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DUE PER MILLE, IL PD DOPPIA FRATELLI D’ITALIA. ELLY FA AUMENTARE I CONTRIBUTI DI DUE MILIONI IN UN ANNO E IL PARTITO SFONDA QUOTA 10 MILIONI

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

PD 10,2 MILIONI, FDI 5,6, VERDI-SINISTRA 3, M5S 2,7, AZIONE 1,2, ITALIA VIVA 1,1, LEGA 1,1

Il Partito Democratico si è aggiudicato 10,2 milioni dal due per mille al partiti politici (il 30% del totale delle scelte assegnate). Seguono Fratelli d’Italia con 5,6 milioni di euro e il Movimento Cinque Stelle 2,7 milioni.
Il Pd, in testa come nel 2023, ha però visto entrare nelle proprie casse 2 milioni in più rispetto all’anno prima (2023), stesso discorso vale anche per il partito della premier Giorgia Meloni e per i Cinque stelle a cui sono spettai rispettivamente 850 mila euro e 885 mila euro in più.
I primi tre partiti politici in Italia si confermano essere anche le prime scelte per il 2 per mille versato con il 730, portando a casa più della metà del totale versato: 18,6 milioni su 29,7 milioni di euro. La Lega di Salvini è solo al sesto posto, mentre come nel 2023 ha ottenuto buoni risultati Europa Verde-Verdi.
I dati del Mef riportano le diverse scelte dei contribuenti di destinare il 2 per mille dell’Irpef ai partiti politici nelle dichiarazioni dei redditi del 2024 (anno di imposta 2023).
Qual è il partito che ha ricevuto più scelte
Il totale delle scelte espresse dai contribuenti sono state poco più di 2 milioni (2.053.648) tra queste più della metà (1.250.479) hanno riguardato i tre partiti in testa nei sondaggi di inizio 2025, secondo Termometro politico.
Il primo partito per scelte ricevute è il Partito Democratico che con 628.782 preferenze ha ricevuto dai contribuenti 10,2 milioni di euro. Sul secondo gradino del podio c’è il Partito della premier Fratelli d’Italia con 382.457 scelte, mentre sul gradino più basso si posiziona il Movimento 5 stelle (239.240).
La Lega di Salvini si posiziona invece solo al sesto posto con 90 mila scelte e 1,1, milioni di euro nelle casse del partito.
Europa Verde-Verdi e Sinistra Italiana hanno comunque ricevuto un buon numero di preferenze e di finanziamenti (113,7 mila e 112,3 mila scelte) per un totale di circa 3 milioni.
Più di 57 mila hanno scelto Più Europa di Emma Bonino che ha ottenuto 821,5 mila euro, seguono Italia Viva di Matteo Renzi con 55.814 scelte e 1,1 milioni euro e Azione di Carlo Calenda (53.639 scelte) per un totale di 1,2 milioni di euro.
(da agenzie)

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ARRIVA IL KU KLUX KLAN: IN KENTUCKY I SUPREMATISTI BIANCHI HANNO DIFFUSO DEI VOLANTINI NEI QUALI GLI IMMIGRATI VENGONO “INVITATI” A TORNARSENE DA DOVE SONO VENUTI

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

AI CITTADINI VIENE CHIESTO DI “MONITORARE E TRACCIARE GLI STRANIERI” … LA VIGNETTA STAMPATA SUI VOLANTINI: UN DISEGNO DELLO “ZIO SAM” CHE INVOCA UNA “DEPORTAZIONE DI MASSA”

Una serie di volantini razzisti del Ku Klux Klan che invitano agli immigrati ad «andarsene subito» sono stati distribuiti in tutto lo Stato del Kentucky il giorno del giuramento di Trump e la polizia ha aperto un’inchiesta, come riferisce il Washington Post. I ciclostilati mostrano una vignetta dello Zio Sam che prende a calci una famiglia di cinque persone, tra cui un neonato e due bambini piccoli.
Lo Zio Sam tiene in mano un documento che dice “Proclamazione” e afferma: «Abbiamo bisogno del tuo aiuto. Monitora e traccia tutti gli immigrati. Segnalali tutti». I volantini includono un numero di telefono locale e un invito a «unirsi a noi».
Il volantino porta la firma dell’ufficio del Kentucky della famigerata organizzazione razzista e persino i numeri dei “regni” regionali del Klan in Indiana, Kentucky, Ohio, Pennsylvania e Tennessee
La polizia sta indagando dopo che, il giorno dell’inaugurazione, sono stati trovati in diverse città del Kentucky dei volantini razzisti, presumibilmente emessi dal Ku Klux Klan, che invitavano gli immigrati ad “andarsene subito”.
I volantini presentano un’immagine fumettistica dello Zio Sam che prende a calci una famiglia di quattro persone mentre tiene in mano un proclama che dichiara una “deportazione di massa” per il 20 gennaio e afferma: “Monitorate e seguite tutti gli immigrati, denunciateli tutti”, secondo le immagini condivise dai dipartimenti di polizia di Ludlow e Bellevue.
Un gruppo del Ku Klux Klan con sede a Maysville, nel Kentucky, ha affermato di aver diffuso i volantini, che pubblicizzano i numeri di telefono dei “regni” regionali del Klan in Indiana, Kentucky, Ohio, Pennsylvania e Tennessee.
“Non ho mai visto nulla di simile”, ha dichiarato martedì il capo della polizia di Bellevue Jon McClain al Washington Post. “È stato piuttosto allarmante per la nostra comunità”.
I volantini sono stati segnalati lunedì a Bellevue, Ludlow e Fort Wright, piccole città del Kentucky settentrionale vicino a Cincinnati, mentre la nazione celebrava il Martin Luther King Jr. Day e l’insediamento del presidente Donald Trump. Trump ha inveito contro gli immigrati e si è impegnato a lanciare una campagna di deportazione di massa una volta assunto l’incarico
Le autorità hanno condannato i volantini e hanno detto che cercheranno di incriminare chi li ha distribuiti. “Questo tipo di spazzatura odiosa è ripugnante e deplorevole, non rappresenta la comunità di Fort Wright o i valori delle nostre imprese e dei nostri residenti, non sarà tollerata nella città di Fort Wright e non dovrebbe essere tollerata dalla nostra società nel suo complesso”, ha dichiarato il sindaco di Fort Wright Dave Hatter in un comunicato.
Il Klan ha già tentato di diffondere messaggi di odio in Kentucky. I funzionari locali di Covington hanno dichiarato che i Trinity White Knights, un gruppo scissionista del Klan, erano noti per distribuire occasionalmente i volantini come tattica di reclutamento, come ha riferito a settembre il sito web Link NKY, con sede nel Kentucky settentrionale. Anche quartieri in Illinois, Ohio, West Virginia, Virginia e Indiana hanno riferito di aver ricevuto volantini del Klan negli ultimi anni.
Volantini del Klan anti-immigrati simili a quelli del Kentucky sono stati trovati nell’Indiana settentrionale a novembre, come ha riferito l’emittente WSBT-TV di South Bend, Indiana.
I volantini più recenti incoraggiano i lettori a unirsi al Klan e si offrono di inviare agli intervistati pacchetti informativi e domande di adesione dietro pagamento di un dollaro. Un altro volantino trovato a Bellevue definiva Martin Luther King Jr. un “impostore” e un “traditore del nostro Paese”, secondo un’immagine condivisa da McClain.
Nessuno ha risposto ai numeri pubblicizzati sui volantini martedì sera. Un saluto registrato del gruppo Klan dell’Ohio diceva: “A gennaio il mondo cambierà per molte persone, specialmente per gli immigrati di Springfield, Ohio”, un apparente riferimento alla comunità haitiana che è diventata un bersaglio degli attacchi della destra prima delle elezioni presidenziali.
Un residente di Bellevue ha trovato un volantino del Klan nella neve lunedì mattina e lo ha segnalato alla polizia, ha detto McClain.
“Era angosciato e preoccupato”, ha detto McClain. “Ha detto di avere alcuni amici che hanno appena ottenuto la cittadinanza”.
I volantini del Klan trovati il giorno dell’inaugurazione sembravano invocare le promesse della campagna elettorale di Trump di dare un giro di vite all’immigrazione una volta entrato alla Casa Bianca. Trump ha firmato un ordine esecutivo per porre fine alla cittadinanza di nascita nel suo primo giorno in carica. In campagna elettorale ha criticato sistematicamente la gestione del confine tra Stati Uniti e Messico da parte dell’amministrazione Biden e ha promesso la più grande campagna di deportazione nella storia degli Stati Uniti nel suo secondo mandato. Nei giorni successivi all’insediamento di Trump, i funzionari stanno valutando i raid contro l’immigrazione e sperano di incoraggiare gli immigrati privi di documenti ad “auto-deportarsi”, ha riferito in precedenza il Post.
“Non credo sia una coincidenza”, ha detto McClain a proposito della distribuzione dei volantini del Klan il giorno dell’inaugurazione. Trump ha denunciato il Ku Klux Klan per nome come “ripugnante” nel 2017, dopo aver suscitato critiche per aver inizialmente omesso di chiamare e condannare i suprematisti bianchi quando un neonazista dichiarato ha ucciso un manifestante a un raduno di suprematisti bianchi a Charlottesville. All’epoca Trump aveva cercato di minimizzare l’incidente.
Il Dipartimento di polizia di Ludlow ha dichiarato in un comunicato che i “disgustosi” volantini del Klan erano protetti dal Primo Emendamento, ma che l’agenzia avrebbe cercato di incriminare i distributori se fossero stati identificati. Il dipartimento ha fatto notare di aver ricevuto una denuncia per molestie in merito ai volantini.
(da agenzie)

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DATORI DI LAVORO, APRITE BENE LE ORECCHIE: I DIPENDENTI ITALIANI SONO I PIÙ INSODDISFATTI D’EUROPA

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

SOLO IL 43% CONSIDERA LA PROPRIA ORGANIZZAZIONE UN OTTIMO POSTO DI LAVORO… SONO CINQUE I FATTORI CHE FANNO LAVORARE MEGLIO: ESSERE TRATTATI CON RISPETTO, L’EQUILIBRIO TRA LAVORO E VITA PRIVATA, LA SICUREZZA PSICOLOGICA, LA COERENZA DELLA LEADERSHIP E RICEVERE UNA RETRIBUZIONE EQUA. SENZA CONTARE CHE LA SCARSA VALORIZZAZIONE FA SCAPPARE I DIPENDENTI

L’insoddisfazione delle persone al lavoro è innanzitutto una questione di produttività. Ed è questo il motivo per cui le aziende dovrebbero considerarla un tema strategico.
Nel nostro Paese, però, non sembra essere così, tant’è che nel confronto internazionale emerge un quadro che per il ceo di Great place to work Italia, Alessandro Zollo, «è preoccupante. Solo il 43% dei dipendenti italiani considera la propria organizzazione un ottimo luogo di lavoro, un dato che ci fa finire all’ultimo posto della classifica europea, anche dietro a Paesi come Cipro, Polonia e Grecia».
L’indice medio di soddisfazione lavorativa in Europa è pari al 59%, ben 16 punti sopra l’Italia, secondo il rapporto European Workforce Study 2025, che Great Place to Work ha elaborato ascoltando quasi 25mila collaboratori, in 19 Paesi europei. Prendendo la parte superiore della classifica, quella dei Paesi che hanno la percentuale più alta di lavoratori soddisfatti, svettano i nordici: i danesi con il 75%, i norvegesi con il 73% e gli svedesi con il 68%.
Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Svezia e Svizzera rappresentano quindi i benchmark di riferimento a livello europeo in termini di cultura aziendale con riflessi diretti e positivi sulla produttività del lavoro, calcolata come Pil per ora lavorata. Mettendo da parte la geografia e ragionando sui settori, quelli dove c’è il maggior grado di soddisfazione sono la tecnologia (65%), la finanza (63%) e i servizi professionali (62%).
La percentuale italiana così bassa chiede una lettura ampia che tiene conto di diversi fattori. «Abbiamo sempre attribuito la bassa produttività del lavoro, in Italia, al ritardo tecnologico o alla mancanza di innovazione – dice Zollo –. C’è sicuramente del vero in questo, ma non basta a spiegare questo risultato. C’è una correlazione tra il benessere delle persone in azienda e la loro produttività e il nostro Paese ha una lunga strada da fare su questo».
La causa dell’insoddisfazione va anche ricercata nella scarsa valorizzazione e nel basso apprezzamento da parte dei manager: meno di un responsabile su due (48%) è disposto a ricercare e prendere in considerazione con reale interesse i suggerimenti e le idee sviluppate dai dipendenti
Come spiega Zollo, «essere trattati con rispetto, l’equilibrio tra lavoro e vita privata, la sicurezza psicologica, la coerenza della leadership e ricevere una retribuzione equa sono i 5 principali fattori che determinano il grado di soddisfazione dei dipendenti europei».
Sicuramente nel nostro Paese servono almeno due cose. La prima, secondo Zollo «è imparare ad ascoltare le persone: purtroppo in Italia si fanno troppo poche analisi di clima, sembra quasi che ci sia paura di scoprire le criticità delle organizzazioni […] La seconda è lo stile di leadership: lo stile comando e controllo non funziona più e si vede, soprattutto nei giovani talenti che abbandonano il Paese e non vi fanno più ritorno. Non è solo per una questione economica.
(da Il Sole 24 Ore”)

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ITER LUNGHI, COLLOQUI STRESSANTI E POCHI AIUTI STATALI: COSI’ SEMPRE PIU’ BAMBINI RIMANGONO IN ATTESA DI ADOZIONE

Gennaio 24th, 2025 Riccardo Fucile

I NUMERI DELLE DOMANDE SI SONO DIMEZZATI RISPETTO A 20 ANNI FA

I bambini di madre nota dichiarati adottabili continuano a crescere, le famiglie disposte ad accoglierli sono sempre meno. È l’allarme lanciato alla presidente del Tribunale per i minorenni di Milano, Maria Carla Gatto, secondo cui «situazioni di abbandono morale e materiale da parte delle famiglie d’origine» si combinano con lo spauracchio delle «narrazioni negative» sull’adozione. Ma anche l’iter, lungo e stressante per le coppie, gioca un ruolo importante nel calo di domande.
Le questioni demografiche e i dubbi dei genitori
Nel capoluogo lombardo, attualmente, ci sono 23 bimbi in attesa, quasi tutti sotto i sei anni. A livello nazionale, in uno spazio di vent’anni, il rapporto tra domande e bambini adottabili si è dimezzato: se nel 2004 erano 1.425 richieste per 148 piccoli, nel 2024 si è passati rispettivamente a 419 e 78. «Abbiamo bisogno di coppie giovani, motivate, forti e consapevoli», è la speranza di Maria Carla Gatto. Ma le spiegazioni di un calo così brusco sono evidenti anche alla presidente del Tribunale per i minorenni di Milano. Da una parte questioni prettamente socio-demografiche, dal calo della natalità al ricorso sempre più diffuso alla fecondazione assistita. Dall’altra alcune false credenze, tra cui i dubbi riguardo all’efficacia dell’adozione quando il bambino è troppo grande. Su questo Gatto rassicura: «I bambini dichiarati adottabili in nove casi su dieci sono sempre piccolissimi, non hanno nemmeno l’età per andare a scuola». E soprattutto del bambino si conosce tutto, a differenza delle reti di adozione internazionale: «La storia e lo stato di salute del piccolo sono note». Così come convince poco l’adozione «aperta», cioè quella in cui il bambino mantiene vivo il legame con la sua famiglia originaria: «È pensata a favore dell’adulto o nell’interesse del minore?», si interroga Maria Carla Gatto.
Lo Stato che non c’è
Per non parlare degli iter, per stessa ammissione di Gatto «lunghi e difficili». Si parla di un solo mese nei casi di figli di mamma ignota, che diventano però un anno e nove mesi per i figli di genitori noti. Tempi lunghissimi, durante i quali i potenziali genitori si devono sottoporre a colloqui «snervanti» con psicologi, come li ha definiti una madre milanese. Con un rischio elevato: «Credi di non essere all’altezza, ti senti valutato e se rientri nella rosa delle cinque possibili coppie per un bambino ma poi non vieni scelto è difficile non accumulare incertezza o rassegnazione». Alla lentezza della procedura si aggiunge, come se non bastasse, una quasi completa assenza di supporto statale nella fase pre e post-adottiva. I genitori adottivi non possono godere di tutti i benefici legati alla maternità e alla paternità. L’Inps non prevede per loro, infatti, alcun accesso alle agevolazioni per la natalità naturale durante la fase di collocamento adottivo provvisorio. Queste sono rinviate al momento in ci il Tribunale emette la sentenza di adozione definitiva, dopo un periodo di «avvicinamento» che può durare mesi se non anni. «Noi ci siamo fatti avanti», ha confessato una giovane madre. «Ma non è stato facile».
(da agenzie)

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“DALLE PAROLE DEL MINISTRO DEGLI INTERNI VENEZUELANO L’ARRESTO ASSURDO DI ALBERTO TRENTINI POTREBBE ESSERE CONNESSO CON UNA ONG DANESE E IL FERMO DI UN INGEGNERE COLOMBIANO”

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

MORSOLIN, ESPERTO DI DIRITTI UMANI IN AMERICA LATINA, RIVELA I CONTENUTI DI UNA CONFERENZA STAMPA DEL MINISTRO CABELLO… PER IL GOVERNO TUTTI GLI STRANIERI SONO SOSPETTI

Alcune notizie, dal Sudamerica, portano qualche ulteriore elemento per cercare di comprendere le motivazioni dell’arresto del cooperatore veneziano Alberto Trentini, detenuto in Venezuela senza alcun capo d’imputazione conosciuto.
Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina, riferisce al Sir di importanti parole pronunciate dal ministro dell’Interno del Venezuela Diosdado Cabello (qualcosa di più di un semplice “numero due”, nello scacchiere di potere di Caracas): “Durante una conferenza stampa, il 20 gennaio, il Ministro degli Interni Diosdato Cabello ha affermato che il Venezuela ‘esige il rispetto della Repubblica bolivariana del Venezuela da parte della comunità internazionale; per questo abbiamo dato un segnale preciso: abbiamo ridotto il personale delle Ambasciate di Francia e di altri Paesi (Italia e Olanda, ndr). In un contesto di grave destabilizzazione, abbiamo scovato 195 mercenari stranieri, che abbiamo arrestato qui in Venezuela, anche se, mettono davanti il nome delle ong per fare rumore”.
Parole, forse, “illuminanti”, nella logica interna delle autorità del Paese, mentre fonti consultate a Caracas e a Bogotá, capitale della Colombia, portano a possibili collegamenti fra Alberto Trentini e l’ong danese “Danish refugee council” (Drc – Consiglio danese per i rifugiati).
Secondo Morsolin “il caso Trentini potrebbe essere collegato a quello dell’ingegnere colombiano Manuel Alejandro Tique Chaves, anch’egli cooperante della Drc, in carcere da quattro mesi come sospetto ‘reclutatore di paramilitari’, come, del resto, è stato riportato anche da altre testate; la sua cattura pare ricalcare in pieno lo schema seguito per l’arresto di Trentini.
A unire i due cooperanti è, appunto, l’ong per cui entrambi hanno lavorato, in Colombia: da febbraio del 2023 ad aprile del 2024 Trentini ha operato direttamente con Drc, mentre, da due anni a questa parte, vi lavorava Tique Chaves”. Lo scorso 14 settembre, quest’ultimo è stato bloccato mentre si stava recando a Guasdualito. È la medesima città del Venezuela, situata in prossimità del confine, in cui, il 15 novembre 2024, sarebbe stato fermato Trentini.
Víctor Tique Chaves, padre di Manuel Alejandro, parlando all’emittente colombiana W Radio, ha affermato: “Alla frontiera, quando ha presentato il suo passaporto, è stato arrestato dalla Direzione generale del controspionaggio militare”. Cioè da quello stesso organismo (Dgcim) che due mesi dopo avrebbe preso in consegna pure il cooperante veneto. Per ambedue non è stato mai comunicato il luogo di detenzione.
Sempre Cabello, il 17 ottobre 2024, aveva citato Tique Chaves fra i 19 cittadini stranieri catturati in aggiunta a 13 venezuelani, in quanto asseritamente coinvolti in “una grande cospirazione contro il Venezuela”. E aveva aggiunto: “A tutti questi cittadini stranieri vengono garantiti i loro diritti, ma i loro Governi devono assumersi la responsabilità del fatto che vengono in Venezuela per cospirare contro un Paese, per attaccare obiettivi civili e militari, obiettivi di servizio pubblico, per danneggiare il nostro Paese”
Insinuazioni fermamente respinte dal padre del cooperante colombiano: “Mio figlio è un ingegnere industriale che si occupa di questioni ambientali ed è entrato a far parte dell’ong per lavorare su base umanitaria. Questa organizzazione assiste i venezuelani in Colombia con un po’ di soldi, cibo, quel genere di cose”.
Conclude Morsolin: “L’arresto del cooperante Trentini sembra intrecciarsi con il complesso conflitto armato e sociale oggi molto attivo alla frontiera tra Colombia e Venezuela, seguendo la pista dei ‘mercenari stranieri’. Considerando che il cooperante Trentini ha lavorato sia per la ong danese Drc in Colombia sia per la ong francese Humanity e Inclusion, che era in Venezuela dal 17 ottobre 2024, che il governo del Venezuela ha deciso di ridurre il personale delle ambasciate sia della Francia che dell’Italia, le recenti affermazioni del ministro degli interni Cabello offrono inquietanti chiavi interpretative”.
(da Agenzia d’informazione SIR)

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ARRESTO DI ALBERTO TRENTINI: TRE IPOTESI PER IL LUOGO DI DETENZIONE, SITUAZIONE ANOMALA PER UN CITTADINO STRANIERO

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI UN VENEZUELANO CHE LAVORA ALL’HELICOIDE, IL CARCERE DI CARACAS

Sì è pregato anche ieri, durante le messe domenicali, così come era stato fatto nei giorni scorsi, al Lido di Venezia, per la liberazione del cooperante Alberto Trentini, 45 anni, da due mesi detenuto in Venezuela, e per sostenere la sua famiglia.
Il parroco di Sant’Antonio, don Renato Mazzuia, ha espresso in vari modi la sua vicinanza ai genitori del cooperante, di cui dal 13 dicembre non si sa nulla: nessun capo d’imputazione, nessuna possibilità d’incontro con l’ambasciatore, nessuna notizia sul luogo di detenzione. Giulia Palazzo, amica di lunga data di Alberto, ha promosso, attraverso Change,org, una petizione che ha raggiunto decine di migliaia di firme. L’appello è chiaro: “Assicurare ad Alberto assistenza consolare, legale e medica”, ma, soprattutto, “permettere contatti regolari con i suoi familiari e avvocati – spiega al Sir –. Siamo pronti a fare pressione mediatica per Alberto”.
Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani in America Latina, commenta al Sir: “Alberto Trentini, lavora per l’Ong francese Humanity e Inclusion, era in Venezuela dal 17 ottobre 2024, ed era conosciuto come un cooperatore esperto, faceva il suo lavoro senza occuparsi di faccende politiche. Secondo la Ong Foro Penal, oggi in Venezuela ci sarebbero 1.687 detenuti politici; di questi, 26 sarebbero stranieri e 31 sono cittadini venezuelani, ma anche con il passaporto di un’altra nazione”.
È in questo contesto che arriva, al Sir, la testimonianza di un venezuelano che chiede di mantenere segreta la sua identità, perché lavora all’Helicoide, l’enorme “piramide” che a Caracas ospita il maggiore carcere del Paese, tra cui i detenuti politici, ma anche la sede del Sebin il servizio di intelligence.
Non porta notizie certe, ma la sua conoscenza del “sistema” lo porta a formulare alcune ipotesi, tre in particolare. “Io non so dove stia ora – spiega –, ma conosco come funziona il sistema qui in Venezuela, faccio delle ipotesi. Prima di tutto dico che i cittadini stranieri arrestati vengono rispettati, godono di una posizione di riguardo, di tutela, sicuramente migliore di un cittadino venezuelano, ma questa situazione appare molto anomala e strana, perché ai cittadini stranieri detenuti viene sempre permessa la visita dell’ambasciata del loro Stato di provenienza. Il cittadino italiano potrebbe essere detenuto dal Directorio general de Contro-insurgencia militar (il controspionaggio militare, ndr) che ha l’obiettivo di combattere lo spionaggio interno ed esterno. Ha sede a Petare, nell’hinterland di Caracas, nello Stato di Miranda”.
Oppure, ed è questa la seconda ipotesi, “il cittadino italiano potrebbe essere detenuto nella sede dei servizi segreti, del Servicio bolivariano di inteligencia nacional (Sebin), nel sottoterra dell’Helicoide dove è molto difficile l’accesso dei familiari dei detenuti, le celle sono di massima sicurezza, non si vede la luce del sole”.
Infine, “il cittadino italiano potrebbe essere sotto la custodia delle squadre speciali del Faes e se fosse, ipoteticamente, in mano al Faes, allora di potrebbe complicare tutto, perché si tratta, di fatto, di forze paramilitari, anche si ufficialmente sono forze speciali di polizia, create nel 2016”.
La fonte confidenziale conclude affermando che “per difendere la sovranità nazionale, qualsiasi persona con cittadinanza straniera, sia un turista, un imprenditore o un operatore umanitario, se diffonde sulle reti sociali, come Facebook o Whatsapp, messaggi contro il Governo, viene considerato ‘sospechoso’, degno di sospetto, dall’apparato statale di sicurezza, che inizia a investigare sul cittadino straniero”.
(da Agenzia d’informazione SIR)

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GRAZIE ALLA MANOVRA DEL GOVERNO DUCIONI, I POVERI LO PRENDONO NEL CUNEO: CHI HA UN REDDITO TRA 8.500 E 9MILA EURO LORDI ALL’ANNO, QUEST’ANNO PERDERÀ 1200 EURO NETTI

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

È L’EFFETTO DELLA TRASFORMAZIONE DEL TAGLIO DEL CUNEO DA CONTRIBUTIVO A FISCALE… I SINDACATI: “È ROBIN HOOD AL CONTRARIO”

Beffa per i lavoratori poveri, con reddito tra 8.500 e 9 mila euro lordi all’anno. Quest’anno perderanno 1.200 euro netti, in pratica addio all’ex bonus Renzi-Conte, per effetto della trasformazione del taglio del cuneo da contributivo a fiscale. I meccanismi di garanzia, inseriti dal governo Meloni nella sua terza manovra, non bastano. E chi si ritrova in questa fascia finisce per perdere due mensilità.
La denuncia arriva dalla Cgil. «La maggior parte dei redditi sotto i 35 mila euro perde qualcosa, ma tra 8.500 e 9 mila euro viene a mancare l’intero trattamento integrativo da 1.200 euro», dice Christian Ferrari, segretario confederale. «Un’ingiustizia intollerabile. Chiediamo al governo che si ponga immediatamente rimedio. Stiamo parlando di quasi due mesi di salario in meno per lavoratori e, soprattutto, lavoratrici poveri, che già vivono in una condizione di precarietà che il governo non solo non vede, ma contribuisce ad aggravare».
A conclusioni analoghe arriva pure uno studio del Caf Acli: «È il Robin Hood al contrario», visto che a guadagnare fino a mille euro in più sono solo i redditi sopra 35 mila euro. Quelli che l’anno scorso erano esclusi dal taglio del cuneo.
Dalla tabella, elaborata dal sindacato, si capisce cosa si inceppa in questo meccanismo. Prendiamo un reddito da 8.500 euro lordi. Mentre nel 2024 il taglio dei contributi agiva a monte aumentando di 549 euro l’imponibile fiscale, il nuovo bonus da 548 euro agisce invece a valle perché è esentasse. E dunque nel 2025 questo contribuente ha un imponibile fiscale più basso (scende da 8.268 a 7.719 euro). Di conseguenza la sua imposta lorda vale meno della detrazione (1.775 euro contro 1.880). Tecnicamente è diventato incapiente. E in quanto incapiente, per legge, non gli spetta l’ex bonus Renzi-Conte da 100 euro al mese, diventato un “trattamento integrativo” da 1.200 euro all’anno
La perdita secca
A perderci in modo così clamoroso sono i redditi più poveri, fino a 9 mila euro lordi. La perdita è pari a 1.200 euro netti fino a 8.700 euro di reddito annuo. Poi scende leggermente a 1.188 euro per i redditi da 8.800 euro, 1.165 euro per redditi da 8.900 euro e 1.142 euro per redditi da 9 mila euro.
C’è poi un altro aspetto che la Cgil torna a sottolineare. Il “nuovo” taglio del cuneo non agisce più sul reddito da lavoro dipendente, come fino all’anno scorso. Ma sul “reddito complessivo”. Al momento della dichiarazione dei redditi del prossimo anno saranno possibili conguagli. Quel taglio del cuneo potrebbe dunque essere restituito in tutto o in parte, perché al reddito da lavoro si sommeranno altri redditi: terreni e fabbricati, da pensione, da lavoro autonomo, redditi diversi. I conti si faranno davvero tra un anno e mezzo.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI MANDA IL MINISTRO PIANTEDOSI A SCHIANTARSI IN SENATO SUL CASO ALMASRI: IL MINISTRO DELL’INTERNO SI ARRAMPICA SUGLI SPECCHI PER GIUSTIFICARE IL RILASCIO DEL TORTURATORE DI MIGRANTI LIBICO, RICERCATO DALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

“PRESENTAVA UN PROFILO DI PERICOLOSITÀ SOCIALE”. DUNQUE UN SOGGETTO PERICOLOSO NON SI TIENE IN PRIGIONE NÉ SI PROCESSA, MA SI LIBERA E SI RIMPATRIA CON UN AEREO DI STATO?

«A seguito della mancata convalida dell’arresto da parte della Corte d’appello di Roma, considerato che» il generale Almasri «era “a piede libero’” in Italia e presentava un profilo di pericolosità sociale, come emerge dal mandato di arresto emesso in data 18 gennaio dalla Corte penale internazionale, ho adottato un provvedimento di espulsione per motivi di sicurezza dello Stato ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico in materia di immigrazione».
Lo ha detto in question time al Senato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rispondendo ad una interrogazione del Pd. «Il provvedimento – ha aggiunto il ministro – è stato notificato all’interessato al momento della scarcerazione e, nella serata del 21 gennaio, ha lasciato il territorio nazionale. Evidenzio che l’espulsione che la legge attribuisce al ministro dell’Interno e’ stata individuata quale misura in quel momento più appropriata, anche per la durata del divieto di reingresso, a salvaguardare la sicurezza dello Stato e la tutela dell’ordine pubblico che il Governo pone sempre al centro della sua azione».
«Giorgia Meloni deve venire a rispondere in Aula perché non è possibile che in questa pessima vicenda non ci fosse un coinvolgimento diretto di Palazzo Chigi», ha ribadito la segretaria Dem Elly Schlein sul caso Almasri conversando con i cronisti alla Camera. «La smetta di nascondersi dietro ai suoi ministri – ha aggiunto – e si prenda la responsabilità di venire a chiarire ciò che è accaduto e perché lei che aveva dichiarato guerra contro i trafficanti di esseri umani ha lasciato che ne fosse liberato uno in Italia e fosse rimandato direttamente in Libia su aereo italiano».
«Da Tajani parole sconsiderate contro la corte penale internazionale. Che un ministro degli esteri possa affermare che la Corte dell’Aja non è la bocca della verità evidenzia chi abbiamo al governo: dei bulli che non rispettano il diritto internazionale. Piantedosi, durante il question time in Senato, è stato surreale e imbarazzante: se Almasri era così pericoloso, perché è stato rimpatriato addirittura su aereo di Stato?N Piantedosi non prenda in giro gli italiani e le istituzioni», ha affermato Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde e deputato Avs.
(da agenzie)

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RITRATTO DI OSAMA ALMASRI, IL TORTURATORE LIBICO INCARCERATO E POI LIBERATO DALL’ITALIA, RAS DEI LAGER PER MIGRANTI

Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile

CRESCIUTO SOTTO L’ALA DI KARA, CAPO DELLA MILIZIA CHE CONTROLLA L’AEROPORTO E LE PRIGIONI DI TRIPOLI, HA COMBATTUTO CONTRO GHEDDAFI, ISIS E HAFTAR… ALL’ITALIA SERVE PER IL CONTROLLO DEI FLUSSI DEI MIGRANTI: SONO LE MILIZIE A OFFRIRSI (NON GRATIS) COME GARANTI DELLA SICUREZZA

Ci sono due momenti della storia libica post-Gheddafi che aiutano a inquadrare il personaggio Osama Almasri Najeem, il suo peso in Libia, e anche per l’Italia. La prima è la battaglia di Sirte nel 2016, quando le milizie fedeli al Governo di unità nazionale, che controllava allora come oggi la parte occidentale del Paese, espugnano la capitale dell’Isis sul Mediterraneo, a 500 chilometri dalle coste italiane.
Tra quelle milizie, sorte nella guerra civile del 2011 contro il Colonnello, c’è anche la “Rada”, cioè “risposta”, nel senso di Forza di risposta rapida.
È una delle più potenti in Tripolitania, controlla l’unico aeroporto funzionante nella capitale, Mitiga. Ed è guidato da uno dei signori della guerra più spietati, Abdel Raouf Kara, padrone del quartiere Souk al-Jouma e protagonista dell’insurrezione contro il dittatore.
Lo stesso Kara che ieri è andato ad accogliere al suo ritorno Almasri, suo fedelissimo, tra il giubilo della folla.
È nell’estate del 2016 che si forgia il rapporto privilegiato tra Roma e la Rada, oltre che con altre milizie che controllano le coste da Misurata, a Est di Tripoli, fino a Zawija, a Ovest.
L’esercito italiano costruisce un ospedale militare nella stessa Misurata e si ritaglia uno spazio strategico in Tripolitania, mentre la Cirenaica scivola nelle mani di egiziani, emiratini e russi. La spaccatura diventa guerra aperta nel 2019.
Secondo episodio decisivo.
All’inizio di aprile il generale Khalifa Haftar, con mercenari sudanesi, droni dagli Emirati e consiglieri russi, lancia l’assalto a Tripoli, arriva alla periferia sud-orientale. Le milizie, in testa la Rada, mobilitano tutte le loro forze, ricevono blindati turchi, resistono. E anche questa volta l’Italia sta con il Governo di unità nazionale, allora guidato da Fayez al-Serraj.
La Libia è devastata, con due esecutivi, tre parlamenti, cento gruppi armati. La Cirenaica è controllata dalle milizie, una per ogni città costiera. I problemi di sicurezza sono enormi.
Su due fronti. Il controllo delle cellule dell’Isis, e delle centinaia di terroristi catturati a Sirte.
E i flussi dei migranti.
Sono le milizie a offrirsi come garanti della sicurezza. Ma non gratis. È il tempo degli accordi inconfessabili. Come quello con Abd al-Rahman Milad, da tutti conosciuto come Bidja, cugino di Mohammed Koshalaf, capo della brigata di Al-Nasr, ai vertici della cosiddetta Guardia costiera libica.
L’altro nodo strategico, ma più per il controllo dei movimenti dei jihadisti, è l’aeroporto di Mitiga.
E qui, sotto l’ala protettrice di Kara, è cresciuto Almasri. Almasri è il nome di battaglia, vale a dire “l’egiziano”, su quello vero c’è confusione, anche se sarebbe Osama al-Najeem. In ogni caso Almasri si è fatto le ossa prima contro i gheddafiani, poi l’Isis, infine i mercenari di Haftar. E ora Kara gli ha affidato il controllo delle prigioni.
In particolare, del famigerato centro di detenzione di Mitiga, a ridosso dello scalo, oltre a quello di Ain Zara. Dentro ci sono jihadisti dell’Isis ma anche oppositori politici, migranti, donne e minori.
Con il nuovo premier del Governo di unità nazionale, Abdul Hamid Dbeibah, Almasri ottiene un’investitura ufficiale, come capo della polizia investigativa. Ma in realtà, e l’abbraccio di Kara all’aeroporto lo dimostra, resta il luogotenente del suo signore della guerra, e i metodi non sono cambiati.
Un rapporto del 2018 redatto dallo Human Rights Office dell’Onu include la prigione di Mitiga tra i “lager”, con «2600 uomini, donne e bambini» ammassati in spazi ristretti e senza accesso ad avvocati o tribunali.
In questi centri, è la denuncia, «torture e altre violazioni dei diritti umani sono endemiche». Da qui nasce l’indagine della Corte penale internazionale, con accuse di stupri di guerra, violenze sessuali, un omicidio. I giudici specificano che «lui personalmente», o con l’aiuto dei suoi uomini, ha commesso gli abusi, in particolare su detenuti accusati di crimini religiosi, per essere atei o cristiani, o perché omosessuali.
Accuse che possono essere estese a gran parte degli uomini della milizia guidata da Kara, come gli stupri sistematici su donne migranti.
Kara è però anche la porta di accesso a Tripoli, con l’aeroporto nelle sue mani, la gestione dell’hotel Radisson, tappa obbligata per diplomatici, uomini d’affari, servizi occidentali.
Ha a disposizione quattromila combattenti, ben equipaggiati. Ed è uno degli azionisti di maggioranza del Governo di unità nazionale.
(da La Stampa)

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