Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
“MI HA CHIESTO DI DIVENTARE PADRINO DELLA SUA BIMBA, UN MOMENTO EMOZIONANTE”
Ha ritrovato dopo 20 anni il bimbo che aveva salvato da una casa-famiglia lager a Enna. L’ispettore Mario Giannotta, attualmente dirigente della Polizia Stradale e all’epoca responsabile della Prima sezione della Squadra mobile di Enna specializzata nei reati contro i minori, ha aiutato i bambini uscire dalla comunità nella quale venivano alimentati con prodotti scaduti, maltrattati ed umiliati.
Dopo anni è stato ricontattato da uno di loro che gli ha raccontato la sua nuova vita e di come, grazie al suo intervento, è riuscito insieme ai fratelli ad uscire da quella realtà.
Il giovane, oggi uomo, ha chiesto a Giannotta di battezzare la bimba nata da poco. L’ispettore ha accettato con molto piacere l’offerta, recandosi in un paese nella provincia di Enna per battezzare la neonata. “Ho provato un’emozione unica, ma anche tanto orgoglio per quello che la polizia ha fatto – ha raccontato -. Ho battezzato la bimba con piacere e auguro alla famiglia e a questo papà, che oggi ce l’ha fatta, tutto il bene del mondo”.
Il battesimo è stato celebrato alla presenza di amici e parenti dei genitori nel paesino in provincia di Enna. “Esserci è stata una grande emozione – ha sottolineato ancora Giannotta -. Il nostro lavoro spesso è sotto ombra, ma ricordo benissimo quest’operazione. Ricordo quei bambini che erano pronti per andare a scuola e ricordo quando noi siamo arrivati. Se non ricordo male, era l’ultimo giorno di scuola. Alcuni bimbi avevano anche la festa di fine anno. Ricordo i loro occhi quando ci hanno visto. Voglio dire grazie a questo ragazzo, oggi uomo, che mi ha restituito il mio impegno”.
Il giovane papà era uno di quei minori salvati dalla comunità nell’Ennese. Con lui vivevano anche i suoi fratelli e grazie all’intervento delle Forze dell’ordine, ha potuto rifarsi una vita insieme a loro lontano dalla comunità lager nella quale si trovava. Non ha mai dimenticato l’ispettore e il suo impegno così, appena ha avuto l’occasione, lo ha ricontattato per chiedergli di battezzare la figlioletta.
(da Fanpage)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE USCENTE, LEADER DELLE OPPOSIZIONI PRO UE, LASCIA IL PALAZZO MA ASSICURA: “CONTINUERO’ A LOTTARE”
Mikheil Kavelashvili è il nuovo presidente della Georgia. L’ex calciatore 53enne, noto
per le sue posizioni anti-occidentali e ultraconservatrici, ha prestato giuramento domenica 29 dicembre al parlamento di Tbilisi.
La sua elezione arriva nel bel mezzo di una crisi politica che dura da oltre due mesi, innescata dal contestato esito delle elezioni dello scorso ottobre.
La consultazione ha premiato il partito di governo, Sogno Georgiano, ma le opposizioni hanno denunciato brogli e attività intimidatorie. Una posizione condivisa anche dall’Unione europea e da diversi osservatori internazionali, che hanno sollevato più di qualche perplessità sull’effettiva legittimità del risultato delle elezioni.
Esce di scena la presidente filo-europea
Il giuramento di Kavelashvili come nuovo presidente della Georgia è arrivato pochi minuti dopo che Salome Zurabishvili, capo di Stato uscente e leader delle opposizioni, ha annunciato che avrebbe lasciato il palazzo presidenziale. La politica filo-europea ha precisato che continua a considerarsi «l’unica leader legittima» del Paese e ha promesso che continuerà a lottare contro Sogno Georgiano.
La protesta a Tbilisi contro Sogno Georgiano
Mentre a Tbilisi si svolgeva la breve cerimonia di giuramento del nuovo presidente Mikheil Kavelashvili, fuori dal parlamento si sono riuniti ancora una volta migliaia di manifestanti pro Unione europea. I sostenitori delle opposizioni denunciano il nuovo capo di Stato come «illegittimo» e lo hanno contestato esibendo centinaia di cartellini rossi, un riferimento al passato calcistico di Kavelashvili.
Presenti, come già accaduto in molte altre manifestazioni delle scorse settimane, molte bandiere dell’Unione europea e dell’Ucraina. Alcuni filmati condivisi sui social documentano cariche della polizia e scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
COSÌ È STATO DUE GIORNI DOPO : “L’ITALIA HA DAVVERO ‘ALZATO LA GUARDIA’? SALA NON HA RICEVUTO MESSAGGI DI ALLARME, ‘ERA TRANQUILLISSIMA’, EPPURE UNA GIORNALISTA MOLTO NOTA COME LEI ERA UN ECCELLENTE BERSAGLIO” – “IL GOVERNO ITALIANO HA CAPITO SUBITO CHE L’ARRESTO DI ABEDINI ERA UN SERIO PROBLEMA POLITICO? O HA ATTESO CHE TEHERAN PROTESTASSE UFFICIALMENTE?”
La posizione di Washington è chiara: un portavoce del Dipartimento di Stato ha ribadito che il governo Usa “è a conoscenza” della detenzione di Sala e ha attaccato l’Iran che “sfortunatamente – ha detto – continua a detenere ingiustamente i cittadini di molti Paesi, spesso per utilizzarli come leva politica”. Ma certo non saranno loro a fare un passo indietro.
Della “diplomazia degli ostaggi” iraniana scriveva, subito dopo l’arresto di Abedini, il sito Formiche.net, molto informato sul mondo dell’intelligence, ricordando i casi di decine di cittadini europei e occidentali arrestati nella Repubblica islamica e utilizzati come strumento negoziale per denaro, scambi di prigionieri e attenuazione delle sanzioni. Era il 17 dicembre. Da poche ore la polizia aveva dato notizia dell’arresto a Malpensa.
E Gabriele Carrer di Formiche osservava: “L’arresto in Italia e la richiesta di estradizione delle autorità americane hanno fatto alzare la guardia sulla situazione degli italiani e degli italo-iraniani in Iran e di quelli intenzionati a viaggiare nel Paese. Si teme che Teheran possa reagire prendendoli in ostaggio per mettere pressione all’Italia”.
Due giorni dopo, giovedì 19 dicembre, i guardiani della rivoluzione hanno arrestato Sala, che da allora è nel carcere di Evin, la prigione dei dissidenti.
Ma l’Italia ha davvero “alzato la guardia”? Per quanto ne sanno a Chora Media Sala non ha ricevuto messaggi di allarme, “era tranquillissima”, eppure una giornalista molto nota come lei era un eccellente bersaglio per i pasdaran, l’ala religiosa più conservatrice del regime.
Il governo italiano ha capito subito che l’arresto di Abedini era un serio problema politico? O ha atteso che Teheran protestasse ufficialmente, convocando il numero due della nostra ambasciata? Della protesta ha dato notizia l’agenzia di stampa iraniana il 22 dicembre, quando Sala era già stata arrestata, ma risaliva a qualche giorno prima.
Un altro indizio fa pensare a una certa sottovalutazione: Abedini, arrestato a Milano Malpensa, è stato inizialmente portato nel carcere di Rossano Calabro e trasferito a Opera solo il 26, su richiesta iraniana. Così, il giorno dopo, ha potuto ricevere la visita del console. E nelle stesse ore l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, ha potuto vedere Sala a Evin.
(da il Fatto quotidiano)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
IL MANDATO DI ESTRADIZIONE USA E L’INTRECCIO CON L’ARRESTO DI CECILIA SALA
Ci sono nuovi sviluppi sul caso del cittadino iraniano arrestato il 16 dicembre
all’aeroporto di Malpensa su cui pende una richiesta di estradizione degli Usa, evento secondo alcune interpretazioni collegato all’arresto da parte delle autorità iraniane di Cecilia Sala, avvenuto pochi giorni dopo.
La procura di Milano ha aperto nelle scorse ore un’indagine conoscitiva sulle modalità con cui è avvenuto l’arresto di Mohammad Abedini Najafabadi nello scalo milanese. Si tratta, come specifica l’Ansa, di un fascicolo a modello 45, ossia senza indagati e senza titolo di reato, volto ad accertare semplicemente le circostanze dell’arresto.
Abedini, 38 anni, che oltre alla nazionalità iraniana ha anche quella svizzera, è stato arrestato a Malpensa lunedì 16 dicembre nonappena atterrato da Istanbul. Era stato segnalato dall’intelligence Usa per «associazione a delinquere» e per «la fornitura di supporto materiale a un’organizzazione terroristica straniera».
Per questo il 13 dicembre gli Stati Uniti hanno notificato all’Italia un mandato d’arresto ai fini di estradizione. Eseguito dunque tre giorni dopo. Secondo l’Ansa, l’indagine dei magistrati milanesi «potrebbe riguardare anche i tempi stretti tra l’emissione del mandato di arresto ai fini di estradizione e il fermo dell’uomo».
La società con sede legale una cassetta delle lettere
Prima dell’arresto, di Mohammad Abedini Najafabadi si sapeva solo che era un ingegnere meccanico di 38 anni. Ma dagli Stati Uniti le accuse che arrivano nei suoi confronti sono molto gravi. Secondo gli investigatori l’uomo aveva creato una società, la Illumove Sa, che faceva da schermo a un mercato illegale di componentistica per i droni utilizzati dai pasdaran. La sede svizzera della società non sarebbe altro in realtà che una cassetta delle lettere. Il sito della azienda riporta infatti come indirizzo quello del parco dell’innovazione del Politecnico di Losanna, dove il 38enne su Linkedin scrive di essere ricercatore post dottorato. Studi che sono stati confermati dall’ateneo. Il Politecnico ha però specificato che Abedini ha avuto un contratto con un laboratorio fino al 2019 e non oltre. E ha aggiunto che la società Illumove non svolge alcuna attività nel parco, dove hanno sede 120 startup. La Illumove sarebbe quindi solo un nome di facciata, utile ad aggirare gli embarghi, dietro il quale si nasconderebbe la “vera” azienda iraniana di Abedini che monta la componentistica americana necessaria per la costruzione di droni. Tra i quali ci sarebbero anche quelli usati il 28 gennaio 2024 per colpire una base Usa in Giordania, attacco che che costò la vita a tre soldati americani
Il legale: «Il mio assistito non riesce a capire i motivi dell’arresto»
Abedini è ora detenuto nel carcere di Opera, fuori Milano, da dove si professa innocente. «Dall’analisi dei documenti in mio possesso, pur essendo formalmente gravi le accuse mosse, in realtà la posizione del mio assistito risulta molto meno grave di quanto può sembrare. Lui respinge le accuse e non riesce a capire i motivi dell’arresto», ha detto oggi il suo avvocato Alfredo De Francesco. Aggiungendo che il suo assistito «non capisce perché è stato arrestato ed è molto preoccupato».
I tempi dell’estradizione: 40 giorni o scatta il rilascio
Intanto dalla convalida dell’arresto è scattato il conto alla rovescia per l’invio degli atti di accusa da parte degli Stati Uniti alla Corte d’Appello di Milano a corredo della richiesta di estradizione di Mohammad Abedini Najafabadi. Se non arriveranno entro 40 giorni, ovvero per fine gennaio, l’uomo dovrà essere rilasciato in quanto la misura perde di efficacia. Abedini nei giorni scorsi è stato trasferito dal carcere di Rossano Calabro a quello milanese di Opera. La convalida dell’arresto è avvenuta il 18 dicembre scorso.
L’ombra della ritorsione dietro l’arresto di Cecilia Sala
Il giorno dopo la formalizzazione dell’arresto di Abedini (18 dicembre) la giornalista italiana Cecilia Sala è stata fermata a Teheran, dove era da una settimana per svolgere il suo lavoro con regolare visto giornalistico. Doveva ripartire per l’Italia il giorno dopo. I due casi sono stati da subito accostati da alcuni osservatori che hanno interpretato il fermo come una ritorsione da parte del regime degli ayatollah. Per ora non vi è alcuna conferma né smentita al riguardo da fonti ufficiali.
(da agenzie)
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Dicembre 29th, 2024 Riccardo Fucile
LA GOCCIA CHE HA FATTO TRABOCCARE IL VASO È LA NOMINA A CONSIGLIERE PER L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE DELL’INDIANO SRIRAM KRISHNAN… ANCHE ELON MUSK NON È AMERICANO, MA SUDAFRICANO. E GLI “IMMIGRATI” CHIAMATI NELL’AMMINISTRAZIONE INIZIANO A ESSERE TROPPI PER LA BASE, CHE HA VOTATO TRUMP PERCHÉ AVEVA PROMESSO DI DARE SPAZIO “PRIMA AGLI AMERICANI”
Quando alla vigilia di Natale Donald Trump ha nominato consigliere per l’intelligenza artificiale Sriram Krishnan, nessuno a Mar-a-Lago pensava che la scelta avrebbe scatenato la prima guerra civile nel movimento Maga e uno scontro etnico tra Elon Musk e i suoi follower.
La scelta di portare alla Casa Bianca un imprenditore tech ed ex ingegnere a Microsoft, Twitter, Yahoo e Facebook, avrebbe galvanizzato la base se non fosse per un dettaglio non trascurabile nella galassia trumpiana del Make America Great Again: Krishnan, 40 anni, è cresciuto in Usa ma è nato a Chennai, India. In più, ha chiesto di non mettere un tetto alle “green card”, che danno diritto alla residenza permanente in Usa, per gli immigrati di talento.
Sul social X i follower trumpiani hanno fatto notare che cominciano a essere troppi quelli, nominati del futuro governo, che arrivano dall’India. Vivek Ramaswamy, a cui Trump ha affidato con Musk il compito di tagliare la spesa pubblica, è di origine indiana, così come la moglie del vicepresidente J. D. Vance, l’avvocata Usha Chilukuri, nata a San Diego da genitori immigrati dall’India, e Kash Patel, nominato direttore dell’Fbi. Nel paradosso americano, la base bianca, rurale, povera e poco acculturata aveva votato il tycoon perché mettesse loro al centro, ma si vede guidata da miliardari, colti e di origine straniera.
Stavolta si è innestato il primo vero cortocircuito. Assieme ad altri membri dell’elite della Silicon Valley, Musk ha difeso Krishnan. «Tutto si riduce a questo – ha scritto su X il giorno di Natale -: vuoi che l’America vinca o vuoi che l’America perda. Se costringi i migliori talenti del mondo a lavorare per gli altri, l’America perderà. Fine della storia».
I suoi legionari, che in passato hanno cavalcato le campagne di bullismo sugli immigrati, stavolta lo hanno contestato. «Elon – ha scritto uno -, Trump aveva promesso di pensare prima agli americani».
«Sono un ingegnere spaziale che ha fatto venticinque colloqui – ha commentato un altro -: non manca il talento in Usa, è che preferiscono gli stranieri». Ramaswamy ha risposto con toni irritati alle critiche lanciate sulla rete: se vengono scelti ingegneri nati all’estero, ha scritto sul social, «non è per un innato deficit di intelligenza degli americani», ma «perché tutto deriva dalla parola che comincia per “c”: cultura». Quella americana, ha aggiunto, ha «venerato per troppo tempo la mediocrità sull’eccellenza», mentre film e reality «celebrano reginette della scuola anziché campioni alle olimpiadi della matematica. Questo – ha aggiunto – non produrrà i migliori ingegneri».
La base trumpiana non ci sta. «Musk – ha scritto Laura Loomer, blogger cospirazionista e islamofoba – ha rimosso la spunta blu dal mio account perché ho osato contestare il suo sostegno ai visti H1B (concessi a immigrati di particolare talento, ndr), e la sostituzione dei lavoratori tech americani con immigrati indiani». Altre decine di influencer di estrema destra e attivisti pro-Trump hanno accusato Musk di aver tolto loro la spunta blu. Tra questi, il conduttore di Infowars Owen Shroyer, il presidente dei giovani repubblicani di New York Gavin Wax e la direttrice del gruppo Women for America First Kylie Jane Kramer.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
MARCO TRAVAGLIO SULLA RIFORMA NORDIO
L’8 gennaio la Camera inizierà a discutere la legge Nordio-Gelli per separare le carriere
di giudici e pm e i rispettivi Csm. Noi non vediamo l’ora che entri in vigore malgrado siamo contrari, anzi proprio per questo. Solo la prova su strada farà capire ai somari del garantismo all’italiana di aver prodotto l’effetto opposto a quello che auspicavano.
Oggi requirenti e giudicanti fanno parte dell’unico Ordinamento giudiziario. Ma i passaggi da una funzione all’altra, un tempo normali (Falcone e Borsellino furono prima giudici e poi pm), sono già così ostacolati da leggi infami di destra&sinistra da risultare statisticamente irrilevanti: nel 2023 hanno riguardato 34 magistrati su 9mila (lo 0,37%). Eppure il Consiglio d’Europa li raccomanda per l’arricchimento professionale dei giudici e dei pm accomunati dalla “cultura della giurisdizione”. E la nostra Costituzione affida a entrambi lo stesso obiettivo: cercare la verità con imparzialità.
Se il pm si stacca dal giudice, sarà sempre meno imparziale: un avvocato della polizia, tutto teso a far condannare più gente possibile. La cultura dell’imparzialità cederà il passo a quella del risultato, la stessa del poliziotto che fa carriera a suon di statistiche: tot perquisizioni, tot sequestri, tot arresti…
I somari citano, a sostegno della separazione, il caso dei due pm milanesi condannati in primo grado per aver nascosto prove favorevoli agli imputati nel processo Eni. Ma è proprio perché le carriere sono unite che è stato possibile condannarli. Il pm non ha il cottimo sulle condanne: se si convince dell’innocenza dell’imputato, deve chiedere di assolverlo. Ma se diventa come l’avvocato, pagato per far assolvere il cliente anche se lo sa colpevole, ignorerà le prove a discarico.
Se un avvocato porta al giudice una prova contro il suo assistito, viene punito per infedele patrocinio; il pm invece viene punito se non porta una prova a favore del suo imputato.
Perciò pm e difensore non sono sullo stesso piano: l’uno mira alla verità (come il giudice), l’altro all’assoluzione. Due figure essenziali che meritano armi pari, ma una rappresenta la collettività, l’altra il privato. Separandoli dai giudici, i “garantisti” trasformeranno i pm in una casta di Torquemada molto popolari e “giustizialisti” che chiederanno condanne purchessia a furor di popolo: il “partito dei pm”, oggi inesistente, si materializzerà proprio grazie a questi somari.
È già accaduto in Portogallo nel 1974 quando, caduto Salazar, la Rivoluzione dei Garofani separò i pm dai giudici, ma senza metterli sotto il governo: i pm divennero una falange di inquisitori assatanati, anche contro i potenti. Tant’è che lì i “garantisti” vorrebbero riunificare le carriere per riportare un po’ di equilibrio. Se hanno qualche amico in Italia, è il caso che lo avvisino per tempo.
Marco Travaglio
(da Il Fatto Quotidiano)
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Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
IL DESTINO DI CECILIA SALA È APPESO AGLI AMERICANI, IL SILENZIO DI UNA SETTIMANA, È DOVUTO ALLA TRATTATIVA DIPLOMATICA: TEHERAN INIZIALMENTE HA CHIESTO IL RILASCIO DELL’IRANIANO MOHAMMAD ABEDINI-NAJAFABADI, ARRESTATO DALLA DIGOS, SU RICHIESTA DEGLI STATI UNITI, IL 16 DICEMBRE A MALPENSA. MA LO SCAMBIO È IMPRATICABILE: ABEDINI-NAJAFABADI È NEL PENITENZIARIO DI BUSTO ARSIZIO E SARÀ LA CORTE D’APPELLO A DECIDERE SULLA SUA ESTRADIZIONE NEGLI USA
Sette giorni di silenzio. La notizia embargata. Con l’obiettivo di intavolare una trattativa coperta col regime iraniano. Poi, ieri mattina, la Farnesina ha deciso di rendere pubblica la vicenda: Cecilia Sala è agli arresti nel carcere di Evin, la prigione degli oppositori politici della repubblica islamica.
Segnale che il negoziato con Teheran difficilmente potrà chiudersi a stretto giro. Servirà tempo. La premier Giorgia Meloni e il vice Antonio Tajani seguono dal 19 dicembre l’evolversi della mediazione diplomatica e d’intelligence, affidata all’Aise, i servizi di sicurezza per l’estero.
Quello che governo, ambasciata e servizi stanno cercando di capire da 8 giorni è cosa voglia in cambio Teheran per la liberazione della nostra connazionale. Secondo fonti di maggioranza, contattate da Repubblica, la trattativa diplomatica in un primo momento, su richiesta di Teheran, avrebbe «riguardato l’iraniano Mohammad Abedini-Najafabadi», arrestato dalla Digos il 16 dicembre a Malpensa, su richiesta Usa. Il governo sapeva delle proteste di Teheran almeno dal 22 dicembre, ma l’ipotesi di uno scambio è irrealistica e impraticabile, perché Abedini-Najafabadi è nel penitenziario di Busto Arsizio e sarà la Corte d’appello a decidere sulla sua estradizione negli Stati Uniti. Anche fonti della Farnesina ieri sera negavano: «Non è l’oggetto della trattativa». Escluse pure contropartite economiche, secondo esponenti della nostra diplomazia.
Non è una partita semplice, per Palazzo Chigi e Farnesina. In una riunione d’urgenza ieri con Tajani, Mantovano e i servizi, il guardasigilli Carlo Nordio ha confermato che nulla può sull’estradizione di Abedini-Najafabadi, essendo una decisione che spetta unicamente alla Corte d’appello.
La stessa magistratura che aveva messo ai domiciliari Artem Uss, il figlio di un oligarca russo vicino a Putin, poi evaso lo scorso anno e fuggito clamorosamente a Mosca. I tre giudici che gli avevano accordato i domiciliari sono stati assolti solo a ottobre, dopo una lunga indagine del Csm. A maggior ragione in questo quadro, il governo non può certo forzare la mano. L’unica garanzia che forse potrebbe offrire è tergiversare sull’estradizione, fino a un anno.
Palazzo Chigi e Farnesina lavorano allora per trovare una scappatoia politico-diplomatica. La premier potrebbe sentire il presidente iraniano Masoud Pezeshkian nei prossimi giorni. Così come Tajani potrebbe attivarsi con l’omologo agli Esteri.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
I 30 MILIARDI DELLA LEGGE DI BILANCIO SERVONO QUASI TUTTI PER RICONFERMARE TAGLIO DEL CUNEO. NIENTE TAGLIO DELLE TASSE AL CETO MEDIO, NÉ RIFORMA DELLE PENSIONI: ALLA SANITÀ VANNO SOLO 1,3 MILIARDI IN PIÙ NEL 2025, MA IN RAPPORTO AL PIL LA SPESA SCENDERÀ
La terza finanziaria di Meloni oggi diventa legge dello Stato. Una manovra da 30
miliardi, impiegati quasi tutti per riconfermare misure in scadenza come il taglio del cuneo e dell’Irpef, la superdeduzione per le assunzioni, la detassazione dei premi di produttività, i fringe benefit, il pacchetto pensioni.
Non c’è la spinta promessa alla natalità col quoziente famigliare. Né il taglio delle tasse al ceto medio. O la riforma delle pensioni. Alla sanità vanno solo 1,3 miliardi in più nel 2025, ma in rapporto al Pil la spesa scenderà nei prossimi anni. Arrivano tagli alla spesa di ministeri (7,7 miliardi in 3 anni) ed enti locali. E il blocco del turn over nella pubblica amministrazione. Le pensioni minime aumentano di appena 1,8 euro al mese. Un miliardo viene recuperato, a regime, dal taglio delle detrazioni. Il canone Rai aumenta da 70 a 90 euro. Molte “mance”.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2024 Riccardo Fucile
COME SI MUOVERA’AD ESEMPIO, SULL’UCRAINA? DAVANTI ALLE MOSSE ISOLAZIONISTICHE DEL TRUMPONE (DAZI SULL’EXPORT ITALIANO), CON UN ALLEATO DI GOVERNO TRUMPISSIMO COME SALVINI, COME AGIRA’? LA SORA GIORGIA STARÀ CON L’EUROPA DI URSULA O CON L’AMERICA DI “THE DONALD”? GLI AMMICCAMENTI CON ELON MUSK E LE MOSSE SULL’ALBANIA
Va bene, c’è Matteo Salvini che, dopo l’assoluzione, si è ringalluzzito: prima i desideri (il Viminale), poi, in omaggio agli antichi amori, i segnali frenanti sulle armi a Kiev. E ci sono anche le varie sfumature sull’Ucraina, sia pur all’interno di una tenuta nel sostegno, che è stato fin qui l’architrave della politica estera del governo.
Si avverte, in alcune dichiarazioni dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani, il cambiamento di clima che si respira in Europa. Per la serie: ciò che è necessario va fatto, ma prima o poi le ferite vanno rimarginate, ammesso che Putin torni a ragionare.
Non ci vuole una Cassandra per prevedere che, alla fine, Salvini voterà anche il decimo pacchetto di aiuti, secondo un copione che si ripete. La sensazione, però, è che il tema sia più grande di quel che racconta il Palazzo.
Lo svolgimento ce lo dà proprio l’agenda: visita di Joe Biden a Roma tra il 9 e il 12 gennaio, nell’ambito della quale incontrerà anche Giorgia Meloni lodandola per come ha gestito il G7; voto sugli aiuti a Kiev; insediamento di Trump alla Casa Bianca. Ecco, quel momento parlamentare segna in maniera icastica il passaggio da un “prima” a un “dopo”. Che ha a che fare con quale ruolo la premier vuole agire nel mondo di Trump, di cui l’Ucraina è un rilevante tassello, anche se non l’unico. Salvini, a modo suo, si è messo avanti col lavoro ma, del mosaico, è un tassello marginale.
Finora – è la storia di questi anni – Giorgia Meloni ha agito un ruolo da “populista gentile”, apprezzata, con tanto di bacio sulla fronte, dal mondo dei non populisti – Biden, appunto e l’establishment europeo – in termini di fedeltà atlantica.
Operazione di leadership politica non banale in termini di affrancamento rispetto all’impostazione pregressa e di tenuta, nel suo partito e nella coalizione. Ha negato il Viminale a Salvini, non solo per il processo ma proprio per la questione russa. Ha arginato, puntando sull’asse con Tajani, le pulsioni di allora del Cavaliere, popolari ancora oggi nel suo partito ma anche nel mondo dell’impresa italiana perché le materie prime costano.
Ha gestito la conversione dei suoi sulla via di Kiev (il suo capogruppo al Senato era tra gli osservatori, banditi da Kiev, che riconobbero Crimea e Donbass). C’è anche questo elemento, perché dentro Fdi non tutti sono come il sottosegretario alla presidenza Fazzolari, tra i più schierati sul sostegno a Kiev: le antiche incrostazioni pesano eccome.
Ora la populista gentile si ritrova nel mondo di un populista assai poco garbato. E tutto ciò che ha costruito finora da valore può diventare un disvalore, se letto con la lente della radicalità. Bel problema: deve capire come stare in questo mondo. Siamo esattamente in questo punto della storia.
Vanno di gran moda, nel suo entourage, la parola “pontiere” o la parola “mediatrice”. Vengono ripetute in continuazione. E tutti, nel governo, ma anche nella classe dirigente economica preoccupata dai dazi, le consigliano di lavorare per diventare, in Europa e a nome dell’Europa, la principale interlocutrice di Trump.
Stavolta, da questo lato del ponte, l’Europa è terremotata nel suo asse franco-tedesco. Questa potrebbe anche essere un’occasione per Giorgia Meloni, se la volesse giocare prendendo in mano la bandiera dell’integrazione europea. Però non pare sia questa la scelta che avrebbe dentro una svolta (europeista) e in fondo una sfida (a Trump), che non riconosce l’Europa in quanto tale ma i singoli Paesi. Quel che si registra, al momento, è piuttosto uno slittamento verso una radicalità di destra, sulla base dell’idea che una certa affinità ideologica, anche se non proprio una inversione a U, aiuti proprio nella costruzione del ponte. E infatti ad Atreju non c’era un socialista convertito come Eddy Rama ma Javier Milei, e poi gli ammiccamenti costanti con Elon Musk e poi l’enfasi sul dossier migranti con toni d’antan.
Il rischio è che, su questo terreno, si trovi sempre qualcuno più pontiere. Come Orban, che per Trump è perfetto. Finora la premier italiana, proprio in virtù del suo ruolo nel mondo di prima, è riuscita a farlo ragionare sull’Ucraina. Adesso, nel mondo di Trump, il leader ungherese diventa un leader un bel po’sfidante. C’è poi chi suggerisce un’altra via che non è l’affinità ideologica con Trump, ma quella di giocare dove il ponte è meno accidentato: nel Mediterraneo, come cerniera tra Europa, Stati Uniti e Sud del mondo, lì dove l’Italia può contare qualcosa.
È il suggerimento dell’ex ministro Marco Minniti coinvolto nella cabina di regia del piano Mattei. Al momento però, più dell’Africa piace l’Albania. Che funzioni o no, consente il racconto. Anch’esso serve per costruire il famoso ponte.
Alessandro De Angelis
per la Stampa
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