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LA DUCETTA UBRIACA DI SE’: AD ATREJU PASSA DAGLI OTOLITI AGLI OTTO LITRI, PIENA DI RABBIA PERCHÉ LE COSE NON GIRANO NEL VERSO GIUSTO

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

NON È LA PREMIER DI TUTTI GLI ITALIANI A SALIRE SUL PALCO. È UNA ZELIG CHE HA INDOSSATO LA SUA ULTIMA MASCHERA, QUELLA DEL TRUMPISMO IMPERANTE, DEGLI INSULTI AGLI AVVERSARI POLITICI E ALLA STAMPA, AGLI IMPRENDITORI CHE SI PENSA NON SIANO ALLINEATI… NEL VILLAGGIO DELLE MERAVIGLIE È TUTTO UN GLORIA A GIORGIA CHE RAGGIUNGE DELLE VETTE NORDCOREANE. TUTTI SROTOLANO LA LINGUA

«Esistiamo per smentirvi e stupirvi», dice Giorgia Meloni all’odiata sinistra, ai «gufi», a chi prova ad anteporre i fatti al racconto di un’Italia che corre, che sarebbe finalmente «tornata protagonista in Europa e nel mondo».
Effettivamente stupire, ha stupito. Soprattutto quelli che pensavano si fosse convertita al popolarismo europeo, si fosse moderata, istituzionalizzata. Macchè. Io sono Giorgia e resto Giorgia. Ma nei trecento metri che separano in linea d’aria la vecchia Atreju d’opposizione, abbarbicata a Colle Oppio, dalla nuova Atreju ministeriale, nello spazio immenso del Circo Massimo, si misura tutta la distanza tra ieri e oggi.
E non è solo questione di dimensioni, «l’Atreju di ieri sta a quella di oggi come Meloni sta a Crosetto», scherza la premier. La scanzonata e fascia gioventù che, con ironia, 20 anni fa prendeva in giro se stessa e persino i permalosi leader del centrodestra, quella che applaudiva sportivamente la sinistra sul palco, semplicemente non esiste più.
Ha lasciato il posto a questi giovani invecchiati male, che si sono presi l’Italia ma sono pieni di rabbia perché le cose non girano nel verso giusto – «i centri in Albania funzioneranno, dovessi passarci ogni notte da qui alla fine del governo» -, con un livore che si scarica persino su un signore di 85 anni come Prodi, due volte presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea.
Ecco la nuova Meloni, dopo soli due anni a palazzo Chigi. Con insulti alla leader d’opposizione, dichiaratamente omosessuale, che «fa la battaglia partigiana sui carri allegorici del gay pride». Attacchi al principale sindacato italiano, sul calco dell’argentino Milei, che li vuole sradicare con la motosega. Messaggi minacciosi ai magistrati che si permettono di far rispettare la legge contro la detenzione dei migranti in Albania, «senza pensare alle conseguenze di quelle decisioni totalmente irragionevoli».
Non è la presidente del Consiglio a salire sul palco, non è la premier di tutti gli italiani. È una zelig che ha indossato la sua ultima maschera, quella del trumpismo imperante, degli insulti agli avversari politici e alla stampa, agli imprenditori che si pensa non siano allineati. Una svolta che la rende spregiudicata.
Saluta e manda «un abbraccio affettuoso alla piccola Yasmine, rimasta tenacemente in acqua, unica sopravvissuta al naufragio» del suo barchino. Ma si dimentica che Yasmine è stata salvata per miracolo da una nave di una Ong, uno di quei vascelli che il governo costringe a peripli assurdi della penisola italiana pur di tenerli lontani dall’area di soccorso. È la cattiveria di Trump che vuole andare a caccia di immigrati illegali «casa per casa».
Non conta il merito, i fatti non contano, non contano i risultati. Se la produzione industriale è ferma e il Pil arranca, non merita commento. Meglio rivendicare che «l’Italia per la prima volta nella storia è diventata la quarta nazione esportatrice al mondo».
Nel villaggio delle meraviglie è tutto un Magnificat, un gloria a Giorgia. Il culto della personalità c’era anche prima. Adesso però ha raggiunto delle vette nordcoreane, facendo sbiadire il ricordo delle adunate berlusconiane. Tutti srotolano la lingua, ogni intervento inizia con un grazie Giorgia.
Giorgia che «profuma di popolo», come dice Paolo Del Debbio. «Eccola, eccola è arrivata…Giorgia! Un’emozione…», sospira dal palco il capogruppo Lucio Malan, che nemmeno quando era in Forza Italia: «Dio benedica l’Italia e Giorgia Meloni!». L’effetto è di una comicità involontaria, ma non se ne rendono conto.
(da agenzie)

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MINISTRO QUANTO MI COSTI

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

VOGLIONO L’AUMENTO, MA POTEVANO NON ACCETTARE LA NOMINA SE NON GLI ANDAVA BENE LO STIPENDIO DI 10.000 EURO AL MESE… HANNO PURE UNO STAFF DI 210 DIPENDENTI

Un esercito di 210 persone fra staff a stretto riporto dei ministri, collaboratori esterni e consulenti che costano, nel complesso, oltre 3 milioni di euro.
È questo il conteggio effettuato da La Stampa sulle strutture organizzative degli otto ministri non parlamentari finiti nel mirino a causa dell’emendamento alla manovra destinato ad aumentarne lo stipendio.
All’origine della misura proposta, la volontà di equiparare il trattamento economico – per loro ma anche per un’altra decina fra viceministri e sottosegretari che si trovano nella stessa condizione – a quello oggi più alto dei colleghi che hanno anche uno scranno in Parlamento. Aumento che riconoscerebbe indennità oggi non previste come quelle del rimborso spese per l’esercizio del mandato, per le spese di viaggi e spostamenti, per la telefonia. Scontate le polemiche. Eppure, questi ministri beneficiano di ampie risorse per l’esercizio del loro mandato.
La doverosa premessa è che si tratta di una ricostruzione parziale perché, nonostante l’obbligo di amministrazione trasparente, non tutti i siti dei ministeri rendicontano alla stessa maniera. E dunque, alcuni ministri più solerti potrebbero apparire più faraonici o “spendaccioni” di altri ma non è detto sia così.
Resta il fatto che in testa alla classifica, almeno per numero di assistenti, c’è la ministra del Lavoro e delle Politiche sociali Marina Elvira Calderone: 83 i contratti in essere nell’anno in corso per un totale di spesa pari a 304.725 euro. E questo senza contare tutti i numerosi dipartimenti che afferiscono al suo Ministero.
Segue il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara: 13 gli incarichi a collaboratori estranei all’amministrazione negli uffici di diretta collaborazione del ministro (spesa 365 mila euro), 14 contratti per esperti di particolare professionalità e specializzazione (395 mila euro di costo) a cui si aggiungono quattro tecnici per i progetti legati al Pnrr, quest’ultimi della durata di un anno (in tutto altri 140 mila euro). In definitiva, coadiuvano il ministro a vario titolo 31 professionisti per una spesa di 900 mila euro.
Venendo al ministro della Cultura Alessandro Giuli, subentrato all’ex ministro Gennaro Sangiuliano proprio per una consulenza considerata da taluni discutibile, ha 21 assistenti: nove istituzionali, dieci consiglieri, due per i sottosegretari e una posizione ancora aperta. Totale spesa dei contratti: 792.959 euro.
Più articolata, di contro, la composizione dello staff di Guido Crosetto.
Il ministro della Difesa conta sette incarichi nell’ufficio di gabinetto (428 mila euro di spesa), altri dieci come collaboratori e consulenti per l’esercito, un consulente per le segreterie ai sottosegretari di Stato in corso di definizione. Il costo complessivo dei contratti in essere è di 663.880 euro.
Anche il ministro della Salute Orazio Schillaci ha una macchina organizzativa ramificata: vanta 17 incarichi, due dei quali a esperti del calibro di Guido Rasi (ex capo dell’Agenzia del farmaco europea) e la microbiologa Maria Rita Gismondo. Entrambi hanno avuto un contratto di consulenza come esperti da 36 mila euro ma oggi prestano la propria assistenza a titolo gratuito essendo ormai andati in pensione.
Molto complessa anche la struttura del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. Diciotto i contratti in essere a esterni fra staff, collaboratori, personale per le varie segreterie del Ministero, esperti giuridici, comunicazione e rapporti con la stampa. Spesa totale, in questo caso, pari a 813.542 euro. E anche qui, senza tenere conto di tutti i dipartimenti del dicastero.
Meno il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e la ministra per le Disabilità, Alessandra Locatelli. Sedici gli assistenti a vario titolo del primo, sei i contratti di consulenza esterna della seconda. Per loro, tuttavia, non è possibile ricostruire il trattamento economico di tali incarichi.
In definitiva, il totale arriva a 210 contratti a collaboratori e consulenti in carica per una spesa complessiva di 3.835.089 euro.
(da La Stampa)

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ORA NEL CENTRODESTRA QUASI TUTTI PRENDONO LE DISTANZE DALLA NORMA CHE ALZA DI 7MILA EURO AL MESE GLI STIPENDI A MINISTRI E SOTTOSEGRETARI NON ELETTI IN PARLAMENTO, EPPURE L’EMENDAMENTO ALLA MANOVRA NON È STATO RITIRATO

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

NEL GOVERNO C’È IMBARAZZO: SALVINI SI DEFILA E MELONI FINORA È RIMASTA MUTA… GLI ATTUALI OTTO MINISTRI NON ELETTI IN PARLAMENTO HANNO GIÀ ABBONDANTI RISORSE PER STAFF E CONSULENTI: IN TUTTO UN ESERCITO DI 210 PERSONE CHE COSTA OLTRE 3 MILIONI DI EURO L’ANNO

Bersagliata dalle opposizioni. Disconosciuta da un pezzo di governo e maggioranza. Non ancora rinnegata ma neanche difesa, se non da qualche voce isolata di chi sa che rischia di finire fischiato. Se ancora non è chiaro che fine farà la contestatissima norma per alzare (di circa 7mila euro lordi al mese) gli stipendi a ministri e sottosegretari non eletti in Parlamento, l’emendamento alla Manovra già ribattezzato come il “bonus di Natale” in nome della lotta ai privilegi della “casta”, una cosa è certa: nessuno o quasi sembra più disposto a intestarsi il provvedimento. Non in pubblico, almeno.
Tanto che, fiutata l’aria dello scaricabarile, ora dalle parti dell’esecutivo c’è chi spera in un intervento in prima persona della premier, per fare «chiarezza» con gli elettori. E magari sbrogliare la matassa, rimediando a quello che qualcuno già bolla come un patatrac comunicativo.
Precisando insomma che «non si parla di politici che si svegliano la mattina e decidono di alzarsi lo stipendio. Ma di sancire la spiega chi fuori dai microfoni difende la misura che un ministro un sottosegretario con incarichi anche complessi non dovrebbe guadagnare meno di un parlamentare»
Al netto delle prese di distanza e dei «non so», in ogni caso, l’orientamento che prevale nel governo sull’emendamento firmato da tutti e quattro i relatori di maggioranza (e già depositato) al momento sarebbe quello di andare avanti. Una retromarcia ora, ragionano in maggioranza, avrebbe l’unico effetto di far cantare vittoria alle opposizioni, e forse potrebbe persino peggiorare il cancan mediatico sull’argomento.
Né sembra aver fatto breccia il “lodo Crosetto”, la proposta del ministro della Difesa di approvare ora la modifica (che avrebbe effetti per 8 ministri e 10 sottosegretari, parificando i loro emolumenti a quelli dei colleghi con l’aggiunta dei rimborsi per le “spese per l’esercizio del mandato” e quelli per le spese telefoniche e di viaggio), ma di farla valere solo dal prossimo governo in poi. «Se così fosse bisognerebbe ritirare la norma dalla legge di Bilancio e procedere con un provvedimento di altro tipo. Ma a che pro?», si chiede qualcuno dentro FdI.
L’attacco a testa bassa delle opposizioni è atteso e il fronte del centrosinistra è deciso a cavalcare la polemica. Elly Schlein ha già colpito: «Con una mano aumentano gli stipendi ai ministri, con l’altra bloccano il salario minimo». I 5S annunciano le «barricate» contro la norma, e insieme ad Avs domandano: «Neanche Meloni sapeva?».
Il riferimento è alle parole di Matteo Salvini, che prima di intervenire al congresso della Lega lombarda spiega ai cronisti che sul caso dell’aumento di stipendio per ministri e sottosegretari «non ne sapevo nulla, non ho seguito la vicenda».
(da Il Messaggero)

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LA RABBIA DELL’ATLETA OLIMPIONICA DELLE FIAMME GIALLE DAISY OSAKUE FERMATA NEL NEGOZIO APPLE: “ACCUSATA DI FURTO SOLO PERCHE’ NERA, QUESTO E’ RAZZISMO”

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

“RINGRAZIO I COMMESSI CHE IMBARAZZATI SI SONO SCUSATI”

«Mi dà fastidio, molto fastidio». Si affida ai social Daisy Osakue per denunciare quello che a suo avviso è a tutti gli effetti un episodio di razzismo. La discobola, atleta della nazionale italiana e campionessa olimpica, ha raccontato di essere stata vittima di discriminazione mentre faceva compere in città. «Sono stata fermata a Torino in un negozio Apple. Pensavano stessi rubando, perché nera», spiega Osakue. «C’era tantissima gente – continua – e hanno fermato proprio me, bloccata all’improvviso come se stessi rubando tutto il negozio».
La denuncia social
In un video pubblicato su Instagram, in cui si rivolge ai propri follower, la discobola italiano ripercorre quanto accaduto. «C’era una bella giornata, c’era il sole, e mi serviva un adattatore nuovo perché ho comprato un nuovo cellulare. All’improvviso mi avvicina un ragazzo, ha una pettorina arancione, è uno della sicurezza. E mi dice: “Devi pagare prima di andare via”». Osakue spiega che stava scendendo al piano di sotto e che pagherà in cassa ma l’addetto insiste. «Siamo seri, guardiamoci in faccia – dice a quel punto l’atleta – hai bloccato me e non altra gente. Perché?».
Il «racial profiling»
La discobola arriva anche a estrarre dal portafoglio il tesserino delle Fiamme Gialle e dice al commesso: «Hai bloccato l’unico militare di colore e hai fermato me perché credevi che stessi rubando». Il video di Osakue continua: «Capisco che stava lavorando, la gente ruba e tutto quello che vuoi. Ma il racial profiling resta racial profiling e quando ci sono più persone dimostri che ti basi su preconcetti e non su fatti. Sono stati carini i ragazzi di Apple che si sono scusati».
I precedenti degli anni scorsi
Non è la prima volta che Osakue denuncia di essere stata vittima di discriminazioni. Il precedente più discusso è quello relativo al 2018, quando l’atleta italiana fu colpita a un occhio da un uovo lanciato da tre giovani a bordo di un furgone, che le rivolsero anche alcuni insulti razzisti. «Devi tornartene al tuo Paese», «Non meriti di indossare la maglia azzurra», «Tu non sei italiana», «Sei solo una n**ra di m….», le urlarono gli aggressori.
(da agenzie)

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SALVINI E IL PANICO DA SENTENZA: “SE CONDANNATO UN DANNO AL PAESE”

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

VENERDI’ IL VERDETTO AL PROCESSO OPEN ARMS… IN REALTA’ LA RICHIESTA DI 6 ANNI E’ BASSA, UN SEQUESTRATORE DI PERSONA DOVREBBE ESSERE CONDANNATO A 15 ANNI DI GALERA E ARRESTATO SUBITO, ALTRO CHE FARE IL MARTIRE… SE GOVERNASSE UNA DESTRA VERA SAREBBE IN GALERA DA TEMPO

Incassa il colpo arrivato dal governatore Attilio Fontana e dal neo segretario della Lega lombarda Massimiliano Romeo, che smontano la linea da lui impressa alla Lega e chiedono maggiore attenzione al Nord: «Restiamo uniti, i nemici sono fuori non dentro la Lega», dice. Poi interviene alla festa di Fratelli d’Italia, in collegamento, per lanciare messaggi di affetto alla premier Giorgia Meloni: «Un onore lavorare con lei, ci prenotiamo per il 2032».
Matteo Salvini è insolitamente timido. Ma non riesce a nascondere lo sguardo preoccupato per l’unica cosa che al momento lo inquieta: la sentenza del processo Open Arms attesa venerdì a Palermo. «Fino a oggi c’è stato il dibattimento, ma adesso non vi nascondo che sapere di poter essere condannato a sei anni per aver difeso i confini del Paese mi crea un po’ di agitazione», si lascia scappare dal palco del congresso della Lega lombarda allo Sheraton di San Siro.
Salvini chiede unità al partito assicurando che non si dimetterà in caso di condanna perché “accanto” a lui ha tutta la Lega: «La decisione dei giudici sarà uno spartiacque per l’Italia», dice, agitando lo spettro “dell’invasione di migranti:” «Una condanna anche solo a un mese significherebbe una bocciatura dell’Italia e un messaggio devastante al resto del mondo», dice rilanciando la riforma della giustizia: «Va fatta subito».
Al congresso regionale il leader del Carroccio interviene dopo il j’accuse dei vertici del partito in Lombardia. Il governatore Attilio Fontana punta il dito contro i leghisti di altre regioni che «presentano emendamenti che fanno male al Nord»: «Ecco, questo mi fa arrabbiare, come mi fa arrabbiare sapere di un ex rettore di un ateneo del Sud che al tavolo di confronto con la ministra Anna Maria Bernini propone azioni contro gli atenei della Lombardia». E giù applausi. Poi interviene Romeo, che critica tutta la linea del partito e auspica una Lega lombarda autonoma.
Salvini ribatte ma chiede di stargli vicino: «So che avrò voi al mio fianco nel giorno della sentenza» dice, prima di difendere le sue scelte: «Dal progetto del partito nazionale non torno indietro — aggiunge — perché se facciamo la corrente del Nord nel centrodestra non otterremo mai nulla. Grazie al partito nazionale stiamo arrivando al traguardo storico dell’Autonomia. Anzi, dobbiamo avere l’ambizione di tornare a essere il primo partito del centrodestra».
Unità, vicinanza contro i nemici esterni: i giudici innanzitutto. Questo chiede e invoca il leader: «Le sentenze del Tar contro le precettazioni, il processo a Palermo, i nostri sindaci arrestati e poi prosciolti — continua — siamo sotto attacco». Il Capitano smorza quindi le tensioni, pensando sempre a venerdì. E per questo lancia anche messaggi distensivi alla premier Meloni: «Ringrazio Giorgia, non mi ha mai fatto mancare la solidarietà per la vicenda politica che si conclude a Palermo il 20 dicembre».
(da agenzie)

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LA COSCIENZA DELL’IGNORANZA, NON STUPIAMOCI SE L’ITALIA E’ RIDOTTA COSI’

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

I DATI DELL’OCSE SULLE NOSTRE COMPETENZE COGNITIVE NON DEVONO STUPIRE

Stupefacente lo stupore. Il nostro è un Paese fermo dagli anni Settanta dello scorso millennio (e chi sta fermo arretra) e la sua “intelligenza sociale” avrebbe dovuto invece miracolosamente crescere?
La classe politica non è riuscita a condurre in porto nessuna delle riforme amministrative e istituzionali che tutti ritenevano necessarie dopo la catastrofe Tangentopoli. Il capitalismo italiano, quel capitalismo che, piaccia o no, è intrinsecamente connesso a innovazione, ricerca, sviluppo, si è volatilizzato e ciò che residua abita altrove (si “allena” a Montecarlo, come tutti i nostri campioni sportivi). E malgrado una tale débâcle di classe dirigente qualcuno si augurava di vederci migliorare nella conoscenza della nostra stessa lingua (condizione indispensabile per farne un buon uso) e nella capacità di affrontare se non risolvere i problemi che ci si presentano. Ahimè, quale cieca speranza!
L’importanza della scuola
La prima risorsa da impiegare per risalire le classifiche Ocse (sulla cui natura torneremo) non potrebbe che essere una scuola, un processo formativo capace di produrre una “intelligenza sociale” protagonista delle trasformazioni tecnologiche, economiche, politiche che viviamo nelle forme più accelerate. Soltanto su questa base l’Italia, ma in fondo tutta Europa, potrebbero sperare almeno di non veder crescere il gap che le separa da Stati Uniti come ormai anche da Cina e da altre potenze dell’Est.
Scuola e investimenti pubblici in ricerca e sviluppo hanno rappresentato invece per decenni il fanalino di coda dei nostri bilanci. Non si tratta di un problema finanziario. Soltanto scelte culturali, indirizzi strategici producono assetti formativi che siano a fondamento dello sviluppo complessivo di un Paese. La scuola è l’immagine più veritiera della sua classe dirigente. Da noi dell’assoluta precarietà e confusione in cui versa da decenni. Vecchi modelli gentiliani mescolati a caso con rigurgiti produttivistici, nostalgie reazionarie con pulsioni per una scuola “al servizio” della produzione, ideologismi scuola-lavoro o teoria-prassi con il permanere di pregiudizi nei confronti di seri indirizzi professionalizzanti. Non c’è strategia di classe dirigente, non c’è scuola.
Il calvario degli aspiranti insegnanti
Qualsiasi regime politico che voglia avere una qualche autorità e non solo un provvisorio potere punta sulla propria classe insegnante. Ciò significa riconoscerne economicamente il ruolo e, ancor più, sottolinearne e promuoverne lo status sociale. Proprio ciò che è avvenuto! Insegnanti sottopagati e quotidianamente impegnati non a leggere, studiare, aggiornarsi, ma a espletare impegni amministrativi e burocratici, riempire registri e moduli, produrre riunioni a mezzo di riunioni. Smanie procedurali, sorveglianza e controlli nemici naturali di ogni indirizzo “problem solving” dominano nella vita delle nostre scuole.
In perfetto accordo sulle modalità di assunzione della classe insegnante: un calvario di frustranti passaggi, segnato da esami-test in grado al più di sondare le “informazioni” di cui un soggetto dispone, e improntato al primato del più astratto pedagogismo, del “saper insegnare” piuttosto che alla conoscenza di ciò che si insegna. Stessa centralità ministerial-burocratica vale per l’università. Un’effettiva autonomia didattica è compromessa nelle fondamenta dalla uniformità delle modalità di assunzione e dei programmi da seguire. La riforma delle riforme, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, non si farà mai.
L’università che non funziona
All’assenza di un modello di formazione non si rimedia ingessando ciò che resta del malato, ma mostrando fiducia nelle sue risorse, alimentandone l’autonomia. Chi gira per il Paese sa quante energie esistano nella miriade delle sue associazioni e delle sue fondazioni, che danno vita a miriadi di festival, incontri, convegni culturali. Sono i luoghi di quello scambio di esperienze e conoscenze, di quelle interconnessioni e sinergie tra saperi che nella scuola e soprattutto nell’università dovrebbero approfondirsi, trovare basi solide, arricchire lo specialismo stesso. L’università, come dice il suo stesso nome, non è un armadio pieno di cassettini ognuno dei quali fa per sé, in beata autosufficienza: essa dovrebbe rappresentare l’insieme di discipline che, a partire e sulla base delle proprie specifiche competenze, riconoscono reciprocamente il proprio valore, si interrogano, interagiscono. Tutti i più grandi scienziati hanno sempre affermato come sia anche da un tale humus che nascono le più grandi scoperte. L’assetto delle nostre università funziona all’opposto. Non solo tra disciplina e disciplina, ma all’interno delle stesse, e addirittura all’interno di quelle cosiddette umanistiche, dove da anni assistiamo al più ridicolo “spacchettamento” delle competenze, con la complicità piena, in questo caso, di professori e accademici.
La “dotta ignoranza”
Così cresce l’ignoranza. La peggiore. Quella che l’Ocse ignora per forza, poiché il suo modello di ignoranza nasce da algoritmi dell’Intelligenza Artificiale, ovvero qui è l’I.A, brava, come noto, soprattutto (non esclusivamente) a calcolare, che giudica il livello di quella umana. La peggiore ignoranza – e averne coscienza è stato forse il fattore determinante dello sviluppo della scienza occidentale e della filosofia da cui è nata e con cui si accompagna – è ignorare di ignorare, chiudersi nel proprio specialismo, astrarlo dall’insieme anche contraddittorio dei saperi. Tanto più forte sarà lo specialismo, tanto più efficace, quanto più cosciente dei propri limiti, quanto più “curioso”, cioè attento alle sue relazioni con gli altri.
Questa sapienza di ignorare, questa “dotta ignoranza”, che l’Ocse non può misurare, potrebbe costituire l’idea regolativo di un nuovo modello di formazione, in cui scientifico e umanistico ritrovino, nella distinzione, l’unità originaria. E questa è altresì la sola prospettiva su cui potrebbe fondarsi una futura élite politica europea.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)

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MELONI E QUELL’ELENCO DI NEMICI PER INDEBOLIRE SCHLEIN CHE DIVENTA SEMPRE PIU’ PERICOLOSA

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

LA CLASSE DIRIGENTE DI FDI NON PUO’ PIU’ GALVANIZZARE LA BASE CON LE VECCHIE PAROLE D’ORDINE

Cinquantamila presenze, 73 ore di dibattiti con 527 interventi, 415 volontari, oltre mille giornalisti accreditati da tutto il mondo e una domanda rimasta in sospeso fino all’ultimo: dopo la pax meloniana con l’Europa di Ursula von der Leyen, la tregua con Emmanuel Macron impantanato nei guai suoi, il recupero del feeling con Donald Trump, sappiamo chi sono i nuovi e vecchi amici della destra italiana, ma chi le è rimasto come nemico?
Le cifre di Atreju 2024 sono un buon punto di partenza per spiegare il problema. Segnano un indubbio successo ma anche una insidiosa differenza col passato. Ieri la difficoltà era trovare ospiti e pubblico, respingere le accuse di autoritarismo o addirittura di fascismo, limitare gli scivoloni dei neofiti del potere.
Oggi il guaio è diventato respingere l’assalto ai panel e misurarsi con un consenso fin troppo ossequioso. Alla festa volevano esserci tutti, e tutti in posizione di massima visibilità, e alla fine tutti ci sono stati nell’inevitabile atto di omaggio a chi comanda, gestisce, nomina, e persino quelli dell’altra parte – Giuseppe Conte, Enrico Letta, Carlo Calenda – hanno usato l’occasione più per lanciare messaggi alla loro area che per offrire il petto al fuoco del nemico.
Pure certe posizioni esagerate sono diventate tabù. Giorgia Meloni ha scelto l’Europa, ha messo un fedelissimo alla vicepresidenza della Commissione, ha pronunciato un fatidico sì al nuovo governo dell’Unione, e insomma: la sua classe dirigente non può più galvanizzare la base con le vecchie parole d’ordine contro gli euroburocrati, la misurazione delle zucchine, gli amici di Soros, gli immigrazionisti e i loro piani di sostituzione etnica.
Ogni singolo dibattito si è dovuto piegare alla logica della responsabilità e della continenza. Persino il round ultra-conflittuale sui famosi valori non negoziabili tra Alessandra Majorino del M5S, la moderatrice Bianca Berlinguer e Massimo Gandolfini del Family day, si è concluso all’insegna di un pacioso “ogni opinione è lecita, noi ascoltiamo tutti”.
La Atreju dello scorso anno, Castel Sant’Angelo, era stata la festa dei nuovi innamorati della destra governativa, Elon Musk, Rishi Sunak ed Edi Rama, e ancora qualche nemico c’era perché Meloni restava ferma al bivio tra militanza euroscettica e riconciliazione con l’Unione: le suggestioni del partito di trincea restavano vive, possibili, evocabili dai palchi. In questa Atreju 2024 ogni nodo è stato sciolto, ogni decisione presa, tutto rende evidente che continuerà così per un bel pezzo, e insomma: come rianimare lo spirito combattente dei bei tempi, come tenere in armi un partito diventato enorme dove ognuno ha ormai uno spicchio di potere e connessi doveri d’ufficio? Chi è il nemico ora che si è fatta pace con l’Europa, si dialoga con la grande impresa, si governa la Rai, si ottiene audience e attenzione equilibrata anche dai famosi “giornaloni” e persino le detestate Ong alzano bandiera bianca sul Mediterraneo?
Beh, come al solito ha dovuto pensarci Meloni. Dopo 73 ore di dibattiti e 527 interventi davanti a cinquantamila ospiti, 415 volontari e oltre mille giornalisti accreditati da tutto il mondo, la presidente del Consiglio ha offerto alla platea un lungo elenco di obbiettivi polemici. Elly Schlein non le basta (o forse preferisce non farla svettare come volto principale dell’opposizione), Conte gli ha fatto la cortesia di partecipare al gioco della festa, Matteo Renzi vai a vedere, magari torna utile. E allora meglio i vecchi Voldemort dei bei tempi dell’opposizione, il sindacato (Maurizio Landini) che proclama scioperi solo per aiutare la sinistra, lo scrittore-simbolo dell’intellighenzia progressista (Roberto Saviano) e pure, assolutamente a sorpresa, Romano Prodi: il nome giusto per chiamare il ruggito del popolo di Atreju che lo detesta da sempre e ha ancora con la convinzione che nel 2006 abbia rubato la vittoria al centrodestra di Silvio Berlusconi.
Si faranno molte dietrologie su quell’elenco offerto ai fischi della platea, e già c’è chi attribuisce alla premier un qualche tremore per il ritorno in campo del Professore o addirittura doti di preveggenza per aver capito che “Romano rimane l’avversario più attrezzato del centrodestra” (lo dice Gianfranco Rotondi, deputato FdI). Qui si avanzerà un dubbio opposto, e cioè che Schlein cominci a diventare figura preoccupante e dovendo scegliersi un nemico la premier ritenga più utile intruppare il suo nome in una red list più prevedibile e datata, la lista del “sempre gli stessi” contro cui la destra ha già vinto, e dunque: standing ovation, applausi, boati, sipario, anche stavolta è andata
(da La Stampa)

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CHI PAGHERA’ LA PENSIONE AI MILLENIAL?

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

ISTAT: IN ITALIA UN BIMBO OGNI SEI OVER 65

Un bambino fino a 5 anni di età ogni 6 ultrasessantacinquenni. E’ quanto emerge dal report Istat sulla popolazione residente in Italia relativo all’anno 2023. Per ogni bimbo si contano 5,8 anziani a livello nazionale (erano 5,6 nel 2022, 3,8 nel 2011). L’età media della popolazione è pari a 46,6 anni (48 anni per le donne e 45,2 anni per gli uomini), in ulteriore crescita rispetto al 2022 (+0,2), portando così ancora avanti il processo di invecchiamento. La Campania, con un’età media di 44,2 anni continua a essere la regione più ‘giovane.
Dai dati dell’Istat risulta che rispetto all’anno precedente la quota relativa all’età 0-14 anni scende dal 12,4% al 12,2%. Stabile al 63,5%, invece, la quota di persone 15-64enni, mentre gli ultrasessantacinquenni salgono dal 24% al 24,3%. L’invecchiamento della popolazione accomuna tutte le realtà del territorio, sebbene si osservi una certa variabilità nei livelli e nella velocità del processo.
La Campania, con un’età media di 44,2 anni (era 43,9 nel 2022), continua a essere la regione più ‘giovane’, anche se negli anni si osserva un costante aumento del livello di invecchiamento. La Liguria, con un’età media di 49,5 anni rimane stabile ai livelli dell’anno precedente, confermandosi tuttavia quale regione più ‘anziana’. Platì, in provincia di Reggio Calabria, è il comune più ‘giovane’ di Italia, con un’età media di 37,2 anni (era 37,0 nel 2022), mentre Drenchia (provincia di Udine), un Comune con appena 98 abitanti, è quello con l’età media più alta, pari a 65 anni (era 64,8 nel 2022).
La popolazione in Italia è in lieve calo. E’ quanto emerge dal report Istat relativo all’anno 2023. Al 31 dicembre la popolazione è di 58.971.230 persone. Rispetto alla stessa data del 2022 è inferiore di 25.971 persone con una riduzione dello 0,4 per mille. In termini relativi il calo maggiore si riscontra al Sud (-3,7 per mille) e nelle Isole (-3,8 per mille). Perde popolazione anche il Centro (-1 per mille) mentre al Nord-ovest (+2,3 per mille) e al Nord-est (+2 per mille). Gli stranieri censiti come residenti salgono a 5.253.658 (+21,8) e la loro incidenza sul totale della popolazione residente cresce all’8,9% (8,7% nel 2022).
A livello regionale, si legge nel rapporto, il quadro complessivo presenta variazioni negative della popolazione in tutte le regioni del Mezzogiorno (con un picco del -8,1 per mille in Basilicata) e in tutte quelle del Centro (-3,9 per mille in Umbria). Al contrario, nel Nord, con l’eccezione della sola Valle d’Aosta (-2,1 per mille), la popolazione cresce ovunque, con un massimo del +6,3 per mille nella Provincia autonoma di Bolzano. A giustificare la modesta flessione della popolazione nazionale e la crescita riscontrata in quella residente al Nord – viene sottolineato – concorre la componente straniera. Gli stranieri censiti come residenti, infatti, salgono a 5.253.658 al 31 dicembre 2023 (+21,8 per mille rispetto al 2022) e la loro incidenza sul totale della popolazione residente cresce all’8,9% (8,7% nel 2022). Nel 2023 il 57,8% dei 7.900 Comuni italiani (4.568 Comuni) perde popolazione rispetto all’anno precedente (nel 2022 la quota era pari al 61,3%). Il calo interessa soprattutto i comuni fino a 5mila abitanti che registrano una variazione negativa nel 60,8% dei casi.
(da agenzie)

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ELON MUSK HA INVESTITO 277 MILIONI DI DOLLARI NELL’ELEZIONE DI TRUMP, ORA E’ PIU’ RICCO DI 200 MILIARDI

Dicembre 16th, 2024 Riccardo Fucile

IL WASHINGTON POST FA I CONTI: IL PATRIMONIO DELL’AFFARISTA BENEFICERA’ DELLA DEREGULATION PROMESSA DA TRUMP

Il patrimonio netto di Elon Musk continua a crescere. Stando al Washington Post è aumentato di 200 miliardi di dollari nel 2024. Un incremento esorbitante se si contano i 277 milioni investiti dallo stesso imprenditore nelle presidenziali Usa di novembre a sostegno di Donald Trump. L’elezione del repubblicano ha fatto schizzare le azioni di Tesla a Wall Street.
Venerdì scorso – scrive il giornale americano, che cita il Bloomberg Billionaires Index – la fortuna di Musk ha toccato i 440 miliardi di dollari. L’impero del patron di X è destinato a beneficiare dalla promessa deregulation del presidente-eletto visto che le fortune di Tesla sono strettamente legate alla regolamentazione federale. Il futuro del colosso delle auto elettriche è infatti dipendente dallo sviluppo della guida autonoma, per la quale non c’è ancora un sistema di regole chiaro. E Trump potrebbe agevolare la scrittura di norme che avvantaggino Musk.
(da agenzie)

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