Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
“PORRO IN PUGLIA? CHI GLIELO FA FARE DI LASCIARE MILANO PER ANDARSENE A BARI? IO PIUTTOSTO MI SPAREREI NEI COGLIONI” … IL FORZISTA GIORGIO MULÈ: “PORRO MI SENTIREI DI ESCLUDERLO: CON QUELLO CHE GUADAGNA, E HA AVUTO ANCHE UN AUMENTO, NON CREDO PROPRIO VOGLIA DI INFILARSI IN UN’IMPRESA DEL GENERE”
Avanza la destra dei giornalisti. Anzi, la destra del Giornale. Il direttore Alessandro
Sallusti candidato a Milano e il vice Nicola Porro alla Regione Puglia sono una suggestione cresciuta sotto Natale.
La prima ipotesi gira con più insistenza ed è deflagrata dopo un’intervista al Foglio di Vittorio Feltri, che di Sallusti è un po’ il doppelgänger nei quotidiani di destra. Feltri non è affatto persuaso dall’ipotetica candidatura: “Come preparazione sul piano amministrativo siamo a zero, sia detto naturalmente senza alcuna ostilità verso Sallusti”.
Vedrebbe meglio Melania Rizzoli, “donna preparatissima sia come medico sia come politico, e ha esperienza come assessore alla Regione Lombardia”. Al Fatto, Vittorio conferma il ragionamento, ma aggiunge gli sviluppi privati della vicenda: “Non l’ho detto per parlar male di Sallusti, invece lui s’è offeso moltissimo, dopo l’intervista mi ha mandato dei messaggi tremendi”.
La spigolatura personale è un indizio: se Sallusti si è risentito per la “stroncatura” del collega, evidentemente l’idea di fare il sindaco di Milano sta cominciando a cullarla davvero.
L’altra ipotesi – Porro alla Regione Puglia – nasce da una seconda intervista al Foglio di Adriana Poli Bortone, ex sindaca di Lecce e madre nobile della destra post-missina meridionale. Per lei Porro “è uomo di azione” e poi “come conduttore è dentro alle questioni sociali”. In fondo “la politica la conosce”, sostiene Poli Bortone, perché fece da portaborse ad Antonio Martino, ex ministro degli Esteri del primo governo Berlusconi nel 1994.
Feltri sul tema risponde con i suoi celebri francesismi: “Fare il sindaco o il presidente di Regione è una gran rottura di palle. E poi, chi lo dovrebbe votare? E chi glielo fa fare di lasciare Milano per andarsene a Bari? Io piuttosto mi sparerei nei coglioni”. Definitivo.
Giorgio Mulè risponde ai boatos con una risata e una battuta (meno salace): “Sallusti a Milano, Porro in Puglia, poi mettiamo anche Paolo Del Debbio alla presidenza della Repubblica e Mario Giordano al ministero dell’Interno”.
Quindi si fa serio: “Sono voci reali, girano davvero, ma per ora è prematuro. Porro mi sentirei di escluderlo: con quello che guadagna, e ha avuto anche un aumento, non credo proprio voglia di infilarsi in un’impresa del genere. L’ipotesi Sallusti mi sembra più credibile, valuterà lui”.
Del Debbio coltiva più di un dubbio: “Fare il sindaco o il presidente di Regione è il lavoro più difficile in politica. Loro sono persone intelligenti, conoscono la macchina, ma non hanno esperienza. Se la sentono davvero? In tal caso, in bocca al lupo”.
(da il Fatto quotidiano)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
“IL FOGLIO”: “MENTRE MELONI CELEBRA LA SUA SPECIAL RELATIONSHIP LUI A MUSK GLIELE CANTA E GLIELE SUONA” … “COME LE VERE ICONE DI SUCCESSO È SEMPRE IDENTICO A SÉ STESSO. NON CAMBIA PETTINATURA, NON CAMBIA ABBIGLIAMENTO, MAI VISTO SENZA CRAVATTA O CAMICIA INEVITABILMENTE BIANCA”
Mancano pochi giorni al classico discorso di Capodanno, ma nel marasma dell’anno di disgrazia 2024, con guerre e sconquassi e nuovi leader che sembrano cattivi di James Bond, Sergio Mattarella rimane una certezza.
Qui non si fanno classifiche né si potrebbe limitarsi a nominarlo l’uomo dell’anno, perché Mattarella è almeno l’uomo del settennio (doppio). Anche mentre si rapporta coi cattivi di James Bond. Una delle dialettiche più gustose è quella proprio con Elon Musk. Mentre noi tutti stiamo alla finestra per capire cosa combinerà il tesliano, mentre Meloni celebra la sua special relationship con il tesliano, Mattarella al tesliano gliele canta e gliele suona.
“L’Italia sa badare a sé stessa nel rispetto della sua Costituzione e nessuno dall’estero può impartirle prescrizioni” ha detto Mattarella dopo i tweet di Musk in cui questi suggeriva che i giudici rei di aver bloccato il piano albanese di Meloni “devono andarsene”.
Il rapporto con la Silicon Valley di Mattarella del resto è sempre stato molto dialettico, direbbe un quirinalista. Ci ricordiamo quando andò in visita di stato a San Francisco, visita che svela anche un aspetto non secondario del mattarellismo: noi c’eravamo e ci raccontarono di quando Mattarella dovette incontrare – in mezzo a un bosco di querce – Gavin Newsom, il governatore della California.
Il protocollo californiano aveva chiesto un dress code “informale”, il Quirinale aveva detto “benissimo”, il governatore della California si presentò quindi in smanicato centogrammi, e Mattarella invece in giacca e cravatta e col soprabito blu scuro di Cenci. Perché qui entriamo in un’altra dimensione, non meno importante, del mattarellismo, quella estetica: Mattarella come le vere icone di successo è sempre identico a sé stesso.
Non cambia pettinatura. Né tantomeno si fa crescere la barba, non indossa uniformi militari, non cambia abbigliamento. Mai visto senza cravatta o camicia inevitabilmente bianca. Mattarella poi negli anni si è pure ammorbidito e sorride di più. Sorride quando Riccardo Muti sbrocca allo squillo di un telefono cellulare dirigendo il concerto al Senato.
Sorride nell’instancabile attività di globetrotter, sorride e non protesta sotto la pioggia battente alle Olimpiadi di Parigi, a 83 anni, forza fisica e miracolo biologico (chiunque altro anche con metà dei suoi anni il giorno dopo avrebbe la febbre alta) . Sorriderà probabilmente anche alle accuse di essere un rettiliano.
C’è infine chi vorrebbe Mattarella capo oscuro dell’opposizione, della vera sinistra (un magnifico paradosso, visto che la creatura Mattarella, umana o rettiliana, fu “inventata” da Matteo Renzi, il più inviso alla sinistra-sinistra, il più impuro, insomma rettiliano pure lui, chissà che pupilla).
Ma la teoria più verosimile è quella che vorrebbe Mattarella inviso soprattutto alla premier Giorgia Meloni. Del resto qualcuno si ricorda ancora i video di una Meloni ruspante all’opposizione che chiedeva la messa in stato d’accusa del presidente per alto tradimento, per aver troppo seguito “interessi stranieri” (sic), quando mise il veto su Paolo Savona ministro dell’Economia.
Ovviamente il rapporto tra i due dà molto da pensare e si presta a gustosi retroscena anche se si è molto istituzionalizzato da quando Meloni è al governo. Proprio l’anno che va terminando si era aperto assai poco dolcemente, con un attacco della premier che a febbraio aveva deciso di criticare Mattarella pur senza evocarlo, dopo il pestaggio degli studenti di Pisa da parte delle forze dell’ordine.
Se il presidente della Repubblica aveva chiamato al telefono il capo della Polizia per essere informato di quanto avvenuto, Meloni aveva un po’ scoattato (“Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra”) facendo prevedere l’apertura di un conflitto istituzionale tra Palazzo Chigi e Quirinale senza precedenti.
C’è chi vorrebbe Mattarella come una specie di fratello maggiore di Schlein, soprattutto chi vorrebbe che non firmasse certe leggi. Insomma Mattarella ogni giorno si sveglia e sa che deve correre più veloce di qualcuno che gli chiede di non firmare qualcosa. Secondo qualcuno ci sarebbe un sistema infallibile per giudicare se Mattarella abbia o no gradito una legge: il tempo che ci mette a promulgarla.
La firma del presidente infatti deve arrivare entro 30 giorni dall’approvazione di una legge o decreto. Più tardi arriva, peggiore è direbbero i giovani la sua “vibe”. Il promulgometro calcolato sul tempo di firma vuole che non gradite sarebbero la maternità surrogata reato universale; il decreto Albania; l’autonomia differenziata. Ma andando indietro anche il decreto anti-rave, primo atto del Governo, tutti firmati last minute.
A tutti questi retroscena Mattarella ha risposto, naturalmente non a brutto muso, ma in mattarellese. Con una pacata esternazione. [Nel caso di Mattarella la risposta [venne durante l’incontro coi vertici della Casagit-
Alla mutua dei giornalisti ex lussuosa Mattarella ha fatto il seguente ripassino di storia: “Qualche volta ho l’impressione che qualcuno pensi ancora allo Statuto albertino in cui, come è noto, veniva affidata la funzione legislativa congiuntamente alle due Camere e al re”, ha detto il presidente. “Vorrei cogliere l’occasione, approfittando e rivolgendomi ai tanti presenti che sono anche nella veste insopprimibile di giornalisti” (insopprimibile anche per la mutua), per far notare che “quando il presidente della Repubblica promulga una legge, non fa propria la legge, non la condivide, fa semplicemente il suo dovere”.
Insomma il Presidente della Repubblica ha voluto chiarire di non essere Elly Schlein, ma neanche Zerocalcare, né Ghali, insomma non un testimonial della sinistra né di un partito in generale. Diciamo Ghali non a caso però. Il momento più grave, per gli antimattarellisti, si ebbe proprio su un palco musicale; lo schiacciamento di Mattarella a sinistra è avvenuto a Sanremo, quando per la prima volta un capo dello stato presenziò al Festival della canzone italiana.
E insomma era derivata l’ospitata di Mattarella al Sanremo più schleiniano, più genderizzato, più ztlizzato, quello insomma del 2023, anzi ventiventitré come si dice in sanremese.
Quello coi monologhi delle femmine dolenti, quello della concione del maschio democratico Roberto Benigni sulla Costituzione nella prima serata, quello del bacio tra Fedez e Rosa Chemical nell’ultima, quello del “sentiti libera” di Chiara Ferragni, di cui ricordiamo anche il celebre selfie proprio con Mattarella, la figlia Laura, “Ama” e Gianni Morandi (dopo la “foto di Vasto”, quella di Sanremo per una nuova piattaforma democratica).
Era l’anno in cui Sanremo era l’Atreju del Pd, e il fatto che Mattarella andasse a presenziare pareva un chiaro segnale. I retroscena sostenevano che la sua presenza fosse un messaggio contro la riforma presidenzialista di Meloni; che fosse un messaggio contro la riforma della autonomia differenziata. Alla fine probabilmente Mattarella aveva solo voglia di andarci (certo adesso per par condicio andrà al festival melonizzato di Carlo Conti, con Tony Effe?).
Mattarella è rockstar tranquilla. Non è un trapper. Anche se a volte mette a segno delle mosse diaboliche, come allo scadere del suo primo e, si pensava, unico mandato. Sapendo egli che quando si vuole fortissimamente una cosa, specialmente in politica, si deve concentrare ogni energia nel celare il desiderio, anzi smentirlo, negarlo, a parole e soprattutto a fatti (risultato di un’educazione gesuitica di prima classe), si trovava a concorrere con un altro formidabile alunno di gesuiti, Mario Draghi (venuto su al liceo Massimo).
Quando Draghi, interrogato sulle proprie mire sul Quirinale, ammise che sì, gli avrebbe fatto piacere, si capì che era perduto. Mentre quell’altro non solo smentiva, non solo faceva postare al suo portavoce foto eloquenti di un trasloco, ma veniva miracolosamente paparazzato in visita a un fantomatico appartamento a Roma, dove avrebbe preso residenza disceso finalmente dal Colle (Colle di cui non discese mai). Ecco, il trasloco e la visita immobiliare tranquillizzarono tutti, e sappiamo come andò a finire (evidenza della superiorità del gesuitismo siculo rispetto al gesuitismo romano). Peraltro ha studiato dai gesuiti anche Donald Trump: vuoi vedere che in un minuto Mattarella scippa a Meloni pure l’Arancione suo amico? Auguri per un 2025 cordiale e collaborativo
(da “il Foglio”)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
ASSOLTO IN PRIMO GRADO NON VUOL DIRE ESSERE INNOCENTE E TANTO MENO UN MARTIRE DELLA CAUSA… SI PUO’ SEMPRE TROVARE IN APPELLO UN GIUDICE CHE APPLICHI LA LEGGE E NON EMETTA SENTENZE COMPIACENTI ALLA POLITICA
Da quando è stato assolto nel processo Open Arms, il vicepremier Matteo Salvini ha
più volte lasciato intendere che non gli dispiacerebbe tornare al Viminale. Invece di rassicurare l’attuale titolare del ministero dell’Interno, il leader della Lega si è detto interessato a questa possibilità. Della quale avrebbe parlato direttamente con la premier Giorgia Meloni. Ma dagli alleati non vi è nessuna intenzione di cedere a questa richiesta, o forse solo suggestione. Per non toccare gli equilibri interni alla maggioranza. E scongiurare un rimpasto che rischierebbe di toccare i nervi dei tre alleati di governo. Perché l’incastro tra forze di centrodestra, ministri e sottosegretari, è stato frutto di prolungate trattative tra i partiti. Una partita che né Forza Italia né Fratelli d’Italia hanno intenzione di riaprire. Considerato anche che da gennaio bisogna già pensare al mini-rimpasto forzato per sostituire tre sottosegretari dimissionari: Augusta Montaruli all’Università, Vittorio Sgarbi alla Cultura e Galeazzo Bignami alle Infrastrutture. Per due alleati su tre basta questo appuntamento per puntellare i rapporti di forza, senza ulteriori pressioni o frizioni. Per il terzo però può essere l’occasione per chiedere qualcosa in più per il proprio partito.
Tajani: Nessun rimpasto, Salvini pensi al Ponte sullo Stretto
Fuori dal Senato, sabato 28 dicembre, Salvini ha ribadito la sua intenzione di parlare con Piantedosi e Meloni per capire se ci sono margini per un suo ritorno al Viminale. «Al ministero dell’Interno c’è un ministro, Matteo Piantedosi, che sta lavorando benissimo, Salvini mi pare che abbia un altro lavoro», commenta a microfoni spenti Antonio Tajani al Fatto Quotidiano, «è il ministro delle Infrastrutture e sul suo tavolo ha dossier molto importanti e impegnativi. Salvini si dovrà occupare di iniziare a costruire il Ponte sullo Stretto: già questo mi sembra un compito parecchio impegnativo e sarebbe già molto importante». Il ministro degli Esteri, leader di Forza Italia e vicepremier, è categorico: non ci sarà un rimpasto. «Di solito si fa quando le cose non funzionano e questo governo invece sta facendo benissimo, sta lavorando alla grande: al momento non c’è bisogno di cambiare niente», spiega ancora.
Parole condivise anche da Fratelli d’Italia. «Parlare si può parlare di tutto, ma oggi non si profilano le condizioni, mancano proprio i presupposti per procedere a un rimpasto», ha detto al Corriere della Sera il presidente del gruppo FdI alla Camera Bignami, «Salvini esprime una legittima ambizione. È stato assolto e può giustamente rivendicare di aver agito da ministro dell’Interno nel rispetto delle leggi. Anche noi siamo ben lieti di quella assoluzione, sulla quale avevamo pochi dubbi. Ma la squadra di governo si rivede se ci sono i presupposti. E non ci sono. Invece la stabilità che nessun altro esecutivo in Europa può vantare, va protetta». E aggiunge: «Quelli tra Fitto e Foti e tra Sangiuliano e Giuli sono stati avvicendamenti. Ma se si coinvolgessero ministero dell’Interno e ministero delle Infrastrutture si tratterebbe di un rimpasto di fatto. Si bloccherebbe l’attività di due dicasteri centrali per due mesi».
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
“I SUOI REPORTAGE NON GIUSTIFICANO L’ARRESTO. CIÒ CHE HA PUBBLICATO (IL FATTO CHE PER LE STRADE DI TEHERAN VI SIANO SEMPRE PIÙ DONNE SENZA CHADOR) LO RIPORTANO ANCHE I GIORNALI IRANIANI. È UN DATO DI FATTO, NON VI È NULLA DI SOVVERSIVO”
Saeed Azimi è un giovane e talentuoso giornalista iraniano. Lavora come corrispondente per France24 ed è molto ben inserito a Teheran. Il 14 dicembre ha incontrato Cecilia Sala in un ristorante della capitale iraniana, una cena tra colleghi per scambiarsi idee e contatti: è stato l’unico giornalista a vederla, cinque giorni prima del suo arresto.
«Mi ha detto che voleva lavorare sulle donne e chiedere interviste a esponenti dell’Asse della resistenza. Cecilia conosce bene le regole del lavoro qui in Iran, e non le ha violate», ci racconta da Teheran.
Dove vi siete incontrati?
«In un ristorante a Tehran nord, per cena. Non eravamo soli, c’era anche la traduttrice che le era stata fornita dall’agenzia Ivan Shahar. È rimasta con noi per tutto il tempo, parlava inglese, non italiano. Tutti i giornalisti di media stranieri che non hanno un ufficio di rappresentanza a Teheran devono ottenere il visto giornalistico per lavorare in Iran e appoggiarsi ad agenzie di comunicazione locale che forniscono traduttori e collaborazione per la copertura sul campo. È la procedura standard che Cecilia ha seguito».
Su cosa stava lavorando?
«Sulla condizione delle donne, sul tema del velo, ma voleva anche fare un reportage sull’economia. Aveva fatto richieste di interviste a esponenti dell’Asse della resistenza e le avevo suggerito di contattare una persona che lavora nell’ufficio di Hamas qui a Teheran e che ha già rilasciato interviste ad altri media, ma non credo avesse ancora risposto. Aveva anche chiesto interviste a diplomatici e funzionari di governo, insomma stava facendo un normale lavoro giornalistico».
Le ha manifestato preoccupazioni o paure?
«No, non mi ha detto che fosse preoccupata o che avesse notato qualcosa di insolito, di strano. Niente. Cecilia sapeva quali sono le regole del lavoro qui e si comportava di conseguenza per avere la possibilità di tornare. Non ha violato le regole, che io sappia».
Indossava il velo quando l’ha incontrata?
«Si, e lo aggiustava se le cadeva. Sa bene che il velo è obbligatorio in Iran».
Da quanto vi conoscete?
«Dal 2022, da quando ha cominciato a coprire l’Ucraina. Nel 2023 la intervistai per l’ Iran daily , un quotidiano governativo. Ha insistito molto per venire in Iran e ha seguito le procedure, era convinta che non ci fossero minacce. Credo di essere l’unico giornalista iraniano che ha incontrato a Teheran».
Pensa che ci sia un nesso tra il fermo di Cecilia e l’arresto di un cittadino iraniano Mohammad Abedini Najafabadi a Malpensa?
«So che ci sono contatti in corso tra le autorità italiane e iraniane per risolvere questa questione, spero che Cecilia venga rilasciata il prima possibile».
(da La Repubblica)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL COMPAGNO DI SALA, IL COLLEGA DANIELE RAINERI, ESPERTO DI MEDIO ORIENTE E PIÙ VOLTE INVIATO IN ZONE DI GUERRA, POSTA UNA FOTO DI CECILIA CON UN CAGNOLINO: “APPENA SARÀ POSSIBILE, SAPRÀ DI TUTTO QUESTO AFFETTO” … IN IRAN LA NOTIZIA VIENE NASCOSTA DALLA PROPAGANDA DI REGIME
Decimo giorno di cella d’isolamento a Teheran. Non sappiamo se Cecilia Sala abbia un
orologio con sé, oppure un libro o un foglio e una penna con cui scrivere. Magari appuntare pensieri e sensazioni di questi giorni assurdi, senza libertà, in uno dei carceri più famosi e famigerati al mondo, quello di Evin.
Solo attesa, preoccupazione e speranza di rivederla al più presto. «Ringrazio tutti per l’attenzione che stanno avendo nei confronti di Cecilia», ha detto all’ Ansa Renato Sala, il padre. I genitori sono a casa, angosciati, ma fiduciosi di riabbracciare la figlia
Per ora non se la sentono di raccontare questi giorni difficili e preferiscono mantenere la linea della riservatezza, anche per evitare di interferire con la diplomazia italiana che da oltre una settimana lavora per trovare una soluzione.
Stessa scelta la fa il compagno della giornalista, il collega Daniele Raineri del Post , anche lui reporter di Esteri. Anche lui amante del mondo e delle sue storie. Ieri, su Instagram, Raineri ha condiviso una foto di Sala che stringe tra le braccia un cucciolo di cane: «Arrivano moltissimi messaggi di solidarietà indirizzati a Cecilia. Appena sarà possibile, saprà di tutto questo affetto».
Intanto, dall’Iran ci dicono che i media statali non parlano molto di questo arresto, lo fanno i giornali iraniani con sede all’estero che ci chiamano e ci chiedono che cosa sta succedendo.
Ci scrive anche Nasrin Sotoudeh, un’avvocata, una delle attiviste iraniane più conosciute che ha passato due anni dentro Evin con l’accusa di aver difeso i e le dissidenti: «Raccontatemi chi è Cecilia Sala. Voglio sapere come sta. Riesce a parlare con qualcuno? Sono molto dispiaciuta per quello che sta vivendo, diteglielo da parte mia».
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LE SPESE ALLA SANITÀ SCENDONO ALLA SOGLIA MINIMA DI SOPRAVVIVENZA. E GLI INCENTIVI A CHI NON PAGA LE TASSE, TRA CONCORDATO E CONDONI, ALLARGANO L’INGIUSTIZIA SOCIALE RISPETTO AI LAVORATORI DIPENDENTI, GLI UNICI CHE PAGANO LE TASSE
L’economia italiana è in stagnazione, in un quadro internazionale difficilissimo: l’andamento del Pil si rivela (molto) peggiore del previsto e la produzione industriale è ferma da quasi due anni; con ogni probabilità, il 2025 sarà ancora più critico, per i nuovi dazi dell’amministrazione Trump.
In questo contesto, il governo ha preso la strada opposta a quella di cui avremmo bisogno. Invece di investire, decide di tagliare il welfare e i servizi pubblici, gli aiuti alle imprese e i fondi per la transizione energetica: lasciando i cittadini ancora più in difficoltà e il sistema produttivo senza una direzione e una prospettiva di rilancio. Invece di tutelare il lavoro, lo precarizza ulteriormente, facendo aumentare la povertà lavorativa. Invece di spingere gli imprenditori a crescere e a innovare, ne favorisce gli antichi mali con condoni fiscali e persistenti favori alla piccola dimensione.
C’erano alternative? Si dirà, le regole europee sono queste: il ritorno dell’austerità. Si deve però ribadire che queste regole così penalizzanti sono il frutto (anche) degli errori del governo Meloni quando ha negoziato il nuovo patto di stabilità. […] In realtà, anche con queste regole europee si poteva fare ben altro.
Intanto sul fronte delle spese: mentre il fondo per la sanità scenderà nei prossimi anni sotto il 6 per cento del Pil, soglia considerata minima per la sopravvivenza di un sistema universale, e mentre già 4,5 milioni di italiani non ce la fanno più a curarsi e vedono quindi negato un diritto universale, risaltano gli 1,5 miliardi aggiuntivi destinati in manovra al Ponte sullo Stretto, un’opera mastodontica, incerta e al momento inutile, così come le centinaia di milioni destinati ai centri di detenzione dei migranti in Albania (e lo spreco è il problema minore, in questo caso, rispetto ai diritti umani)
E poi sul fronte delle entrate. L’Italia è uno dei paesi con le più alte disuguaglianze dell’Unione: e per il 5 per cento più ricco della popolazione l’aliquota media diminuisce, addirittura, in virtù delle detrazioni e delle numerose flat tax (sugli affitti, sui redditi da capitale) di cui gode. Occorre ristabilire la progressività per questo 5 per cento privilegiato.
Occorre poi eliminare il regime forfettario per gli autonomi, che la destra ha ulteriormente esteso e che, oltre a fornire gli incentivi sbagliati (all’evasione e alla piccola dimensione), crea un’insopportabile ingiustizia rispetto ai lavoratori dipendenti […]. Quanto alla lotta all’evasione (in calo, ma pur sempre stimata a circa 80 miliardi), anche qui il governo ha scelto la strada opposta, con i condoni e anche con segnali inequivocabili come gli attacchi contro l’Agenzia delle Entrate. Le decine di miliardi che servono alla sanità, alla scuola, ai servizi pubblici, alle politiche industriale e alla transizione energetica sono qui. Altro che tagli!
Lo svilimento e la precarizzazione del lavoro sono parte del quadro.
Con il collegato Lavoro di dicembre, ad esempio, il governo ha introdotto la possibilità di utilizzare senza limiti e vincoli i contratti in somministrazione e i contratti stagionali; in aggiunta, nel 2023 aveva già liberalizzato i contratti a termine, le occupazioni intermittenti e i voucher. Ecco perché la povertà aumenta, nonostante l’espansione dell’occupazione di cui il governo si vanta tanto (ma attenzione: le ore di lavoro per occupato diminuiscono).
Nell’insieme, le scelte del governodelineano una «strategia» precisa: fatta da un lato di piccolo cabotaggio e misure spot, di favori ai gruppi amici; dall’altro, di rinuncia alle politiche industriali e per l’ambiente e di abbandono del pubblico.
(da Domani)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’ACCORDO CON CHIARA FERRAGNI PER EVITARE IL PROCESSO… E IL LAVORO DELLE PROCURE LO PAGANO I CITTADINI
Come il Fatto aveva anticipato pochi giorni fa, il Codacons e Chiara Ferragni hanno
raggiunto un accordo che consente alla influencer cremonese di evitare il probabile processo per truffa aggravata. L’associazione in difesa dei consumatori riceverà un risarcimento da destinare a chi, tra gli acquirenti del Pandoro, aveva denunciato Ferragni.
Ferragni devolverà poi ulteriori 200 mila euro a favore di un ente scelto d’intesa con Codacons. Quest’ultimo ritirerà le querele che con ogni probabilità, a gennaio, sarebbero costate il rinvio a giudizio per Ferragni. Insomma, il paradosso è che si tratta di un accordo di indubbio vantaggio per Codacons e Ferragni, ma è da vedere quanto lo sia per le vere vittime di questa vicenda: i consumatori. L’associazione di Carlo Rienzi infatti, come accaduto con Fedez per altre questioni, aveva scomodato la legge. Nel caso del Pandoro era stato depositato un esposto in 104 procure e presso i comandi regionali della Guardia di Finanza. Dopo la donazione di 1 milione da parte di Ferragni all’Ospedale Regina Margherita, ormai un anno fa, Codacons aveva rilasciato il seguente comunicato: “Da Chiara Ferragni arrivano oggi vergognose lacrime di coccodrillo per ripulire la sua immagine pubblica dopo la multa dell’Antitrust sul caso Balocco. Non scuse e mai più beneficenza da chi finge di pentirsi e tenta di ricattare i giudici con promesse di donazioni finalizzate a ottenere una riduzione della sanzione Antitrust”. Neanche un anno dopo, con estrema coerenza, Codacons accetta i risarcimenti, una donazione e ritira le querele. Querele costate quasi un anno di indagini alla procura di Milano, impegnando uffici e dipendenti pubblici che, a quanto pare, hanno lavorato inutilmente.
Rienzi e Ferragni si occuperanno insieme di temi sociali e l’impegno del Codacons sul tema violenza contro le donne “si concluderà con un importante evento nazionale cui parteciperà anche la stessa Chiara Ferragni”.
Insomma, come era accaduto con Fedez, Rienzi dà il via a una raffica di denunce e di comunicati stampa roboanti, per poi trovare accordi extragiudiziali e utilizzare la visibilità dei Ferragnez per eventi pubblici (indimenticabile quello a Taranto per l’Ilva con Fedez e Rienzi in posa, indossando t-shirt spiritose).
Morale: la Ferragni di turno risolve (legittimamente) le sue beghe legali pagando, Rienzi ottiene soldi per l’associazione e un sacco di pubblicità (facendosi anche risarcire le spese legali) e i famosi cittadini, quelli che il Codacons dovrebbe tutelare, pagano il lavoro delle procure.
Trovandole spesso intasate, quando ne hanno bisogno, grazie a chi le scomoda per nulla. Bisognerà fondare un’associazione che ci difenda dal Codacons, prima o poi.
Selvaggia Lucarelli
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
L’USO DEI MELONIANI DI QUERELARE I GIORNALISTI IN SEDE CIVILE PER FARE UN PO’ DI SOLDINI
L’arroganza, di solito, nei potenti si accompagna alla debolezza. O meglio: alla consapevolezza dell’impotenza. Chiaro esempio di ciò, l’uso di Meloni e dei suoi sottoposti di querelare (in sede civile, per fare un po’ di soldini) giornalisti e scrittori critici (non certo una caratteristica dei – si fa per dire – post-fascisti: questo giornale si sta ancora difendendo da decine di querele intentate dal Renzi senatore o presidente del Consiglio).
Ma c’è una speciale suscettibilità del potente quando viene colto in fallo nella sua cattiva coscienza: l’altro giorno il ministro della Guerra Crosetto, dopo aver postato su X una foto delle sue vacanze in montagna (“Finalmente a casa”), s’è visto rispondere da un signore: “Sarebbe opportuno che pensasse anche a chi, grazie alle vostre armi, una casa non l’ha più, una famiglia non l’ha più. Quando chiedete più tasse, usatele per fare del bene e non distruggere il SSN”. Impeccabile.
Praticamente un editoriale, senza un insulto, oggettivo, informato. Crosetto, con grande senso delle istituzioni, risponde così all’utente, che non è un troll e si firma con nome e cognome: “Non so se lei sia più infame o ignorante. Ciò detto anche una persona squallida come lei merita di passare un Buon Natale: auguri”.
A un altro, ugualmente civilissimo, dà dello “sfigato” e del rosicone, sottintendendo che lui, il riccone, è in vacanza sui monti mentre il poveretto sbava davanti alle foto delle vacanze di lorsignori; a un altro dice di stare “a cuccia”.
È infame il dissenso, in questa cosiddetta democrazia. Non è infame, invece, che almeno 130 giornalisti (secondo Reporters Sans Frontières) siano stati uccisi dall’esercito israeliano perché raccontavano la verità; che 4 neonati a Gaza siano morti di freddo a Natale; che i complici occidentali di Netanyahu presenti alla riapertura di Notre-Dame trasformata in un centro commerciale continuino a foraggiare materialmente e a sostenere moralmente il genocidio dei palestinesi (piano con le parole: i sionisti messianici potrebbero offendersi, mentre sparano in testa ai bambini), buffonata ipocrita che di cristiano non aveva nulla se non la scocca kitsch e alla quale infatti Papa Francesco ha rifiutato di presenziare.
I complici degli aguzzini si adontano e danno di matto, esibendosi in insulti da bulli da bar, se persino un comune e civile cittadino li mette a nudo nella loro miseria.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
STANZIATI 6 MILIONI PER NAPOLI, OLTRE 4 PER LA VAL D’AOSTA E 1 A BRESCIA
Dalla Valle d’Aosta alla Sicilia, dalla provincia di Trento alla Calabria, nella manovra
non esistono limiti geografici. Una mancetta è ovunque. Il testo definitivo della Legge di Bilancio, approvato ieri al Senato con l’ennesimo voto di fiducia, è una carrellata di pensierini natalizi rivolti a enti vicini al governo o a territori molto cari ai parlamentari della maggioranza.
Certo, ci sono le misure più note, come il bonus bebè (mille euro per ogni nato nel 2025) e quello per gli elettrodomestici, il taglio al cuneo fiscale reso strutturale, l’introduzione (con vari paletti) dell’Ires premiale e il bonus ristrutturazioni al 50 per cento per le prime case. Ma dietro si scorge il resto.
Per Giorgia Meloni la manovra è comunque «un passo in avanti», mentre per la leader del Pd, Elly Schlein, «è senza respiro» perché «scarica tutti i sacrifici sulle spalle di chi fa più fatica».
Agli atti resta un provvedimento Frankenstein, che ha creato un ulteriore effetto collaterale: la crescita dei malumori nella stessa maggioranza. Peraltro, appena chiuso un capitolo se n’è aperto un altro.
Il leader della Lega, Matteo Salvini, continua ad accarezzare il sogno-Viminale. «Il ministro dell’Interno l’ho fatto e, penso, discretamente. L’assoluzione toglie le scuse, soprattutto alla sinistra che diceva “Salvini non può occuparsi di immigrazione perché sotto processo”. Adesso c’è Piantedosi e ha tutta la mia stima. Ne parleremo con Meloni», ha rilanciato, nonostante poche ore prima il sottosegretario, Giovanbattista Fazzolari, avesse chiuso all’eventualità: «Il rimpasto non è e non sarà sul tavolo». Né ora né mai.
Più mance per tutti
Ma se queste sono voci e ambizioni, la manovra consegna mancette reali per tutti i gusti. Cozzando con gli auspici di austerità del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, che aveva parlato di una legge di Bilancio a favore di operai e pescatori.
A Napoli arrivano 6 milioni di euro, attraverso il ministero degli Esteri, per celebrare i 2.500 anni dalla fondazione della città, mentre a Brescia viene destinato un milione di euro per il 2025 e un altro milione totale per il biennio successivo per non meglio specificati «interventi infrastrutturali» (su richiesta del deputato di Azione, Fabrizio Benzoni, con l’avallo della destra).
Non sono gli unici soldi ricavati tra le pieghe delle casse statali. C’è infatti la norma che fa felici i parlamentari valdostani con lo stanziamento di 4 milioni e mezzo di euro, spalmati sul prossimo triennio, per la «valorizzazione degli ambiti montani» in Valle d’Aosta. Un apposito fondo da 750mila euro (tra il 2025 e il 2026) è stato, poi, previsto per garantire un po’ di risorse alla provincia autonoma di Trento. Potranno essere spese su vari capitoli, dalla sicurezza al patrimonio artistico.
Calabria e Sicilia brindano a ripetizione. A Reggio Calabria arrivano 4 milioni di euro in totale per il progetto Campus universitario del Mediterraneo, altri 3,8 milioni sono a disposizioni per alcuni lavori da svolgere nella Vallata del Gallico, nella provincia reggina, più un paio di milioni da distribuire per interventi minori tra Calabria e Sicilia. Alla regione isolana, guidata da Renato Schifani, è garantita poi una facoltà di assunzione semplificata negli enti.
Ma non ci sono solo gli enti locali a ricevere leggi e denari. L’Agenzia della Dogane ha beneficiato di una norma ad hoc, predisposta da Fratelli d’Italia, per l’assunzione di altre 105 unità con procedure concorsuali anche in deroga. L’obiettivo è nobile: il «rafforzamento dell’azione di contrasto alle frodi in settori di rilevante interesse strategico nazionale». Può gioire il direttore dell’Agenzia, Roberto Alesse, che a palazzo Chigi può vantare buoni uffici, da ex socio di Gaetano Caputi, capo di gabinetto di Meloni.
Altri 6 milioni di euro, invece, sono stati elargiti per il Crea, ente di ricerca agroalimentare, presieduto da Andrea Rocchi, considerato molto vicino al ministro della Salute, Orazio Schillaci. Un pensiero è andato anche ad alcuni commissari straordinari, figura che sarà istituita per il rilancio dei territori di Brindisi e Civitavecchia, prima interessati dalla presenza di una centrale nucleare.
Il commissario riceverà 80mila euro all’anno. Altri 70mila euro sono messi a disposizione per la remunerazione del commissario nazionale brucellosi, Nicola D’Alterio, mentre il commissario per la realizzazione dell’intervento Livorno- Caserma Tuscania, Massimo Sessa, avrà un plafond da 250mila euro per ricorrere a esperti e consulenti.
Per non farsi mancare niente ci sono altre risorse che fioccano, un po’ la diga di Campolattaro (Benevento), altri per il Gran tour della Magna Grecia, corsa ciclista nuova di zecca ideata per il Mezzogiorno, altri ancora (10 milioni di euro) sono già messi in conto per i Giochi giovanili invernali Dolomiti Valtellina del 2028.
Parlamento senza voce
Il bazar della manovra, quindi, ha ufficialmente chiuso i battenti con l’ultima coda polemica regalata dal leader di Italia viva, Matteo Renzi, durante il suo intervento in aula: «La norma ad personam contro di me è illiberale», ha detto rivolgendosi – tra gli altri – a Giorgetti.
Ed è diventato un must da social lo scontro con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, reo di non aver tenuto il silenzio in aula: «Camerata La Russa, rispetti le opposizioni». Insomma, un po’ di show teatrale nel piatto insipido della manovra, archiviata con l’ennesimo schiaffo al parlamento: palazzo Madama non ha toccato palla sul provvedimento che per definizione è il più importante dell’anno. «Se alla democrazia parlamentare si toglie la legge di Bilancio, la democrazia parlamentare non c’è più», ha sottolineato il capogruppo del Pd al Senato. Francesco Boccia.
Addirittura, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha ammesso che qualcosa non è andata per il verso giusto: «È vero che gli emendamenti del governo sono arrivati il 13 dicembre», salvo poi rivendicare: «Abbiamo fatto un po’ meglio degli altri governi». Resta da immaginare cosa possa intendere per fare peggio.
(da editorialedomani.it)
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