incontro, Conte è sempre garbato nei toni salvo poi aggredirmi sui giornali. Non ho problemi a parlare con lui come con chiunque altro: purché si parli di politica. Sto per compiere 50 anni: non ho tempo per i piccoli risentimenti». Infine, l’appello a Schlein: «Faccia quel che crede, ma sappia che senza di noi l’anno prossimo in Toscana e Campania la vittoria non la vedono nemmeno col binocolo».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
L’ANALISI DEI FLUSSI ELETTORALI
In Liguria, “data la distanza ridotta tra i due candidati” Andrea Orlando e Marco Bucci, si può dire che l’assenza dal centrosinistra dei rappresentanti di Italia viva,+Europa e altre liste di quell’area politica “è stata determinante”. E lo si può dire “con un buon grado di certezza”, guardando ai numeri.
Salvatore Vassallo, direttore della Fondazione di ricerca Istituto Cattaneo, ha spiegato a Fanpage.it l’analisi dei flussi elettorali pubblicata dall’istituto. E su un punto è stato molto chiaro: “Senza quello spostamento non ci sarebbe stata la vittoria di Bucci”.
Oltre agli effetti dell’esclusione dei ‘centristi’, Vassallo ha parlato anche delle possibili buone notizie per il centrosinistra – la tenuta del Pd, il fatto che la Liguria sia tornata una Regione “contendibile” – e del flop del Movimento 5 stelle, legato soprattutto alla storica tendenza degli elettori M5s a non sostenerlo alle elezioni amministrative.
Per quanto riguarda la vittoria di Bucci, questa è stata resa possibile soprattutto dallo spostamento di ex elettori del centrosinistra, come detto. E anche se Fratelli d’Italia ha registrato un calo, questo sicuramente non è “indizio di una tendenza nazionale”.
Perché l’assenza dei ‘centristi’ ha portato alla sconfitta di Orlando
Il tema è stato ampiamente discusso, a livello politico. Il Movimento 5 stelle, cioè la forza politica che si è imposta perché Italia viva non facesse parte della coalizione, ha rivendicato il contrario: se ci fosse stato il partito di Renzi, l’elettorato M5s sarebbe stato ancora meno spinto ad andare alle urne, e quindi anche la coalizione ne avrebbe sofferto.
Su queste valutazioni politiche, naturalmente, è difficile avere una prova scientifica. Ciò che invece si può dimostrare, ha spiegato Vassallo, è che in questo modo gli elettori che alle europee avevano scelto un partito ‘centrista’ hanno votato in buona parte per Bucci.
Dato che la differenza tra i due candidati è stata di appena 8mila voti, si è trattato di uno spostamento decisivo.
“Emerge in modo abbastanza chiaro dai numeri. In altri casi, trattando di gruppi così piccoli, non si hanno evidenze molto robuste. Ma in questo caso abbiamo effettuato molte verifiche, e ci risulta uno spostamento coerente nella Regione di quella componente dell’elettorato”. Insomma, chi pochi mesi fa aveva votato Azione, o +Europa, o anche Italia viva, tendenzialmente questa volta ha scelto il centrodestra.
Non che sia una novità assoluta: “Abbiamo visto tante volte una maggiore propensione di quell’elettorato a dividersi, nelle tornate amministrative. Qualche flusso verso il centrodestra dagli elettori dell’area liberale ed europeista di centrosinistra, o ‘centrista’ se si preferisce, l’abbiamo rilevato spesso. Ma non in queste dimensioni. Evidentemente la modalità in cui si compone l’offerta, in cui si fanno le alleanze, conta”.
L’impressione, ha detto Vassallo, è che l’effetto sia stato “maggiore di quello che si poteva pensare”, perché tenendo fuori Matteo Renzi “non sono venuti meno solo gli elettori di Italia viva”. C’era una “quota più ampia di quell’area elettorale”, che vale “3-4 punti percentuali, non di più”. Punti che però, in questo caso, sarebbero stati decisivi.
Quali sono le buone notizie per il centrosinistra
Se c’è una buona notizia, per il campo largo, è che il Partito democratico ha retto bene, raggiungendo il 28,5% dei voti (insieme al 5,3% della lista di Orlando). “Come di consueto, l’elettorato del Pd è molto più continuo e stabile nelle varie tornate elettorali”. E anche in questo caso, nonostante l’astensione altissima, “c’è stato pochissimo astensionismo da parte degli elettori del Pd che avevano partecipato alle europee di giugno. Chiaramente qualcosa è venuta meno, ma è come se praticamente tutti fossero andati a votare. Al contrario di quello che è accaduto negli altri partiti”.
Dall’altra parte, invece, chi rivendica che il risultato delle liste a sostegno di Orlando è stato buono nel complesso ha ragione a metà. È vero che la differenza tra le liste di Orlando è quelle di Bucci è stata di appena 2mila voti, ben meno degli 8mila tra i due candidati. Questa è un’altra argomentazione per chi sostiene che non servisse includere Italia viva: non servivano necessariamente più voti a livello di liste, ma al candidato presidente.
Tuttavia, Vassallo ha ricordato che “alle europee le liste dell’area del centrosinistra ‘allargato’ erano arrivate verso il 50% in Liguria e il centrodestra al 44%”. Insomma, “in termini di percentuali di lista, il centrodestra è cresciuto, nonostante le inchieste giudiziarie e i casi mediatici collegati”.
Il paragone è invece molto più positivo “rispetto alle regionali del 2020”. Negli ultimi anni “l’area complessiva del centrosinistra si è consolidata”. E adesso “si può dire che la Liguria è una Regione pienamente contendibile, anche nel nuovo schema bipolare, anche con un centrosinistra che ancora fa più fatica del centrodestra a stare insieme”.
Perché il Movimento 5 stelle è andato così male
Un altro degli aspetti più discussi è il risultato del Movimento 5 stelle: appena il 4,56% dei voti. Le analisi dei flussi elettorali non permettono di individuare che peso abbia avuto la faida tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo: “Verrebbe quasi naturale pensare che abbia influito, ma i numeri non ce lo mostrano”. Quello che emerge sicuramente, però, è una “tendenza ricorrente nell’elettorato del Movimento 5 stelle”.
Infatti, da tempo, alle elezioni amministrative i sostenitori del M5s non si presentano alle urne, oppure scelgono di sostenere un altro schieramento. “Hanno subito un calo simile, facendo le dovute proporzioni, anche in Sardegna. Lì avevano una loro esponente candidata alla presidenza, e non c’era stata nessuna turbolenza interna. Anzi, era un momento in cui sembrava che tutto funzionasse nel M5s: Conte non era ancora in contrasto con Grillo in modo così evidente, era saldamente a capo del partito e aveva anche ottenuto il risultato di vedere scelta la candidata proposta dai 5 stelle”.
In più “Todde era stata brava, la vittoria era stata favorita dalla trasversalità della candidata”. Eppure, nonostante il buon clima nel partito, la qualità della candidatura e tutti gli altri fattori a favore, gli elettori “hanno comunque in parte ceduto all’astensionismo”.
(da Fanpage)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
E’ ORMAI DA UN ANNO CHE GIORGIA MELONI NON TIENE UNA CONFERENZA STAMPA E NON ACCETTA DI RISPONDERE ALLE DOMANDE DEGLI ORGANI DI STAMPA
È ormai già un anno che Giorgia Meloni non tiene una conferenza stampa, cioè non accetta di
rispondere alle domande che gli organi di stampa dovrebbero rivolgerle sull’operato della sua amministrazione. Domande specifiche, cifre alla mano, che consentirebbero agli “italiani” – come lei chiama cittadine e cittadini – di farsi un’idea più precisa su questi due anni del governo più a destra nella storia della Repubblica. Certo, se si torna con la memoria alle conferenze stampa di Draghi, con giornalisti acquiescenti, perfino osannanti, e un premier supertecnico orgoglioso delle proprie politiche neoliberiste di guerra e austerità, ci sarebbe ben poco da rimpiangere. Senonché i video autocelebrativi di Meloni rappresentano una vera e propria svolta, una vetta mai toccata, e cioè la completa dissoluzione della politica nella propaganda.
L’impresa è tanto più semplice visto il nulla di questo governo. Ma il versante propagandistico non è perciò meno pericoloso. Non si tratta solo di alterare numeri, deformare fatti, passare sotto silenzio fiaschi e fallimenti, mentire con eclatanti omissioni. Si tratta piuttosto di schivare il dibattito democratico, eluderlo fino a rimuoverlo, attraverso la narrazione di un “mondo altro”, quello consegnato ai video. Questo fantasmatico “mondo altro”, raccontato da Meloni, e – più o meno maldestramente – dai suoi accoliti di governo, può reggersi solo se viene costantemente ripetuto, secondo le regole della migliore propaganda e se nessun interrogativo dall’esterno viene a incrinarlo. Proprio perché è un mondo fantasmatico, edificato all’interno, nell’intimo parentale, teme di disgregarsi al minimo tocco dell’esterno.
Di qui la frattura senza precedenti nello spazio pubblico, la propensione alla censura, le querele e gli attacchi alle voci critiche. È una isterizzazione mai vista del dibattito. Il che può accadere – occorre sottolinearlo – grazie a quei media, canali televisivi, siti web, organi di stampa, che vanno al di là dell’allineamento. Giornalisti nei panni di grotteschi cani da guardia e di goffi coautori del meloniano “mondo altro”. Così ogni giorno capitalizzano il risentimento, fomentano la paura, attizzano l’odio, negano la realtà, infantilizzano i cittadini. È evidente, a questo proposito, il fenomeno che Jacques Ellul ha definito “partecipazione passiva”: cittadini che non più semplici spettatori, ma un po’ tifosi e un po’ fedeli, pur non intervenendo mai, parteggiano sostenendo, anche a costo del negazionismo più pervicace, quella narrazione fantomatica, come se si trattasse della propria identità.
Per tutti gli altri è difficile difendersi. La propaganda non regge a lungo contro le prove locali. Ben più arduo è contestare cifre spesso indicate senza riferimento, dati senza correlazione. Tutto questo diventa spesso un compito da specialisti, uno studio tecnico da cui i più sono esclusi. Ad esempio, si dichiara che l’occupazione è aumentata, senza chiarire a quali forme di lavoro si rinvia (a ben guardare sempre più precarizzate). Si sostiene che non sono mai stati messi tanti soldi nella sanità pubblica, senza indicare gli investimenti degli anni precedenti o, quasi peggio, senza fare un confronto con gli altri paesi europei.
È prevedibile che a un certo punto deflagrerà il catechismo semplificato e solipsistico di Meloni & C. (questa nuova forma di autoritarismo che aspira a essere totalizzante). E andrà in frantumi il fantasmatico “mondo altro” che ci viene quotidianamente narrato. Non è possibile invece prevedere quale sarà l’entità degli effetti devastanti. Il risveglio sarà brutale e gli “italiani” saranno messi faccia a faccia con il declino economico, politico e culturale della “nazione”. Al giornalismo critico e alle forze di opposizione sta il compito faticoso, e spesso impervio, di decostruire, punto per punto, la propaganda sistematica, la manipolazione intenzionale. Bisogna far emergere continuamente la realtà dove non ci sono misure di contrasto alla povertà, la sanità è stata tagliata, gli aiuti alle famiglie (quelle tradizionali) sono in gran parte simbolici (gli altri, i single sono depennati), mentre l’evasione fiscale è favorita e assecondata. L’occupazione della Rai, gli attacchi alla stampa, le aggressioni e gli insulti a singoli giornalisti (vedi quello rivolto da Corsini a Corrado Formigli), renderanno purtroppo questo compito sempre più ostico. Ma è pur vero che non meno problematico è mantenere l’imbarazzante racconto del favoloso “mondo altro”. Fino a quando? Tanto più che può dirsi fallita la missione, affidata al ministero della Cultura, di organizzare una egemonia, intesa come supporto ideologico e militante per l’autoritarismo spinto del governo Meloni. L’apparenza qualche volta non inganna!
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
CONTE L’HA FATTO APPOSTA A RENDERE PIU’ DIFFICILE LA CORSA DI ORLANDO IN LIGURIA
Figuriamoci se non l’ha fatto apposta, Giuseppe Conte, a rendere più difficile la corsa di Andrea Orlando in Liguria. Chi ha sottovalutato la sua abilità politica in passato ha avuto di che pentirsene.
Non gli dispiacerebbe, prima della fine della legislatura, liberarsi dell’ingombrante partnership con Elly Schlein (più contemporanea e movimentista di lui che l’accusa di essere amica di Renzi).
Un auspicio che troverà orecchie sensibili nel Pd e tra gli opinionisti dei giornaloni che nel frattempo brindano al crollo dei Cinquestelle nella terra del loro fondatore. Afflitta da senescenza, disincanto e una certa assuefazione al malaffare. Quale possa essere il futuro del M5S è in fondo solo un elemento di dettaglio nel magma della società italiana. Il mondo è cambiato. Non avrebbe senso rimuginare la nostalgia dei tempi del vaffa, dieci anni fa, quando alle Regionali liguri i grillini prendevano il 22,3%. Di quella spinta in gran parte si è avvantaggiata la destra xenofoba e antitasse, che ora si camuffa anche da pacifista. Indietro non si tornerà.
Alle Politiche del 2022 divisi il mio voto fra M5S e Pd per protesta contro lo sciagurato veto all’alleanza posto da Enrico Letta. Mal gliene incolse, il M5S non si estinse affatto e intanto la strada per Giorgia Meloni era spalancata.
Oggi però la situazione è capovolta. Ricordo quando Beppe Grillo subodorò nel 2019 che la Lega di Salvini surclassava il Movimento che l’aveva portata al governo e (invano, proprio lui) si concesse in tv a Bruno Vespa. Conte a sua volta dà il benservito a Grillo passando per Vespa. Coincidenza infelice. Ma rompere il fronte alternativo alla destra, lo si vede, destina il M5S a un’ulteriore emorragia: a sinistra e nell’astensionismo.
Il gioco d’interdizione, quando perdi la base sociale, non basta più neanche a un maestro della tattica come Conte.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
IL FIGHETTO LEGHISTA SI SUPERA: “FOMENTA L’IMMIGRAZIONE CLANDESTINA”
Ghali sta riempiendo in questi giorni il Forum di Assago, da dove è partito il suo tour, che
sempre a Milano terminerà il 15 novembre. E ieri sera, al debutto, l’artista ha ribadito con parole e gesti le sue convinzioni su quanto sta accadendo in Medio Oriente. Quella che Israele sta conducendo «non è guerra, ma un genocidio», ha ribadito come già aveva detto all’ultimo Festival di Sanremo poco prima di salire sul palco. E a riprova della sua militanza ha chiuso il concerto cantando “Casa mia” – il successo portato 9 mesi fa alla kermesse – sventolando dal palco una grande bandiera della Palestina.
Spazio al Forum pure per l’impegno a fianco dei migranti, veicolato sia dal palco che nell’atrio del palazzetto, dove sono presenti per volontà dell’artista diversi banchetti per il sostegno a Mediterranea Saving Humans, la ong cui Ghali stesso ha donato una barca per il soccorso in mare, Banya, titolo di uno dei 30 pezzi con cui l’artista si è raccontato sul palco di Assago.
Il vicesegretario della Lega Andrea Crippa in un colloquio con Affaritaliani.it attacca il rapper di origini tunisine: «Proprio non ne sentivamo il bisogno dell’appello all’immigrazione clandestina e illegale del rapper Ghali fatto al Forum di Milano con tanto di bandiera della Palestina, senza alcun rispetto per le vittime civili israeliane del 7 ottobre 2023», si lamenta a voce alta il vice di Matteo Salvini.
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
LA DECISIONE DEL CONSIGLIO DI ISTITUTO: 10 GIORNI DI SOSPENSIONE, LAVORI SOCIALMENTE UTILI A SCUOLA E LETTUTRE OBBLIGATORIE
10 giorni di sospensione, lavori socialmente utili a scuola e una serie di letture obbligatorie: Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino, Il garofano rosso di Elio Vittorini, La ragazza di Bube di Carlo Cassola. Oltre ad ascoltare un intervento di Antonio Scurati su Fascismo e populismo. Sono queste, riporta la Repubblica, le punizioni che i due studenti del liceo Montessori di Roma si sono ritrovati dopo essere stati fotografati in classe mentre facevano il saluto romano davanti a uno striscione della loro lista studentesca, «Riscatto». L’obiettivo delle sanzioni intraprese dalla scuola sono educare e rafforzare la consapevolezza storica dei ragazzi, il quali hanno inizialmente ridotto il gesto a un’azione goliardica e a «un errore».
La vicenda
Uno dei due, però, è stato eletto di recente rappresentante d’istituto: un risultato che ha suscitato forti reazioni tra le altre liste studentesche che contestano l’impossibilità di trasferire il seggio a un’altra lista in caso di dimissioni.
A portare a galla la foto era stata la Rete degli Studenti di Roma che in un post sui social aveva diffuso l’immagine, scrivendo: «Giù la maschera. Liste neofasciste dimettetevi. Le scuole devono essere presidi antifascisti. Pretendiamo che tutte le liste fasciste ritirino la candidatura o si dimettono e che le associazioni fasciste di sciolgano». A condannare ugualmente il gesto era intervenuta anche la direttrice generale dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio, Anna Paola Sabatini. «L’atto di riprodurre simboli che richiamano ideologie di odio e intolleranza è inaccettabile, specialmente quando avviene all’interno di un ambiente educativo», ha dichiarato.
La scuola
«La scuola è un luogo sacro per l’apprendimento e la crescita personale, un luogo dove devono essere promossi i valori di rispetto, inclusione e convivenza pacifica. È particolarmente preoccupante che questo evento sia accaduto, verosimilmente, durante l’orario scolastico. Questo comportamento non solo è contrario ai principi educativi che ci impegniamo a trasmettere ai nostri studenti, ma mina l’immagine della comunità scolastica aderente ai valori della nostra Costituzione».
(da agenzie)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
IN ITALIA SONO TUTTI LIBERI DI INTERCETTARE, SALVO I MAGISTRATI, GLI UNICI CHE POVREBBERO FARLO PER LEGGE
In Italia sono tutti liberi di intercettare, spiare, infiltrare, chiunque. Tranne i magistrati. Cioè
gli unici che avrebbero (condizionale d’obbligo) l’autorizzazione a violare la privacy del cittadino. È la paradossale verità che insegnano le inchieste di Milano e Roma sui dossieraggi. Indagini che, al di là dei reati specifici, rivelano alcuni punti che dovremmo avere tutti ben chiari, ogni volta che si parla di limitare i poteri degli inquirenti in fatto di intercettazioni. Il primo è che senza l’accesso alle informazioni assicurato dalle nuove tecnologie, trojan e captatori, è oggi impossibile condurre alcuna inchiesta. E questo ce lo dimostrano gli spioni di Milano, richiestissimi proprio perché in grado di infiltrare telefonini e pc.
Se, come annunciato dal ministro Carlo Nordio, la maggioranza metterà stretti limiti all’utilizzo di trojan e captatori, di fatto taglierà le gambe agli investigatori, costretti a una guerra impari contro un nemico che invece la tecnologia la usa eccome. Il secondo punto è il tempo: in tutte le indagini, le cyber-spie premettevano ai clienti che per dare risposte alle loro necessità, serviva tempo. Il discorso vale anche per le forze dell’ordine le quali però, “grazie” all’emendamento Zanettin, di tempo per indagare su tangenti, corruzione, bancarotte fraudolente, finanziamenti illeciti (i reati dei colletti bianchi) ne avranno pochissimo. Solo 45 giorni. Poi dovranno fermarsi. Del resto i magistrati non sono mica degli spioni…
(da lanotiziagiornale.it)
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Ottobre 30th, 2024 Riccardo Fucile
LE CATEGORIE DI LAVORATORI A PIU’ ALTO RISCHIO EVASIONE
Chi fa il furbo con la dichiarazione dei redditi? Per la prima volta, con i dati del Centro studi «Itinerari Previdenziali» di Alberto Brambilla relativi alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2023, ci concentriamo sulle categorie di lavoratori a più alto rischio evasione e cerchiamo di capire al loro interno in quanti, in percentuale, è verosimile che non dichiarino il dovuto.
Saperlo ci riguarda tutti perché chi non versa le imposte in base ai propri guadagni reali beneficia di una serie di servizi senza averli pagati e lo fa a nostre spese.
Ogni anno lo Stato sborsa infatti per ogni singolo cittadino 2.223 euro in sanità, 1.322 in istruzione, 2.660 in assistenza sociale (le invalidità civili e di accompagnamento, gli assegni sociali, la maggiorazione sociale delle pensioni e, in generale, quello che va sotto il cappello del welfare). Questi soldi li prende dall’Irpef che ognuno, in base al proprio reddito, versa all’erario. Chi non ha reddito, o ne ha poco, è giustamente sostenuto da tutti gli altri in base all’articolo 53 della Costituzione: «Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività». Ma quelli che nel nostro Paese non contribuiscono o contribuiscono poco sono davvero tutti bisognosi?
Chi paga cosa
Partiamo dall’inizio. Il totale dell’Irpef versata è di 189,4 miliardi. Di questi 46,2, cioè il 24,3% sono versati dal 76% dei contribuenti formato da 31,8 milioni di dipendenti, pensionati e lavoratori autonomi che dichiarano meno di 29 mila euro lordi l’anno e non versano abbastanza neppure per coprire la spesa sanitaria pro capite. I calcoli che supportano questa affermazione tengono conto che i 2.223 euro a testa di spesa sanitaria pro capite devono essere moltiplicati per i 31,8 milioni di cittadini che appartengono alla fascia di reddito sotto i 29 mila euro e poi ancora per un coefficiente di 1,4. Il motivo è che un contribuente corrisponde a 1,4 cittadini, in base al principio che ciascuno ha a carico anche una percentuale della popolazione senza redditi (come i bambini). Nei grafici in pagina è possibile vedere tutti i conti.Altri 23 miliardi, cioè il 12,2% dell’Irpef totale, è versato dai contribuenti che dichiarano tra i 29 e i 35 mila euro all’anno, che sono il 9%. Questi 3,8 milioni di cittadini coprono la spesa sanitaria e quella per l’istruzione, ma non il welfare. I 120 miliardi che restano, vale a dire il 63,2% di tutta l’Irpef, li versano il 15% dei contribuenti, autosufficiente per tutte le spese di sanità, istruzione e welfare. Sono 6,4 milioni così suddivisi: 4,13 milioni da 35 mila a 55 mila euro di reddito; 1,64 milioni da 55 mila a 100 mila e 654 mila oltre i 100 mila.
Il 15% paga per tutti
È possibile che solo il 15% paghi per sé e di fatto per tutti? Guardiamo all’interno delle singole tipologie di contribuenti. Sappiamo che i dipendenti e i pensionati hanno pochi margini di manovra per sfuggire al Fisco. Restano i lavoratori autonomi, e allora approfondiamo. I dati del Centro Studi «Itinerari Previdenziali» di Alberto Brambilla confermano che la sproporzione più marcata tra il numero dei contribuenti e la somma versata in imposte è all’interno di questa tipologia di contribuenti. Parliamo di 2,2 milioni di Partite Iva che versano complessivamente 26 miliardi di Irpef. Sono esclusi gli 1,8 milioni che sono in regime di «flat tax» e già beneficiano di un sistema fiscale agevolato con la tassa piatta al 15%.
Tra questi 2,2 milioni di autonomi, ci sono 1,3 milioni di Partite Iva che dichiarano meno di 29 mila euro e, dunque, versano in tasse solo 2 miliardi, appena l’8% del totale delle tasse degli autonomi. Gli altri 23,9 miliardi sono a carico dei 923.129 autonomi con redditi superiori ai 29 mila euro, che versano il restante 92,05%.
Le Partite Iva a rischio evasione
È dunque logico domandarsi: tra gli 1,3 milioni di autonomi «poveri» sono davvero tutti bisognosi, o c’è chi imbroglia facendo nero? E in quanti imbrogliano? Lo ricostruiamo per le principali categorie guardando i modelli Isa che sono una sorta di pagella (con voto da 1 a 10) sul livello di affidabilità fiscale. Un contribuente viene considerato fiscalmente poco attendibile, e dunque a rischio di evasione fiscale, sotto l’8. E lo sono:
1) il 72% dei ristoratori che dichiarano un reddito medio di 12.800 euro, contro i 39.700 di quelli che hanno un punteggio Isa sopra l’8;
2) il 70% dei meccanici: 20.700 euro contro i 41.100 degli affidabili;
3) il 68% dei panettieri: 13.300 euro contro 31.500;
4) il 66% dei macellai: 11.600 euro contro 23.100;
5) il 65% dei baristi: 11.500 euro contro 28.700;
6) il 60% degli alimentari: 10.700 euro contro 23.900;
7) il 55% dei fioristi: 13.500 euro contro 22.800;
8) il 46% degli estetisti: 9.600 euro contro 23 mila;
9) il 48% dei parrucchieri: 11.900 euro contro 24.500;
10) il 45% dei balneari: 12.500 euro contro 38.100;
11) il 44,8 degli agriturismi: 8.200 euro contro 32.200.
La pagella fiscale
Facendo un esempio: se l’estetista o il ristorante/pizzeria o il commerciante o il meccanico non emette lo scontrino o la ricevuta e acquista senza fattura prodotti per l’estetica, alimenti, ricambi-auto (eccetera), oppure si avvale di collaboratori o dipendenti in nero, avrà verosimilmente un Isa con un punteggio inferiore a 8 perché i ricavi risulteranno più bassi rispetto a quelli di riferimento della propria categoria (in quella determinata zona) e a quelli che in realtà porta a casa svolgendo la propria attività. Ma può succedere anche che qualcuno si ritrovi con un punteggio Isa inferiore a 8 per motivi contingenti, come una perdita di clienti rilevante, problemi di salute o personali; e dunque il punteggio inferiore a 8 non rispecchia correttamente la situazione, ma nella realtà l’estetista o il ristorante/pizzeria o il commerciante o il meccanico ha dichiarato quanto ha realmente incassato senza occultare nulla al Fisco. In tal caso è sufficiente che il contribuente conservi tutte le prove della sua situazione per spiegare in caso di un eventuale controllo dell’Agenzia delle Entrate le ragioni della sua temporanea difficoltà.
A carico anche per la pensione
Chi non paga abbastanza tasse rispetto al suo reale guadagno non versa neppure i relativi contributi previdenziali e sarà, dunque, anche un assistito: tutti gli altri dovranno pagare per lui l’integrazione della pensione. Guarda caso in maggioranza sono soggetti che hanno un rapporto diretto con il consumatore finale che spesso paga in contanti. Versano almeno più tasse, ma non si salva nemmeno il 59% degli elettricisti/idraulici che sotto il punteggio Isa 8 dichiarano 38.100 euro contro i 58.100 degli affidabili fiscalmente e il 50% degli imbianchini: 35.400 contro 52.800. Non ci sono dati attendibili sull’Isa dei tassisti (non hanno un codice Ateco specifico, che è formato da una combinazione alfa numerica che identifica l’attività economica svolta dall’impresa e su cui poi vengono fatti i calcoli dell’Isa). In un precedente Dataroom (qui), però, il reddito dichiarato dai tassisti a Milano al 2019 è risultato di 20.107 euro, a Bologna 14.461, a Roma 15.809 e a Napoli 9.833.
I controlli
Nell’attività di controllo l’Agenzia delle Entrate ha fatto sicuramente passi avanti attraverso l’incrocio delle informazioni dalle differenti banche dati, l’affinamento nella selezione dei soggetti da controllare (anche con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale) e l’incremento esponenziale delle comunicazioni ai contribuenti di invito all’adempimento spontaneo. Ma nella Relazione sul Rendiconto Generale dello Stato 2023, la Corte dei Conti evidenzia: «Il numero di accertamenti ordinari realizzati nel 2023 (oltre 175 mila) risulta in diminuzione rispetto al 2022 (-14 mila accertamenti circa, con una riduzione del 7,5%) e ampiamente inferiore ai risultati pre-pandemia (oltre 267 mila controlli nel 2019)». Sempre per la Corte dei Conti oggi il tasso di controlli è intorno al 4,5% dei contribuenti con partita Iva a cui si applicano gli Isa. Gli uomini per farne di più non ci sono e quei pochi si concentrano, ovviamente, sui grandi evasori tralasciando la miriade di piccoli, la cui somma totale però è alta.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da corriere.it)
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