Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO QUASI DUE ANNI DI LOLLISMO SENZA LIMITISMO, QUESTA ESTATE, UNA VOLTA SEGATO DALLA MOGLIE, LA SORELLA D’ITALIA ARIANNA MELONI, È SCOMPARSA LA NOSTRA RUBRICA PREFERITA: “LA SAI L’ULTIMA DI LOLLOBRIGIDA?”
Era diventato il nostro quotidiano angolo del buonumore. Francesco Lollobrigida, lo “Stallone di Subiaco” di Fratelli d’Italia miracolato ministro dell’Agricoltura, ne sparava una al giorno, togliendo il medico di torno: “Quante guerre non ci sarebbero state di fronte a cene ben organizzate?”.
Ancora: “Per fortuna quest’anno la siccità colpisce molto di più le regioni del Sud e in particolare la Sicilia”. Di più: “Non possiamo arrenderci all’idea della sostituzione etnica: gli italiani fanno meno figli, quindi li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada”. Alle critiche, replica soave: “Sono ignorante, non razzista”.
Il suo apogeo lo tocca il 22 novembre 2023, ordinando a Trenitalia una fermata non prevista, alla stazione di Ciampino, di un Frecciarossa che lo deve portare a Napoli e poi a Caivano, all’inaugurazione di un parco. Lollobrigida scende con i suoi collaboratori e con un’auto blu prosegue il suo viaggio.
Ora, occorre ammetterlo, un tipino che al G7 dell’Agricoltura in quel di Siracusa si presenta sul palco in bermuda, manco fosse un Salvini spiaggiato al Papeete, rappresentava un barzelletta da proteggere per tramandarla ai posteri, patrimonio dell’umanità cazzona, integratore per innalzare il nostro sistema immunitario dall’abisso depressione socio-politica.
Dopo quasi due anni di sfrenato lollismo senza limitismo, questa estate, una volta abbandonato dalla moglie, la Sorella d’Italia Arianna Meloni, è scomparsa la nostra rubrica preferita: “La sai l’ultima di Lollobrigida?”.
Zac!, il silenzio è sceso come ghigliottina sul ministro dell’Agricoltura (per mancanza di prove). Zero affermazioni, zero interviste, zero apparizioni in tv, zero cazzate.
E’ successo che dalla “banda dei quattro” di Palazzo Chigi (le due Meloni, Fazzolari e Scurti), è partito l’ordine di cucirgli l’effervescente boccuccia (stesso trattamento all’altra “pecora nera”, Andrea Giambruno).
A questo punto, non essendo nato un movimento di liberazione del poverino, “Che fare?”, si è chiesto. Avendo, nel corso degli anni bui di Fratelli d’Italia, ricoperto un ruolo di primo piano in via della Scrofa, stilando liste di candidati alle politiche e piazzando fedelissimi in ruoli chiave, a “Lollo” restano al fianco ancora vari parlamentari: perché non mettere su una tosta corrente nel partito e riprendersi ciò che gli è stato tolto?
E come complice della sua riscossa il suo primo pensiero è andato all’altro camerata di sventure, Giovanni Donzelli, anche lui fatto fuori da Arianna dalla poltrona di capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia.
Fatti due conti (è responsabile nazionale dell’organizzazione del partito) e quattro chiacchiere con chi ha il potere, il nasuto toscano si è tirato indietro.
Dato che nello stato di totalitarismo meloniano vigente, l’unica corrente sopravvissuta è quella di Fabio Rampelli, “duce” dei Gabbiani di Colle Oppio, altro rinnegato di Fratelli d’Italia, il Lollo ripudiato starebbe pensando di proporre di mettere insieme le loro forze per ritornare ad avere una voce nel capitolo del potere.
Del resto, i due si conoscono, e bene. Nelle grotte di Colle Oppio Rampelli ha biberonato non solo le giovinette Meloni, ma ha anche svezzato il giovine Lollo (celebre fu la craniata del Gabbianone al braccio destro di Fini, Checchino Proietti, che voleva rimuovere lo “Stallone” da consigliere di Subiaco).
(da Dagoreport)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
GLI APPELLI DI MATTARELLA SONO CADUTI NEL VUOTO – L’ACCORDO È CHIUSO SU FRANCESCO SAVERIO MARINI, CONSIGLIERE GIURIDICO DELLA MELONI, E MASSIMO LUCIANI PER IL PD… C’È IL NODO FORZA ITALIA, CHE NON TROVA UN CANDIDATO CHE VADA BENE ALLA DUCETTA
Il Parlamento in seduta comune per eleggere i giudici della Corte Costituzionale si
riunirà – ove non vi fossero ulteriori novità e comunque previa intesa con il Senato giovedì prossimo 23 gennaio. È quanto emerso dalla riunione dei capigruppo della Camera.
Non ce l’hanno fatta. Neanche al tredicesimo scrutinio. Finisce con 377 schede bianche, 15 nulle e 9 voti dispersi quella che doveva essere la “decisiva” votazione per i quattro giudici costituzionali, inutile la sfilata di deputati e senatori riuniti in seduta comune. Si riproverà.
Ma più che una fumata nera, sigla assolutoria che va bene a tutti, è invece un trionfo di espedienti e sotterfugi quello che si consuma fino al primo pomeriggio a Montecitorio. Tutto avviene nonostante le esortazioni reiterate del Quirinale affinché il Parlamento compisse il suo dovere nel ripristinare il quorum della Consulta. E nonostante la mano tesa della Corte che aveva spostato di una settimana, dal 13 al 20 gennaio, la camera di consiglio prevista per decidere sull’ammissibilità dei referendum per autonomia differenziata, cittadinanza, Jobs act appalti.
Il ragionamento, che a sera circolava tra i Palazzi più alti, seguiva quindi questo filo: ammesso anche che il Parlamento riuscisse ad eleggere i quattro giudici entro giovedì, i neo-eletti – che nel frattempo dovranno mollare i vari incarichi, liberarsi delle incompatibilità – giurerebbero nel weekend dinanzi al Presidente Mattarella ed entrerebbero di corsa nella camera di consiglio di lunedì? Ovvero, senza aver neanche letto le centinaia di pagine di memorie e documentazione che preparano l’atteso verdetto sulle consultazioni. Risultato: la Consulta potrebbe serenamente andare avanti con il quorum ad 11 membri.
Poche le certezze dopo giorni di altalenanti trattative. La prima: l’accordo è chiuso a metà, due nomi su quattro, i soliti ormai, Francesco Saverio Marini, consigliere giuridico di Meloni per FdI; e Massimo Luciani, costituzionalista di rango, per il Pd. La seconda: saltano ufficialmente due candidate rimaste coperte, a cui destra e sinistra tenevano, per il no che gli uffici del Quirinale non possono non opporre. Infatti sia per Augusta Iannini, giudice di lungo corso a Roma (e moglie di Bruno Vespa) sia per la ex magistrata e senatrice dem Anna Finocchiaro, mancano i requisiti formali.
Terza certezza, la più spinosa: Forza Italia non ha candidati che convincano completamente Meloni, la quale ha anche dato lo stop al passaggio dal Parlamento alla Consulta. Una decisione che elide subito in FI le ambizioni del senatore Zanettin e del viceministro Sisto, che Tajani stesso non appoggia fino in fondo. Gli azzurri gli appaiono incontenibili, c’è chi mette in giro la voce che sia il Quirinale a non volere i parlamentari, c’è chi si informa: dal Colle più alto, pazienti, devono precisare, nessun veto su deputati o senatori.
A quel punto Tajani ferma tutto: pone sul tavolo il nome di Andrea Di Porto, docente alla Sapienza, difensore di Fininvest. Ma il suo profilo non sembra entusiasmare tutti, per ora.
Paolo Barelli, capogruppo FI alla Camera: «Ma noi, come maggioranza abbiamo i nostri nomi. Il problema è solo sulla figura del tecnico». Ovvero, altre divisioni sul profilo extra partiti, quello dell’unica donna (su quattro) che dovrebbe entrare.
La partita si giocherà, tranne sorprese, tra l’avvocata generale dello Stato Gabriella Sandulli Palmieri, (troppo “contiana”, per la destra), la prof dei giuristi cattolica Valeria Mastroiacovo (troppo area Lega, per la sinistra) che passerebbe, peraltro irritualmente, dal ruolo di assistente di un giudice a quello di membro della Corte. Tra loro resta il nome della giuslavorista dell’Università del Molise, Luisa Corazza. Che forse potrebbe spuntarla. Sempre che il Parlamento coroni l’impresa.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
LA LEGA PUÒ CONTARE SU BEN 40 CONSIGLIERI REGIONALI, INCLUDENDO QUELLI DELLA LISTA ZAIA (DA SOLA, OLTRE IL 44% CINQUE ANNI FA). CON FDI AL POTERE, PER MOLTI SAREBBE LA FINE… “NESSUNO È DISPOSTO AD ASSECONDARE GIOCHETTI DI SALVINI CHE DIMOSTRA DI NON AVERE ALCUN POTERE CONTRATTUALE”
La palla passa a Matteo Salvini. Ma la partita, giurano in Veneto, «è di vita o di morte». Sarà il segretario leghista a doverla sbrogliare. […] Il potenziale di una Lega che corre da sola contro gli storici alleati nella Regione simbolo dell’autonomismo è devastante: la crisi di governo, peraltro ieri già ventilata dalle parti di Fratelli d’Italia («Conseguenze anche a Roma») o una bomba nucleare sulla Lega nella sua culla anche culturale.
Logica vorrebbe che se ne parlasse domani, al consiglio federale del partito. Ma sulla carta, spiegano, è stato convocato per «questioni tecniche legate al tesseramento» e cioé al congresso del partito che dovrebbe svolgersi in marzo. Lì Matteo Salvini chiederà la conferma alla guida della Lega. Ma è difficile che la netta posizione assunta da Luca Zaia (e dal Veneto) possa essere ignorata dal «parlamentino» leghista.
Certamente, il segretario dovrà tenere conto di tante insidie. Il primo dato è che per la classe dirigente che è la spina dorsale della Lega, il governatore indicato da FdI significherebbe la fine. Oggi in Veneto la Lega può contare su ben 40 consiglieri regionali, includendo quelli della lista Zaia (da sola, oltre il 44% cinque anni fa). Con il cambio di scenario, per molti sarebbe l’uscita di scena
Questo comporta, spiega uno di loro, che «nessuno è ricattabile, nessuno è disposto ad assecondare giochetti di un segretario che dimostra di non avere alcun potere contrattuale. Se diamo il Veneto a Fratelli d’Italia, qui viene giù tutto». Al contrario, secondo un’elaborazione che circola tra i leghisti, con il «40/43% il partito otterrebbe con il premio di maggioranza circa 30 seggi». Con 13 o 14 seggi per FdI e FI, e 7 seggi per il Pd.
I più ottimisti sperano che Meloni, che ha la responsabilità di unire la coalizione, acconsenta a lasciare il Veneto alla Lega. Ma attenzione. Comunque finisca, la vicenda rischia di innescare un effetto domino. Quella Lombardia in cui Salvini non ha vinto il congresso riprenderebbe immediatamente a sobbollire. Anche (e soprattutto) nella migliore delle ipotesi in campo, l’assai improbabile passo indietro di Fratelli d’Italia, con la rinuncia alla candidatura in Veneto. A quel punto, sarebbe «ufficiale, definitiva e bollinata la rinuncia della Lega alla Lombardia».
«Che cosa è una Lega senza il Veneto e senza la Lombardia?», dice cupo un deputato, questa volta lombardo. Che aggiunge: «Strano anche che Giorgia Meloni non tenga conto che al di là di Salvini, i governatori di Lombardia e Veneto possono davvero destabilizzare il governo. A meno che non sia proprio questo il suo calcolo».
Il tutto in un clima da fine del mondo. In cui, tra gli avvelenati nei confronti di un segretario che sul terzo mandato dei governatori «non ha fatto abbastanza», circolano persino le voci più stravaganti. Per esempio, quello di uno scambio: «Il posto al Viminale in cambio della fine delle ostilità sul Veneto». Impossibile, certo. Ma rende bene l’idea del clima in un partito che dovrebbe andare a congresso entro due mesi. La carta del cambio di nome del partito, con la scomparsa della dicitura su «Salvini premier» viene esclusa nella maniera più categorica dai vicini al segretario.
Ma combinazione, secondo AdnKronos , lo scorso 9 gennaio l’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese ha approvato la registrazione del logo di Alberto da Giussano, così come chiesto da Salvini il 15 giugno del 2018. Approvata anche la domanda per la registrazione del simbolo della «Lega Salvini premier» e di «un altro logo dove compaiono solo la scritta «Lega» e l’immagine dello storico condottiero: ma senza la dicitura «Salvini premier». Insomma, contro Salvini nessuno potrà utilizzare quei simboli.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
CONTRO TRENTINI POTREBBE AVER PESATO LA POSIZIONE DEL NOSTRO GOVERNO CONTRO L’ELEZIONE DI NICOLAS MADURO, AVVENUTA LO SCORSO 28 LUGLIO… E L’ITALIA CHE FA? PER CECILIA SALA CI SI E’ MOSSI IN FRETTA. E PER TRENTINI?
Ancora un italiano arrestato all’estero senza aver commesso reati. A pochi giorni dalla
liberazione della giornalista Cecilia Sala dopo 21 giorni di detenzione in Iran, si apprende la notizia di un veneziano di 45 anni, Alberto Trentini, cooperante della Ong Humanity & Inclusion, arrestato due mesi fa in Venezuela. Con il sospetto che sia di nuovo una ritorsione politica.
Contro Alberto Trentini potrebbe aver pesato la posizione del nostro governo, con Ue e Stati Uniti, contro l’elezione con brogli di Nicolas Maduro. La riconferma è avvenuta il 28 luglio e già il 2 agosto il ministro degli Esteri Antonio Tajani dichiarava che l’Italia avrebbe sostenuto i venezuelani contro Maduro. E soltanto venerdì la premier Giorgia Meloni ha ribadito: «Intendiamo continuare a lavorare per una transizione democratica e pacifica. Le legittime aspirazioni del popolo venezuelano devono finalmente trovare realizzazione». Parole certamente non gradite al presidente venezuelano.
È probabile che sarà necessario un lungo lavoro diplomatico. Proprio ieri, peraltro, il Venezuela ha annunciato di aver ridotto a tre il numero di diplomatici accreditati presso le ambasciate francese, italiana e olandese. Tre nostri diplomatici sono giù stati espulsi ieri e oggi, come risposta, con molta probabilità verranno espulsi tre diplomatici dall’ambasciata venezuelana a Roma.
Intanto, Trentini è detenuto da due mesi in un carcere di Caracas, o almeno questo si è saputo informalmente. Senza la possibilità di comunicare con l’esterno. Senza una contestazione formale.
Senza i medicinali di cui avrebbe bisogno, dati i suoi problemi di salute. E ora i suoi genitori, Ezio e Armanda Trentini, assistiti dall’avvocata Alessandra Ballerini, si rivolgono al governo per ottenere un aiuto concreto che possa portare al rilascio.§
In Venezuela per aiutare persone con disabilità, il veneziano sarebbe stato arrestato assieme all’autista della sua Ong a un posto di blocco lungo la strada da Caracas e Guasdualito. «Non ci è mai stata comunicata nessuna notizia ufficiale da nessuna autorità, né italiana, né venezuelana – accusano i genitori di Trentini -. Da quasi due mesi non sappiamo nulla. Dal suo arresto, a quanto sappiamo, nessuno è riuscito a vederlo né a parlargli, nemmeno il nostro ambasciatore, nonostante i diversi tentativi».
Da tempo, Trentini raccontava alla sua compagna delle «ostilità riscontrate in ogni aeroporto», in occasione dei suoi trasferimenti tra Caracas e l’Amazzonia. E anche per questo il 14 novembre, il giorno prima di venire arrestato, le aveva confidato che si sarebbe dimesso. La sua Ong ne è stata informata dell’arresto.
Intanto si apprende che «che l’ambasciata e il consolato italiani a Caracas, in stretto raccordo con la Farnesina, stanno seguendo la vicenda con la massima attenzione. È stato richiesto con urgenza che venga garantito l’esercizio dell’assistenza consolare nei confronti del connazionale e che vengano comunicati quanto prima i motivi dell’arresto e della detenzione».
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
L’AUMENTO RIFLETTE QUELLO DELLE DISPONIBILITA’ LIQUIDE DEL TESORO E IL FABBISOGNO DELLE AMMINISTRAZIONI PUBBLICHE
Lo scorso novembre il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 23,9 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 3.005,2 miliardi. È quanto emerge dalla pubblicazione “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” della Banca d’Italia.
L’aumento riflette quello delle disponibilità liquide del Tesoro (20,9 miliardi, a 63,9) e il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (3,2 miliardi); in senso opposto ha operato l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (complessivamente 0,2 miliardi).
Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito consolidato delle amministrazioni centrali è aumentato di 23,9 miliardi, mentre quello delle amministrazioni locali e quello degli enti di previdenza sono rimasti invariati.
La vita media residua è rimasta stabile a 7,8 anni. La quota del debito detenuta dalla Banca d’Italia è diminuita al 21,8 per cento (dal 22,1 per cento del mese precedente); a ottobre (ultimo mese per cui questo dato è disponibile) quella detenuta dai non residenti è aumentata al 30,5 per cento (dal 30,2 per cento del mese precedente), mentre quella in capo agli altri residenti (principalmente famiglie e imprese non finanziarie) è lievemente diminuita al 14,3 per cento (dal 14,4 per cento in settembre).
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
LA SCELTA AUTORITARIA INCONTRA IL FAVORE DEL 14% DEI BRITANNICI, CON UNA PREVALENZA DI UOMINI (IL 16%) RISPETTO ALLE DONNE (13%). COLPISCE IL DIVARIO GENERAZIONALE: FRA GLI OVER 55 SOLO L’8% VORREBBE UNA SVOLTA AUTORITARIA, COME A DIRE CHE LA DEMOCRAZIA È ORMAI UNA ROBA DA VECCHI
In Gran Bretagna un giovane su cinque non crede più nella democrazia: lo rivela una
ricerca condotta dalla società di consulenza FGS Global che sarà pubblicata la prossima settimana, secondo la quale il 21% dei Millennial e della Gen Z (ossia quelli fra i 18 e i 45 anni) preferirebbero un sistema basato su un leader forte che non si preoccupa delle elezioni piuttosto che un sistema democratico tradizionale.
A livello generale, la scelta autoritaria incontra il favore del 14% dei britannici, con una prevalenza di uomini (il 16%) rispetto alle donne (13%). Ma quello che colpisce è il divario generazionale: fra gli over 55 solo l’8% vorrebbe una svolta autoritaria, come a dire che la democrazia è ormai una roba da vecchi.
Sono risultati eclatanti, se si considera che arrivano dal Paese che è la culla del sistema parlamentare (non per nulla Westminster è chiamata «la madre di tutti i Parlamenti). E non ci sono grandi differenze fra destra e sinistra: ad albergare pulsioni antidemocratiche sono tanto i sostenitori del populista Nigel Farage quanto gli elettori laburisti.
Il cambio epocale rappresentato dall’avvento di un regime tecno-autoritario incarnato dalla presidenza Trusk (Trump+Musk) trova […] terreno fertile anche nelle opinione pubbliche europee, persino in quella che dovrebbe essere la più vaccinata […] E il fatto che la democrazia abbia perso terreno fra i giovani può far pensare che i sistemi democratici di massa rischiano di essere consegnati alla storia come una reliquia
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
SAREBBERO QUESTI GLI AGENTI SUPER PARTES CHE DOVREBBERO GARANTIRE L’ORDINE PUBBLICO?
C’è chi vuole mano libera contro «i comunisti di merda». E chi dice che «non ci fanno lavorare». Mentre il governo Meloni lavora allo scudo penale per la polizia, per evitare l’indagine automatica nei confronti degli agenti in caso di fatti di piazza (ma anche di omicidio), le chat delle forze dell’ordine diventano bollenti.
Le immagini di Bologna e Roma, con gli assalti alla polizia dei manifestanti per Ramy Elgaml, fanno rabbia: «Basta pagare di tasca nostra e basta indietreggiare! Contro la violenza pugno duro, regole chiare e certezza della pena!».
A parlare delle chat di poliziotti e carabinieri è oggi il Fatto Quotidiano. Lo scudo penale riscuote grande successo, mentre i dubbi del presidente della Repubblica Sergio Mattarella non vengono granché apprezzati.
C’è chi se la prende con l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, che ha criticato le modalità dell’inseguimento dei carabinieri nell’incidente che ha portato alla morte del 19enne egiziano. E c’è chi elogia il comandante dei carabinieri Salvatore Luongo e l’attuale capo della polizia Vittorio Pisani. I quali hanno sottolineato che «la libertà di manifestare è uno dei semi vitali della democrazia e abbiamo il dovere di garantirla».
Prima di aggiungere che «i comportamenti illegali e violenti vanno perseguiti» e manifestare apprezzamento per «la compostezza e l’equilibrio» dei loro uomini.
Le aggressioni
Agenti e militari hanno ricevuto oggetti e petardi. Alcuni si sono fatti male. Non hanno indietreggiato ma non hanno nemmeno reagito. E questo adesso sembra essere l’errore contestato ai superiori. Ovvero quello di aver usato la mano leggera nei confronti dei manifestanti. Ovvero giovanissimi arrabbiati, in parte stranieri di seconda o terza generazione, organizzati in gruppi e collettivi studenteschi e non, senza punti di riferimento solidi nemmeno nei centri sociali, che rischiano le botte e i processi. Il rischio di incidenti gravi ora è dietro l’angolo. I poliziotti si lamentano perché ormai chiunque li riprende con il telefonino.
La dashcam
C’è anche chi contesta l’uso delle telecamere della gazzella che inseguiva Ramy. «Ho detto mille volte di non usarle quelle telecamere, non ce lo possiamo permettere», dice un esperto ufficiale dell’Arma. E c’è chi critica il ministro Matteo Piantedosi per la circolare ai prefetti che indica le zone rosse nelle grandi città.
(da agenzie)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
“TRE SQUAT DOPO AVER TOLTO GLI SLIP, IN BAGNO SANGUE ED ESCREMENTI, VIA ANCHE GLI ASSORBENTI”
«Mi hanno portato in una piccola stanza, c’erano un tavolo e una panchina. Mi hanno
chiesto di spogliarmi, togliermi gli slip e piegarmi tre volte sulle gambe. Ero controllata pure in bagno. Lì c’erano macchie di sangue ed escrementi sul pavimento».
E ancora: «Mi hanno chiesto di abbassarmi i pantaloni. Ho obbedito. Ma subito dopo mi hanno chiesto di tirare giù anche gli slip e di fare tre squat (piegamenti sulle ginocchia, ndr)».
Mentre una delle attiviste «aveva la necessità di svuotare la coppetta mestruale perché aveva il ciclo ma per l’imbarazzo di essere fissata non è riuscita».
Questi sono alcuni dei racconti delle attiviste di Extinction Rebellion fermate dalla polizia di Brescia. E costrette a spogliarsi in questura. Ma la loro ricostruzione è contestata dalla polizia, che parla di provocazioni.
Val, 25 anni, è una delle attiviste che ha partecipato alla protesta davanti alla sede di Leonardo. Anche lei è stata portata in questura insieme ad altri 22 manifestanti. «Eravamo in protesta davanti alla Leonardo quando è arrivata la polizia. Ci hanno identificati, poi hanno iniziato a caricarci sulle volanti per portarci via. Abbiamo fatto resistenza passiva, non violenta», racconta oggi a La Stampa.
Poi «le agenti mi hanno chiesto di spogliarmi per la perquisizione: non sapevo cosa fare. Personalmente, ho scelto di essere collaborativa e interrompere la resistenza passiva e quindi scendere autonomamente dall’auto. Mi hanno portata in una stanzina non lontana dall’ingresso. C’era una panchina e un tavolo dove mi hanno fatto lasciare il telefono. Che però non hanno voluto sigillare con lo scotch come avevo chiesto, ma solo spegnere. Entrando nella stanza ho incrociato una compagna che mi ha messo in allarme: “Se ti chiedono di spogliarti puoi opporti”. L’agente mi ha subito detto che non era così, che alla fine anche l’altra aveva dovuto togliersi i vestiti».§
«Non credevo neanche che mi avrebbero portata in questura: ero in azione nel ruolo di media, il mio compito era fare foto e video. È molto raro che chi ricopre questo ruolo venga messo in stato di fermo identificativo, dopo aver fornito i documenti», aggiunge Val. Dopo «mi hanno chiesto di togliermi il maglione: avevo diversi strati. Mi hanno fatto tenere almeno il reggiseno e la canottiera: la stanza era gelida. Poi mi hanno chiesto di abbassarmi i pantaloni. Ho obbedito. Ma subito dopo mi hanno chiesto di tirare giù anche gli slip e di fare tre squat (piegamenti sulle ginocchia, ndr)».
A quel punto «ci ho pensato un attimo. Mi sentivo terribilmente in difficoltà. Poi ho detto che non avevo intenzione di farlo e mi sono tirata su i pantaloni. Hanno provato a insistere una volta e alla fine hanno smesso di chiedermelo. Ma ho avuto paura che potessero farlo loro con la forza».
La perquisizioneNella stanza, dice Val, c’erano agenti donne: «Ma la porta era spalancata, dava su una specie di corridoio quindi: zero privacy. Poi, a un certo punto, è entrato un agente uomo. Per fortuna ero vestita. E comunque, tutto sommato a me è andata anche bene. C’è chi ha subito un trattamento ancora peggiore».
Per esempio Arianna: «Quando le hanno chiesto di togliere gli slip non se l’è sentita di opporsi. Ha temuto un’azione di forza, violenta, da parte della polizia. Così si è abbassata l’intimo e ha fatto gli squat. Quando è uscita da lì era distrutta psicologicamente. Elisa, invece, che come me si è rifiutata di togliere gli slip, è stata costretta ad andare in bagno scortata da una poliziotta che l’ha fissata per tutto il tempo mentre urinava. Aveva la necessità di svuotare la coppetta mestruale perché aveva il ciclo ma per l’imbarazzo di essere fissata non è riuscita. Oltretutto, il bagno era sporco, senza sapone e senza carta igienica».
Solo a noi ragazze
Val dice che solo alle ragazze è stato chiesto di spogliarsi: «Esatto: i ragazzi hanno subito una perquisizione molto più blanda. Con le mani e da sopra ai vestiti. Come in aeroporto, per intenderci. Con noi sono state molto più rigide».
E sostiene che il tutto era «il loro modo per intimidirci. Magari con gli uomini usano altri metodi. Sicuramente per me e per le altre ragazze è stato molto difficile trovarsi in quella situazione. Alcune di noi erano già state portate in questura durante un’azione. Ma il trattamento era stato del tutto diverso: avevano dato anche il permesso per prendere un libro da leggere durante la lunga attesa dei controlli». Quanto siete stati dentro? «In tutto sette ore. Io sono stata la prima a uscire».
Arianna
Arianna, 21 anni, studentessa di Storia a Milano, parla invece con Repubblica. «Pensando a quei momenti provo rabbia. Era un’azione di disobbedienza civile davanti a un luogo coinvolto nella produzione di armi che vengono spedite in Israele. Leonardo è un’azienda partecipata dallo Stato, legata al governo: come cittadini abbiamo voluto attivarci per dire che non siamo complici». In questura «mi è stato chiesto di spogliarmi, togliermi gli slip e piegarmi tre volte sulle gambe. Non è successo solo a me ma almeno ad altre 5-6 ragazze. Questa richiesta non è stata fatta agli uomini. Ci chiediamo il motivo».
La poliziotta
Nella stanza «c’era una poliziotta. A un certo punto è entrato un poliziotto ma è rimasto girato per tutto il tempo». Il tutto è avvenuto «in una piccola stanza con una panchina e un tavolo dove sono stati radunati gli oggetti sottratti durante la perquisizione, inseriti in alcune buste di plastica. Mi sono stati tolti anche gli assorbenti e i farmaci per il ciclo. Durante le sette ore, ogni volta che dovevo andare in bagno dovevo chiedere di essere accompagnata da un’agente». Adesso ha ricevuto il foglio di via: «Per sei mesi, con l’obbligo di lasciare Brescia entro tre ore. E una denuncia per radunata sediziosa».
(da Open)
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Gennaio 15th, 2025 Riccardo Fucile
UN RISTORATORE DI TERNI HA ISTITUITO UN SERVIZIO NAVETTA NEL WEEKEND: “PER CAPODANNO ABBIAMO AVUTO 28 DISDETTE. PER QUESTE SANZIONI SI È CREATA UNA FOBIA”
Da quando è entrato in vigore lo scorso 14 dicembre il nuovo Codice della strada, tanti ristoratori lamentano una riduzione delle prenotazioni e dei consumi di bevande alcoliche per colpa dell’inasprimento delle sanzioni. I limiti sono rimasti gli stessi, lo ha ribadito più volte il ministero dei Trasporti, ma la paura di vedersi recapitata una multa pesante o avere ripercussioni sulla patente sta incidendo sulle abitudini degli italiani.
Per questo Michele Lo Iacono, dei Ribelli di campagna alla Cascata delle Marmore (Terni), ha deciso di istituire un servizio navetta nel weekend
«Per Capodanno abbiamo avuto 28 disdette, di amari e limoncelli non se ne vendono più e anche il consumo di vino è limitato, ormai non più di un calice a persona», si è lamentato il ristoratore, «noi però, che non siamo in centro città, vogliamo continuare a lavorare. Così abbiamo deciso che il venerdì e il sabato sera, con le nostre due auto aziendali, forniremo il servizio navetta ai clienti che ce lo chiederanno, prendendoli e riportandoli direttamente nelle loro abitazioni»
Una mossa per fronteggiare il calo delle prenotazioni e del consumo di bevande alcoliche delle ultime settimane. «C’è un pochino di fobia che si è creata per queste sanzioni», ha aggiunto, «anche i fornitori, che hanno il polso della situazione, ci confermano che le nuove norme hanno inciso sui consumi, soprattutto a cena. È una bolla che forse passerà, intanto noi cerchiamo di lavorare come possiamo».
(da agenzie)
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