Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“LA SUA MASSIMA COMPETENZA NON È SOLO LA LOGISTICA MILITARE E CIVILE DI CUI CONFESSA DI ESSERE INNAMORATO. LO APPASSIONA PURE LA MUSICA DELLA CARRIERA” … GIORGIA MELONI ORA SPEDISCE L’ALPINO NEL CONO D’OMBRA DEI SERVIZI, NON CAPO, MA VICECAPO
Dietro le medaglie, l’uomo. Dietro l’uomo, l’alpino. Dietro l’alpino, il patriota. Dietro il patriota, l’intera nazione. E dietro l’intera nazione, anche al netto di qualche fregatura, finalmente di nuovo l’uomo.
Al secolo Francesco Paolo Figliuolo, con il dittongo, la penna, la tromba, il moschetto, detto Il Generalissimo Multitasking, un metro quadrato di decorazioni sul petto, compresa la stella cometa e secondo Maurizio Crozza, massimo esperto di facce e comportamenti dei nostri migliori campioni, anche la bottoniera con l’interfono per le emergenze che quando suona l’allarme lui, il generale, è sempre pronto, anzi prontissimo. Parola d’ordine strillata: “Fuoco a tutte le polveri!”.
Dall’Afghanistan al Kosovo ha comandato contingenti per conto della Nato. Dal Kosovo al Covid ha governato la somministrazione dei vaccini per conto di Mario Draghi. Dal Covid alle alluvioni in Emilia Romagna ha sovrinteso gli aiuti a singhiozzo per conto di Giorgia Meloni.
Mentre da domani si prepara a misurarsi di nuovo sull’intero scacchiere internazionale per difendere la Patria, spiare i malvagi del terrorismo internazionale, misurare i vantaggi e gli svantaggi delle guerre in corso, esplorare i labirinti e le opportunità di quelle future, nei nuovi panni di vice comandante dei Servizi segreti esteri. Suo viatico preferito: “Sono abituato a vincere”.
La sua massima competenza non è solo la logistica militare e civile di cui confessa di essere innamorato: “Mi piace moltissimo, la trovo romantica ”. Lo appassiona pure la musica della carriera, visto che si fa trovare sempre sull’attenti e pronto alla nomina.
Compresa la più clamorosa, quella di commissario speciale per gli aiuti all’Emilia-Romagna dopo la catastrofica alluvione del maggio 2023, 17 vittime, 36 mila sfollati, 100 comuni coinvolti, una stima da 10 miliardi di euro di danni.
Giorgia Meloni – che passeggiò con Ursula von der Leyen tra gli sfollati, coadiuvata da una dozzina di telecamere – era tanto addolorata da quel paesaggio di vite finite nel fango, che impiegò quaranta giorni per scegliere un commissario straordinario. Quaranta giorni e quaranta notti, purché non fosse Stefano Bonaccini, Visto che c’erano le amministrative in ballo. E dal cilindro del sommo cinismo venne fuori la penna sull’attenti dell’alpino.
Figliuolo sorvolò. Misurò. Allestì tende e conferenze stampa. Promise. Inciampò. Si eclissò. Coprì il governo che intanto stanziava trenta milioni di spiccioli dopo averne promessi milletrecento. Tutto rallentò di mese in mese. La sua “macchina rombante”, “la macchina che tutto il mondo ci invidia”, si ingolfò. Passato un intero anno, il generalissimo si risvegliò. Trasalì.
Tentò una ingegnosa manovra diversiva dettando una lettera a sé stesso, ma astutamente indirizzata ai sottoposti, intimando loro di attuare con “somma urgenza” gli “interventi ancora incompleti” da “finalizzare in modo pieno e rigoroso”.
A completare il pasticcio vennero le elezioni regionali, novembre 2024. Perse dalla destra, vinte dall’erede di Bonaccini, Michele De Pascale. Da qui la ritirata strategica di Meloni, coperta dai fumogeni della propaganda, che per parlare d’altro, ora spedisce l’alpino con il record di medaglie e nastrini nel cono d’ombra dei Servizi, non capo, ma vicecapo, bye bye. Ci dirà il futuro se per sempre o cosa.
In quanto al passato è storia già stampata per i posteri quella di Francesco Paolo Figliuolo, nella autobiografia accarezzata a quattro mani in compagnia di Beppe Severgnini, 304 pagine incoronate dal titolo Un italiano, che risulta la più sorprendente tra le molte rivelazioni che contiene.
Scopriamo, per esempio, che Figliuolo ama la pace, si considera un buon padre di famiglia, “un patriota”, “un uomo generoso”, “religioso”, “affettuoso”. “Vanitoso”, ma con giudizio. “Impulsivo”, ma senza portare rancore. “Severo, ma non crudele”. Insomma un capolavoro nato a Potenza nell’anno 1961.
Studente sveglio e volenteroso. Allievo dell’Accademia militare di Modena, nutrito con “lo spirito di corpo” e “l’attaccamento alla nazione”. Innamorato della penna sul cappello: “Essere alpino non è una professione, ma una scelta identitaria”.
Diventa generale di divisione in ambito Nato, fino all’incarico di Comandante logistico dell’Esercito italiano. È in quella operosa trincea che lo pesca Mario Draghi, dicembre 2021, in piena pandemia Covid 19, per sostituire Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza durante il governo Conte .
Salito al volante della nazione, Figliuolo promette: “Vaccineremo tutti, vaccineremo chi passa”, siamo “una macchina rombante” che corre verso il traguardo della immunità di gregge.
Salvo accorgersi, in corso d’opera, che le varianti del virus hanno imboccato altre strade, altri svincoli destinati a moltiplicarsi. Ma intanto, grazie a “una certa considerazione che ho di me stesso”, si dichiara vincitore: “Ho contribuito a vaccinare una grande democrazia”. Frase che letta due volte non vuol dire nulla, ma alla terza vale una medaglia sul petto, se ci fosse posto.
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“IL DISCORSO DOVREBBE INCARDINARSI SU QUESTE DUE PAROLE: ASTENSIONISMO E PARTECIPAZIONE”… IL PRESIDENTE CHIEDERÀ PIÙ PARTECIPAZIONE ALLE SCELTE COLLETTIVE E RICORDERÀ CHE LA DEMOCRAZIA NON VIVE SE VIENE SVUOTATA DA DENTRO. E SE I CITTADINI FUGGIRANNO DALLA POLITICA A VINCERE SARANNO QUEI POTERI ECONOMICI CHE CONTROLLANO LE NUOVE TECNOLOGIE
Astensionismo e partecipazione. Dovrebbe incardinarsi su queste due parole di segno
opposto la parte più politica del messaggio che Sergio Mattarella rivolgerà agli italiani domani sera, in un appello che — sintetizzato così — fa quasi pensare a uno scongiuro istituzionale.
Ciò che capita sempre più spesso nel nostro Paese, dove l’astensionismo alle urne cresce con un ritmo che è l’esatto contrario della partecipazione in drastico calo dei cittadini alla cosa pubblica. Una tendenza che bisognerà rovesciare.
Ecco il senso della preoccupazione del presidente della Repubblica, che già l’anno scorso aveva invitato tutti a non esprimersi soltanto attraverso i sondaggi o i social, ma appunto «votando, per definire concretamente la strada da percorrere insieme». È l’unico modo per rinsaldare le democrazie in sofferenza, ha ripetuto pochi giorni fa, denunciando il timore che possa allargarsi «la tentazione di un progressivo svuotamento del potere pubblico»
Alludeva al contesto internazionale, cui nessuno può comunque dirsi estraneo. Stavolta non sarà altrettanto crudo e ansiogeno, limitandosi a un discorso piano e semplice. Come lo si potrebbe fare chiacchierando in famiglia per un quarto d’ora (questo il timing previsto).
La sua riflessione partirà dalle paure e dalle attese della gente comune, in ansia anche per le guerre che stanno destabilizzando l’atlante geopolitico mondiale . Poi, concentrandosi sui problemi di casa nostra, Mattarella toccherà i temi della sicurezza nel lavoro, dell’occupazione, del precariato, dei giovani, dei femminicidi. Tuttavia, non si fermerà a questi drammi sociali. Anche se ci troviamo di fronte a prospettive non facili, il presidente dovrebbe distribuire alcune «note di ottimismo». Così come gli saranno ispirate dalla sua formazione culturale e di cattolico, pronto a celebrare il Giubileo (al quale farà un cenno).
(da agenzie)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
DAL 2010 SONO ALMENO 66 GLI STRANIERI FINITI IN MANETTE E USATI COME MONETA DI SCAMBIO DAL REGIME PER OTTENERE IL RILASCIO DI PRIGIONIERI: IL PRIMO CASO NEL 1979, QUANDO 52 DIPLOMATICI AMERICANI RIMASERO SOTTO SEQUESTRO PER 444 GIORNI… LO STESSO FANNO CINA, RUSSIA, TURCHIA E COREA DEL NORD
La chiamano “diplomazia degli ostaggi”, con una definizione che ingentilisce quel che in realtà spesso nasconde: sequestri di Stato. La praticano tutti i regimi, Cina, Russia, Turchia, Nord Corea, ma nessuno come la Repubblica islamica dell’Iran l’ha resa una consolidata strategia di politica estera, la risposta asimmetrica a sanzioni, isolamento diplomatico e indagini internazionali.
Non per caso a Teheran ogni anno si celebra la prima presa d’ostaggi avvenuta in piena Rivoluzione iraniana, come a considerarla uno degli atti fondativi: il 4 novembre 1979 un gruppo di studenti occupò l’ambasciata americana dopo l’ordine dell’ayatollah Khomeini di colpire gli interessi del “Grande Satana” e 52 diplomatici americani rimasero sotto sequestro per 444 giorni. Fu il primo, eclatante, episodio: ne sono seguiti molti altri.
Cittadini stranieri, o con doppio passaporto, possono essere giornalisti, operatori umanitari, ricercatori, sostanzialmente chiunque, arrestati con un pretesto qualsiasi (Cecilia Sala è stata prelevata nel suo hotel senza neppure una contestazione formale) e poi accusati di spionaggio o di tramare per il rovesciamento del governo in carica.
Gli elementi di prova sono inesistenti, irrilevanti o costruiti ad hoc, comunque utili ai diplomatici della teocrazia per giocarseli in negoziati segreti e ottenere ora il rimpatrio di soggetti incriminati dai tribunali occidentali, ora vantaggi in trattative economiche o militari. Dal 2010 ad oggi, secondo le associazioni dei diritti umani, risultano 66 arresti di stranieri (o con doppia cittadinanza) in Iran, a novembre di quest’anno si contavano ancora una decina di occidentali imprigionati.
L’ultimo scambio è quello di Johan Floderus, diplomatico svedese dell’Unione Europea fermato nell’aprile del 2022 all’aeroporto di Teheran. Poco più che trentenne, era lì per una vacanza di una settimana con amici: le autorità iraniane lo hanno incolpato di reati che prevedono la pena di morte (spionaggio, attività contro la sicurezza dello Stato, collusione con Israele) e lo hanno tenuto nel carcere di Evin per due anni, fino al momento in cui hanno ottenuto ciò che volevano: la liberazione di Hamid Nouri, condannato in Svezia perché ritenuto responsabile delle esecuzioni di massa di dissidenti politici iraniani nel 1988.
Prima di Floderus, nel settembre 2015 aveva rivisto il cielo dopo otto anni a Evin Siamak Namazi, uomo d’affari iraniano-americano, arrestato il 13 ottobre 2023 per “aver collaborato con un governo straniero”. Il rilascio è avvenuto anche qui con uno scambio tra detenuti ma dopo che gli Stati Uniti hanno acconsentito allo sblocco di 6 miliardi di dollari di rendite petrolifere per Teheran ferme dal 2018 in Sud Corea.
E ancora: Clotilde Reiss, studentessa francese di 23 anni, in prigione in Iran nel 2009 perché accusata di sostenere il Movimento verde che contestava la rielezione di Ahmadinejad, rimpatriata dopo la scarcerazione in Francia di Vakili Rad, l’assassinio di Shapur Bakhtiar, ultimo premier sotto lo scià; Olivier Vandecasteele, operatore umanitario b elga, sentenza a 40 anni e 74 frustate perché ritenuto falsamente una spia, 455 giorni in un penitenziario fino allo scambio, mediato dall’Oman, con il terrorista Assadolah Assadi.
L’Occidente accusa la Cina di aver fatto “diplomazia degli ostaggi” su due canadesi, Michael Spavor e Michael Kovrig, incarcerati per 1.019 giorni e liberati solo dopo la decisione del governo canadese di rimettere in libertà Meng Wanshou, dirigente finanziaria di Huawai su cui pendeva un mandato d’arresto Usa.
Una settimana prima dell’invasione dell’Ucraina, poi, la cestista americana Brittany Griner è stata fermata all’aeroporto di Mosca con dell’olio di hashish nel bagaglio: condannata a 9 anni e liberata l’8 dicembre 2022 in cambio del trafficante d’armi Viktor But.
Stessa sorte per Evan Gershkovich, inviato del Wall Street Journal , nel 2023 condannato dalla Russia a 16 anni in una colonia penale e infine rilasciato in uno scambio con Vadim Krasikov, “il killer di Berlino” caro a Putin
(da La Repubblica)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
“DAREMO BATTAGLIA SUL PREMIERATO E SUI REFERENDUM, IL QUORUM SI PUO’ RAGGIUNGERE”
Stefano Patuanelli, ex ministro e presidente dei senatori M5S, la manovra è legge.
Entrando nel merito: cosa salva?
«Il taglio del cuneo fiscale tutela una piccola fetta di reddito tra i 35 e i 40 mila euro, è davvero poco. Non c’è la crescita, sembra una finanziaria del governo Monti più che Meloni. Avrei voluto fare un minuto di silenzio per la morte della politica industriale. E poi, questa è la terza manovra del governo: sono al 60 per cento del loro tempo disponibile, per così dire, e di tutte le promesse fatte in campagna elettorale non c’è nulla: flat tax, abrogazione della legge Fornero, pensioni a mille euro…».
Vien da dire: magari è un bene.
«Ne sono convinto, ma hanno preso i voti per fare quelle cose».
Poi c’è il metodo, siamo al monocameralismo. Il governo dice: era così anche prima. Risposta?
«Del tutto vero che dal 2019 la manovra è stato approvata con una Camera unica, ma circostanziamo. Nel 2019 c’era un governo appena formato, nel ‘20 e nel ‘21 c’era l’emergenza Covid, nel ‘22 avevano vinto le elezioni da poco. Millantano coesione e appoggio popolare, invece si riducono all’ultimo».
In aula la Lega ha fatto l’elenco delle cose che mancavano: gioco delle parti o insofferenza concreta?
«La coalizione paga la forza elettorale di Fdi: Lega e Fi cercano spazi politici per crescere, ma sono assetati di potere e faranno il possibile per restare in sella nel 2027».
Con Pd e Avs avete tentato di convergere su alcuni punti anche sulla manovra, avete in mente progretti particolari per il 2025?
«Quello utilizzato sinora pensa sia il modo giusto, sulle piccoli e grandi cose abbiamo fatto battaglie comuni, ciascuno con la propria agibilità politica. Noi come M5S abbiamo fatto un passaggio interno importante, un salto senza paracadute, che ci dà maggior vigore per fare opposizione e mandare a casa il governo».
Ma su cosa concentrerete l’attenzione e le proposte?
«Dovremmo fare il possibile perché le riforme non vadano in porto, penso all’autonomia differenziata e ai referendum, sarà la nostra battaglia sui territori. E poi il premierato, che fronteggeremo in aula».
Se venisse confermato il referendum e passasse l’abrogazione dell’autonomia, sarebbe la fine del governo?
«Potrebbe causare forti turbolenze, è la battaglia della Lega e il partito di Salvini sta soffrendo molto, ha poco spazio parlamentare e nelle nomine, senza la riforma bandiera allora il loro atteggiamento cambierà ulteriormente».
Lei crede sia alla portata superare il quorum?
«Ci credo sì, tante volte gli italiani hanno dimostrato che su certi temi partecipano in modo intenso, non è assolutamente impossibile andare oltre il 50 per cento».
Superata la fase costituente, il dialogo col Pd a che punto è?
«In Parlamento non si è mai interrotto, anche se ci sono momenti e fasi diverse. E questo seppure su alcuni temi, ad esempio in Europa, si fa fatica a seguirli, penso in primis il sostegno a una commissione di destra, o sul tema del riarmo. Quindi, a volte facciamo difficoltà, ciò non toglie nulla al fatto che la prospettiva sia quella di costruire un’alternativa».
Se per il 2025 il governo darà il via libera a nuovi aiuti per l’Ucraina, siete pronti, magari assieme ad Avs, a votare invece lo stop ai rifornimenti assieme alla Lega?
«A prescindere da quel che farà la Lega lo proporremo noi, dovranno essere loro semmai ad appoggiarci. Abbiamo una posizione chiara da quasi tre anni a questa parte. Albert Einstein diceva che la vera follia era pensare di fare sempre la stessa cosa, con la convinzione di cambiare le cose».
Ultima cosa: Renzi sembra quasi il più in forma all’opposizione, ultimamente.
«In aula è bravo, ma l’opposizione si fa con il consenso, non con le battute. Su questo fronte è meno bravo…».
(da La Repubblica)
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Dicembre 30th, 2024 Riccardo Fucile
DUE TERZI DELLA MANOVRA SE NE VANNO PER RICONFERMARE MISURE UN SCADENZA, LE RIFORME DEI SOVRANISTI RIMANGONO UNO SPOT
La promessa della premier Giorgia Meloni era che la sua terza legge di Bilancio sarebbe dovuta essere quella improntata sull’aiuto alle famiglie per sostenere la natalità. Ma, alla fine di un iter segnato da due lunghissimi mesi di litigi in maggioranza per spartirsi qualche mancetta e dalla figuraccia sulla “sovracopertura” trovata giusto in tempo per evitare l’esercizio provvisorio di bilancio, quel che è rimasto sta tutto nel “rammarico” dichiarato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “Avrei voluto fare di più per la famiglia e per figli”. Il risultato è che oltre a scontri e polemiche su faccende finanziariamente secondarie come il taglio del canone Rai, la norma anti-Renzi sui compensi esteri o i rimborsi viaggio per i ministri, i 30 miliardi della prossima manovra saranno impiegati quasi tutti per riconfermare misure in scadenza come il taglio del cuneo e dell’Irpef (che da soli valgono quasi i due terzi delle risorse), gli sgravi per le assunzioni e i premi di produttività.
All’appello delle misure inserite nella legge di Bilancio, insomma, mancano proprio quelle promesse arrivate dal governo e rivolte alle famiglie, ai pensionati o ai lavoratori che parlavano di taglio di tasse, riforme e buste paga e assegni pensionistici più pesanti. E se per la premier Meloni così “si tengono i conti in ordine, senza rinunciare al programma elettorale”, di tutt’altro avviso sono le opposizioni. Per la segretaria dem Elly Schlein la manovra è “senza respiro”, mentre per Giuseppe Conte (M5S) “dà un pugno ai cittadini e una carezza alle banche”. “È buona per le lobby e trova i miliardi solo per il Ponte sullo Stretto”, ha commentato Nicola Fratoianni (SI). Per Angelo Bonelli di Avs “sono stati tagliati i servizi essenziali come quelli sociali, la scuola e il trasporto pubblico”. Tiriamo un po’ le somme
Famiglie&figli
La smentita arrivata dal ministro del Mef è nelle stesse misure previste: la grande novità per incentivare la natalità è un bonus da 1.000 euro per ogni nuovo nato in nuclei con Isee sotto 40mila euro, quasi identico all’una tantum voluta da Silvio Berlusconi nel 2005. Meloni spera di invertire la rotta spendendo 1 miliardo con solo delle conferme (assegno unico, decontribuzione previdenziale per le lavoratrici madri e rafforzamento dei congedi parentali e il bonus asili nido) che nei primi 6 mesi del 2023 non hanno però spinto a fare figli con l continuo calo dei bebé in Italia (-4.600 in meno i nuovi nati secondo l’Istat).
Stipendi
Il piatto forte della manovra è dato dagli effetti del cosiddetto taglio del cuneo fiscale per i redditi fino a 40 mila euro e la riduzione delle aliquote Irpef da quattro a tre che diventano strutturali. Misure che per il governo equivalgono a un aumento degli stipendi. Ma per gran parte dei lavoratori non cambierà nulla, anzi la situazione peggiorerà per circa un milione di lavoratori, secondo l’Ufficio parlamentare di Bilancio.
Questo perché cambia la forma ma non la sostanza della misura e l’effetto replica grosso modo l’impatto della decontribuzione già in vigore. Tanto che a ottenere un significativo vantaggio saranno quelli nella fascia tra i 35 mila e i 40 mila euro che adesso saranno coinvolti nel bonus. Con un paradosso: nella fascia tra i 32 mila e 40 mila nasce una aliquota marginale di fatto pari al 56%, la più alta di tutte.
Ceto medio
La promessa del viceministro dell’Economia con delega al fisco, Maurizio Leo, di intervenire in favore del ceto medio con una riduzione di due punti della seconda aliquota Irpef (dal 35 al 33%) si è schiantata contro il flop del concordato fiscale. Lo sgravio da 2,5 miliardi non è stato coperto dalle adesioni arrivate con due finestre: ha partecipato solo un sesto della platea potenziale.
Pensioni
Checché ne dica il leader della Lega Matteo Salvini (anche ieri è andato ripetendo che la legge Fornero sarà smantellata entro la legislatura, ma lo dice da tredici anni, da quando è entrata in vigore la riforma delle pensioni del governo Monti), alla fine è quella che regna: c’è solo la proroga (già depotenziata) delle uscite anticipate (Quota 103, Ape sociale e Opzione donna) che però manderanno in pensione prima dei 67 anni solo qualche migliaio di persone.
C’è poi la beffa delle pensioni minime nonostante la promessa a più riprese di Forza Italia di portarle a mille euro. Il governo ha ottenuto un solo risultato: per le pensioni minime medio-basse c’è il totale recupero dell’inflazione che si traduce in un aumento di 1,8 euro che andranno a 1,8 milioni di pensionati.
E se la grande riforma promessa da Meloni&C. fosse il nuovo canale di pensionamento anticipato (che fa leva sulla previdenza integrativa), meglio chiarire che avrà una portata molto modesta e andrà a vantaggio dei fondi. Gli statali infine otterranno la pensione di vecchiaia solo a 67 anni, dai 65 attuali, e potranno (volontariamente) restare in servizio fino a 70.
Autonomi
Non pervenuto neanche il regalo che Fratelli d’Italia e Lega avevano promesso ai professionisti con ricavi superiori a 85mila euro: continueranno a restare esclusi del regime forfettario con aliquota al 15%.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
CONTRATTI PER LE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONE, FONDI ALLA SANITÀ, DOGANE, QUOTA 103: I RILIEVI DEL SERVIZIO BILANCIO DEL SENATO ALLA LEGGE DI BILANCIO
La parlamentare del Pd e vicepresidente della Camera, Anna Ascani, l’ha definita una
manovra “da mani di forbice”. Cita le migliaia di posti in meno nella scuola pubblica: “Un taglio simile non si vedeva dai tempi della Gelmini” ha detto ieri.
Nelle stesse ore, la Flc Cgil ha fatto i suoi conti al ministero dell’Istruzione. “Il taglio agli stipendi di docenti, ricercatori, personale tecnico, amministrativo, in virtù del mancato finanziamento per adeguare gli stipendi al tasso di inflazione, i tagli agli organici e le riduzioni di risorse per università ricerca e Afam consentono alle finanze pubbliche di risparmiare ben oltre 5 miliardi di euro”.
L’aumento complessivo per gli stipendi è del 6% che corrispondono a circa 150 euro medi mensili lordi. “Servirebbero – solo per rispondere all’inflazione – 426 euro al mese” aveva spiegato qualche mese fa il sindacato rispondendo al ministro, visto che nel triennio l’inflazione è al 18%.
Qualche giorno fa, il ministro ha parlato di un aumento di circa 300 euro lordi tra fondi stanziati per lo scorso contratto e quello in scadenza, a cui si aggiunge il taglio del cuneo fiscale. “Ma ciò che si perde sui salari con l’inflazione non è comunque recuperato grazie al taglio del cuneo fiscale – spiega la Flc Cgil – per tre ragioni: non si tratta di una novità dell’esecutivo Meloni ma della mera conferma di una misura già in vigore; è una misura fiscale che riguarda tutti i lavoratori dipendenti, pubblici e privati”.
Infine, anche sommando gli effetti della riduzione del cuneo fiscale ( + 6-7%, ndr) e gli incrementi previsti in legge di bilancio gli stipendi restano penalizzati.
Ma i tagli in legge di bilancio, poi, riguardano anche la dotazione organica. Le nuove assunzioni di docenti ammonteranno a 1.866 unità mentre le uscite saranno 5.660: 3.794 posti di docenti in meno nel 2025, mentre per il 2026 sono confermati i tagli di oltre 2.200 posti all’organico tecnico amministrativo
I BUCHI DELLA MANOVRA
Nelle 586 pagine delle «note» con cui il Servizio bilancio del Senato fa le pulci alla legge di Bilancio i termini copertura/coperture appaiono ben 185 volte. Nella maggioranza dei casi secondo i tecnici di palazzo Madama non c’è «nulla da osservare», ma su almeno una dozzina di articoli vengono segnalate criticità, incongruenze, assenza dei dati di base sui quali effettuare le proiezioni.
Contratti delle Pa
Molti rilievi riguardano i trattamenti dei dipendenti della Pa, gli indennizzi riservati alle professioni sanitarie e le norme di esclusività del personale medico dell’Inail. In particolare per quanto riguarda il rifinanziamento del fondo per la contrattazione collettiva nazionale per il personale pubblico (7,3 miliardi in 3 anni a beneficio di 1,9 milioni di addetti con un aumento a regime del 5,4% nel 2027) secondo il Servizio bilancio l’applicazione dei parametri indicati dalla Relazione tecnica determina «importi complessivi inferiori rispetto a quanto previsto in norma, per cui sarebbe utile l’acquisizione di ulteriori informazioni in merito all’incremento di risorse previsto e ai fattori che concorrono a determinare i suddetti importi».
I fondi per la Sanità
Alla Sanità la legge di bilancio assegna 1,3 miliardi nel 2025 ed altri 33,8 miliardi tra il 2026 ed il 2030. Per fare cosa? Non è spiegato, mentre sarebbe «opportuno presentare una tabella riepilogativa del complesso degli oneri inerenti ad attività e funzioni del Ssn che la norma in esame si propone di coprire».
Bonus asili e nuovi nati
Uno scostamento particolarmente significativo riguarda il nuovo «Bonus nuove nascite» da 1.000 euro tanto caro alla premier Giorgia Meloni. Ebbene in base ai dati Istat la platea dei possibili beneficiari per il 2025 è stimata in 380 mila unità comportando così un costo che al netto della selezione prodotta dall’Isee che potrebbe arrivare a 360 milioni. La legge si bilancio però ne stanzia appena 330, col rischio quindi che l’Inps a conti fatti si trovi a dover decurtare il contributo di quasi 100 euro o in alternativa a dare lo stop alle richieste una volta raggiunto il tetto di spesa.
Quota 103 e Opzione donna
Sul fronte della previdenza, poi, mancano le stime sugli effetti finanziari delle proroghe di Quota 103 e Opzione donna, mentre sull’Ape sociale viene indicata solo la platea potenzialmente interessata (circa 18 mila unità nel 2025) senza però «fornire elementi di dettaglio» e non viene fornita nemmeno l’indennità media mensile prevista.
Agenzia delle Dogane
Anche la norma che consente all’Agenzia delle Dogane di assumere in deroga 105 tra dirigenti e funzionari scricchiola: in questo caso, infatti, «andrebbero fornite indicazioni in merito alle disponibilità nel bilancio dell’Agenzia» a far fronte alla maggiore spesa. Auto aziendali Carenza di dati anche sulla norma che aumenta la tassazione sulle auto aziendali più inquinanti: in questo caso mancano infatti dati puntuali sia sulla composizione della flotta circolante di auto aziendali sia sulle classi di emissione. Inutile dire con una eventuale terza lettura della legge di Bilancio ci sarebbe stato modo e tempo di correggere i testi e affinare le relazioni tecniche. Ma il governo, come sappiamo, lo ha negato.
(da La Stampa)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LA MELONI AVREBBE PIÙ TEMPO PER CERCARE CANDIDATI DECENTI (ANCHE PER CAMPANIA E PUGLIA) – LA QUESTIONE DEL TERZO MANDATO, CHE POTREBBE ESSERE AZZERATA DALLA CORTE COSTITUZIONALE
«Ho proposto al tavolo di centrodestra di spostare le regionali di autunno 2025 alla primavera del 2026. E mi sembrerebbe giusto che Luca Zaia potesse accendere la fiaccola olimpica nel 2026».
Posticipare le elezioni regionali. Per affiancarle alle amministrative, ma anche per posticipare insieme al voto le tensioni interne ed esterne ai partiti di maggioranza. L’idea di Matteo Salvini, annunciata ai suoi durante un consiglio federale della Lega, e rilanciata con forza dal palco del congresso lombardo il 15 dicembre, diventa ogni giorno che passa più concreta.
Oltre alle volontà delle singole Regioni coinvolte, a cominciare da Veneto e Campania (gli altri territori interessati sarebbero Puglia, Toscana, Marche e Valle D’Aosta), in queste ore sta infatti maturando l’ipotesi di un’azione della Conferenza delle Regioni (guidata dal presidente leghista del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga) per chiedere al governo un decreto in tal senso.
Di ufficiale non c’è ancora nulla, «per il momento è solo un’idea» spiegano dagli uffici che se ne stanno occupando, ma già nei prossimi giorni potrebbe partire una lettera con la richiesta formale al ministro competente.
I risparmi per le casse dello Stato, «40 milioni solo per il Veneto rappresentano solo una delle motivazioni. E forse nemmeno la principale. Le altre considerazioni, ovviamente, sono di natura più politica, e hanno a che fare tanto con aspetti locali quanto con aspetti generali.
Il punto di partenza di ogni ragionamento non può che essere il Veneto. La Regione guidata da Luca Zaia, infatti, è uno dei tasselli più delicati dell’attuale alleanza di centrodestra. Da una parte c’è Fratelli d’Italia in crescita che ambisce a vedere riconosciuto anche al Nord il proprio peso elettorale, dall’altra c’è una Lega spaccata che se dovesse perdere lo scettro del Veneto potrebbe implodere.
Dunque è vero che al doge Zaia non dispiacerebbe uno slittamento di qualche mese delle elezioni per poter accendere la fiaccola olimpica e presenziare alla cerimonia di inaugurazione dei Giochi invernali del 6 marzo 2026.
È vero anche che la proroga servirebbe al partito di Salvini per trovare un nome forte da presentare agli alleati di centrodestra per non perdere il diritto di prelazione sul candidato in un antico feudo del Carroccio.
Di pari passo, c’è la battaglia per il terzo mandato: sia Zaia che Salvini – quest’ultimo probabilmente per assicurare una collocazione stabile al governatore veneto, suo possibile antagonista nella leadership del partito – non hanno mai fatto mistero di ambire a un’abolizione del limite di due turni per le cariche monocratiche elettive.
Ma adesso il Veneto sta a guardare. L’iniziativa di Vincenzo De Luca in Campania per aggirare il limite di due mandati potrebbe essere un precedente. O più precisamente, se come annunciato il governo impugnerà la legge regionale del governatore campano (l’esecutivo ha tempo fino al 10 gennaio) e la Corte Costituzionale la annullasse, potrebbe azzerare anche la norma statale che vincola a due i mandati per i presidenti di regione.
Zaia, infatti, in questo modo si troverebbe un’autostrada spianata per il terzo mandato, per di più con oltre sei mesi di campagna elettorale aggiuntiva se, come sembra, la proroga per le regionali verrà calendarizzata nella finestra temporale della primavera 2026.
Tutto sommato, allungare i tempi potrebbe servire anche a Meloni: in Veneto per cercare di far valere il peso di FdI nella coalizione e imporre il nome a Salvini e Tajani. In Campania per trovare un nome valido – in grado di arginare lo strapotere di De Luca che comunque non verrà sostenuto dal Pd – dopo che il crollo delle quotazioni di Gennaro Sangiuliano e il gentile rifiuto di Matteo Piantedosi che, in pratica, ha detto a Meloni&Co.
(da La Stampa)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
I DATI DEL CNEL: LA FASCIA D’ETÀ IN CUI LE RINUNCE SONO MASSIME È QUELLA TRA I 55 E I 59 ANNI, LA REGIONE CON IL DATO PEGGIORE È LA SARDEGNA
Nel 2023 circa 4,5 milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni sanitarie per
problemi economici, problemi di offerta (lunghe liste di attesa) o difficoltà a raggiungere i luoghi di erogazione del servizio. Si tratta del 7,6% della popolazione italiana, contro il 7% del 2022 e al 6,3% del 2019, anno pre-pandemico.
È quanto evidenzia il Cnel che rilancia oggi in una nota alcuni contenuti della Relazione 2024 sui servizi pubblici pubblicata lo scorso ottobre. “Vi è stata – afferma il Cnel – una tendenza al peggioramento, a prescindere dall’eccezionalità del 2021, quando le conseguenze legate al Covid-19 fecero incrementare il valore fino all’11%”.
I dati mettono in risalto che la fascia d’età in cui le rinunce sono massime è quella tra i 55 e i 59 anni (con l’11,1%), mentre la regione con il dato peggiore è la Sardegna (13,7%), seguita dal Lazio (10,5%).
Il Cnel torna sul tema anche con dati di dettaglio. La quota di cittadini che ha rinunciato a visite mediche (escluse odontoiatriche) o ad accertamenti sanitari è massima nella fascia di età 55-59 anni (11,1%), è più bassa ma comunque elevata tra gli anziani di 75 anni e più (9,8%) e minima tra i bambini fino ai 13 anni (1,3%). Emerge poi uno svantaggio delle donne, con il 9% contro il 6,2% degli uomini.
La quota più alta di rinuncia si registra al Centro (8,8%), mentre nel Mezzogiorno è pari al 7,7% e al Nord al 7,1%. Il dato peggiore è in Sardegna con un valore pari al 13,7%, seguita dal Lazio (10,5%) e dalle Marche (9,7%). All’opposto si collocano il Friuli-Venezia Giulia, le PA di Bolzano e Trento, Emilia Romagna, Toscana e Campania con valori inferiori al 6%.
Le rinunce per motivi economici sono rimaste sostanzialmente stabili tra 2019 (4,3%) e 2023 (4,2%) e sono passate in secondo piano negli anni del Covid-19 (circa 2,9%). Invece sono aumentate in maniera significativa le rinunce dovute alle lunghe liste di attesa, passate negli stessi anni dal 2,8% nel 2019, al 3,8% nel 2022 e al 4,5% nel 2023.
Queste dinamiche sono influenzate dall’esperienza del Covid-19, che ha costituito una barriera all’accesso ai servizi sanitari sia nel 2020 (il 4,9% della popolazione ha dichiarato almeno una rinuncia per tale motivo), che nel 2021 (5,9%) e le cui conseguenze sono scemate nel 2022 (1,2%) e si sono esaurite nel 2023 (0,1%).
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
GOFFREY HINTON: “POTREBBE PROVOCARE L’ESTINZIONE DELL’UMANITA'”
Geoffrey Hinton, 75 anni, è stato uno dei pionieri della ricerca sull’apprendimento profondo delle reti neurali, il processo che sta alla base dell’intelligenza artificiale generativa.
In altre parole è l’uomo che ha cercato di costruire sistemi IA simili al cervello umano. Nel 2023, dopo una lunghissima carriera si licenzia da Google, per raccontare tutti i rischi delle macchine che lui stesso ha creato.
L’ultimo allarme Hinton l’ha lanciato durante il programma Today di BBc Radio 4. Secondo il padrino dell’IA “c’è una probabilità del 10-20 per cento che entro i prossimi trent’anni l’Intelligenza Artificiale provochi l’estinzione dell’umanità”.
La tecnologia sta avanzando “più velocemente del previsto”, e non abbiamo mai avuto a che fare con qualcosa di più intelligente di noi. “E quanti esempi conosciamo di qualcosa di più intelligente che viene controllato da qualcosa di meno intelligente?”
La grande paura di Geoffrey Hinton
Geoffrey Hinton, ha vinto insieme a John J. Hopfield il Nobel per la fisica 2024 per le sue scoperte nell’ambito dell’apprendimento automatico (intelligenza artificiale) con reti neurali artificiali, ispirate alla struttura delle reti di neuroni nel nostro cervello. Come aveva già spiegato in un’intervista al New York Times, i chatbot sono “abbastanza spaventosi” e anche se “in questo momento, non sono più intelligenti di noi, penso che presto potrebbero esserlo.”
I software potrebbero anche essere strumentalizzati, deformati per raggiungere obiettivi pericolosi. L’intelligenza artificiale, secondo Hinton, metterebbe a rischio poi la pluralità di pensiero, considerate le sue risposte simili e omologate all’ideologia dominante.
“Sono giunto alla conclusione che il tipo di intelligenza che stiamo sviluppando è molto diverso dall’intelligenza che abbiamo. Noi siamo sistemi biologici e questi sono sistemi digitali. E la grande differenza è che con i sistemi digitali hai molte copie dello stesso set, lo stesso modello del mondo”, il rischio è di uniformare il pensiero attraverso risposte standard.
“È come se avessi 10.000 persone e ogni volta che una persona ha imparato qualcosa, tutti lo sanno automaticamente. Ed è così che questi chatbot possono sapere molto di più di qualsiasi persona.” Come spiega il padrino dell’IA tappare tutte le falle è una corsa contro il tempo: “Guarda com’era cinque anni fa e com’è adesso”.
Come proteggerci da un’IA più intelligente degli umani
“Non abbiamo esperienza di cosa significhi avere cose più intelligenti di noi”, aveva detto Hinton durante una telefonata con la commissione Nobel. “Sarà meraviglioso sotto molti aspetti… Significherà enormi miglioramenti nella produttività. Ma dobbiamo anche preoccuparci di una serie di possibili conseguenze negative, in particolare la minaccia che queste cose sfuggano al controllo”.
Non solo. Secondo Hinton bisogna introdurre nuove leggi per regolamentare l’IA “se la lasciamo in mano alle aziende che la producono e che seguono il profitto non verrà sviluppata in sicurezza. L’unica cosa che può costringere quelle grandi aziende a fare ulteriori ricerche sulla sicurezza è una regolamentazione del governo”.
(da Fanpage)
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