Destra di Popolo.net

MIGRANTI, 1.500 PERSONE IN RIVOLTA NEL CAMPO NIGERIANO FINANZIATO DAL GOVERNO ITALIANO: “QUI I BAMBINI MUOIONO”

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

“VIVIAMO DENTRO BARACCHE IN MEZZO AL DESERTO, ESPOSTI A FORTI VENTI TRA POLVERE E SABBIA, CON SCARSISSIMI SERVIZI SANITARI”

“Il nostro passato è triste, il nostro presente brutto, e il nostro futuro incerto, allora perché dovremmo rimanere qui?”, si legge su di un pezzo di stoffa tenuto in mano da quattro donne sudanesi in mezzo al deserto, all’entrata del campo umanitario di Agadez. Hanno il volto stanco e gli occhi socchiusi per il sole che insieme alla sabbia e il vento diventano schegge per la vista. Come loro anche le centinaia di bambini e bambine che si trovano nello stesso centro, tengono gli occhi socchiusi e con le mani dei cartelli. “Siamo stanchi, vogliamo un futuro”, è la scritta che sorreggono alcuni bambini, accanto a loro anche gli uomini, i padri e i fratelli.
“Siamo i rifugiati del Centro umanitario di Agadez, nello stato del Niger – recita la lettera indirizzata all’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), scritta dai rifugiati di Agadez e pubblicata da Refugees in Libya – vi scriviamo oggi dal profondo del dolore e della sofferenza che si protraggono da anni. Da oltre sette anni, infatti, viviamo in questo Centro umanitario, dove siamo sottoposti a un ambiente duro e insopportabile, privo degli elementi più basilari per una vita dignitosa. Ad ogni stagione, le condizioni cambiano, ma il dolore e la sofferenza rimangono uguali”.
“Donne, bambini e malati vivono senza speranza. Non esistono trattamenti adeguati per i malati che soffrono in silenzio, né istruzione per i bambini che hanno perso la loro infanzia tra le tende. Le donne lottano per mantenere le loro famiglie in assenza di sicurezza e assistenza”, si legge.
“Siamo rifugiati, fuggiti dai nostri Paesi a causa di minacce e sfollamenti forzati, siamo arrivati in Niger in cerca di sicurezza, ma oggi siamo minacciati dai funzionari del CNE (Commission Nationale d’Eligibilité, l’istituzione governativa nigeriana che rilascia la documentazione per i rifugiati) a causa della protesta pacifica con cui rivendichiamo i nostri diritti di rifugiati”.
Da novembre 2023 è in corso, infatti, una protesta non violenta all’interno del campo per rifugiati di Agadez, in Niger, che detiene attualmente più di 1500 persone grazie ai soldi dell’Europa e dell’Italia. Per la maggior parte si tratta di persone fuggite dal Sudan ma anche da Repubblica Centrafricana, Camerun, Etiopia ed Eritrea. Il 40% di loro sono bambini e bambine sotto i 18 anni e la maggior parte è già sopravvissuta ai centri di detenzione in Libia o alle deportazioni nel deserto del governo Saïed, in Tunisia. Da settimane, mesi o anni si trovano nel centro nigeriano, bloccati in mezzo al nulla in un centro distante 15 km dalla città, dormono in baracche, senza accesso a cure mediche adeguate e all’istruzione, ma soprattutto ai diritti relativi al loro status di rifugiato.
“Sono fuggito dal Sudan in Tunisia, li sono stato imprigionato e poi deportato al confine con l’Algeria. – Racconta a Fanpage.it K.H. uno dei migranti rinchiudo nel centro di Agadez. – Anche qui sono stato imprigionato e nuovamente deportato nel deserto del Sahara al confine tra Algeria e Niger. Allora sono entrato in Niger e mi sono registrato come rifugiato al CNE, da lì sono stato trasferito nel centro di Agadez”. K.H. è rinchiuso dentro il centro da luglio scorso, senza avere idea di quale sia il suo futuro.
“Dal 22 settembre, ogni giorno, io e gli altri rifugiati protestiamo davanti la sede dell’UNHCR all’entrata del campo per chiedere che vengano rispettati i nostri diritti , ma soprattutto delle condizioni di vita decenti e la possibilità di costruire un futuro per i nostri bambini. Da quando siamo arrivati nel centro di Agadez viviamo in un limbo, non possiamo tornare a casa, ma anche vivere qui è impossibile. Viviamo dentro baracche in mezzo al deserto, esposti a venti molto forti, polvere e sabbia durante tutte le stagioni dell’anno. Abbiamo scarsissimi servizi sanitari, da quando sono arrivato soffro di problemi respiratori a causa dell’inalazione prolungata delle polveri, i bambini qui muoiono”, continua il giovane sudanese.
I finanziamenti italiani
Nell’insegna che dà il benvenuto a quello che dovrebbe essere un centro umanitario, tra il logo dell’UNHCR e la bandiera europea, c’è quella italiana. Il centro, inaugurato nel 2017 – nello stesso anno in cui l’allora ministro dell’Interno Minniti firma un’accordo che farà del confine Libia-Niger la frontiera d’Europa – è infatti finanziato direttamente dal nostro paese, attraverso il programma RDPP (Regional Development and Protection Programme) North Africa – di cui è presente il logo nella stessa insegna del centro – nato nel 2015 e gestito dal Ministero dell’Interno italiano. Nel sito del programma si legge che l’obiettivo dello stesso è “supportare i paesi terzi in Nord Africa e lungo la rotta del Mediterraneo centrale a consolidare il loro sistema di migrazione e asilo”, per offrire “accoglienza adeguata, accesso alla protezione internazionale e soluzioni durature all’interno dei movimenti misti”. Definizione, quest’ultima, che si legge anche nell’insegna del centro, in grassetto accanto a “Centro umanitario di Agadez, progetto movimenti misti”. Definizione che secondo l’UNHCR identificherebbe i flussi di persone che viaggiano insieme, generalmente in modo irregolare, lungo le stesse rotte e utilizzando gli stessi mezzi di trasporto, ma per motivi diversi. Un tentativo evidente di distinguere ancora una volta chi si trova a migrare illegalmente perché fugge da guerre o persecuzioni da chi, invece, è costretto da motivi economici.
Nel maggio 2020, inoltre, l’Italia firma un protocollo d’intesa “sull’identificazione e il monitoraggio dei migranti e dei rifugiati nel contesto dei movimenti misti” che considera il Niger come “l’unico spazio alternativo per la protezione e le soluzioni per i richiedenti asilo e i rifugiati”. Il protocollo arriva in seguito all’approvazione di un progetto di 2 milioni di euro sottoposto da UNHCR al governo italiano sulla “protezione e assistenza ai rifugiati e richiedenti asilo dentro la città di Agadez”.
Tutto questo avviene senza considerare le richieste, i bisogni ma soprattutto i lamenti di coloro che sarebbero dovuti essere i destinatari del progetto, ovvero i rifugiati. Già dal 2018, l’anno successivo all’apertura del centro, i migranti all’interno lamentavano la condizione di limbo in cui erano costretti.
Nel gennaio 2020, solo qualche mese prima che l’Italia firmi il protocollo d’Intesa, più di 1500 persone abbandonano il campo per disperazione. I ricollocamenti, dicevano, erano molto più lenti che nella capitale Niamey, e il clima e la posizione rendevano la vita nel campo insopportabile. Nessuno di questi eventi viene preso in considerazione nel progetto da 2 milioni proposto da UNHCR all’allora governo Conte II.
D’altronde neanche la morte di uno dei profughi il 25 maggio del 2022 ha in alcun modo interferito nella collaborazione dell’Italia con il centro nigeriano di Agadez. Su quell’evento costato la vita ad un profugo sudanese di 27 anni non è mai stata fatta chiarezza. Le autorità nigeriane hanno dichiarato che si sia trattato di un incidente dovuto al lancio di una pietra da parte dei profughi in rivolta, ma i rifugiati sostengono che Musab, il giovane morto, sia stata ucciso da un proiettile della polizia nigeriana. La stessa polizia addestrata dall’Italia nell’ambito del corso di “Tecniche d’Intervento Operativo” svolto dal Mobile Training Team (MTT) dei Carabinieri e terminato il 21 maggio dello stesso anno.
In un video girato il 25 maggio 2022 e pubblicato dai rifugiati di Agadez lo scorso dicembre si sente chiaramente il rumore di spari, seguito delle urla di donne e bambini in fuga, e dall’immagine del corpo di Musab a terra senza vita.
“Continuiamo ad essere minacciati e intimiditi dal CNE che gestisce formalmente il centro, solo perché chiediamo che vengano rispettati i nostri diritti più basilari”, continua K.H al telefono con Fanpage.it. Gli fa eco M., un altro profugo sudanese che vive nel centro da più di un anno: “Nonostante ciò noi continueremo a protestare finché non raggiungeremo il nostro obiettivo, il rispetto dei nostri diritti da rifugiati”.
Adesso sono più di 100 giorni che K, M e il resto dei più di 1500 rifugiati bloccati nel centro di Agadez continuano la loro protesta non violenta, da parte delle autorità però nessuna buona notizia. Solo qualche giorno fa M. ha ricontattato Fanpage.it con un messaggio: “È il 113esimo giorno di protesta davanti alla sede dell’UNHCR, e non abbiamo ancora avuto nessuna risposta. Oggi non ci è stato dato il cibo, perché? Non siamo considerati umani? Dove sono i nostri diritti? Dove sono le autorità competenti? Siamo rifugiati e ci negano il cibo. I bambini e gli anziani sono stanchi e malati. Perché l’UNHCR ci sta facendo morire di fame?”.
L’ultima notizia che abbiamo dei rifugiati di Agadez è di giovedì scorso, 116esimo giorno di protesta e sesto giorno senza cibo. Le autorità, invece, non hanno ancora accettato di parlare con fanpage.it.
(da Fanpage)

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MIGLIAIA DI SOCIETA’ PUBBLICHE PIENE DI DEBITI E POLTRONE

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

ORA I CRAC LI PAGHIAMO NOI

Ci sono società pubbliche alle quali il destino (politico) regala una seconda vita. Prendiamo l’ormai mitologica Stretto di Messina Spa, incaricata di costruire il ponte sullo Stretto: costituita nel 1981 e smantellata nel 2013 dopo aver succhiato centinaia di milioni di denaro pubblico, era in liquidazione da 10 anni (e in causa con lo Stato per la concessione) quando – su spinta del ministro Matteo Salvini – si è deciso di farla risorgere per portare a compimento l’opera di collegamento tra Calabria e Sicilia. Caso più unico che raro: di solito, infatti, se ad andare in crisi è una «partecipata» – cioè un’azienda che vede come soci le amministrazioni pubbliche – a rimanere in piedi sono soltanto i debiti.
Più poltrone che dipendenti
I dati diffusi nel 2024 dal ministero dell’Economia e che guardano fino a tutto il 2021, ci dicono che le partecipate sono 5.081, hanno come soci 39.657 enti pubblici e il 68% è in mano ai Comuni. Ma mille di queste società, in realtà, sono in liquidazione o sottoposte a procedure concorsuali che quasi sempre sono l’anticamera del fallimento e che nel 70% dei casi si trascinano per almeno 5 o 10 anni. La situazione varia: ci sono regioni, come il Molise, che hanno chiuso oltre la metà delle partecipate, e altre come il Trentino e la Valle d’Aosta dove le aziende in liquidazione sono appena il 2%.
A funzionare regolarmente, rimangono 3.946 partecipate. E non tutte se la passano bene. Se escludiamo quelle create più di recente (per le quali è prematura una valutazione) e quelle che non rientrano nei “paletti” del Testo unico sulle società a partecipazione pubblica, ne restano poco meno di 3mila: il 41% negli ultimi 5 anni ha avuto almeno un bilancio in perdita, il 7,6% ha i conti stabilmente in rosso, mentre il 22% ha più amministratori – e quindi poltrone da spartire – che dipendenti; e una su tre fattura meno di un milione di euro, considerata la soglia limite. In generale, il 39% delle partecipazioni non rispetta le condizioni per le quali, da qualche anno, la legge impone agli enti di sbarazzarsene – chiudendo la società o cedendo le quote – o almeno di avviare dei seri piani di risanamento. Ma nel 74% dei casi, i soci hanno già detto di voler lasciare tutto com’è.
I crac milionari
Le regole che spingono a «razionalizzare» le aziende in sofferenza sono state introdotte nel 2016 con l’obiettivo di ridurre il rischio che le crisi si trasformino in voragini finanziarie. Infatti le aziende e i privati che avanzano soldi dalle partecipate fallite sono migliaia. Qualche esempio, pescato da un elenco lunghissimo: nel 2013 i fallimenti degli aeroporti di Forlì e di Rimini, (in capo a Regione, e rispettivi Comuni e camere di commercio) lasciano debiti per oltre 60 milioni; lo stesso anno c’è il crac di Amia – partecipata dal Comune di Palermo per la raccolta rifiuti – con i creditori che avanzano 180 milioni. Nel 2018 a saltare è MessinAmbiente, partecipata del Comune per la gestione dei rifiuti: debiti stimati per 101 milioni. E nel 2023 fallisce, con 20 milioni di debiti, la Amaco che si occupa del trasporto pubblico a Cosenza.
Perché accade questo? Ciascuna fa storia a sé, anche se spesso salta fuori che le partecipate finite in default erano sotto-capitalizzate (a volte non sono proprietarie neppure dell’edificio in cui hanno sede) e usate dalla politica per distribuire poltrone e attirare consenso elettorale. Inoltre, se oggi il socio è tenuto ad accantonare l’equivalente delle perdite, in passato i sindaci utilizzavano queste società per offrire servizi “dirottando” su di esse i buchi di bilancio, così da tenere al sicuro le casse del Comune a discapito dei creditori. Infatti, per le aziende pubbliche valgono le stesse regole di qualunque Spa o Srl: se finisce gambe all’aria non si può pretendere di usare il patrimonio dei soci (in questo caso degli enti pubblici) per ripianare i debiti. Tradotto: quando i soldi finiscono, chi ancora dev’essere pagato rimane col cerino in mano. Ma la novità è che d’ora in avanti quel cerino potrebbe finire nelle mani dello Stato
Quando a pagare siamo noi
Per capire come una partecipata possa sprofondare nei debiti e cosa accade ai creditori, prediamo la Soakro Spa, azienda fondata da Provincia e Comuni della zona per distribuire l’acqua nelle abitazioni del Crotonese. Nel 2016 fallisce lasciando debiti per 50,7 milioni di euro nei confronti di centinaia tra dipendenti e fornitori. La procura di Crotone apre un’inchiesta e scopre che fin dalla sua nascita, nel 2008, è sottocapitalizzata (in «pancia» ha appena 107mila euro) e quindi non può fare investimenti. È gestita in modo assurdo: la partecipata compra l’acqua da un’altra società pubblica e la rivende ai cittadini a prezzi più bassi e non ha un’anagrafe dei clienti, col risultato che la metà dei residenti non versa il dovuto e molti neppure ricevono le bollette. Tra chi utilizza i servizi a sbafo, ci sono gli stessi soci pubblici nei confronti dei quali l’azienda fatica a riscuotere milioni di euro. Non versa imposte per 1,5 milioni, comprese le ritenute fiscali dei dipendenti, ma in compenso distribuisce lavori per 490mila euro ad aziende «amiche» senza bandi di gara, e assegna consulenze «ingiustificate» per 131mila euro. E in tutto questo, i vertici – nominati dalla politica – riescono pure ad assegnarsi 71mila euro di premi aziendali. A settembre 2024 il tribunale condanna per bancarotta 14 tra rappresentanti legali, amministratori e componenti degli organismi di controllo della partecipata. Ma intanto, visto che gli abitanti non possono rimanere senz’acqua, i Comuni creano un nuovo consorzio, di fatto una copia di Soakro, che pare sia già in rosso per decine di milioni.
La battaglia in Europa
Nel pantano della Soakro ci finisce anche la Salvatore Mazzei Srl, che ha svolto 102.772 euro di scavi e opere in calcestruzzo per conto della partecipata crotonese, senza mai vedere un soldo. Sia il tribunale che gli organi fallimentari riconoscono che quella somma le spetta di diritto, ma a giugno 2021 il curatore fallimentare dice che non ci sono risorse per far fronte alle richieste dei creditori. Tutto come da copione. Stavolta però il titolare dell’impresa edile non ci sta a tenersi quel cerino in mano, e si rivolge alla Corte europea per i diritti dell’uomo chiedendo sia lo Stato a pagare il debito «non solo perché Soakro è un’articolazione organizzativa della Pubblica amministrazione, ma anche perché gli enti locali, con la loro condotta, hanno provocato la crisi». Nel 2022 la Corte europea scrive al nostro governo. Il senso del messaggio: ci sono diversi precedenti legali, meglio che troviate un accordo altrimenti l’Italia rischia una pesante condanna. Capita l’antifona, il governo si impegna a saldare il debito contratto da Soakro con la Salvatore Mazzei Srl. Non l’ha ancora fatto, ma lo farà.
Cosa succede adesso
La Mazzei Srl non è sola: sono centinaia i ricorsi presentati a Strasburgo dai creditori delle società partecipate, e in quindici casi il nostro governo ha già dovuto concludere l’accordo proposto dai giudici. In generale, è presto per dire come andrà a finir, ma se la Corte dovesse dare loro ragione i debiti dovranno essere ripianati con denaro pubblico. A marzo di quest’anno il Comitato dei ministri (l’organo che vigila sull’esecuzione delle sentenze della Corte) ha detto: «Il fatto che lo Stato scelga una forma di delega in base alla quale alcuni dei suoi poteri sono esercitati da un altro organismo non è sufficiente per rinunciare alla propria responsabilità per i debiti di tale organismo delegato». L’avvocato Francesco Verri – che ha incassato la vittoria della Mazzei e ha in ballo altri 200 ricorsi per un valore di mezzo miliardo – è convinto di spuntarla: «La nostra è una sorta di gigantesca class action per tutelare i diritti fondamentali di migliaia di creditori incolpevoli. E ci sono dei precedenti: se le pubbliche amministrazioni affidano i servizi di interesse pubblico ad aziende partecipate, lo Stato è responsabile dei debiti e li deve pagare al loro posto».
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da corriere.it)

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“ALCOLIZZATO E VIOLENTO, LA MOGLIE SI NASCONDEVA PER SFUGGIRGLI”

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

QUESTO SAREBBE L’UOMO SCELTO DA TRUMP COME SEGRETARIO ALLA DIFESA, PETE HEGSETH…. LA DICHIARAZIONE GIURATA DELLA COGNATA

L’ex cognata di Pete Hegseth ha presentato martedì una dichiarazione giurata ai senatori in cui accusava il candidato dal presidente Donald Trump alla carica di segretario alla Difesa, di essere stato «violento» nei confronti della sua seconda moglie. Una volta la donna si era nascosta in un armadio per sfuggirgli e aveva una parola di sicurezza da chiamare per chiedere aiuto se avesse avuto bisogno di allontanarsi da lui. I senatori stanno esaminando, riporta il New York Times, la dichiarazione giurata di Danielle Diettrich Hegseth, ex moglie del fratello del signor Hegseth, che descrive il comportamento «irregolare e aggressivo» di Pete. Secondo una copia ottenuta dal Times, l’uomo beveva spesso in modo eccessivo sia in pubblico che in privato, inclusa un’occasione a cui lei ha assistito personalmente, mentre indossava la sua uniforme militare.
Le accuse, che il signor Hegseth ha negato tramite il suo avvocato, sono emerse mentre i repubblicani stavano lavorando per accelerare la sua conferma, e secondo il quotidiano americano potrebbero mettere a repentaglio la sua corsa. Una manciata di repubblicani che hanno appreso delle accuse negli ultimi giorni hanno sollevato in privato serie preoccupazioni. Nella sua dichiarazione giurata, riportata in precedenza da NBC News , Danielle Hegseth ha affermato di aver parlato con l’FBI di Pete Hegseth e di essersi presentata al Congresso nella speranza che il suo racconto avrebbe convinto abbastanza repubblicani. Ha affermato di aver presentato il suo racconto su richiesta del senatore Jack Reed del Rhode Island, il principale democratico dell’Armed Services Committee.
(da agenzie)

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INTESE TRA CRIMINALI: TRUMP CONCEDE LA GRAZIA A ROSS WILLIAM ULBRICHT, IL FONDATORE DI SILK ROAD, IL SITO CONSIDERATO “IL MERCATO NERO DEL WEB”, CONDANNATO ALL’ERGASTOLO

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

SULLA PIATTAFORMA SI VENDEVANO ILLEGALMENTE FARMACI, ARMI E DOCUMENTI FALSI… C’È STATO IL “PERDONO” PER I 1.600 ASSALITORI DI CAPITOL HILL… L’IMBARAZZO TRA I REPUBBLICANI E LA RABBIA DEI POLIZIOTTI AGGREDITI: “TRADITI DAL NOSTRO PAESE”

Il neopresidente americano Donald Trump concede la grazia a Ross William Ulbricht, il fondatore di ‘Silk Road’, il sito considerato “il mercato nero del web”, condannato all’ergastolo negli Stati Uniti. Ulbricht è stato arrestato dall’Fbi nel 2013 e condannato per traffico di droga, pirateria informatica e riciclaggio di denaro sporco.
Su Silk Road venivano venduti illegalmente farmaci, narcotici, armi e documenti falsi. Per quest’ultimi si usavano i bitcoin. Con la grazie, Trump mantiene la promessa effettuata in campagna elettorale alla comunità dei fan di criptovalute e agli elettori libertari.
L’aveva promesso Donald Trump che per «gli ostaggi» e «i prigionieri politici», così chiamava sin dal gennaio del 2022 i detenuti per l’assalto di Capitol Hill, avrebbe avuto un occhio di riguardo. Lunedì sera quell’attenzione si è trasformata in un colpo di penna con cui ha concesso perdoni presidenziali e grazie a circa 1.600 persone che il 6 gennaio del 2021 avevano assaltato o come Enrique Tarrie e Steward Rhodes, leader degli Oath Keepers, erano accusati di essere i registi di una rivolta, cospirazione sediziosa, per demolire il processo democratico Usa.
Trump ha siglato un ordine esecutivo in cui perdona 1.270 condannati e ordina al Dipartimento di Giustizia di lasciare cadere circa 300 procedimenti pendenti. L’ordine di rilascio è scattato subito. Anche quattordici persone, quelle come Rhodes e Tarrie con condanne pesanti, 18 anni il primo, 22 il secondo, hanno ricevuto l’ordine di scarcerazione.
«Sono stati in cella per tanto tempo, queste persone sono state distrutte», ha detto Trump siglando il decreto. Queste 14 tutte insieme avevano accumulato oltre 100 anni di detenzione.
Ieri sera nel corso di un botta e risposta con i reporter ha difeso nuovamente la sua decisione e citato i «perdoni ai criminali» che ha dato Biden.
Il gesto di Trump va oltre le aspettative, spiazza gli alleati e imbarazza anche qualche collaboratore di governo che negli anni scorsi era stato duro sulla necessità di mostrare rigore. Pochi giorni fa il vicepresidente J.D. Vance e lo Speaker della Camera, Michael Johnson, avevano detto che Trump avrebbe dovuto perdonare solo coloro che non si erano macchiati di crimini violenti.
Fra le persone graziate 600 hanno capi di imputazione o condanne gravi per aver assalito agenti di polizia e impedito alle forze dell’ordine di operare durante la rivolta. Ci sono, ad esempio, Julian Khater – che poi si dichiarò colpevole – Devlyn Thompson, e Robert Palmer: tutti attaccarono dei poliziotti a colpi di spranga e legni. Il Dipartimento di Giustizia ha incriminato 1.580 persone legate al 6 gennaio, di cui il 55% per reati minori. Le pene vanno da un minimo di 4 mesi a oltre 22 anni.
La decisione del presidente è stata accolta con diversi malumori anche nel mondo repubblicano. Il senatore della North Carolina Thom Tillis, l’ha definita «una cattiva azione»; Marco Rubio, ormai segretario di Stato e in passato da senatore fra i fautori della linea dura, ha evitato di commentare: «Mi occupo ormai di politica estera».Quelli che parlano sono sia i “perdonati”, sia i famigliari delle vittime.
Nell’assalto di Capitol Hill morirono cinque persone fra attivisti e agenti. Altri due agenti morirono per infarto nei giorni seguenti l’attacco. Michael Fanone, uno dei poliziotti colpiti dagli aggressori, e diventato uno dei volti di quel giorno dopo aver testimoniato davanti alla Commissione parlamentare sul 6 gennaio, ha detto alla Cnn: «Sono stato tradito dal mio Paese, sono stato tradito da coloro che sostenevano Donald Trump, che abbiate votato per lui perché aveva promesso queste grazie o per qualche altro motivo, sapevate che questo sarebbe successo. Ed eccoci qui».
«Stasera, sei individui che mi hanno aggredito, mentre facevo il mio lavoro il 6 gennaio, come hanno fatto centinaia di altri ufficiali delle forze dell’ordine, ora saranno liberi».
(da agenzie)

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IL SALUTO ROMUSK

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

TRA FOLLIA CRIMINALE E ISTERIA

Non so se quello di Musk fosse un saluto romano o un irrigidimento isterico dell’avambraccio (in ogni caso la Roma che ha in mente quell’invasato è l’Urbe non di Mussolini, ma di Nerone). Una cosa è certa: da qualche tempo persino chi vedeva in Trump il male assoluto lo ha retrocesso a relativo.
Scopriremo presto se le cose stanno effettivamente così, ma al momento, lo si è visto anche durante la cerimonia d’insediamento, la semplice presenza di Musk al suo fianco basta a ridurre la carica eversiva del Babau in Chief, assegnandogli obtorto collo il ruolo di vecchio saggio incaricato di smorzare gli eccessi visionari del socio finanziatore. Potrebbe trattarsi di un gioco delle parti. Ogni leader ama essere amato da tutti, e il modo più sicuro di riuscirvi consiste nel mettersi accanto qualcuno più inquietante di lui. Così potrà apparire rassicurante persino agli occhi dei suoi avversari. Gli esempi, anche in Italia, non mancano: Andreotti si accompagnava a Sbardella, Berlusconi a Previti, Renzi a Renzi.
Ma forse i nostri giudizi sono condizionati dal linguaggio, che esprime sempre lo spirito del tempo. Trump è uomo all’antica, manifesta ancora la sua cattiveria con le parole. Al massimo vi aggiunge il tono di voce e le espressioni del volto. Invece Musk, più moderno, comunica a fumetti: digitando emoticon, roteando pollici e stendendo avambracci. Ha messo un motore nuovo al passato e lo ha chiamato futuro.
(da La Repubblica)

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LA GIORNATA IN CUI L’ITALIA E’ USCITA DALLO STATO DI DIRITTO: UN CRIMINALE TORTURATORE LIBERATO CERTIFICA LA COLLUSIONE CON I TRAFFICANTI LIBICI

Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile

IN ITALIA NON ESISTE PIU’ LA LEGGE UGUALE PER TUTTI MA QUELLA AD PERSONAM… FINANZIAMO UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE E NON RISPETTIAMO NEMMENO I MANDATI DI CATTURA INTERNAZIONALI… L’IRA DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE… LE OPPOSIZIONI: “VERGOGNA”

I siti libici, che già ieri mattina annunciavano l’imminente ritorno a Tripoli del generale Najeem Osema Almasri Habish «per essere processato come prevedono gli accordi Italia-Libia sui prigionieri», ci avevano visto giusto.
E incredibilmente, alle 21.42, il comandante della polizia giudiziaria e responsabile del centro di detenzione di Mitiga fermato a Torino sabato su mandato di cattura della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, era già libero e a Tripoli. Accolto da una grande festa con tanto di fuochi d’artificio.
“L’errore procedurale”
Salvato da un cavillo, un «errore procedurale», come lo hanno definito i giudici della Corte d’appello di Roma che ne hanno disposto la scarcerazione. E persino rimandato a casa con tante scuse su un I-Carg italiano decollato dall’aeroporto di Caselle alle 19.51. Un volo che però era partito da Ciampino per Torino alle 11.14, segno che già ieri mattina presto, la scorta di Almasri era stata decisa su tavoli assai diversi da quelli della Corte d’appello di Roma.
E ben prima delle 16, ora in cui dal ministero di Grazia e giustizia, dopo 36 ore di imbarazzante silenzio istituzionale, partiva una nota in cui si comunicava che il ministro Nordio stava «valutando la trasmissione degli atti alla Procura generale di Roma».
“Il ministro non era stato avvertito”
Dunque, la decisione, formalmente, è dei giudici e ha motivazioni giuridiche scovate nella procedura prevista in caso di mandato di cattura della Corte penale internazionale: nella fattispecie — ha rilevato la Corte d’appello — il ministro della Giustizia è stato informato dell’arresto solo lunedì, quando il generale Almasri era già nel carcere de Le Vallette, e non preventivamente come avrebbe dovuto essere fatto.
E a quel punto, partita la più ferrea consegna del silenzio a tutti i livelli, Palazzo Chigi si è trovato stretto tra il dovere di consegnare alla Corte penale de L’Aia un uomo da processare per crimini contro l’umanità e le aspettative degli amici libici a cui l’Italia affida buona parte della sua strategia di contrasto ai flussi migratori. Improvvisamente ripresi lunedì con 500 arrivi, tutti dalla Libia, a Lampedusa.
Poco prima fonti della Corte penale internazionale avevano espresso «forte preoccupazione». Il timore fondato, quindi, che Njeem Osama Elmasry, detto Almasri, potesse essere “graziato” dal governo italiano, impedendo la sua consegna alla giustizia dell’Aja. Il mandato di cattura, spiegano, non ammette discrezionalità. Se arrestato, un ricercato dalla Corte «deve essere consegnato e processato». Poi una previsone: «Quando questo articolo verrà pubblicato, il ricercato sarà già in Libia».
Le proteste delle opposizioni
È finita con il generale scarcerato, espulso e rimandato a casa e l’incredulo sconcerto delle opposizioni che preannunciano interrogazioni al ministro Nordio.
«Il governo chiarisca immediatamente perché Almasri è stato scarcerato e lasciato andare», dice la segretaria del Pd Elly Schlein. «Giorgia Meloni voleva inseguire i trafficanti di esseri umani in tutto il globo terracqueo, ne era stato arrestato uno libico in Italia e invece di dare seguito alle richieste della Corte penale internazionale che lo accusa di crimini di guerra e contro la dignità umana, lo hanno rimandato impunito in Libia».
«Vicenda gravissima di cui chiederemo conto a Nordio», dice Matteo Renzi. Da Riccardo Magi ad Angelo Bonelli, è un coro di «vergogna» e una richiesta di immediati chiarimenti al Parlamento.
(da agenzie)

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