Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’OPPOSIZIONE ATTACCA LA DEPORTAZIONE CON SOLDI PUBBLICI MENTRE A CHIESA CHIEDE DI USARE QUEI DENARI PER L’ACCOGLIENZA ORGANIZZATA
Tanto per cambiare, Giorgia Meloni non ha preso bene la decisione dei giudici di Roma sui 43 detenuti nei Cpr in Albania. La bocciatura della permanenza con rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea viene accolta con «grande stupore» a Palazzo Chigi. «Non ci fermeremo», assicurano dalla presidenza del Consiglio. E la premier si cala l’elmetto sulla testa e scende in trincea contro le presunte «toghe rosse» di berlusconiana memoria. Ma intanto c’è chi fa notare che quella in atto a Gjader e Shengjin è una «deportazione effettuata con soldi pubblici». E che il miliardo utilizzato per i centri «si poteva usare per l’accoglienza».
L’ira funesta
L’ira funesta di Palazzo Chigi la raccontano il Corriere della Sera e La Stampa. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari ha consegnato al partito il mandato di attaccare la Corte d’appello per «non aver rispettato la decisione della Cassazione». In virtù della quale competerebbe al governo individuare i «Paesi sicuri». Anche se proprio quella sentenza in realtà dice anche che poi al giudice spetta la decisione finale sul singolo caso. Quello dei magistrati della Corte d’Appello di Roma, che proprio la maggioranza ha deciso di investire con una modifica di legge, è una sorta di «atteggiamento di resistenza». Quasi un sabotaggio. Con l’obiettivo di polarizzare l’opinione pubblica. «Supereremo anche questo ostacolo», si fa sapere dalle parti della maggioranza.
Deportazione con soldi pubblici
Intanto Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera, in visita ai centri in Albania dice a Repubblica che la sentenza di Roma «è la dimostrazione che il governo ha fallito». Il centro di Gjader, spiega l’onorevole, «è una struttura faraonica, ha l’aspetto di un centro di detenzione controllato dalla polizia in maniera sproporzionata rispetto al numero dei migranti. Davanti agli occhi della nostra delegazione si è palesato questo evidente spreco di risorse pubbliche. Pertanto, a nostro giudizio, si configura il rischio di un danno erariale».
Mentre la decisione dei giudici «è il fallimento totale del modo in cui il governo sta gestendo il fenomeno dell’immigrazione, uno spreco di risorse pubbliche che si scontra con il diritto».
Il modello Albania
Braga dice che «sarebbe il caso di rendersi conto che non esiste un modello Albania. È una follia, stanno esponendo questo governo a figure imbarazzanti per il modo in cui stanno gestendo questo fenomeno, mossi solo da un intento di propaganda». E ancora: «Vogliono continuare a far parlare di immigrazione per distogliere l’attenzione dai temi economici e sociali. Ma forse è un problema che non vogliono nemmeno risolvere perché, mentre parlano per giorni del complotto dei giudici, le persone non riescono a curarsi, le bollette aumentano e la produzione industriale è ferma». E infine: «Di certo il governo dovrebbe prendere atto che l’idea di esternalizzare il controllo dei flussi migratori non sta in piedi».
Un’operazione costosissima
Monsignor Perego, presidente della Fondazione Migrantes e della commissione migrazioni della Cei, dice invece a La Stampa che «siamo di fronte a un’operazione costosissima, con un grande dispendio di denaro pubblico, quasi un miliardo, che poteva essere usato per migliorare l’accoglienza e l’integrazione dei richiedenti asilo in Italia. Un tema che ci vede al 16° posto in Europa. E poi c’è la questione non secondaria dei diritti». Secondo il vescovo «lo Stato deve accogliere chi arriva ed esaminare le domande d’asilo sul proprio territorio. La procedura accelerata, invece, per definizione comprime il tempo e i diritti. Nell’ultimo viaggio, inoltre, mancando il personale di Oim per lo screening, ci sono state meno garanzie per minori e vulnerabili. Così l’operazione Albania dimostra l’incapacità di onorare l’articolo 10 della Costituzione, che impegna a tutelare chi fugge da situazioni di guerra e violenza».
I paesi sicuri
Infine, spiega Perego, «anche se in un Paese non ci sono guerre ci possono essere persecuzioni di tipo religioso o politico o altro, che mettono a rischio le persone. L’Italia considera sicuri 19 Paesi, altre nazioni come la Germania ne considerano 9. Questo significa che c’è molta discrezionalità. E lo sappiamo bene, guardiamo l’Egitto e cosa succede lì, a partire dal caso Regeni».
(da Open)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’UNDERDOG ROMANA CONTRO L’OVERDOG MILANESE
Daniela Santanchè e Giorgia Meloni. Non ci si azzardi a pensare: Eva contro Eva.
Entrambe respingono quel tipo di modello, entrambe si pensano al contrario, personaggi con gli attributi, ruoli da articolare al maschile. Il Presidente del Consiglio. Il Ministro del Turismo. Per settimane tutte e due hanno alimentato l’idea che un incontro a due avrebbe sciolto in viril tenzone il problema delle dimissioni dell’una per levare dall’imbarazzo l’altra. Ora pare di capire che era solo tattica e che la prova di forza sarà combattuta altrimenti, in una sfida a distanza fatta di messaggi scritti con l’inchiostro simpatico. Cacciami, se ne sei capace. Resisti pure, tanto sei comunque finita.
Oggi avrebbero dovuto incrociarsi in una sede importante, la Direzione nazionale di Fratelli d’Italia, l’organo politico che riunisce i duecento decisori del partito, ma il Presidente ha fatto sapere che difficilmente ci sarà. Il Ministro invece non perderà l’occasione di sfilare a testa altissima tra quelli appena bollati dal suo chissenefrega, cioè i vecchi amici che in pubblico le hanno rifiutato solidarietà e in privato si scambiano da giorni malignità sul suo conto. Esserci è un altro modo di rincarare la dose («io non faccio nessun passo indietro», come ha detto tre giorni fa a Dubai, nell’altro mancato incontro con Meloni) ma anche di ridere sotto i baffi dei mugugni dei colleghi. Tra dieci giorni, quando in Parlamento si discuterà la mozione di sfiducia individuale presentata dal Movimento 5 stelle, ognuno di loro sarà costretto a parlare e a votare in suo favore. Che fantastica rivincita!
Dall’altra parte Giorgia Meloni forse per la prima volta si scontra con il lato oscuro di quel tipo di carisma che lei stessa esercita e del quale è diventata campionessa. Il rifiuto di ogni tipo di autocritica, la reazione esagerata, il percepirsi ingiudicabile in virtù del consenso e del ruolo. È la modalità delle leadership moderne – Donald Trump ce ne sta offrendo in questi giorni un esempio quintessenziale – che passano con disinvoltura sopra ogni consuetudine del fair play democratico e piegano ogni regola a misura di se stessi. Funziona finché gli altri riconoscono l’esistenza di un interesse generale che sovrasta quello personale, cioè il dovere di non inceppare il meccanismo del potere: se bisogna dimettersi, ci si dimette. Ma che succede quando quel canone minimo viene disconosciuto?
Per il centrodestra la resistenza di Santanchè è una situazione alquanto nuova. Persino in epoche definite cesariste come quella di Silvio Berlusconi, ministri molto potenti come Claudio Scajola accettarono per ben due volte il passo indietro e lo fecero senza troppe discussioni, in nome dell’obbedienza al capo e della prevalenza dell’utilità collettiva su quella individuale. Anche nella attuale gestione meloniana, così spesso accusata di eccessive protezioni familiste, Gennaro Sangiuliano, Vittorio Sgarbi e Augusta Montaruli hanno pagato senza fiatare il prezzo di posizioni difficilmente difendibili, e altri pur senza andarsene hanno accettato di farsi piccini, quasi invisibili, vedi Francesco Lollobrigida che dopo l’affaire del treno fermato a Ciampino ha rinunciato al ruolo di frontman della battaglia governativa della destra. Santanché interrompe la tradizione. Si percepisce altrimenti: non una groupie sacrificabile ma una personalità equivalente a Meloni, e se la premier può alzare un putiferio per una «comunicazione di iscrizione» perché lei non dovrebbe fare altrettanto, perché dovrebbe arrendersi ai giudici che le vogliono male?
Così il caso è diventato un silenzioso duello tra due personalità forti e due culture politiche divergenti ma accomunate dalla stessa idea reginesca di potere: chi china il capo è perduto. L’underdog romana, con le sue origini popolari e il suo percorso da politica pura e l’overdog milanese, signora di un potere costruito per via mondana. I fatti sembrano indicare che sarà comunque la seconda a doversi arrendere perché lei stessa ha ammesso che in maggio, se l’inchiesta sulla truffa all’Inps coi fondi Covid approderà ai rinvii a giudizio (come è probabile), arriverà l’ora delle decisioni irrevocabili. Ma vai a vedere. Pure per l’indagine sul falso in bilancio era stata indicato lo stesso tipo di scadenza, promettendo un sollecito passo indietro in caso di processo. Però quando ha suonato il gong, Santanchè ha detto «sono innocente e non lascio”». Può ripeterlo a oltranza, e quanto al resto: chissenefrega.
(da La Stampa)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
COSA DOBBIAMO ASPETTARCI?
E adesso? Cosa dobbiamo aspettarci, di fronte al terzo no stavolta pronunciato dalla Corte d’Appello di Roma, sul trattenimento dei 43 profughi deportati nei lager d’Albania? Giorgia Meloni, con l’elmetto ormai calato sulla testa, manderà le sue camicie nere a manganellare le toghe bolsceviche che tramano contro di lei? Se stiamo agli ultimi esagitati proclami della Sorella d’Italia, tutto è possibile.
Già il farlocco «avviso di garanzia» sul caso Almasri l’aveva «mandata ai matti», parole sue. Ora l’ennesimo schiaffo, incassato proprio su uno dei suoi campi di battaglia preferiti, la lotta ai migranti clandestini da sbolognare in outsourcing all’amico Edi Rama. A
d Atreju l’aveva urlato più volte, con gli occhi fuori dalle orbite, di fronte alle sue milizie in estasi: «L’operazione Albania fun-zio-ne-rà!». E invece non funziona. Non funziona più niente, in questa Italia del giorno della marmotta. Siamo tutti prigionieri involontari di una falsa “guerra dei trent’anni” che la politica combatte contro la giustizia, fingendo di esserne vittima.
Meloni che accusa i magistrati di voler governare il Paese è il Berlusconi reincarnato che tacciava le procure rosse di eversione. La Sorella d’Italia che dice «i giudici non possono decidere tutto perché nessuno li ha eletti» suona la stessa musica del Cavaliere che inveiva contro la magistratura «cancro da estirpare» perché «concepisce il proprio ruolo in termini di egemonia rispetto a una politica che esprime la volontà popolare».
Dal Caimano di Arcore all’Underdog della Garbatella, la musica è la stessa: una toga per nemico. Il paradosso è che la resa dei conti finale con il potere giudiziario la consuma adesso proprio una nipotina del Msi di Almirante, intriso di giustizialismo legalitario e securitario. E che a portare avanti le presunte “riforme dell’ordinamento giudiziario” — le stesse pensate da Licio Gelli, per rimetterlo sotto il tacco dell’esecutivo — sia proprio una ragazza entrata in politica per rabbia di fronte al corpo straziato di Borsellino in Via D’Amelio.
Così è, se vi pare. Dal 1994 in poi questa è la destra, non più solo italiana. The Donald, nel delirante comizio dell’Inauguration Day, fa lo stesso: «La bilancia della nostra giustizia sarà riequilibrata, la violenta e ingiusta trasposizione dell’amministrazione giudiziaria in un’arma contro la politica finirà». La miscela esplosiva e seduttiva tra populismo e autoritarismo abbatte decenni di cultura costituzionale e di misura istituzionale, lasciando campo libero ai nuovi unti del Signore: il popolo ci ha votato, dunque siamo legibus soluti. Tutti gli altri poteri dello Stato sono sott’ordinati, proprio perché non eletti e dunque privi di legittimità popolare.
Nessun organo “terzo” ci può controllare, inquisire, condannare: le urne ci conferiscono immunità di diritto e/o impunità di fatto. Berlusconi provò a proteggersi dai processi con gli scudi del lodo Schifani, del lodo Alfano e di una dozzina di leggi ad personam. Meloni si accontenta per ora dell’abolizione dell’abuso d’ufficio, dello smantellamento del traffico d’influenze, del bavaglio sulle ordinanze di custodia cautelare, della separazione delle carriere. Ma il prossimo passaggio sarà l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale. «Ce lo chiedono gli italiani», giurerà la presidente del Consiglio.
La ragione che la spinge a cavalcare con gioia tanto feroce l’onda dell’odio contro le toghe rosse è chiara. Nel merito c’è da coprire con una menzogna di Stato l’ignominia del rilascio/rimpatrio del criminale libico Almasri. Nemmeno nell’era del disumano cattivismo sul quale investono i patrioti si può spiegare agli italiani che rimandiamo a casa un assassino perché è garante dei nostri patti scellerati con la Libia su migranti e petrolio.
Non si riesce a dire l’indicibile, anche a costo di rinnegare il diritto umanitario, lo Statuto di Roma e la Corte penale internazionale. L’ipocrisia non ha limite, la vergogna forse sì (con buona pace di Bruno Vespa, sedicente cane da guardia dei vecchi potenti e ormai cagnolino da salotto di quelli nuovi).
Serve una contro-narrazione, e qui veniamo al metodo. Mentire al Paese, dichiarandosi colpita da un «avviso di garanzia» farlocco. Ritirare fuori dagli armadi lo scheletro del Cavaliere, mascariato dal pool di Milano al G8 di Napoli. Far rivivere i soliti fantasmi, il “golpe giudiziario”, i giudici comunisti che vogliono abbattere il quartier generale. Delegittimarli agli occhi dell’opinione pubblica. Calunniare l’avvocato Li Gotti come difensore dei mafiosi e vicino a Prodi (mentre viene dal partito di Di Pietro). Infangare il procuratore Lo Voi come un giudice quasi fallito, amico della sinistra (mentre è iscritto alla corrente di destra) e soprattutto accecato dalla sete di vendetta contro il governo, perché nel febbraio 2023 il sottosegretario Mantovano gli ha tolto la vantaggiosa sinecura dei voli di Stato.
E qui la menzogna di Stato diventa abiezione. Far apparire i magistrati non solo come pericolosi sovvertitori dell’ordine costituito, ma anche come accidiosi approfittatori del privilegio di “casta”. Somministrare la pillola avvelenata contro il pm attraverso i volenterosi carnefici dell’informazione di regime, acquartierati al Tg1 e nei giornali-cognati. Senza spiegare che i voli di Stato non erano un “favore”, ma un’ovvia misura di sicurezza che tutti i governi hanno sempre concesso ai magistrati più esposti al fuoco delle cosche (Lo Voi, appunto, ma anche Nicola Gratteri e Nino Di Matteo). E senza dire che questo governo ha tolto il volo di Stato ai suoi servitori, che rischiano la vita ogni giorno, ma l’ha concesso al torturatore libico Almasri.
Per quanto disgustoso, c’è un pensiero dietro a questo metodo. Bombardare di nuovo le procure serve a coprire il silenzio assordante della coalizione su tutto il resto. Di qui a fine legislatura, la Sorella d’Italia non ha più niente da offrire al Paese, se non la lunga lista degli auto-complotti di cui si sente vittima (ormai siamo a quota quindici tra caso Striano e caso Sangiuliano, fuorionda su Giambruno e finte inchieste su Arianna, fino ad arrivare ai tribunali che bloccano l’operazione Albania).
Non c’è un euro in cassa e la nave Italia si è fermata, tra la crescita zero e occupazione in retromarcia a novembre e dicembre, produzione industriale a picco da 22 mesi e cassa integrazione in salita del 30%. Servono nemici, da costruire e da trasformare in capro espiatorio. Che poi questa strategia della tensione preluda alla mossa più estrema — far saltare il banco e puntare a elezioni anticipate, per stravincere e ottenere i pieni poteri — è improbabile ma non impossibile.
Ma intanto il fragoroso salto nel cerchio di fuoco è utile a intercettare e ingrassare un risentimento che si ritiene sempre più diffuso tra gli italiani. A quanto pare i Fratelli e gli arditi meloniani hanno esultato nel constatare il clamoroso successo sui social del videomessaggio con il quale Giorgia ha annunciato urbi et orbi «l’avviso di garanzia» e riciclato il trito grido di battaglia «non sono ricattabile». Si narra che su X, Instagram e Facebook i 4/5 dei commenti siano stati di incondizionato sostegno alla premier. A maggior ragione l’imperativo categorico per onorevoli camerati e squadristi digitali è adesso “bastonare i magistrati!”, detestati anche dal popolo.
Così, proprio nei giorni in cui ricorre il decimo anno di Sergio Mattarella al Quirinale, le destre celebrano il funerale del costituzionalismo e preparano l’estrema unzione alla democrazia parlamentare (sostituita dalla dittatura dei follower). Scommessa ad altissimo rischio, anche per una leader ancora in luna di miele con il suo elettorato.
È vero che la magistratura ha perso quota, tra le istituzioni di cui gli italiani hanno ancora fiducia. Secondo Ilvo Diamanti il 54% dei cittadini giudica le toghe “troppo politicizzate”. Anche Nando Pagnoncelli certifica un calo di fiducia per la magistratura, scesa al 45%. Ma tutti gli istituti (compresi Istat, Censis ed Eurisko) condividono due punti fermi. Al primo posto per credibilità c’è sempre la presidenza della Repubblica, tra il 56 e il 68% dei consensi. All’ultimo posto ci sono sempre i partiti, inchiodati tra il 4 e il 17%. De te fabula narratur, cara Giorgia. Le toghe saranno pure screditate. Ma da quale pulpito predica, questa politica senza gloria e senza onore?
(da repubblica.it)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI VOGLIONO MANOVRARE I FILI DELLE NOMINE DEI GIUDICI, LE SENTENZE E PURE LE INDAGINI: E’ IL MODELLO ORBAN
Quando qualche sciagurato giornalista si è permesso di scrivere che la separazione delle
carriere fosse solo un tassello di una riforma che ha come fine ultimo il controllo politico della magistratura, più precisamente delle Procure e dei pm, i benpensanti erano inorriditi. “Come potete pensare una cosa del genere?”, ripetevano in coro nei loro angustiati editoriali.
Ora che a dirlo è il capogruppo al Senato del partito della presidente del Consiglio, Lucio Malan – al netto del solito, maldestro tentativo di marcia indietro dopo una giornata di polemiche – scalderanno le penne per dirci che si tratta di una considerazione personale, si spremeranno per tranquillizzarci che no, non accadrà niente di simile.
Il cosiddetto caso Almasri non è diverso dal solito. La maggioranza di governo raccoglie i rifiuti dalla cronaca per farne strumentalizzazione politica. Accade dal primo Consiglio dei ministri, quando Giorgia Meloni esibì tronfia un decreto anti-rave perché dei raduni si parlava nei bar, sui giornali e nelle trasmissioni televisive.
In questa occasione, però, l’iscrizione nel registro degli indagati di Meloni è un boccone ancora più goloso. Permette, in un colpo solo, di colpire la presunta magistratura politicizzata, come ai bei tempi del Cavaliere decaduto Berlusconi, e di simulare l’impellenza di una riforma che metta un freno ai giudici.
Essendo abilissimi ad interpretare a proprio vantaggio le norme italiane e il diritto internazionale, ma molto meno a scrivere le leggi, hanno trovato la soluzione finale: manovrare i fili dei giudici nelle sentenze e ora anche nelle indagini. Non serviva essere Cassandra.
(da lanotiziagiornale.it)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
IL DOSSIER DI FDI ACCUSA LA CORTE AIA, LINCIA LO VOI E TIRA IN BALLO PERSINO CONTE… UNA SERIE DI PALLE SPAZIALI
Un complotto del “globo terracqueo”, per dirla con Giorgia Meloni. Stavolta però l’obiettivo non sono i trafficanti di migranti, ma chi quei trafficanti cerca di perseguirli, cioè i magistrati. Italiani ma anche internazionali, compreso il procuratore generale della Corte Penale Internazionale.
Il nuovo assalto al procuratore di Roma Francesco Lo Voi, reo semplicemente di indagare sulla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, due ministri e il sottosegretario Alfredo Mantovano, arriva di prima mattina nella chat di deputati e senatori di Fratelli d’Italia.
Un documento prodotto dall’ufficio studi di Fratelli d’Italia guidato dal deputato Francesco Filini e supervisionato dal potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Il dossier sembra innocuo: “Il giallo sugli errori del caso Almasri”, è il titolo. Si presenta, insomma, come una ricostruzione, in base alla propaganda di governo, delle 72 ore che hanno portato prima all’arresto, poi alla liberazione e infine al rimpatrio con volo di Stato del torturatore libico.
In realtà non c’è solo questo. Nel documento, che Il Fatto ha potuto leggere, ci sono due paragrafi in cui il governo teorizza un complotto giudiziario da parte di due protagonisti della vicenda: il procuratore generale della Corte Penale Internazionale che il 18 gennaio ha spiccato il mandato di cattura nei confronti di Almasri e soprattutto il capo della Procura di Roma Lo Voi, accusato di essere vicino all’ex premier e oggi leader del M5S Giuseppe Conte, che secondo FdI avrebbe voluto nominarlo alla Corte Penale Internazionale.
La prima parte del documento si sofferma, ancora, sul presunto complotto della Corte Penale Internazionale che, secondo la propaganda di governo, avrebbe spiccato il mandato di cattura solo quando Almasri stava arrivando in Italia permettendogli di “scorrazzare” libero per l’Europa (in Regno Unito, Belgio e Germania) nelle settimane precedenti: “Per quale motivo la Cpi ha accelerato la richiesta di arresto di Almasri soltanto quando il cittadino libico ha lasciato la Germania per giungere in Italia?”, si legge. E ancora: “Perché nella versione del mandato di arresto precedente a quella del 24 gennaio è stata omessa la circostanza del voto contrario all’arresto della giudice messicana Maria del Socorro Flores Liera e le relative considerazioni?”.
Inoltre, i meloniani prendono di mira il pg della Corte Penale Internazionale, l’avvocato britannico Karim Ahmad Khan, accusato di aver difeso alcuni “sanguinari dittatori” come quelli della Liberia Charles Taylor, del Kenya William Ruto, e del leader ribelle sudanese Bahr Abu Garda. E quindi, è il sottotesto di Palazzo Chigi, sarebbe squalificato per spiccare il mandato di cattura.
L’altro accusato è Lo Voi, già finito nel tritacarne della propaganda di Palazzo Chigi per l’uso – poi interrotto dal sottosegretario Mantovano – dei voli di Stato per viaggiare da Roma e Palermo. Per la prima volta i vertici di Fratelli d’Italia accusano il procuratore di Roma, che ha firmato gli avvisi di garanzia nei confronti di Meloni, Nordio e Piantedosi, di essere stato vicino al governo Conte-2.
“Qual è il nome candidato dal governo italiano con nota del 9 febbraio 2021 a procuratore della Corte Penale? – si legge allusivamente nel dossier – Il dottor Francesco Lo Voi, ovverosia il procuratore capo di Roma, lo stesso che ha indagato il presidente Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi, e il sottosegretario Mantovano. E qual era il governo in carica all’epoca? C’era Giuseppe Conte che si era dimesso e sbrigava gli “affari correnti’”.
Insomma Lo Voi, nonostante faccia parte della corrente moderata Magistratura Indipendente, viene accusato di essere vicino a Conte che lo avrebbe voluto al Tribunale dell’Aia. Una teoria del complotto cavalcata da Chigi e che non trova alcuna conferma. Anzi è smentita dal fatto che l’unica nomina extragiudiziale che riguarda Lo Voi sia stata fatta dall’ultimo governo Berlusconi: nel 2010, l’allora Guardasigilli Angelino Alfano, lo indicò come rappresentante italiano di Eurojust. Nel 2014 poi fu la componente laica del Csm Maria Elisabetta Casellati ad appoggiarlo per la nomina a procuratore di Palermo.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
I NUOVI IMPUT GOVERNATIVI AI MEDIA SOVRANISTI: NON SONO PIU’ STATI I GIUDICI A SCARCERARE IL TORTURATORE DI TRIPOLI, MA E’ STATA UNA SCELTA PER IL PAESE
Tra i difensori d’ufficio della premier sul caso Almasri, il più esagitato è Bruno Vespa.
Un’arringa strillata e sopra le righe per il decano di Rai Uno: “In ogni Stato si fanno delle cose sporchissime! Anche trattando con i torturatori, per la sicurezza nazionale. Questo avviene in tutti gli Stati del mondo!”. I suoi “cinque minuti” per Giorgia Meloni, giovedì sera, hanno fatto sobbalzare i colleghi dell’Usigrai: “Così non è informazione, ma propaganda che sa di regime”.
L’editorialino di Vespa è il culmine di una contorsione logica in atto da giorni. All’inizio la destra aveva scaricato la scarcerazione del “torturatore di Tripoli” sulla magistratura italiana. “Una questione giuridica evidentemente imposta dai giudici”, era il primo commento di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, il 22 gennaio. Concetto ripetuto da Antonio Tajani, ministro degli Esteri, il 23 gennaio: “C’è stato un vizio, la magistratura è indipendente, ha agito nel rispetto del diritto. E in ogni caso la Corte dell’Aia non è la bocca della verità”.
In soccorso del governo, come sempre, la stampa amica. Il 23 gennaio il Giornale di Alessandro Sallusti titolava in prima pagina: “Criminale di guerra libero, l’errore è dei magistrati”. Libero agitava teorie cospirative: “Le strane coincidenze sul libico arrestato in Italia”. E il direttore Mario Sechi le spiegava su La7: “Sapevano tutti dov’era questo signore, eppure casualmente il mandato d’arresto della Corte penale internazionale viene inviato quando Almasri è in Italia”.
Passano pochi giorni e arrivano gli avvisi di garanzia per Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano. I toni si alzano e la linea – impossibile da mantenere – cambia radicalmente.
Contrordine: la scelta su Almasri è politica, la premier ha agito per tutelare l’interesse nazionale ed è combattuta dalle solite toghe rosse. Riecco Tajani, giovedì 30 gennaio: “Il problema è la scelta di un magistrato (il procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, ndr). Un servitore dello Stato, prima di fare delle scelte a mio giudizio più che azzardate, deve pensare se fa o meno l’interesse dell’Italia”. Ma la magistratura non era indipendente? Per difendere l’inerzia del Guardasigilli Carlo Nordio, lo stesso Tajani espone una teoria quasi comica: “Non era semplice, c’era un documento di 40 pagine con le accuse in inglese, da tradurre”. Ironicamente, lo stesso Nordio aveva accusato i magistrati italiani di aver interpretato male la Corte Ue sui migranti in Albania perché non sapevano tradurre il francese, ma questa è un’altra storia.
Il cambio di linea di Meloni e i suoi è ancor sostenuto con energia dai giornalisti vicini. Nicola Porro offre il microfono alla premier durante la kermesse “La Ripartenza” e la lascia sfogare contro le toghe. Sechi, ex capoufficio stampa di Meloni a Palazzo Chigi, dà il meglio di sé. Su Libero definisce Meloni “La Cavaliera Nera” – facendo l’eco sia a Berlusconi che alla celebre barzelletta di Gigi Proietti – e poi “La Ducia”. Senza ironia, con ammirazione. La sua prima pagina di ieri è da libro Cuore: “La rabbia e l’orgoglio di Giorgia. ‘Indagarmi un danno alla Nazione’”. Il sempre eccentrico Tommaso Cerno, direttore del Tempo derubrica l’indagine su Meloni a “un ridicolo golpetto piccolo-borghese della sinistra”.
Sul suo giornale però le dedica una spettacolare prima pagina, con foto di Giorgia circondata dalle toghe rosso fuoco dei magistrati e la scritta a caratteri cubitali: “Sotto attacco”.
La Verità di Maurizio Belpietro si dedica in questi giorni ai presunti scheletri nell’armadio degli “accusatori” di Meloni, Lo Voi e Luigi Li Gotti. Il Giornale torna a parlare di complotto: “Dietro il caso Almasri le manovre degli 007 della Germania per danneggiare il governo italiano” (e il solito Delmastro gli va dietro: “Occorre un chiarimento in Europa, sarebbe un fatto gravissimo”. Mentre per Giuseppe Cruciani, titolare della Zanzara su Radio 24, “gli Stati democratici trattano con i figli di puttana. Che si diceva prima di Gheddafi? È il nostro figlio di puttana. Ecco, questo Almasri è il nostro figlio di puttana” e in fondo persino “un patriota, perché evidentemente non ci fa arrivare i migranti in Italia”.
È la ragione di Stato dello scatenato Vespa: “Lo sanno tutti che in ogni Stato si fanno cose sporchissime”. Ma pure in molte redazioni.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
LE REAZIONI DELLE OPPOSIZIONI, DA SCHLEIN A CONTE, DA FRATOIANNI A CALNEDA, DA MAGI A FARAONE
Il terzo no al trattenimento dei migranti in Albania scatena le opposizioni.
La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, replica, rivolta alla premier Giorga Meloni: “Si rassegni” perché “i centri in Albania non funzionano e non funzioneranno, sono un clamoroso fallimento. Aumentano a dismisura le risorse pubbliche sprecate: oltre un miliardo di euro che poteva essere investito per assumere infermieri e medici nei reparti svuotati della sanità pubblica”.
Secondo Riccardo Magi di +Europa la decisione dei giudici segna “la pietra tombale sulle politiche migratorie messe in atto finora da Giorgia Meloni. Non le resta che dichiarare fallito questo sadico esperimento ed evitarci le sue solite vagonate di vittimismo”.
Per il Movimento Cinque Stelle più che di “modello Albania” bisognerebbe parlare di “gioco dell’oca in cui “errare è umano, perseverare è una prerogativa del governo Meloni”, dicono Alfonso Colucci e Alessandra Maiorino.
Leoluca Orlando, europarlamentare di Avs, dice che “il modello bandiera del governo Meloni” è un “totale fallimento” e un “becero spot politico sulla pelle di chi soffre”.
Nicola Fratoianni, leader di Sinistra italiana, aggiunge: “Un finale già scritto. Ora Giorgia Meloni non utilizzi anche questo episodio per fare la vittima e per accusare la magistratura del nostro Paese. Devono smetterla di fuggire dalle loro responsabilità di fronte al Parlamento e al Paese”.
E ancora, Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde attacca: “La decisione della Corte d’Appello di Roma certifica il fallimento dell’accordo con l’Albania. A questo disastro politico si aggiunge uno spreco inaccettabile di denaro pubblico. Il governo – conclude chiedendo che la premier riferisca in Parlamento – continua a ingannare i cittadini con la sua retorica anti-migranti, ma la realtà è che le sue politiche sono inefficaci, costose e umilianti per l’Italia”.
Davide Faraone di Italia Viva affonda: “Una caporetto”.
Il senatore Enrico Borghi ironizza: “Avevano presentato lo sbarco dei 49 migranti come un secondo D-Day. E’ finita come l’ennesima (e costosa) retromarcia in terra albanese. Il modello Albania fa acqua da tutte le parti. Sappiamo già il copione, anche stavolta è colpa di qualche complotto, statene certi”.
Per Carlo Calenda di Azione i cpr in Albania sono semplicemente “una follia che va chiusa subito”.
(da agenzie)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
CI SONO PALESI VIOLAZIONI DEI PROTOCOLLI SANITARI, L’ASSISTENZA VIENE FATTA DA MEDICI MILITARI E NON CIVILI
I migranti sono sbarcati dalla nave Cassiopea martedì 28 gennaio ed immediatamente
trasferiti nel centro di Shengjin che si trova proprio accanto all’area portuale. Dopo i primi screening in 5 sono stati subito mandati in Italia, quattro perché minorenni ed uno perché soggetto vulnerabile. Il giorno dopo si sono tenute le audizioni, nel centro di Gjader, con procedura accelerata degli altri migranti. Tra questi uno, un cittadino bengalese, è stato mandato in Italia per approfondimenti. Per gli altri 43 migranti c’è stato il rigetto della richiesta di asilo. Da sottolineare come le 43 audizioni si sono svolte tute mercoledì 29 gennaio, in videoconferenze. È lecito quindi immaginare che ognuna di esse sia durata una manciata di minuti.
A monitorare la situazione c’erano gli avvocati dell’ASGI, tra cui Amarilda Lici che abbiamo raggiunto per farci raccontare cosa hanno riscontrato. “Dopo le audizioni svolte nella giornata del 29 gennaio sono arrivati gli esiti e tutte le domande sono state rigettate” ci dice. Ed è qui che le procedure secondo l’avvocata dell’ASGI si fanno farraginose al punto da mettere a rischio la puntuale assistenza legale.
“Il gestore del centro, la Medihospies ci ha detto che i loro operatori chiedono in prima battuta agli avvocati d’ufficio nominati per l’udienza di convalida se vogliono fare anche le procedure per la presentazione del ricorso contro il rigetto della domanda di protezione internazionale e solo se questi legali non se la sentono, verrebbe fornito ai migranti un elenco stilato dal Tribunale di Roma, di avvocati esperti in materia di immigrazione” spiega l’avvocata.
Quello che va sottolineato è che una volta arrivato il rigetto, i migranti hanno solo 7 giorni di tempo per poter presentare il ricorso.
“Ci chiediamo – spiega l’avvocata Lici – quanto effettivamente i migranti riescano a comprendere le tempistiche ed i passaggi legali che hanno diritto a fare, contando che si trovano in una situazione di trattenimento all’interno del centro. In buona sostanza i tempi così accelerati metterebbero in discussione il diritto di difesa immediata”.
Al centro della questione ci sarebbero quindi i tempi velocissimi delle procedure. “Risulta indubbiamente fondamentale fornire un adeguata e chiara informativa fin dall’arrivo sull’importanza di una difesa legale che possa assistere i migranti in tutte le fasi delle procedure” conclude la legale dell’ASGI.
Le ong: “Assistenza medica non può essere fatta dai militari”
Intanto una nota sottoscritta da una ventina di associazioni e Ong ha denunciato le violazioni dei protocolli sanitari per i migranti a bordo della nave militare Cassiopea.
“Non ci sono certificazioni individuali per ogni persona trasferita, gli screening medici sono effettuati da medici militari e non da medici indipendenti, non c’è chiarezza sui metodi usati per l’accertamento dell’età delle persone fermate” denunciano le realtà associative tra cui Medici Senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans ed Emegency. Affidare gli screening sanitari a medici militari, significa affidarli a personale che deve sottostare alle gerarchie previste.
Precedentemente queste operazioni di assistenza sanitaria venivano effettuate dal personale dell’OIM (organizzazione internazionale per le migrazioni). “Il personale sanitario che risponde a catene militari gerarchiche in ambiti civili e umanitari si può trovare a vivere contraddizioni che possono limitarne l’indipendenza e minare il dovuto approccio centrato sul paziente” denunciano le associazioni. Tra l’altro la legge prevede che il personale medico militare può svolgere queste operazioni solo in caso di calamità naturale.
“L’assenza di una certificazione individuale per ogni persona trasferita, segnalata da alcuni parlamentari durante la visita al centro di Shëngjin, è particolarmente critica, poiché tale documento dovrebbe precedere il trasferimento per garantire la piena tutela delle persone migranti” denunciano le Ong. Nella nota si chiede il coinvolgimento dell’UNHCR, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, nelle procedure con un ruolo di monitoraggio e coordinamento, per garantire l’assistenza sanitaria adeguata e il rispetto dei diritti delle persone migranti coinvolte nelle procedure.
(da Fanpage)
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Febbraio 1st, 2025 Riccardo Fucile
MIGLIAIA LE RICHIESTE DI RINNOVO ATTENDONO DI ESSERE EVASE
Il rinnovo dei permessi di soggiorno degli immigrati che vivono e lavorano regolarmente in Italia è sempre più una corsa a ostacoli, che costringe queste persone a interminabili trafile burocratiche, lunghe code e persino pernottamenti in tenda davanti agli uffici immigrazione delle questure.
Sono cittadini che pagano regolarmente le tasse, mandano i loro figli a scuola, contribuiscono in quota parte al benessere del Paese, ma sono costretti, ogni anno, a rinnovare quel pezzo di carta che permette loro di soggiornare regolarmente sul territorio nazionale.
Benzoni (Azione): “Come i ritardi per i rinnovi dei passaporti, ma in gioco c’è la vita delle persone”
“Siamo nella stessa situazione che abbiamo già affrontato per i passaporti – spiega a Fanpage il deputato di Azione, Fabrizio Benzoni – e quindi c’è un aumento del numero delle domande che però non corrisponde a un aumento dei posti che possono essere prenotati e degli agenti in servizio per smistare le pratiche. Ovviamente la differenza tra un passaporto e un permesso di soggiorno è che il secondo incide sulla vita di tutti i giorni, favorendo l’illegalità, la clandestinità, il lavoro nero. La situazione ovviamente più grave riguarda i rinnovi, perché ci sono tempi di attesa lunghissimi e spesso si concretizza quando il richiedente è già a metà del periodo di validità del precedente. Praticamente se hai un anno di rinnovo ti arriva dopo sette mesi e quindi devi subito ricominciare la trafila per l’anno successivo. Il problema è che con il cedolino che registra la prenotazione, come ha confermato il ministro Piantedosi recentemente, non si può far nulla. Un esempio pratico sono i contratti di affitto delle case: a nessun proprietario basta il cedolino, ci vuole il permesso di soggiorno; idem per aprire un conto corrente, per rinnovare un contratto di lavoro, per iscrivere i figli a scuola e per tante altre operazioni”.
Per il primo rilascio si può attendere fino a un anno e mezzo
Nell’ultima rilevazione, datata 11 ottobre 2024, il numero dei permessi di soggiorno in corso di validità superava i 4,3 milioni, molti dei quali erano in attesa di rinnovo. Nelle questure si sono creati dei veri e propri imbuti, che hanno costretto l’amministrazione a correre ai ripari con l’assunzione di lavoratori interinali a supporto del personale degli uffici. Il problema è che un cittadino immigrato a cui scade il permesso di soggiorno diventa un irregolare e perde ogni diritto, finendo in quel tritacarne fatto di limitazioni e odio gratuito messo in piedi dalle destre al governo, che minacciano di mettere in pratica deportazioni di massa in stile trumpiano.
“Le persone colpite dall’inefficienza degli uffici immigrazione – continua Benzoni – fanno parte della cosiddetta ‘immigrazione buona’ di cui tanti esponenti del governo si riempiono la bocca. E la loro provenienza sociale è abbastanza trasversale. Un altro tema che desta molta preoccupazione è quello dei tempi di attesa ancor più lunghi per il primo rilascio del permesso di soggiorno: in quel caso l’attesa per avere una risposta può durare anche un anno e mezzo, durante il quale il richiedente non può far nulla. Abbiamo toccato il record di minori non accompagnati che vivono nelle nostre città: vengono accolti dalle comunità fino ai 18 anni e poi devono iniziare questa Odissea, che tra l’altro ha dei costi importanti, lasciati a loro stessi. Non possono lavorare perché non hanno i documenti in regola e in molti casi sono di fatto spinti all’illegalità”.
Insomma, una persona che magari ha vissuto in Italia sin dai primi anni di vita, ha studiato in Italia e in Italia si è fatta una vita, oltre a non veder riconosciuto il diritto di cittadinanza perché chi governa non ha intenzione di concedere né lo Ius Scholae né tantomeno lo Ius Soli, rischia di perdere tutto quello che ha per colpa della burocrazia e delle “liste d’attesa” negli uffici delle questure.
“La destra – spiega ancora il deputato di Azione, che ha depositato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi – ha fatto della lotta all’immigrazione irregolare una sua bandiera ma poi non fa nulla per risolvere un problema meramente burocratico che crea immigrati irregolari. I fatti di cronaca di questi giorni raccontano di persone accampate al freddo fuori le questure, a Torino e in altre città, per non perdere il posto. Non sono scene da Paese civile. Piantedosi rispondendo alla mia interrogazione ha detto che gli interinali a supporto del personale delle questure non saranno confermati alla scadenza dei contratti, che è a metà marzo, quindi saranno rimpiazzati, se saranno rimpiazzati, da personale interno che verrà spostato da altre mansioni. Mi chiedo perché non si possa dare la gestione di queste pratiche anche alle amministrazioni locali e agli uffici postali, potrebbe essere una soluzione”.
Chi aspetta un anno e mezzo il permesso di soggiorno finisce sfruttato o nell’illegalità
Uno dei casi limite si è verificato a Torino, dove una donna, madre di due figli adolescenti, ha perso il lavoro e ora rischia di perdere anche la casa popolare, perché senza il permesso di soggiorno riceverà automaticamente lo sfratto. E c’è chi lucra sulle vite private di queste persone, approfittando della loro condizione precaria per mettere in atto truffe e ricatti: la piaga del caporalato è si fonda sul miraggio del permesso di soggiorno, utilizzato come strumento di sottomissione per sfruttare lavoratrici e lavoratori. E c’è il fondato timore che il ritardo nella concessione dei rinnovi possa far impennare il lavoro nero, perché i datori di lavoro, senza il “pezzo di carta” non possono rinnovare i contratti ai dipendenti. “Ho raccolto le storie di queste persone attraverso un form che ho pubblicato online – conclude Fabrizio Benzoni – e di storie come quella della donna che rischia di perdere la casa ce ne sono tantissime. Alcuni dei documenti richiesti per il rilascio del permesso di soggiorno richiedono lo Spid, ma per il rilascio dello Spid serve il permesso di soggiorno. È un cane che si morde la coda. Il problema dell’illegalità e del lavoro nero si palesa soprattutto in quell’anno e mezzo in cui il richiedente attende il primo rilascio: trovandosi in un limbo in cui è impossibilitato ad accedere a un lavoro regolare o a un contratto di affitto per una casa, viene raggiunto facilmente da chi ha interesse a sfruttarlo col lavoro nero o per azioni illecite”.
(da Fanpage)
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