Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
“IO CITTADINA DI ISRAELE ARRESTATA E PICCHIATA PER AVER DENUNCIATO LA VIOLENZA DEI COLONI”
Makhrour, inserita nel 2014 nell’elenco dei patrimoni dell’umanità dell’Unesco, è una
delle ultime oasi verdi accessibili ai palestinesi nella Cisgiordania occupata. I suoi antichi terrazzamenti e gli uliveti secolari si estendono a ovest, sovrastando la città di Betlemme, e a est, dominando il panorama che si affaccia su Gerusalemme, separata dal checkpoint DCO, dove in questi giorni si formano interminabili file di veicoli a causa delle recenti restrizioni e chiusure israeliane, imposte a poche ore dal raggiungimento della tregua a Gaza. Il sito si estende su 11 chilometri quadrati, qui risiedono circa 25.000 palestinesi, e include i villaggi di Husan, Battir e Walaje, oltre alle città di Khader e Beit Jala.
Incontriamo Alice Kisya, residente palestinese cristiana della zona, che il 31 luglio 2024 ha visto il terreno della sua famiglia espropriato da un gruppo di coloni armati, sotto la protezione dell’esercito israeliano. Da allora, a pochi passi dalla sua proprietà, ha fondato la “Tenda della solidarietà”, divenuta simbolo della resistenza contro la confisca delle terre palestinesi. «Per mesi ci siamo mobilitati, insieme ad attivisti palestinesi, israeliani e internazionali, che lottano al nostro fianco contro i soprusi dei coloni», ci racconta. «Avevamo anche un ristorante e una piscina, ma sono stati demoliti. E quando li abbiamo ricostruiti, sono tornati a buttare giù tutto».
Makhrour si trova nell’area C della Cisgiordania occupata, sotto il pieno controllo militare e civile israeliano. Da tempo, Tel Aviv utilizza le demolizioni delle infrastrutture palestinesi come mezzo per sfollare la popolazione e annettere gradualmente il territorio. Una continua appropriazione di terreni e abitazioni: sono 12.000 le strutture demolite in Cisgiordania dal 2009, con un nuovo picco raggiunto nel 2024 con 1.763 distruzioni, secondo i dati delle Nazioni Unite. «Le demolizioni vengono giustificate dalla mancanza di permessi per costruire, ma le autorità israeliane raramente ce li concedono. Paradossalmente, questa stessa restrizione non viene applicata ai coloni che vivono nelle valli circostanti», spiega Kisya. Nonostante i tentativi della famiglia di tornare nella propria terra, i soldati hanno imposto loro di mantenere una distanza e hanno dichiarato l’area «zona militare chiusa».
«Essendo una cittadina palestinese di Israele, quando ho chiamato la polizia israeliana per denunciare le violenze dei coloni, invece di intervenire contro di loro, hanno arrestato me. Anche gli attivisti ebrei israeliani stati picchiati e perseguiti legalmente. Questo dimostra che, indipendentemente da chi tu sia, il governo Netanyahu colpisce tutti senza distinzioni», continua Kisya. La vicenda della sua famiglia ha visto il coinvolgimento anche del Fondo Nazionale Ebraico, creato nel 1901 con l’obiettivo di acquisire terre in Palestina. «Qualche anno fa, i documenti che attestavano la nostra proprietà sono stati dichiarati invalidi. Ci hanno detto che i nostri terreni ora fanno parte della terra dello Stato e di una zona verde e non edificabile».
L’area C della Cisgiordania è al centro di una vera e propria offensiva del piano di insediamento israeliano. Dal 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha creato cinque nuove colonie, istituito 43 nuovi avamposti, legalizzandone altri 70, tra cui Neve Ori, nei pressi di Makhrour. A differenza degli insediamenti israeliani tradizionali, considerati illegali secondo il diritto internazionale ma non secondo la legge israeliana, gli avamposti sono considerati illegali anche dallo Stato di Israele. «L’intenzione del governo Netanyahu è quella di creare una sequenza di insediamenti che scolleghino i villaggi palestinesi dell’area di Makhrour da Betlemme, collegando al contempo gli insediamenti di Gush Etzion a Gerusalemme», ha dichiarato l’ong israeliana Peace Now, che si occupa di monitorare i territori occupati del 1967.
Alle porte di Betlemme, la ridefinizione dello spazio è costante: i nuovi posti di blocco, l’ampliamento della strada 60 a Beit Jala, così come i piani per espandere il vicino insediamento di Har Gilo, tracciano i contorni di quello che sarà il futuro. D’altronde, tra le aule della Knesset israeliana, di annessione della Cisgiordania si parla ormai apertamente. Il ministro della sicurezza nazionale uscente, Itamar Ben Gvir, dimessosi in protesta al recente accordo raggiunto tra Netanyahu e Hamas, e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich, hanno fatto dell’annessione il cavallo di battaglia della loro agenda politica. Gli ammiratori del movimento razzista e suprematista kahanista, un’ideologia che Israele aveva messo al bando trent’anni fa, sono oggi nella maggioranza di governo.
Tra i palestinesi, il timore di un’annessione legalizzata della Cisgiordania è sempre più diffuso, e l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, potrebbe velocizzarne il processo. A pochi giorni dalla sua vittoria alle elezioni statunitensi, Smotrich ha scritto su X: «2025: l’anno della sovranità su Giudea e Samaria» (n.d.r. i nomi usati dalla destra israeliana per riferirsi alla Cisgiordania). E ha aggiunto: «Ho ordinato l’inizio di un lavoro professionale per preparare la necessaria infrastruttura ( per l’annessione n.d.r)» perché «non ho dubbi che il presidente Trump sosterrà lo Stato di Israele in questa mossa». Dal canto suo, Trump, nel primo giorno del suo mandato ha revocato le sanzioni contro le violenze dei coloni imposte da Joe Biden nel febbraio 2024.
Il sole sta tramontando e, da una delle valli di Makhour, si intravedono le luci dei villaggi circostanti. Prima di salutarci, Kisya lancia un ultimo sguardo alla sua terra, ora sbarrata da vecchi fili di ferro arrugginiti. «Non so cosa ci riserverà il futuro», dice, «ma andarsene non è un’opzione»
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
SE IL MEF DI GIORGETTI, CHE HA L’11,7% DI MPS, LO PRENDE IN QUEL POSTO (PERDENDO 71 MILIONI), IL DUPLEX CALTAGIRONE-MILLERI FA BINGO: 154 MILIONI IN UN GIORNO … E DOPO IL “VAFFA” DEL MERCATO, CHE SUCCEDERÀ? TECNICAMENTE L’OPERAZIONE CALTA-MILLERI, SUPPORTATA DALLA MELONI IN MODALITÀ TRUMP, È POSSIBILE CON UN AUMENTO DI CAPITALE DI MPS DI 4 MILIARDI (PREVISTO PER APRILE) – PER DIFENDERE MEDIOBANCA DALL’ASSALTO, NAGEL DOVRÀ CHIEDERE AL BOSS DI GENERALI, PHILIPPE DONNET, DI CHIAMARE ALLE ARMI I POTENTI FONDI INTERNAZIONALI, GRANDI AZIONISTI DI MEDIOBANCA E DI GENERALI, PER SBARRARE IL PASSO AL “CALTARICCONE” ALLA FIAMMA (FDI)
A raccontarlo non ci si crede. Risultato del primo giorno di OPS ostile del Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca: se il Mef di Giorgetti, che ha in tasca l’11,7% di MPS, lo prende in quel posto (perdendo, sulla carta, 71 milioni), il duplex Calta-Milleri fa bingo: 154 milioni in un giorno!
Breve riepilogo. Venerdì scorso, Monte dei Paschi di Siena lancia un’OPS (Offerta Pubblica di Scambio) su Mediobanca, la banca d’affari che da oltre mezzo secolo ha il 13% di Generali, obiettivo esplicito delle mosse congiunte di Milleri (66anni) e Caltagirone (81).
(Se Milleri-Calta, che nel capitale Generali possiedono rispettivamente il 9,77% e il 6,23%, conquistassero Mediobanca, avrebbero il controllo del Leone alato).
Purtroppo i due imprenditori sono privi dei requisiti bancari per possedere un istituto di credito, e hanno bisogno di una banca per ottenere il via libera dalla BCE per lanciare l’assalto a Mediobanca e poi al cosidetto ”forziere d’Italia” (Generali ha in gestione 850 miliardi di risparmi e custodisce nei propri portafogli l’1,25% del totale del debito pubblico italico, 37 miliardi su 3mila).
E venerdì la Borsa – il cosiddetto Mercato (cioè i fondi italiani e internazionali presenti in maggioranza nelle banche italiche) – stronca di brutto l’operazione Calta-Milleri, in combutta con l’Ad dell’istituto senese Lovaglio, con una perdita del titolo MPS del 6,91% depauperando (sulla carta) le casse di Stato di 71 milioni. Stessa brutta sorte è toccata agli azionisti dell’istituto di Siena.
Ma non a tutti: se Caltagirone e Delfin detengono insieme il 14,9%, quindi perdono sul titolo MPS circa 90 milioni, contemporaneamente hanno – sempre insieme e sempre in accordo (Consob e Banca d’Italia dove siete?) – anche il 25,3% di Mediobanca (è dato credere la percentuale sia più alta). E venerdì il titolo di piazzetta Cuccia guadagna il 7,72% e i due amiconi, il Gatto e la Volpe, si portano a casa circa 244 milioni. Una volta coperte le perdite su MPS, il risultato è: + 154 MILIONI in 24 ore.
Il rapporto Meloni-Caltagirone sta diventando peggio di quello Craxi-Berlusconi. Per trovare una via per la conquista di Generai, l’editore del “Messaggero” chiede alla Ducetta la Legge Capitali che cambia le carte sul rinnovo dei CdA (ma si aspetta ancora il regolamento della Consob) e tra mille polemiche, anche internazionali (Financial Times in prima linea), il governo Meloni la fa. Quando c’è l’Opa di UniCredit su BMP, stroncando l’operazione terzo polo bancario BPM-MPS, chiede di esercitare la Golden Power considerando Unicredit una “banca straniera” (sic!) e il Mef di Giorgetti istruisce una inutile e ridicola pratica.
Chiusa la via BPM dall’Opa Unicredit di Orcel (la regola vieta a chi e oggetto di un’offerta pubblica di mercato di fare qualsiasi operazione di natura straordinaria), i nostri eroi non si perdono d’anima e cambiano cavallo: l’OPS su Mediobanca si fa con MPS convincendo la Fiamma Magica di Palazzo Chigi a supportare la scalata ostile con l’11,7% del Mef (Giorgetti pur essendo ben a conoscenza dell’operazione non informa nessuno).
Cose mai viste in un paese occidentale che un governo affianchi due imprenditori per una scalata bancaria trasformandosi in un Governo-Banca.
E che banca! La più scalcagnata e fallita d’Italia, l’unica della storia della Repubblica ad essere stata nazionalizzata per via degli scandali e delle molte crisi degli ultimi 20 anni; un disastro costato a noi contribuenti circa 30 miliardi tra aumenti di capitale e contributi pubblici; e il risanamento patrimoniale dell’Ad Lovaglio non è fondato sui crediti reali ma sul DTA (Deferred Tax Assets), sostanzialmente risparmi su debiti fiscali futuri.
Mediobanca al contrario è un esempio di solidità patrimoniale, al punto che non è stato necessario ricapitalizzarla nemmeno all’indomani dello scandalo Lehman del 2008.
E dopo il “vaffa” di venerdì del mercato, che succederà? Tecnicamente, l’operazione Calta-Milleri è ancora possibile.
La differente capitalizzazione delle due banche (ad oggi, Mediobanca 13,5 miliardi contro gli 8 di MPS) potrà essere colmata con un aumento di capitale della banca senese di 4 miliardi (si sussurra che, una volta che l’OPS diventerà esecutiva, sia previsto per aprile).
Un aumento al quale non parteciperà il Mef e la sua quota dell’11,7% automaticamente si diluirà (l’intesa di Giorgetti con l’Unione Europea prevede una graduale uscita dello stato dalla banca senese).
A quel punto, per difendere Mediobanca dall’assalto, Nagel dovrà chiedere un intervento del boss di Generali, Philippe Donnet, che ha imbastito in fretta e furia la creazione di una nuova società comune con il gruppo francese Natixis che avrà 1.900 miliardi di risparmio da gestire, facendo imbestialire Calta-Milleri, supportati da Meloni in modalità Trump: First Italia!
Donnet è ben introdotto nel mondo della finanza internazionale, e tocca a lui, secondo scalpo dopo Nagel, il compito di chiamare alle armi i grandi fondi internazionali, soci di maggioranza in Mediobanca e Generali, per respingere l’assalto del Carariccone alla Fiamma.
Milleri ha nei confronti di Mediobanca e dei due dioscuri, l’Ad Nagel e il presidente Pagliaro, un’avversione che risale ad una vicenda di molti anni fa legata allo IEO, l’Istituto Europeo di Oncologia di Veronesi, da cui fu estromesso come fornitore; IEO che cercò, senza successo, di far acquistare dal suo datore di lavoro Leonardo Del Vecchio scatenando poi la battaglia su Generali e direttamente in Mediobanca
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
KIMBAL MUSK PRIMA ERA PASSATO DA CINECITTA’ DOVE AVEVA TRAFUGATO UN ABBIGLIAMENTO DA COW BOY
Oltre a Kimbal Musk (sospettabile di avere trafugato da Cinecittà il suo abbigliamento
da cowboy) ci sono altri fratelli e sorelle di Elon Musk, tutti in ottimi rapporti con il governo italiano e tutti attesi a Roma nei prossimi giorni.
Già stasera dovrebbe arrivare Timbal Musk, il famoso chef che ha rivoluzionato la cucina americana facendo bollire gli spaghetti in una pentola piena d’acqua anziché arrostirli sul barbecue: un genio, come tutti in famiglia.
Poi c’è Tucson Musk, inventore del rodeo con cavalli a guida automatica, che sarà ricevuto dal ministro dello Sport.
La sorella gemella, Brillian Musk, è una stilista molto affermata, ha lanciato con successo il berretto-drone in grado di posarsi su molte teste diverse in pochi secondi, quando si scoprirà a cosa serve diventerà ricchissima anche lei.
A palazzo Chigi c’è molta curiosità per Musk Musk, il fratello più anziano, inventore del Doppio Universale: un algoritmo che raddoppia qualunque cosa. Due Andrea Bocelli lo accompagneranno da Meloni e canteranno un doppio Nessun dorma, dandosi il cambio per l’acuto finale che potrà durare fino a un quarto d’ora.
Grande attesa anche per il cugino Pippo Musk, che con la Fondazione Yuk Yuk si occupa di intelligenza artificiale. Ortainprefgb4Yh Musk, il minore dei fratelli, ha lanciato una startup per la lotta ai refusi, ma è ancora in via di sperimentazione: verrà comunque ricevuto dal ministro Valditara.
Infine, il rude ma sincero Macho Musk, che lo stesso Elon ha incaricato di combattere la piaga del cambiamento di genere applicando una barba finta, dagli otto anni in su, a tutti i maschi, e iscrivendo le femmine a una scuola di ricamo.
(da repubblica.it)
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Gennaio 26th, 2025 Riccardo Fucile
L’OBBROBRIO PARTORITO DAL GOVERNO CON CALTAGIRONE E DELFIN PREVEDE 2,9 MILIARDI DI CREDITI FISCALI PER LA BANCA SENESE (CIOÈ GETTITO FISCALE IN MENO NEI PROSSIMI DUE ANNI
Meloni, cresciuta anche elettoralmente nella propaganda ostile ai ‘poteri forti’ e contro le banche avide, oggi entra a gamba tesa negli equilibri di mercato, schierando il suo Governo alla testa di una ardita operazione finanziaria basata su catene di controllo e partite fiscali, le DTA di cui MPS è portatrice dal periodo in cui le perdite venivano coperte dai contribuenti e che porterebbero al nuovo gruppo a non pagare nemmeno le tasse che Mediobanca paga oggi e pagherebbe sugli utili; legittimo, ovviamente, ma un po’ paradossale essendo una decisione dello stesso MEF”. Lo afferma il deputato di Più Europa Benedetto Della Vedova.
“Meloni – prosegue – ha già detto che l’operazione va bene, prima ancora che sia il mercato a chiarire se i valori messi in campo e le strategie industriali si riveleranno congrue oppure no. Peraltro, l’uscita di oggi della Presidente del Consiglio, getta un’ombra sulla minaccia del Golden Power contro UniCredit nella scalata a BPM, oggi socio del MEF nell’operazione MEDIOBANCA. Meloni arbitro e giocatore della finanza italiana: non va bene. Prima il Governo privatizzi definitivamente MPS, poi i soci privati facciano ciò che meglio ritengono. Chiedo a Meloni: se poi l’operazione che lei oggi si intesta dovesse essere rifiutata dal mercato, che fa? Chiede a Giorgetti di dimettersi?”, conclude Della Vedova.
È la guerra dei due mondi ed è ovviamente una guerra che punta a un bottino ben preciso: le Generali di Trieste, la compagnia assicurativa dove Mediobanca ha poco più del 13% e che gestisce oltre 800 miliardi di risparmi dei suoi clienti. Soldi che molti vorrebbero governare.
Uno scontro legittimo, con i suoi protagonisti: Francesco Gaetano Caltagirone, grande costruttore romano, collezionista di antiche monete imperiali, ha investito da tempo prima nelle Generali e poi in Mediobanca: oggi ha appena meno del 7% della compagnia e il 7,5% di piazzetta Cuccia. Accanto a lui, da anni, prima il patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio e adesso i suoi eredi: in Generali sono a un soffio dal 10%, in Mediobanca appena sotto il 20%.
Forti della loro quota complessiva, i due grandi soci, hanno a lungo cercato di entrare nella stanza dei bottoni della banca e della compagnia. Ma finora senza risultati.
Quella Mediobanca che con Enrico Cuccia fu la regista dei patti di sindacato e delle piramidi societarie, sotto la guida di Alberto Nagel si è infatti aperta al mercato e si è chiusa alle richieste dei grandi soci.
La strada migliore per guidare l’istituto fuori da possibili conflitti d’interesse e assicurare soddisfazione a tutti gli azionisti – è il mantra di Nagel, da diciassette anni amministratore delegato – è quella di avere un cda il più possibile indipendente; tanto da far presentare la lista da proporre agli azionisti ogni tre anni per il rinnovo del consiglio allo stesso cda uscente.
Una linea che Mediobanca ha usato in casa e che ha appoggiato anche in Generali, mentre piazzetta Cuccia cambiava pelle: non solo banca d’investimento, ma anche credito al consumo e della gestione del risparmio. Dietro lo schermo dell’indipendenza del cda – ribattono dal fronte avverso – si mantiene lo status quo : Nagel appare inamovibile e in Generali – è la tesi – continua a comandare Mediobanca.
§Il problema è che l’arbitro – l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni – si è messo la maglietta di una delle due squadre ed è sceso in campo. Il primo passo a inizio 2023, quando un emendamento al disegno di legge sul mercato dei capitali, presentato pone vincoli strettissimi alla lista del cda. Accolta con grande favore da Caltagirone, quella norma diventa legge.
Poi, quando il 25 novembre scorso l’Unicredit lancia la sua offerta per comprare Banco-Bpm, le cose si fanno davvero tempestose. Nei piani del governo, infatti, Banco-Bpm dovrebbe unirsi a Mps e dare vita al “terzo polo” bancario italiano, fortemente connotato in senso nazionale.
Per questo il Mef ha appena venduto, a inizio novembre, le quote della banca senese eredità del salvataggio pubblico: al Banco-Bpm il 5%, a Caltagirone un altro 5%, agli eredi del Vecchio quasi il 10%. E lo stesso ministero rimane il primo azionista, con l’11,7%%. Ecco così che, quando si concretizza l’offerta di Unicredit su Banco-Bpm, il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti annuncia subito di essere pronto a utilizzare il golden power – i poteri speciali del governo in caso di acquisizioni estere che minaccino la sicurezza nazionale – contro la banca offerente.
Scarsa la portata legale dell’esternazione, forte quella politica: il governo si è visto sfumare sotto il naso l’opportunità di trasformare la banca che fu del Pci nel “suo” istituto e non è contento.
Nelle stesse settimane un altro fronte si apre: il cda delle Generali, con l’ad Philippe Donnet, studia un dossier per unire in una joint venture con i francesi di Natixis, i rispettivi patrimoni di risparmio gestito.
No, è un esproprio del risparmio italiano, ribattono – in minoranza – i consiglieri che fanno capo a Caltagirone e ai Del Vecchio. Di nuovo da Palazzo Chigi si agita lo spettro minaccioso del golden power, mentre uno schieramento politico solidamente radicato nella maggioranza, ma che sconfina anche a sinistra, si straccia le vesti per il rischio – un rischio che non esiste, assicura Donnet – di cedere il risparmio italiano allo straniero
È il momento giusto per partire con un’operazione che provi a risolvere le cose una volta per tutte: Mps, con l’indispensabile appoggi dell’azionista pubblico, lancia un’offerta di sue azioni ai soci di Mediobanca per fondere piazzetta Cuccia nella banca senese. Deciderà il mercato, si spera. Ma intanto lo Stato è diventato banchiere d’assalto. E non è una buona notizia.
(da La Repubblica)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA RICHIESTA FORMALE DELL’AIA: SPIEGATE IL RILASCIO DI ALMASRI… I DUBBI SULLA PROCEDURA SEGUITA DAI GIUDICI DI ROMA: “IN BASE ALL’AT.3 DEL TRATTATO I GIUDICI NON AVEVAMO BISOGNO DELL’AUTORIZZAZIONE DEL MINISTERO, VALE IL CODICE DI PROCEDURA PENALE, LA GIUSTIFICAZIONE DELL’ITALIA E’ SBAGLIATA”
Oltre che in Parlamento, sulla scarcerazione lampo del generale libico Najeem Osema
Almasri il governo italiano dovrà dare spiegazioni alla Corte penale internazionale, che le ha chieste formalmente attraverso i canali diplomatici.
Ribadiscono dalla sede dell’Aia: loro hanno ricevuto la notizia solo venerdì 17, attivandosi subito per dare seguito alla richiesta d’arresto giacente dal 2 ottobre, accolta e trasmessa l’indomani a 6 Stati (tra cui l’Italia) insieme all’avviso Interpol per allertare le polizie nazionali. Senza sapere che il capo della polizia giudiziaria libica sarebbe andato a Torino, tant’è che gli stessi documenti sono stati inviati pure in Germania, Olanda, Francia, Austria e Svizzera.
L’informazione è giunta alla Procura presso la Corte dell’Aia, che l’ha tramessa alla Cpi; verosimilmente dalla polizia tedesca, dopo il controllo di Almasri a un posto di blocco a Monaco di Baviera, prima identificazione ufficiale avvenuta in Germania. Se la sua presenza in Europa fosse nota da prima è un problema tedesco, o inglese visto che dal 6 al 12 è stato in Gran Bretagna.
Oltre alle polemiche politiche scatenate da liberazione e rimpatrio del detenuto su un aereo dell’Aeronautica militare appositamente partito da Roma la mattina del 21 gennaio e decollato in serata da Torino per Tripoli, restano gli interrogativi sull’interpretazione data dalla Corte d’appello di Roma alla legge del 2012 che regola i rapporti con la Cpi.
I giudici della Capitale hanno ritenuto che fosse indispensabile una interlocuzione preliminare con il ministro della Giustizia, senza la quale l’arresto di Almasri non poteva essere convalidato. Situazione alla quale il Guardasigilli Carlo Nordio poteva comunque porre rimedio, ma la mancata risposta al quesito postogli dalla Procura generale ha dato il via libera a scarcerazione e riconsegna.
Ma — ribadiscono dalla Cpi — secondo l’articolo 3 della stessa legge, «in materia di consegna» dei ricercati e altre attività con la Corte dell’Aia si applicano le norme del codice di procedura penale sulle procedure di estradizione.
Per le quali i magistrati agiscono autonomamente (com’era avvenuto in dicembre per l’iraniano Mohammad Abedini), senza attendere l’intervento del governo. Il quale mantiene comunque l’ultima parola sulla consegna, e può intervenire in ogni momento annullando i provvedimenti nei confronti degli stranieri da estradare (come avvenuto per Abedini, in cambio della liberazione di Cecilia Sala).
È dunque immaginabile che l’esecutivo sarebbe intervenuto in ogni caso; a prescindere dalle decisioni della magistratura e dagli ipotetici contatti avvenuti prima o dopo l’ordinanza emessa dalla Corte d’appello.
Lo dimostra la partenza per Torino dell’aereo per portare Almasri in Libia alle 11.14 del 21 gennaio, mentre la decisione sul suo conto è arrivata solo nel pomeriggio, quando alle 16.03 il ministro Nordio comunicava che stava valutando la situazione. Su queste e altre circostanze è attesa la versione ufficiale del governo al Parlamento, fissata per mercoledì prossimo. E alla Corte dell’Aia.
(da il Corriere della Sera)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL GIALLO DELL’AEREO DI STATO ITALIANO CHE HA RIMPATRIATO ALMASRI: SI ERA MOSSO GIÀ AL MATTINO DI MARTEDÌ PER TORINO. MA IL PROVVEDIMENTO DI SCARCERAZIONE È ARRIVATO NEL POMERIGGIO (SEGNO CHE IL GOVERNO SAREBBE INTERVENUTO A PRESCINDERE DALLE DECISIONI DEI MAGISTRATI)
A inasprire i rapporti con la Corte internazionale è quanto fatto trapelare da Chigi. E cioè che il caso Almasri possa essere una rappresaglia dopo che le parole caute dell’Italia sull’arresto di Netanyahu: «Perché la Corte si è mossa soltanto quando il generale libico è arrivato in Italia e non nei 12 giorni precedenti, in cui era in giro per l’Europa?», si è chiesta la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione giustizia, Carolina Varchi.
In realtà la Corte si è mossa appena ha ricevuto gli atti. Il ritardo, se di ritardo si può parlare, è da attribuire eventualmente alla polizia tedesca che tra l’altro ha interloquito con la procura e mai con la Corte.
Un pasticcio. Che rischia di avere conseguenze anche in Italia. Dove mercoledì in aula ci sarà di nuovo il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, con un’informativa. Mentre al Copasir dovrà risponderne il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un’audizione già programmata.
Proprio il Copasir è uno dei terreni caldi dello scontro: perché è possibile che in quell’aula vengano approfonditi non soltanto i rapporti di Almasri con il nostro Paese (è un fatto che il generale libico sia venuto più volte in Italia) ma anche le modalità della sua scarcerazione.
Già al mattino di martedì, prima che ci fosse il provvedimento di scarcerazione, un aereo dei servizi si era mosso per Torino in vista del rimpatrio. E un altro aereo di Stato aveva portato in Libia i tre amici con i quali Almasri era arrivato a Torino.
(da La Repubblica)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
TUTTO DIMENTICATO: ORA CHE LA DUCETTA DEI DUE MONDI È AL GOVERNO, ECCO CHE L’ARABIA SAUDITA DIVENTA UN “PARTNER FONDAMENTALE” PER L’ECONOMIA E GLI SVILUPPI GEOSTRATEGICI DELL’AREA…OGGI E DOMANI LA PREMIER SARÀ A GEDDA
Meloni è stata per anni una feroce critica del principe Mohammed Bin Salman,
perennemente con il dito puntato contro i governi di centrosinistra che avevano interlocuzioni o intrattenevano affari con la dinastia wahhabita.
È bastato passare al governo per cambiare idea.
Ora, per la leader di destra, l’Arabia Saudita è diventata «un partner fondamentale», per l’economia e per gli sviluppi geostrategici dell’area. Business che passa dalla capacità di spesa della dinamica società saudita, a cui il governo vuole offrire il meglio del Made in Italy e del Turismo.
Quindi due giorni di gita a Jedda per fortificare gli affari con i nemici di ieri.
Come si cambia…
(da agenzie)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
MASSIMO CACCIARI IMPALLINA GIORGIA MELONI: …LA TECNO-DESTRA CHE VUOLE DOMINARE IL MONDO E IL RUOLO, CRUCIALE, DI TRUMP
I rappresentanti del continente culla del Politico in quanto forma dell’agire umano autonoma da arte, etica, religione non furono dunque invitati o preferirono non andare sulla collina del Campidoglio di Washington dominante ancora le nostre vite.
L’Europa che teme per il proprio export, ma non sa darsi una politica di difesa comune, che non riesce né a prevenire né a contenere le guerre civili al suo interno, ma è prodiga nel celebrare anniversari di vittoria contro i totalitarismi dell’altro millennio, l’Europa ormai forse in irrecuperabile ritardo nel campo della ricerca e innovazione guarda da sempre più da lontano le trasformazioni in atto nell’unica capitale dell’Occidente e di conseguenza negli equilibri internazionali.
La sola leader europea presente sul Campidoglio è colei che con astuto disincanto è pronta a dichiararsi d’accordo con i suoi occupanti chiunque essi siano e qualunque cosa facciano. Né certo rappresenterà mai una leadership capace di guidare il processo di riforme necessarie per rilanciare l’idea di un’Europa autonoma e politicamente unita.
La scena del Campidoglio americano ha rivelato una nuova forma dell’élite dominante. Derubricarne il significato a qualche gesto folkloristico, a qualche battuta politicamente non corretta, è l’ennesima prova di quanto le tradizionali culture democratiche occidentali siano rimaste spiazzate dalla rivoluzione tecnologico-culturale in atto.
Il loro orizzonte rimane quello di un capitalismo «domestico», ovvero addomesticabile a un’etica di «bene comune», a esigenze nazional-locali di «equa» distribuzione della ricchezza. Era un sistema economico-produttivo obbligato a cercare l’accordo con grandi masse di forza-lavoro sindacalmente organizzate.
La mediazione politica diventava allora necessaria e non poteva che svolgersi in relativa autonomia rispetto alle parti in conflitto. La storia delle democrazie del dopoguerra è la storia di questo difficile gioco. Il capitalismo globale ne ha mutato forma e funzioni, anche se certo tale metamorfosi era iscritta ab origine nelle sue potenzialità.
Le nuove élite che l’hanno promosso e lo governano non hanno culturalmente più nulla a che fare con le forme di etica borghese che ancora informavano di sé il capitalismo fino ai decenni «socialdemocratici» successivi alla guerra mondiale. La loro idea di sviluppo è incontenibile, insofferente di ogni regolamentazione che non provenga dal loro stesso interno.
Ogni orizzonte vale soltanto per essere oltrepassato. Il successo costituisce l’unica misura – e di successi occorre essere insaziabili. L’accelerazione dello sviluppo comporta necessariamente la creazione di sempre nuovi bisogni, e per questo l’efficacia dell’informazione e comunicazione, il governo del loro sistema, risultano essenziali.
La stessa fantasia deve diventare un prodotto, là dove è l’intelligenza artificiale che detta oggi al giovane la sua poesia d’amore.
Questa nuova èlite si è auto-rappresentata sulla cima del Campidoglio per l’investitura di Trump. I singoli personaggi non contano. Come nelle antiche tragedie è il destino a calcare la scena.
I vari Musk non vogliono esprimere che il dominio di un sistema di cui è Re assoluto l’anonima legge dell’indefinito sviluppo. A essa, non più a padroni in carne e ossa, dobbiamo convincerci di dovere obbedienza. E come rifiutare un ordine che sembra il prodotto di un calcolo razionale, che si presenta con l’obbiettività di una legge di natura?
È il regno della Macchina intelligente, l’epoca della Macchina «spirituale». Non più soltanto straordinaria capacità calcolatoria, ma intelligenza universale che prevede e indirizza. Non più robot al nostro servizio, ma autentiche guide volte a ridurre la specificità e complessità delle singole intelligenze naturali verso comportamenti e pensieri comuni.
Questa nuova élite ha però ancora bisogno di un Politico che renda il contesto sociale coerente alla propria natura, favorevole al proprio successo. È sempre più funzione di supporto, polizia più che politica.
Che oggi le due dimensioni appaiano perfettamente accordate dipende da ragioni storiche, dal crollo di ogni pensiero critico nei confronti dei nuovi signori del Campidoglio, dal carattere semplicemente reazionario che ha finito con l’assumere la nostra difesa della democrazia.
Un pensiero critico senza nostalgie né rimpianti comprende la straordinaria potenza della nuova élite, ma si interroga praticamente se siano riducibile al suo ordine la ricchezza e la creatività dell’intelletto di ricercatori e scienziati. Un pensiero critico comprende bene l’energia che si sprigiona dall’insaziabile appetito dei Musk, ma sa anche l’impotenza che fisiologicamente lo minaccia.
O, meglio, la contraddizione di fondo che lo caratterizza: mirare a una forma universale di dominio, a una sorta di Stato mondiale, e doversi a un tempo affidare alle politiche identitarie-sicuritarie dei Trump per garantire la propria attuale egemonia. La rupe del Campidoglio traballa e si ricorre ancora a arcaiche ideologie per sostenerla. Non sarà l’Intelligenza artificiale, temo, a insegnarci come rifondarla
Massimo Cacciari
per “La Stampa”)
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Gennaio 25th, 2025 Riccardo Fucile
“SE I GIUDICI NON DEVONO FARE POLITICA, I POLITICI NON FACCIANO I GIUDICI”
All’inaugurazione dell’anno giudiziario a Torino, il presidente della Corte d’Appello ha
lanciato l’allarme in difesa delle toghe. La magistratura tutela la giustizia in nome del popolo italiano – dichiara – ma non può tollerare aggressioni personali contro i magistrati. Con fermezza, il presidente ha difeso l’autonomia delle istituzioni e l’etica giudiziaria. Questa una sintesi del suo discorso.
«In questo difficile momento storico occorre ribadire che la magistratura è secondo la nostra Costituzione un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. Non è un contro potere, non è contro qualcuno, ma è un potere a tutela dei diritti di tutti gli esseri umani la cui dignità deve essere sempre rispettata». Con queste parole il presidente della Corte d’Appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, ha aperto l’anno giudiziario a Torino. Un discorso teso a difendere l’autonomia della magistratura.
«La magistratura amministra la giustizia in nome del popolo italiano con provvedimenti che sono sempre motivati, che si possono criticare e impugnare nelle sedi competenti – ha dichiarato -. Tuttavia non si può aggredire il singolo magistrato e additarlo al pubblico ludibrio solo perché non si condivide la decisione che ha preso: questa è barbarie! Anche i magistrati hanno il diritto alla riservatezza e alla tutela della loro corrispondenza come tutti gli altri cittadini»
Lo ha detto, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, il presidente della Corte d’appello di Torino, Edoardo Barelli Innocenti, che ha aggiunto: «Bene ha fatto il Csm a tutelare i giudici attaccati nella loro vita privata. Non pensavamo sinceramente di rivedere quanto già successo quasi vent’anni fa. Ogni istituzione dello Stato deve rispettare le altre. Picconarne una è come minare la struttura portante della casa comune. Si rischia che tutto l’edificio crolli».
Giudici e politica
«Se i giudici non devono fare politica», ha dichiarato in un altro passaggio del discorso, «i politici non devono fare i giudici, anche se, talvolta, in un momento di sconforto, verrebbe voglia di dire: venite voi a fare il nostro lavoro e nelle condizioni in cui lasciate i nostri uffici. Ma poi no, non è il caso».
Riflessione storica e deontologia giudiziaria
«Tanti anni fa», ha concluso, «un politico è stato chiamato a svolgere le funzioni di giudice e pur sapendo che l’accusato era innocente, cedendo alle richieste della folla e alla ragion di Stato, l’ha condannato a morte. Quel politico si chiamava Ponzio Pilato. Domandiamoci tutti: vogliamo un giudice che si faccia influenzare dalla folla o dalle ragioni politiche? Un giudice prono ai voleri della politica? O del potere esecutivo? O un giudice con la schiena dritta che con la forza del diritto sappia tutelare i diritti degli esseri umani che chiedono giustizia anche contro le istanze dei poteri molto forti politicamente e economicamente?».
Ricordo della Shoah
Non appena presa la parola, Barelli Innocenti ha esortato la platea, quasi piena, a osservare «un momento di raccoglimento in ricordo della Shoah, tragedia immane che non bisogna mai dimenticare».
(da La Stampa)
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