Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
SONO NUMEROSE LE TESTIMONIANZE RACCOLTE CONTRO IL CAPO DELLA POLIZIA GIUDIZIARIA LIBICA ACCUSATO DI CRIMINI CONTRO L’UMANITA’ E LIBERATO DAL GOVERNO MELONI
Non si placano le polemiche dopo la decisione del governo italiano di non procedere
all’arresto di Najeem Osema Almasri Habish, capo della polizia giudiziaria libica e considerato dalla corte penale internazionale autore di crimini contro l’umanità.
Almasri è stato rispedito in Libia su un volo di Stato italiano dopo la scarcerazione. Le prove a suo carico sono molte, si tratta delle testimonianze dei migranti che sono passati dalla Libia prima di arrivare in Europa e sono stati rinchiusi nel lager di Mitiga, dove Almasri operava.
Tra loro anche David Yambio, portavoce di Refugees in Lybia tra le principali organizzazioni che hanno raccolto le prove contro Almasri e che hanno denunciato il suo arresto e la clamorosa liberazione in Italia e in Europa.
A Fanpage.it David chi ha raccontato l’inferno del lager di Mitiga dove il poliziotto libico decideva della vita e della morte di tutti.
“Almasri era il capo dei torturatori”
Il campo di concentramento di Mitiga si trova alle porte di Tripoli, nella zona dell’aeroporto internazionale, è uno dei più affollati centri di detenzione completamente illegali usati dai signori della guerra libici. I migranti in marcia da Sud verso le coste della Libia vengono catturati spesso alla fine del deserto, oppure dopo, e condotti in questi centri che sono delle vere e proprie camere della tortura. Per poter uscire da lì i familiari dei migranti catturati devono pagare un riscatto. Solo dopo, le persone, torturate e segnate dalle violenze, sono libere di essere schiavizzate nei lavori più pesanti intorno alle città per raccogliere i soldi necessari per imbarcarsi. Najeem Almasri è esattamente l’identikit di quei trafficanti di esseri umani a cui la presidente Giorgia Meloni voleva dare la caccia in tutto il globo terracqueo.
È grazie a persone come David Yambio ed al network Refugees in Lybia che sono state raccolte le prove contro Almasri che hanno portato al mandato di arresto internazionale spiccato dalla corte de L’Aja.
“La situazione nel lager di Mitiga non riesco a spiegarla a parole – ci racconta David Yambio – è mortale, inumana, crudele. Per anni questo signore, Almasri, ha operato nella totale impunità sui cittadini libici, e poi ha iniziato con i migranti”. L’uomo liberato dal governo Meloni, come ha ricordato l’associazione Mediterranea Saving Humans, è uno dei più feroci trafficanti di esseri umani libici ed uno dei più crudeli torturatori.
“Dico sempre a me stesso di non ricordarmi cosa ho visto a Mitiga – prosegue Yambio – gli uomini venivano bruciati con la tortura, gli veniva fatto l’elettroschock, venivano picchiati con le armi. E poi molti erano costretti a combattere. Tra il 2019 e il 2020 ho visto anche bambini che erano lì di passaggio, essere costretti a combattere nella guerra civile libica. Almasri me lo ricordo bene, era il capo, lui stesso era un torturatore, era lui a dare gli ordini di uccidere, di sparare e di ridurre in schiavitù. Il suo ruolo evidente, era il capo a Mitiga, ma anche al lager di Jadeda e in altre strutture”.
“L’Italia? Stringe la mano a chi ha creato il traffico di esseri umani”
Negli ultimi anni Refugees in Lybia, oltre a quella di David, ha raccolto altre testimonianze sui crimini commessi da Almasri fornendo poi le prove alle istituzioni di diritto internazionale. “È stato nostro dovere raccogliere qui in Europa tutte le prove contro un trafficante di essere umani”, sottolinea Yambio. È evidente che alla base della liberazione di Almasri ci sono i rapporti strettissimi che il governo Meloni ha siglato con i signori della guerra di Tripoli. Difficile parlare un governo in Libia, dove a comandare sono i capi tribù armati fino ai denti ed in guerra tra loro, di certo tutte le evidenze ci dicono che proprio la Libia è il cuore del traffico internazionale di esseri umani. Un luogo dove queste figure come Almasri, a metà tra rappresentanti istituzionali e capi di bande criminali, sequestrano e torturano le persone.
Oltre al memorandum Italia – Libia, ideato dall’ex Ministro Marco Minniti, ora a capo della Fondazione Med’Or, ora c’è anche il cosiddetto “Piano Mattei”, ovvero un insieme di accordi economici, per la maggior parte oscuri o addirittura coperti da segreto, che il nostro paese sigla con diversi paesi africani, in molti casi delle dittature, nel caso della Libia direttamente con dei signori della guerra.
“Cosa devo pensare dell’Italia?” ci dice David Yambio quando gli chiediamo cosa pensa della scarcerazione di Almasri. “Cosa devo pensare di un governo che afferma di combattere i trafficanti di esseri umani e poi stringe la mano ha l’architetto del traffico di esseri umani? Come si conciliano le parole della Costituzione italiana con le azioni dei suoi leader? Può davvero il governo italiano affermare di difendere la legge e l’ordine quando difende così volentieri un criminale di guerra?”.
Intanto dopo le polemiche che stanno attraversando il paese per la decisione di liberare e riaccompagnare in Libia Almasri, Mediterranea Saving Humans e Refugees in Lybia hanno diffuso una nota dove si denuncia il pericolo di vita per quelli che sono i testimoni, come David, l’esponente della polizia libica. “Almasri, che si fa chiamare “generale”, è stato protetto dal governo italiano e addirittura lo hanno accompagnato a casa, proprio a Mitiga, dove sorge il lager di cui conosciamo l’orrore, e al suo arrivo, questo criminale ha addirittura festeggiato, accolto dai suoi complici, e sotto gli occhi dei funzionari dei servizi segreti italiani. Libero ed impunito” scrivono in una nota. “A questo punto, visto che alcuni di noi sono anche testimoni davanti alla Corte Penale Internazionale, e vista la totale impunità della quale godono i grandi trafficanti di esseri umani in Italia, noi temiamo per la nostra vita e per quella di chi ha avuto il coraggio di denunciare” concludono.
(Fanpage)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
IL DIRITTO ORMAI NON ESISTE PIU’, E’ DIVENTATO ENTITA’ ASTRATTA
Sciolti i sottintesi, il lessico ermetico dei vizi di procedura, le ragioni sinuose a taglio multiplo delle necessità geopolitiche, la realtà è questa: esiste un diritto che non esiste, teorico, astratto, verbale, applicabile e disapplicato nello stesso tempo, “à la carte’’ a seconda del presunto reo. Quindi in chiarissime cinque lettere: finto.
È la giustizia penale planetaria con il suo braccio esecutivo, si fa per dire, della corte dell’Aja. Lì si riuniscono i candidi ammantellati per celebrare la speranza. Danno la caccia, in astratto, a Putin e Netanyahu e, all’ingrosso, ai loro manutengoli ben sapendo che mai nessuno li arresterà: perché senza di loro che tregue, accordi, paci si potrebbero sottoscrivere?
Nel labirinto sacro delle pandette è un’eccezione dissonante? Niente affatto: è la certificazione ope legis di come noi guardiani del tempio occidentale adattiamo la giustizia ai nostri palpabili lucri politici ed economici. Intendiamoci. Esiste quel diritto eccome, ma in una rombante retorica, o come sinecura per beghini di Corti e cancellerie che si vogliono nientemeno universali, in una burocrazia borgesiana che alla fine produce cartafacci, ordini di cattura, imputazioni che nessuno può eseguire. Si affidano alla buona volontà e quindi i mandati sfociano nel misticismo. Come il mandato di cattura ioneschiano, quello al dittatore sudanese al Bashir, recapitato al medesimo perché volenterosamente si auto-arrestasse e si consegnasse alla remota corte olandese.
È tutto contenuto nella sintassi con cui la corte di appello di Roma ha rimesso in libertà un criminale libico, tal Habish: «arresto irrituale», «mancate interlocuzioni», «assenza di condizioni per la convalida». Verrebbe da dire: la banalità dell’ingiustizia.
Avrebbero dovuto scrivere invece: libero per dimostrata necessità di avere petrolio e avere un setaccio che fermi migranti. Perché di quello si occupa, accudirli a bastonate nelle sue galere per emigrazione clandestina, estorcere loro denaro, venderli ai suoi soci scafisti. Quando è il caso eliminarli. E così… suvvia… poche ore bastano per verificare le mancate interlocuzioni…
Vai a casa e di volata con ancora nelle palpebre i gol dei tuoi eroi in calcistiche mutande, caro Najeem Osema Almasri Habish. Dipaniamolo tutto il suo nome. Resterà nelle pandette non per una memorabile condanna ma come eroe eponimo di un diritto che non funziona “erga omnes”. Non più lo statuto di Roma ma lo statuto Habish. L’antica patria del diritto come si vede produce ancora giurisprudenza con i bollini in regola.
Non fatevi ingannare dalla paradossale carica di capo della polizia giudiziaria di cui si fregia questo ricercato dalla corte per innumerevoli delitti. Non è Putin o Netanyahu per cui potrebbe valere l’immunità. È solo un manovale del mondo feroce che è a due ore di aereo da noi. In Libia è in vigore dal 2011 il vecchio sistema borbonico che prevede: i criminali poiché non si ha la forza o la voglia di destinarli alla galera li si promuova gendarmi con gradi, mostrine e paccottiglia.
Questo losco Fra Diavolo tripolino è semplicemente un capo banda . Di “aguzzini di Mitiga” come lui ce ne sono a mazzi all’ombra dei palmizi di tripoli. Solo che non sono alla macchia, sono dietro alle monumentali scrivanie del potere. La Corte penale internazionale si illudeva di averlo acchiappato all’uscita dallo stadio di Torino. Niente affatto. Lo abbiamo liberato e per strafare, perché per carità! non conservi pericolosi rancori per i nostri affari sulla Quarta Sponda e con supplichevole devozione orizzontale lo abbiamo riaccompagnato in Libia da signore.
La festa con mortaretti e sparatorie con cui i suoi complici lo hanno accolto era ben meritata: è diventato invulnerabile, grazie a noi zelanti esecutori del diritto universale ipotetico.
(da La Stampa)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DANIELA SANTANCHE’, DOPO IL RINVIO A GIUDIZIO, SI CONFRONTA CON IL SUO “PADRINO” IGNAZIO LA RUSSA E RESTA AL SUO POSTO – GIORGIA MELONI RIMANE IN SILENZIO – IN FRATELLI D’ITALIA, TRANNE CROSETTO, NESSUNO DIFENDE LA “PITONESSA”
«Se qualcuno pensa di farmi saltare i nervi, significa che mi conosce poco». Nel suo
ufficio in via di villa Ada, davanti al vecchio casino reale dei Savoia in cui fu deposto il duce, Daniela Santanchè scava la sua personale trincea politica-mediatica, convinta che anche stavolta rimarrà in sella. Cioè al governo, dove in due anni e mezzo di traversie giudiziarie e cannoneggiamenti dell’opposizione è riuscita a sopravvivere a modo suo, un rilancio dopo l’altro.
Il gelo del suo partito, FdI, che da una settimana, salvo rare eccezioni vedi Guido Crosetto, non pronuncia una sillaba in sua difesa dopo il rinvio a giudizio per false comunicazioni sociali, la turba ma fino a un certo punto. È convinta, la “Pitonessa” nata Garnero, sette vite in politica, da Fini a Berlusconi, da Storace a Meloni, che anche stavolta le acque avranno modo di chetarsi. Che persino questa tormenta potrà ritrovarsela alle spalle.
Giorgia Meloni però non parla. Non la protegge direttamente. Per spazzare via il fiume di veleni che scorre sottotraccia dalle truppe della fiamma, in cui molti non l’hanno in simpatia, eufemismo, basterebbe che la premier dicesse: «Santanchè ha la mia fiducia». Invece non lo dice. Dunque tanti colonnelli di via della Scrofa, anche nel giro stretto della premier, possono raccontare a taccuini chiusi, mai smentiti, di una Meloni furente, che vorrebbe “Dani” (la chiamava così) con tutte e due gli stivaletti fuori dall’esecutivo.
Meloni però, dicono nella cerchia della premier, non avrebbe voglia di intestarsi una mossa che la farebbe passare per giustizialista. Anche perché altri rinviati a giudizio di FdI, come il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, sono rimasti al loro posto senza che nessuno battesse ciglio, a destra. Santanchè lo sa, per questo si aspetta anche a questo tornante di restare in pista.
«La mia agenda non cambia di una virgola», ripete allora a chi la chiama o la visita nel suo studio al ministero tra i Parioli e il quartiere Trieste, dov’è tornata ieri dopo sei giorni lontano dall’Urbe, tra Milano e la sua casa a Cortina.
Come se i veleni scorressero lontanissimi. «Oggi sarò in Cdm, come al solito». Ci sarà un faccia a faccia con Meloni? «Non ne vedo il motivo», risponde così. «Poi andrò a Verona e domenica partirò per Gedda, per il Villaggio Italia sull’Amerigo Vespucci». Senza Meloni, che ha cambiato l’agenda e non la incrocerà sul Mar Rosso.
Da programma, Santanchè si ritroverebbe in Arabia anche il 29, quando la Cassazione deciderà sull’altro filone che la vede indagata, su un’accusa ben più seria, la truffa ai danni dell’Inps.
(da La Repubblica)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
LA PREMIER NON RIESCE A FARLA DIMETTERE, CHISSA’ PERCHE’… PER FDI “DOVRA’ DECIDERE LEI”
Il caso Santanchè agita il centrodestra e il governo. La ministra rinviata a giudizio per falso in bilancio si confronta ancora con il presidente del Senato Ignazio La Russa e resta al suo posto: confermando di non avere alcuna intenzione di fare un passo indietro, come anche ieri le hanno chiesto le opposizioni a partire dalla segretaria dei dem Elly Schlein.
La premier Giorgia Meloni per adesso sembra intenzionata a non insistere sul tasto delle dimissioni. Non è il momento, non fosse altro perché l’amica di un tempo non sembra intenzionata a gettare la spugna. Molto dipenderà da un confronto diretto tra le due che al momento non c’è stato. Forse nelle prossime ore, forse più in là. Certo, il Consiglio dei ministri di oggi pomeriggio potrebbe essere un momento propizio per un primo faccia a faccia, magari a margine della riunione.
Tutto questo mentre per alcune ore si sono rincorse voci su chi potrebbe prendere il posto della ministra. Indiziato numero uno il capogruppo al Senato di Fdi, Lucio Malan, anche per via di un incontro con l’inquilina di Palazzo Chigi a ora di pranzo. Voce (quella dell’avvicendamento al ministero) seccamente smentite in serata da Palazzo Chigi: «Fantasie». Proprio mentre i big di FdI rimettevano la palla nel campo dell’imprenditrice prestata alla politica: «Dovrà decidere lei il da farsi».
Daniela Santanchè rientra da Milano in mattinata e subito si blinda nei suoi uffici al Turismo. Non perde tempo nell’ostentare impegni da ministro nel pieno delle proprie funzioni. Non a caso. Pubblica sul sito del dicastero la sua agenda e conferma la visita a Gedda, in occasione della fiera del turismo, il prossimo 27 gennaio (anche la premier andrà ma in un giorno diverso).
Quindi, fa sapere di aver ricevuto «il team di Oracle corporation» e di aver rilasciato un’intervista a Usa Today. A ora di pranzo raggiunge Palazzo Madama. Voci (smentite dagli interessati) parlano di un pranzo con il suo amico di lungo corso, il presidente del Senato La Russa. Per molti quell’incontro è la conferma di quanto trapela da 48 ore. Ovvero il pressing del duo Meloni-La Russa sulla ministra perché lasci il suo incarico. «Mai parlato con la premier di Santanchè», taglia corto La Russa.
Nelle stesse ore però a Palazzo Chigi si registra un gran viavai. Prima entrano i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini per un vertice di maggioranza. Un incontro durato meno di un’ora nel quale si parla del voto sui giudici della Corte costituzionale.
Il leghista chiede invano agli alleati di discutere dell’ipotesi terzo mandato per i governatori: Meloni e Tajani non ne vogliono sapere. Salvini chiede allora di inserire nel dl Sicurezza altre modifiche che la Lega vuole proporre, e riceve ancora un secco no da dalla premier che apre solo alle correzioni chieste dal Quirinale.
Sul finire, Meloni racconta che si sta occupando del caso Santanché, senza scendere nei dettagli. Lasciando la Presidenza del Consiglio, Tajani se la cava con un «noi siamo garantisti». Ma è l’arrivo subito dopo a Palazzo Chigi del capogruppo Malan che fa scattare, anche nelle chat dei meloniani, l’ipotesi del blitz per il cambio al vertice del Turismo. Il capogruppo al suo posto? Voci subito smentite dallo stesso Malan, quando lascia il Palazzo insieme con il collega della Camera Galeazzo Bignami.
Quel che raccontano fonti autorevoli al governo è che Meloni abbia deciso di prendere tempo e che oggi comunque vedrà Santanchè in Consiglio dei ministri. La data cerchiata in rosso è il 29 gennaio, quando è attesa la decisione della Cassazione sulla competenza nelle indagini tra Milano e Roma sull’altro fascicolo che vede indagata la ministra: quello per truffa all’Inps.
«Stiamo ancora aspettando che Meloni faccia dimettere Santanchè, la premier si nasconde», attacca intanto Elly Schlein. E Matteo Renzi: «Ricordate che avete al governo chi è già stato rinviato a giudizio, Andrea Delmastro: reato estinto per l’oblazione». Palazzo Chigi resta sulla linea della difesa della ministra. Per ora.
(da La repubblica)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
DOPO AVER DATO ASSALTO AL PUB FINNEGAN, DOVE 70 ULTRÀ BASCHI DELLA REAL SOCIEDAD STAVANO BEVENDO BIRRA ALLA VIGILIA DEL MATCH DI EUROPA LEAGUE, I TIFOSI BIANCOCELESTI LI INSEGUONO PER STRADA E ACCOLTELLANO TRE PERSONE
“Ammazziamo tutti”, gridano gli ultimi del corteo. Sono le 22 di martedì, 80 ultrà della
Lazio avviano la caccia allo spagnolo per le strade del rione Monti, a due passi dal Colosseo. I residenti, terrorizzati, filmano la guerriglia con il cellulare dalle finestre.
Dopo aver dato assalto al pub Finnegan, dove 70 baschi stavano bevendo birra alla vigilia del match di Europa League, i laziali li inseguono per strada. Accoltellano tre persone.
Le immagini mostrano un gruppo di oltre cinque ultrà laziali accanirsi contro uno spagnolo caduto in terra, che è stato colpito da una raffica di calci in testa, tanti contro uno. Una spedizione punitiva in piena regola.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
IL MILIARDARIO KETAMINICO HA SPERNACCHIATO IL PIANO DA 500 MILIARDI DI OPENAI-SOFTBANK-ORACLE, ANNUNCIATO IN POMPA MAGNA DA TRUMP: “NON HANNO I SOLDI”. E IL CAPOCCIA DI CHATGPT HA RISPOSTO DI PETTO AL FUTURO “DOGE”: “SBAGLI. MI RENDO CONTO CHE CIÒ CHE È GRANDE PER IL PAESE NON È SEMPRE OTTIMALE PER LE TUE COMPAGNIE”
Volano già scazzi tra i tecno-paperoni! Elon Musk e Sam Altman hanno litigato via “X” sull’annuncio del progetto “Stargate”, il maxi piano di investimenti da 500 miliardi che Softbank, Oracle e OpenAi dovrebbero portare avanti, sponsorizzati dall’amministrazione Trump.
Musk, che contribuì a fondare OpenAi nel 2018 e poi ha litigato male con il ceo, Altman, ha subito commentato velenoso il tweet della società di Chatgpt, : “In realtà non hanno i soldi”. Per poi aggiungere: “So con sicurezza che Softbank ha assicurato molto meno di 10 miliardi”.
A quel punto ha risposto Altman: “Sbagliato, come sicuramente sai. Vuoi venire a visitare il primo sito già avviato? È un grande progetto per il Paese. Certo, mi rendo conto che ciò che è grande per il Paese non è sempre ottimale per le tue compagnie, ma nel tuo ruolo spero che vorrai mettere prima l’America (America first è lo slogan di Trump).
Come ha scritto Peter Kruger in un thread, tra gli oligarchi tecnologici è in corso una guerra civile: Musk odia Altman per vecchie vicende (ricambiato), ma ha pessimi rapporti anche con Zuckerberg, che voleva sfidare a duello al Colosseo, e con Bezos, che vuole buttarsi nel settore dello spazio dominato da Elon.
In questo marasma, Donald Trump, finora dipinto come un burattino nelle mani della “broligarchia” della Silicon Valley, potrebbe approfittarne: usare gli uni contro gli altri per consolidare il proprio potere.
Ma il tycoon ha fatto i conti senza la ketamina: Musk non è gestibile, come dimostra l’affare del saluto romano, e rischia di essere un grosso guaio per la futura amministrazione: è malvisto dal vecchio partito repubblicano, e anche il mondo Maga lo reputa un “traditore” per i suoi rapporti con la Cina e per il suo disprezzo per i lavoratori… Ne vedremo delle belle!
Sam Altman, l’amministratore delegato di OpenAI, replica alle critiche di Elon Musk su Stargate, il progetto per l’intelligenza artificiale annunciato da Donald Trump. “Rispetto i tuoi successi e ritengo che tu sia la maggiore fonte di ispirazione dal punto di vista imprenditoriale del nostro tempo”, ha detto Altman sottolineando che l’iniziativa è una “cosa fantastica per il Paese. Mi rendo conto che quello che è buono per il Paese non è sempre ottimale per le tue aziende ma nel tuo nuovo ruolo mi auguro che tu dia la priorità agli Stati Uniti”.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
A BANGKOK, ALMENO 200 COPPIE SI SONO ISCRITTE PER CELEBRARE UN MATRIMONIO DI MASSA IN UN FAMOSO CENTRO COMMERCIALE
Centinaia di coppie dello stesso sesso convoleranno a nozze in tutta la Thailandia
domani, mentre il Paese diventa il primo nel sud-est asiatico a riconoscere l’uguaglianza dei matrimoni. Lo riporta la Cnn.
Questa storica legge segna una vittoria importante per la comunità LGBTQ+, che da oltre un decennio lotta per ottenere gli stessi diritti matrimoniali delle coppie eterosessuali. “Una decisione che potrebbe diventare un modello per tutto il mondo. C’è una vera uguaglianza nel matrimonio in Thailandia”, ha detto Kittinun Daramadhaj, avvocato e presidente della Rainbow Sky Association of Thailand, uno dei tanti che si è battuto per l’uguaglianza. In base alla legge, approvata dal parlamento thailandese e avallata dal re lo scorso anno, le coppie dello stesso sesso potranno registrare i propri matrimoni con tutti i diritti legali, finanziari e medici, nonché diritti di adozione ed eredità.
Il primo ministro Paetongtarn Shinawatra ha elogiato il successo del Paese in occasione di un evento tenutosi la scorsa settimana, invitando decine di coppie LGBTQ+ e attivisti presso gli uffici governativi. “La Thailandia è pronta ad accogliere la diversità e ad accettare l’amore in tutte le sue forme. La legge dimostra che il nostro Paese è aperto e accogliente”, ha affermato. I festeggiamenti si svolgeranno domani anche in altre parti del Paese, dalla città costiera orientale di Pattaya alla città montuosa settentrionale di Chiang Mai.
Nel centro di Bangkok, almeno 200 coppie si sono iscritte per celebrare un matrimonio di massa in un famoso centro commerciale, secondo il Bangkok Pride, che ha co-organizzato l’evento con le autorità locali. Si prevede che le bandiere arcobaleno sventoleranno nel cuore di Bangkok, con un “tappeto dell’orgoglio” che verrà srotolato durante una festa per dare il benvenuto agli sposi novelli e con esibizioni di celebrità e drag queen.
(da agenzie)
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Gennaio 23rd, 2025 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? I CITTADINI HANNO PAURA DI PERDERE LA PROPRIA “IDENTITÀ” – NEL NOSTRO PAESE SI SONO TENUTE 274 CONSULTAZIONI PER UNIRE I COMUNI: 150 SONO STATE APPROVATE (IL 55%)
I percorsi di fusione tra Comuni in Italia hanno subito un forte rallentamento negli ultimi anni e nel 2024 hanno subìto uno stop: nessun referendum per l’aggregazione tra Municipi è stato infatti approvato lo scorso anno. Lo sottolinea uno studio della Fondazione Think Tank Nord Est. Ad eccezione del 2021, quando la pandemia aveva comportato il rinvio di alcune consultazioni, l’ultimo anno senza fusioni era stato il 2012.
Complessivamente nel nostro Paese si sono tenuti 274 referendum per la fusione tra Comuni, dei quali 150 sono stati approvati, pari al 55% del totale. Il numero maggiore di consultazioni si è tenuto in Lombardia (64), con una percentuale di successo del 53%. In Trentino Alto Adige ci sono stati 47 referendum, approvati nel 62%. In Toscana il successo è del 41% su 34 consultazioni, mentre in Veneto ha avuto esito positivo il 52% dei 33 referendum indetti.
In Piemonte è stato approvato l’85% delle 27 consultazioni, in Emilia-Romagna, su 27 referendum la percentuale di successo è del 48%. Il maggior numero di fusioni si è registrato nel 2018, quando le consultazioni approvate furono 30. Ma anche gli anni precedenti furono proficui: 27 aggregazioni tra Comuni certificate nel 2015, 26 nel 2013, 20 nel 2016 e 19 nel 2017.
In seguito l’interesse per le aggregazioni si è affievolito, con solo 9 fusioni dal 2019 in poi. Eppure, il quadro regolativo statale è ancora particolarmente favorevole ai Municipi che decidono di mettersi insieme, cui spetta l’erogazione per 15 anni di un contributo pari al 60% dei trasferimenti statali 2010, fino a un massimo di 2 milioni di euro.
A queste risorse si aggiungono ulteriori incentivi di livello regionale. In Italia ci sono 7.896 Comuni, il 70% dei quali ha meno di 5.000 abitanti: in questi 5.519 Municipi vivono complessivamente 9,7 milioni di abitanti, pari al 16,4% del totale nazionale. Sono invece 2.018 i Comuni con meno di 1.000 abitanti (il 25,6%) in cui risiede poco più di un milione di persone, meno del 2% della popolazione italiana.
“La ritrosia al cambiamento – sostiene Antonio Ferrarelli, presidente della fondazione – e la paura di perdere la propria identità stanno bloccando il percorso di razionalizzazione amministrativa del nostro Paese, che rimane però necessario per garantire i servizi a tutti i territori. Si tratta quindi di creare un consenso diffuso, da parte degli amministratori locali e dei cittadini.
La fusione si costruisce rafforzando proposte come l’istituzione di Municipi presso le ex sedi comunali, l’introduzione dei prosindaci o delle consulte municipali per i Comuni soppressi, sedi decentrate per l’erogazione dei servizi. In questo modo – conclude – si possono rassicurare i cittadini e tutelare le comunità attraverso specifici strumenti di rappresentanza”.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“IL NOSTRO PAESE FINANZIA QUELLE PERSONE DA ANNI”… “LA POLIZIA HA FATTO IL SUO DOVERE, ARRESTANDOLO. NON E’ VERO CHE LA CORTE D’APPELLO NON POTEVA CONVALIDARE L’ARRESTO, E’ UNA SUA LIBERA INTERPRETAZIONE”… C’E’ UNA NORMA CHE REGOLA I RAPPORTI TRA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E ITALIA PER CUI “SI APPLICANO LE DISPOSIZIONI DEL CODICE DI PROCEDURA PENALE, OVE NON DIVERSAMENTE DISPOSTO”, QUINDI LA PROCEDURA ERA VALIDA E L’ARRESTO CONFERMATO”
Applausi e grida di felicità hanno accolto Najeem Osema Almasri Habish, influente capo
della Polizia Giudiziaria libica, accusato di torture e gravi violazioni dei diritti umani all’interno del lager di Mitiga. Conosciuto anche come Almasri, l’uomo era stato arrestato dalla Digos, domenica scorsa a Torino, su richiesta della Corte Penale Internazionale (CPI), che lo ritiene responsabile di crimini di guerra, torture e violenze sistematiche.
A causa di quello che viene chiamato “cavillo procedurale”, Almasri è stato tuttavia rilasciato e immediatamente espulso dall’Italia. L’arresto era rimasto segreto fino a lunedì 20 gennaio, quando il procuratore generale di Roma ha chiesto alla Corte d’Appello di non convalidare la detenzione. Secondo il procuratore, l’arresto di Almasri sarebbe infatti avvenuto senza consultare adeguatamente il Ministero della Giustizia, responsabile dei rapporti con la Corte Penale Internazionale.
Di conseguenza, mancava la necessaria validazione formale dell’arresto. Pur riconoscendo la gravità delle accuse, la Corte d’Appello di Roma ha annullato immediatamente la detenzione, definendola non conforme alle procedure, e ha ordinato il rilascio immediato dell’uomo, che è così tornato indisturbato a Tripoli e ai gravi crimini per i quali pende procedimento davanti alla Corte penale internazionale. Gli anni di abusi e torture commessi nel lager di Mitiga restano quindi ancora molto lontani da un’aula di giustizia internazionale.
Fanpage.it ha discusso il caso con Luca Masera, penalista e docente esperto di diritto internazionale e membro dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI), per approfondire le implicazioni legali e le criticità emerse da questa vicenda.
Il capo della polizia libica, Almasri, è stato arrestato a Torino sotto mandato della Corte Penale Internazionale (CPI), subito dopo aver assistito alla partita Juve-Milan. Come è possibile che un torturatore accusato di crimini contro l’umanità si trovasse in Italia, apparentemente libero di muoversi?
Partiamo dal fatto che si tratta di un mandato di arresto emesso dalla CPI che non era stato reso noto. In alcuni casi la Corte lo fa per evitare che il sospettato, sapendo di essere ricercato, non si muova dal suo paese. La Libia non collabora con la CPI, quindi purtroppo, anche come avvenuto in altri casi con altri soggetti, non si può far nulla fino a che sta nel proprio Paese. La Corte non ha una forza militare, ma si serve della cooperazione degli Stati. Quando il soggetto si trova in uno Stato che ha sottoscritto lo Statuto della Corte, lo Stato deve arrestarlo. Fino a che non usciva dalla Libia, l’arresto di Almasri non si poteva eseguire.
Erano giorni che però Almasri si trovava in Italia. Di chi è la responsabilità?
Dal punto di vista di chi è la responsabilità di questo fallimento, non è sicuramente della polizia. Certo, era in Italia da due giorni, ma in due giorni la polizia è riuscito a individuarlo e ad arrestarlo. Ha fatto il suo dovere. Ci sono stati invece una serie di elementi davvero inquietanti, che meritano di essere indagati.
Il ministro Nordio ha dichiarato che “il complesso carteggio è in valutazione per la trasmissione formale della richiesta della CPI al Procuratore generale di Roma”, ma nel frattempo Almasri è stato liberato. Si tratta davvero di un “cavillo tecnico”? Era possibile trattenere Almasri con un’altra procedura?
Sicuramente si. Per prima cosa, voglio precisare che quello che viene chiamato “cavillo”, è un’interpretazione molto discutibile della Corte d’Appello di Roma, che ritiene che non sia applicabile ai casi di esecuzione del mandato di arresto della Corte Penale Internazionale, la procedura che si applica invece in caso di estradizione, in cui la polizia può procedere di propria iniziativa all’arresto. Questo, per quanto riguarda il punto giuridico. Si può invece sostenere che, visto che c’è una norma della legge relativa alla Corte Penale Internazionale e i rapporti con l’Italia, che dice che si applicano tutte le disposizioni del codice di procedura penale, ove non diversamente disposto, si poteva benissimo argomentare che questa procedura era valida.
E il ministero?
Il ministero avrebbe potuto procedere a seguire ciò che diceva la Corte. Cioè chiedere al procuratore generale, e quest’ultimo alla Corte d’appello, di predisporre l’arresto. C’era benissimo, insomma, la possibilità di chiedere l’arresto. Se c’era la volontà politica di farlo.
Risulta che la notizia della scarcerazione sia arrivata nel pomeriggio, mentre Almasri era già stato liberato da ore e si trovava già su un volo per Tripoli. Perché è stata data solo la sera la notizia della sua scarcerazione? Il Ministro Nordio dice di essere stato informato tardi, è una ricostruzione plausibile?
Il Ministro diceva che stava valutando le carte, quando in realtà l’aereo italiano era già partito. E questa è una cosa gravissima. Almasri è accusato di crimini gravissimi contro l’umanità, torture, violenze, abusi sessuali. Il governo italiano, in particolare il governo Meloni, ha più volte dichiarato di voler combattere gli scafisti in tutto il mondo. Tuttavia, in questo caso, sembra che Almasri sia stato rapidamente rimandato in Libia, persino con un aereo italiano e delle scuse.
Credo sia importante mettere in luce infatti chi è questo soggetto, che ha una posizione apicale all’interno di una banda di, sostanzialmente, assassini e torturatori, che il nostro Paese finanzia da anni. Che tutti i governi hanno finanziato. Questo è l’elemento. Quindi è evidente che era interesse assoluto di tutti.
La rapidità con cui si è conclusa questa vicenda è indicativa di una scelta politica?
Si, parliamo di un personaggio che ha sulle mani la morte di centinaia di migliaia di persone. Parliamo di torture, violenze, abusi sessuali. Non è un pesce piccolo. Fa parte di quelle persone con cui il nostro Paese collabora, a cui rimandiamo le persone che facciamo soccorrere dalla Guardia Costiera Libica. Nelle loro mani e nei centri di tortura.
(da Fanpage)
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