Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
“SI VOTA PER I DIRITTI DELLE PERSONE CHE LAVORANO”
Domenica 8 giugno, tra due giorni, si apriranno le urne per i referendum su cittadinanza e lavoro. Fanpage.it ha intervistato
Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, promotrice dei quattro quesiti sul lavoro. Landini si è detto ottimista sul raggiungimento del quorum e ha risposto agli attacchi del governo, criticando la posizione di Meloni ma anche dei riformisti del Pd che si oppongono ad alcuni quesiti sul Jobs Act. Poi ha spiegato quali sono concretamente le richieste del sindacato, e ha lanciato un appello: “L’8 e il 9 giugno andate tutte e tutti a votare: il vostro voto può migliorare la condizione di vita di lavoro e di vita di tutti. Basta precarietà, basta subappalti a cascata, basta licenziamenti ingiusti. Tutto questo lo possiamo ottenere con cinque sì”.
Partiamo dal sottosegretario Durigon: ha detto che lei dovrebbe dimettersi se il referendum fallisce perché l’ha “politicizzato al massimo”. Come risponde?
Questo è un governo di irresponsabili. Anziché assumersi la responsabilità di dire cosa pensano dei nostri quesiti, stanno cercando di invitare le persone a non andare a votare. Nei fatti vuol dire che non vogliono cambiare assolutamente nulla. Noi invece stiamo facendo questo referendum per ridare un futuro ai giovani, per ridare diritti a chi non ce li ha, per dire basta precarietà, per dire basta morti sul lavoro, per dire basta alla logica del subappalto e per rimettere al centro la libertà delle persone nel lavoro.
Perché rendere più veloce la cittadinanza e abbattere il precariato con i referendum farà bene all’economia
Il quorum è un obiettivo che secondo i sondaggi è difficile da raggiungere. Ma lei dice di essere ottimista. Perché? E arrivare sotto il 50% sarebbe in ogni caso una sconfitta per voi?
Sì, noi vogliamo raggiungere il quorum perché solo raggiungendo il quorum si cancellano le leggi. Questo è il nostro obiettivo. Non abbiamo ragioni politiche particolari. Vogliamo cambiare le leggi sbagliate che stanno precarizzando il lavoro e che hanno peggiorato
e condizioni. Il nostro obiettivo è questo.
Penso che sia possibile raggiungerlo perché sto vedendo una crescita della partecipazione senza precedenti. Sto vedendo che man mano che la gente conosce perché si va al referendum, è sempre più convinta di andare a votare. Soprattutto perché al referendum non voti per un partito, per un governo, voti finalmente per i diritti delle persone. E ho trovato tanta gente che mi ha detto che era anni che non votava, ma questa volta ci va, perché finalmente non si vota per qualcuno, si vota per qualcosa, si vota per il lavoro, per i diritti, per la dignità delle persone che lavorano.
La maggioranza di questo Paese è fatta di gente che per vivere ha bisogno di lavorare, gente che ha lavorato una vita. Questo referendum è difficile, lo sapevamo fin dall’inizio, ma credo ci possano essere le condizioni.
La campagna per il referendum si è divisa molto tra l’invito a votare da una parte e a non andare a votare dall’altra. Cosa ne ha pensato della soluzione, diciamo così, di Giorgia Meloni che alla fine ha detto che andrà al seggio e non ritirerà le schede?
È surreale, no? È come se dicesse vado alla presidenza del Consiglio ma non governo. Oppure se dicesse vado al supermercato ma non faccio spesa. Cosa pensa la premier? Che la gente son tutti dei coglioni? In realtà questa cosa è un modo esplicito per non far raggiungere il quorum, e di fatto questo è un atteggiamento di chi dice che non bisogna andare a votare perché non c’è da cambiare nulla.
Io penso che sia un atto irresponsabile, perché chi ha responsabilità pubbliche deve assumersi anche la responsabilità sempre di dire quello che pensa, se sì o se no. Quando addirittura inviti le persone a non usare lo strumento della democrazia, è l’esatto contrario di quello che ci ha insegnato il presidente della Repubblica, che ci h
proprio ricordato il 25 aprile che la partecipazione politica e il voto sono gli strumenti senza i quali non c’è né la libertà, né la democrazia. Lui ha invitato tutti a lavorare per combattere l’astensione alla partecipazione, non solo al voto, alla partecipazione politica.
È diventato quasi un ‘referendum contro il Jobs Act’, anche se nella sostanza lo è solo in parte. Cosa ne pensa di chi, anche nel Pd, ha detto che voterà no su questi quesiti per tutelare proprio il Jobs Act?
Penso che stanno facendo un errore e che dovrebbero imparare dall’esperienza. Se tu fai una legge che pensi che sia giusta, dopo un po’ devi verificare se è stata giusta e se ha prodotto risultati. Credo che sia sotto gli occhi di tutti che la precarietà è aumentata, che la gente, pur lavorando, è più povera e che questo elemento ha coinciso anche con una maggior facilità per le imprese di licenziare.
Tutelare le persone contro i licenziamenti ingiusti vuole dire difendere la libertà e la dignità del cittadino. Quando è ingiusto vuol dire che pur facendo bene il tuo lavoro ti possono licenziare, e con qualche solo ti possono mandare fuori dall’azienda. Questo è contro la Costituzione e contro la nostra cultura. Aver fatto questa scelta con il Jobs Act si è dimostrato un grave errore, perché non è servita né a far crescere il nostro Paese né a migliorare la condizione. Anzi, è aumentata la precarietà nel lavoro, al punto che tantissimi giovani nel nostro Paese oggi se ne vanno via e vanno a lavorare da altre parti.
Visto che secondo i sondaggi molti italiani non sanno bene su cosa si va a votare, vorrei passare in rassegna i quattro quesiti. Lei in un flash ci dica cosa cambia per le lavoratrici e lavoratori se il quesito passa. Partiamo dai due sui licenziamenti ingiusti.
Il primo vale per chi lavora nelle imprese con più di 15 dipendenti. Noi chiediamo che tutti abbiano la tutela che di fronte a un
licenziamento ingiusto, hai diritto a tornare a lavorare nel tuo posto di lavoro. Oggi, con il Jobs, Act per i nuovi assunti e per i giovani, di fronte a un licenziamento ingiusto sei comunque licenziato, perché basta un po’ di soldi e tu in azienda non ci torni più.
Secondo: nelle imprese sotto i 15 dipendenti se sei licenziato ingiustamente, la legge dice che hai un indennizzo massimo di sei mensilità. Noi chiediamo di cancellare questo tetto in modo che di fronte a un licenziamento ingiusto, anche in una piccola impresa, qual è l’indennità o la soluzione migliore lo decida il giudice caso per caso. Valutando il tuo stato di famiglia, quanti anni è che lavori lì, la tua condizione, la dimensione dell’impresa e così via.
Il quesito sui contratti precari?
Diciamo basta con la liberalizzazione dei contratti a termine. Questa è una legge che ha fatto il governo Meloni, che ha liberalizzato i contratti a termine. Noi vogliamo invece che il contratto a termine torni ad essere un contratto eccezionale, non la norma con cui assumi le persone. Il contratto normale deve essere a tempo indeterminato. Il contratto a termine deve tornare ad essere quella forma eccezionale che usi solo in alcune situazioni ben definite.
E sui subappalti?
La maggioranza dei morti sul lavoro e degli infortuni sul lavoro riguarda proprio persone che lavorano in appalti e subappalti. Basta pensare alle tragedie che ci sono state in questi anni, da Ferrovie dello Stato, Eni, Enel… I morti sono tutti dipendenti di aziende in appalto o in subappalto per le grandi aziende, le grandi aziende non hanno mai nessuna responsabilità.
Noi chiediamo una cosa molto precisa: che se un’azienda decide di appaltare un’attività, lei deve rimanere responsabile in solido di quello che succede, di come lavorano quei dipendenti, soprattutto sulla salute e la sicurezza. La logica non può essere quella del
massimo ribasso, la logica deve essere la qualità e il rispetto delle leggi, a partire dalla salute e la sicurezza sul lavoro.
(da Fanpage)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
DATO CHE E’ AMICA DI BOLSONARO E DEI SOVRANISTI A FIUMICINO NESSUNO L’HA FERMATA E PARE SIA GIA’ IN VENETO
L’ex deputata brasiliana ultra-conservatrice Carla Zambelli, membro del partito
dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ha dichiarato ieri alla Cnn Brasile di essere arrivata in Italia dagli Stati Uniti. La donna ha detto di essere atterrata a Roma, con un volo proveniente da Miami.
L’ex parlamentare, che ha cittadinanza italiana, è ricercata dall’Interpol: è stata condannata a maggio a dieci anni di carcere in Brasile, per l’hackeraggio del sistema informatico del Consiglio nazionale di giustizia e aver immesso dei falsi documenti. L’arrivo di Zambelli in Italia, secondo i media brasiliani, è avvenuto prima che il suo nome fosse inserito dall’Interpol nella lista rossa dei ricercati a livello internazionale.
L’ordine di arresto nei suoi confronti è stato spiccato dalla Corte suprema a seguito della decisione della deputata di lasciare il Brasile. Il giudice della Corte suprema Alexandre de Moraes aveva definito la sua fuga per la Florida subito dopo la condanna, “inequivocabilmente finalizzata a eludere la giustizia brasiliana”, disponendo il blocco dei beni, dei conti bancari e dei profili sui social media, e chiedendo l’intervento dell’Interpol
Al momento dell’uscita dal Paese la pena inflitta a Zambelli, che include anche la perdita del mandato parlamentare, non era ancora esecutiva e la donna non era sottoposta a misure cautelari.
Secondo il giudice l’ex deputata intende “insistere sui comportamenti criminali” all’estero, con la divulgazione di notizie false e gli attacchi alla credibilità del sistema elettorale e del potere giudiziario. Oltre a decretare la detenzione preventiva, De Moraes ha chiesto alla polizia federale di avviare le procedure presso l’Interpol per “rendere possibile” una futura richiesta di estradizione e ha ordinato il blocco immediato dei passaporti, conti bancari e profili sui social network.
Zambelli aveva annunciato martedì la sua evasione dal Brasile, dicendo di voler andare in Italia per denunciare la “persecuzione” che dice di soffrire in Brasile.
Bonelli chiede al governo di intervenire e presenta un’interrogazione parlamentare
Ora la sua vicenda potrebbe trasformarsi in un nuovo caso diplomatico scottante per il governo, come ha ipotizzato il parlamentare Angelo Bonelli: “L’arrivo in Italia di Carla Zambelli, ex deputata brasiliana ricercata dall’Interpol e membro del partito bolsonarista, impone al governo italiano un’immediata presa di posizione. Zambelli è stata condannata a dieci anni di carcere per un reato molto grave e, utilizzando la cittadinanza italiana, è fuggita dal Brasile. Ho già presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se intende dare esecuzione alla richiesta di arresto dell’Interpol, emessa con ‘nota rossa’, e se intenda applicare il trattato di estradizione tra Italia e Brasile”, ha scritto in una il deputato di Avs e co-portavoce e di Europa verde.
“L’Italia non può diventare un paradiso per i criminali, né garantire loro immunità. Avverto il governo: non può ripetersi quanto accaduto con il libico Almasri. Un governo che da un lato restringe i diritti per ottenere la cittadinanza e dall’altro consente situazioni di questo genere è gravemente contraddittorio”.
Bonelli ha detto di essere in possesso di informazioni su Zambelli, e di aver saputo che si trova in Veneto: “Ho informazioni riservate che lei è arrivata questa mattina all’aeroporto di Fiumicino, Roma. La polizia dice di non sapere dove si trovi, ma i servizi segreti lo sanno”, ha spiegato Bonelli a Cnn Brasil. “E l’informazione riservata che ho è che lei sarebbe in Veneto”.
Il Pd chiede estradizione immediata per Carla Zambelli
“L’Italia attivi tutte le procedure già previste dall’accordo con il Brasile per l’estradizione di Carla Zambelli, deputata brasiliana già condannata a dieci anni dalla Corte Suprema per hackeraggio al sistema informatico del Consiglio Nazionale di Giustizia”, ha detto Fabio Porta, deputato del Partito democratico membro della commissione Esteri e residente in Brasile.
“La doppia cittadinanza non è sinonimo di impunità e non può essere usata per sfuggire alla legge del proprio Paese – si legge nella dichiarazione del parlamentare eletto in Sudamerica – e ci sono diversi precedenti a confermarlo; nel 2015 intervenni personalmente sull’allora ministro della Giustizia Andrea Orlando per l’estradizione dell’ex direttore del Banco do Brasil Henrique Pizzolato, che fu prontamente estradato in Brasile”.
(da Fanpage)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
LO STATO VINCE SE CONVINCE UN CRIMINALE A PASSARE DALLA SUA PARTE… UNO STATO PUNISCE MA NON SI VENDICA
La notizia, diffusa ieri, che Giovanni Brusca, l’uomo che azionò la bomba della stragi di Capaci e che si è autoaccusato di decine di altri omicidi, sia tornato a essere un uomo libero ha suscitato tanto scalpore. Sicuramente troppo vista la sua condizione di uomo ancora sotto la protezione dello Stato, proprio per la scelta di aver collaborato con la giustizia. Di fronte allo sdegno e alle polemiche, la risposta di molti – e autorevoli – esponenti dell’antimafia è stata: è il prezzo da pagare per poter avere informazioni sulle organizzazioni criminali che, altrimenti, non avremmo. E ha ragione Maria Falcone quando dice: “È la legge di Giovanni”.
Ma Giovanni Falcone non vedeva nel collaboratore di giustizia soltanto un’opportunità per insinuarsi all’interno dei clan per capirne la gerarchia, il funzionamento e, ovviamente, gli illeciti. Ed è lui stesso a dirlo in quel testamento morale che affidò alla giornalista francese Marcelle Padovani: ‘Cose di cosa nostra’, dove si definisce “una sorta di difensore di tutti i pentiti perché, in un modo o nell’altro, li rispetto tutti, anche coloro che mi hanno deluso”. In quel libro l’uomo Falcone spiega come, nei loro confronti, sia andato oltre il suo ruolo di magistrato: “Io ho cercato di immedesimarmi nel loro
dramma umano e, prima di passare agli interrogatori veri e propri, mi sono sforzato sempre di comprendere i problemi personali di ognuno e di collocarli in un contesto preciso”.
E questo rapporto, a quanto riferisce, “ha influito profondamente sul mio modo di rapportarmi con gli altri e anche sulle mie convinzioni. Ho imparato a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore; ad avere un rispetto reale, e non solo formale, per le altrui opinioni”. Quello che sta trasmettendo Falcone non è una concezione meramente utilitaristica del collaboratore di giustizia. Per questo dare uno sconto di pena, condizioni di detenzione migliori e un aiuto nel reinserimento sociale non rientrano soltanto in una logica di scambio, bensì in una differente visione della pena.
Che oggi Brusca torni a essere un uomo libero proprio grazie a una legge voluta anche da una delle sue vittime è la dimostrazione di come lo Stato, quello che Falcone rappresentava, ha – e dovrebbe continuare ad avere – un’idea rieducativa e riabilitativa della pena, anche nei confronti del criminale che può apparire peggiore di altri. Brusca ha collaborato con la giustizia, mostrando di voler recidere le radici con il suo passato criminale, in questi anni ha mostrato un profondo cambiamento di vita e di aver fatto un percorso tale per cui può essere reinserito nella società. Perché dovremmo tenerlo ancora in carcere o costringerlo alla detenzione domiciliare? Perché ha ucciso Falcone, il piccolo Giuseppe Di Matteo e decine di altre persone? Quella, però, sarebbe vendetta e la fanno i mafiosi, non lo Stato.
In passato ho avuto modo di conoscere, per motivi professionali prima e personali poi, molti collaboratori di giustizia. Alcuni hanno tentato di usarmi, e qualche volta forse ci sono pure cascato, per ottenere migliori condizioni dall’ente statale che si occupa dei loro
alloggi e dei sostegni economici. Nella maggior parte dei casi ho visto, però, uomini e donne che con impegno e sacrificio tentavano di ricominciare, di ripartire, di garantire una vita diversa ai loro figli. Mi è capitato di parlare con loro delle loro preoccupazioni per il futuro, ma anche di vederli capaci di affrontare con maggiore facilità della cosiddetta società civile i cambiamenti. Ricordo come un ex boss della Ndrangheta mi raccontò la transizione di genere del figlio con l’atteggiamento ottimistico di chi sa cosa vuol dire cambiare, gli occhi bassi di pluriassassini consapevoli che se i loro figli dovevano vivere in modo così precario la colpa era la loro. Ricordo la paura di autori di stragi di essere scoperti da vicini che, durante l’estate, gli lasciavano la chiavi di casa “perché di te mi fido”.
Dare la libertà a queste persone che hanno abbandonato la criminalità, se lo hanno fatto veramente, per passare dalla parte dello Stato non è soltanto un mero calcolo di convenienza. È riaffermare che lo Stato punisce ma non vendica e credere che lo Stato non vince solo quando riesce a fermare un criminale, ma soprattutto quando lo convince a passare dalla sua parte.
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
MA COSA VOLEVA DIRE? CHE IL TYCOON FOSSE NEI DOCUMENTI SECRETATI SUL FINANZIERE PEDOFILO NON È UNA NOVITÀ… IL NOME DI DONALD ERA ANCHE NEI REGISTRI DI VOLO DEL “LOLITA EXPRESS”, L’AEREO CON CUI EPSTEIN PORTAVA I SUOI OSPITI ALLE ISOLE VERGINI DOVE LI ASPETTAVA UN HAREM DI MINORENNI? SPIEGHEREBBE PERCHÉ L’AMMINISTRAZIONE AMERICANA, A PARTIRE DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA GUIDATO DALL’AMAZZONE PAM BONDI, CHE AVEVA PROMESSO DI DESECRETARE I FILE SUL CASO EPSTEIN, SI E’ BEN GUARDATA DAL DIFFONDERE TUTTI I DOCUMENTI
Gli “Epstein files” sono entrati nello scontro senza precedenti tra Elon Musk e Donald
Trump. Il miliardario sudafricano, in un’escalation di post minacciosi […], ha lanciato quella che lui stesso ha definito su X la “vera grande bomba”: “Donald Trump è nei file di Epstein. Questa è la ragione vera del perché non sono stati resi pubblici. Buona giornata, DJT”, le iniziali del presidente. Poi, in un altro post, Musk ha aggiunto: “Segnatevi questo post. La verità verrà fuori”. A cosa si riferiva?
I cosiddetti “Epstein files” sono una vasta raccolta di documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere newyorkese Jeffrey Epstein, arrestato nel luglio 2019 per traffico sessuale di minorenni e morto suicida in cella un mese dopo.
Epstein era stato accusato di aver creato, all’inizio degli anni duemila, un harem di ragazzine anche di 13 e 15 anni, utilizzate per
soddisfare i piaceri sessuali di un ristretto giro di amici.
I principali file dell’inchiesta sono quattro.
Il “Black Book”, il libro nero e segreto, la rubrica personale di Epstein in cui il milionario aveva segnato centinaia di nomi e numeri di telefono di personaggi influenti, tra politici, uomini d’affari e star di Hollywood, dall’ex premier britannico Tony Blair all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, i magnati Les Wexner, Richard Branson, David Rockefeller e Rupert Murdoch, gli attori Alec Badwin, Chris Tucker, il cantante Mick Jagger e lo stilista Tom Ford. Il far parte dell’elenco, hanno precisato gli investigatori, non implica il coinvolgimento nella rete sessuale creata dal finanziere.
Il secondo file riguarda il “logbook”, il registro dei voli sul suo jet privato, il Lolita Express, usato per trasportare gli ospiti eccellenti verso le sue proprietà, inclusa un’isola privata alle Isole Vergini.
Il terzo fascicolo riguarda le testimonianze di vittime e collaboratori. Il quarto file contiene gli atti delle cause civili e penali contro Epstein e la sua ex amante e collaboratrice, Ghislaine Maxwell, condannata a vent’anni di carcere.
Il nome di Trump, in realtà, era già emerso nell’inchiesta perché era citato nella rubrica telefonica. In una pagina erano indicati il numero di cellulare del tycoon e quello di altri familiari, tra cui i figli Ivanka, Donald Jr. ed Eric. Nei registri di volo non esistono, al momento, prove concrete che Trump fosse salito sul Lolita Express.
Negli anni ’90 il tycoon aveva magnificato la sua amicizia con Epstein, ricordando che a entrambi piacevano le “belle donne, anche giovani”. Poi, dopo l’arresto nel 2019 del finanziere, Trump aveva preso le distanze.
Musk, però, con il suo post suggerisce che potrebbero esserci rivelazioni esplosive riguardanti il presidente degli Stati Uniti e che sarebbero state insabbiate dal dipartimento Giustizia, guidato da P
Bondi, accusata a sua volta dall’opposizione di essere agli ordini di Trump. Bondi aveva annunciato in passato l’intenzione di pubblicare i file dell’inchiesta ma poi si era limitata a mostrarne solo alcuni stralci
Per anni la base complottista del movimento trumpiano Maga aveva accusato i Democratici di aver insabbiato tutto per non far emergere il coinvolgimento di big liberal. Tra i personaggi citati dalle testimoni c’erano anche il principe Andrea, l’ex presidente Bill Clinton e il co-fondatore di Microsoft Bill Gates.
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
BONELLI (AVS): “NON POSSIAMO RISCHIARE UN ALTRO CASO ALMASRI”
In Italia è arrivata ieri, con un volo da Miami. Nei terminali della nostra polizia in serata è stata recapitata la “red notice”: ricercata dall’Interpol, bisogna arrestarla. Ma Carla Zambelli, l’ex deputata conservatrice brasiliana, vicinissima all’ex presidente Jair Bolsonaro, ha anche un passaporto italiano. E dunque non sarà automatico estradarla.
Anche perché, come denuncia il deputato di Avs, Angelo Bonelli, Zambelli in Italia ha tanti conoscenti: «Come il suo amico Bolsonaro ha sempre avuto ottimi rapporti con la Lega e alcuni suoi dirigenti. Ma parliamo di una persona con una condanna definitiva a dieci anni, non può esserci alcuna ambiguità».
Zambelli, come è ricostruito nelle 14 pagine di mandato di cattura internazionale che Repubblica ha potuto consultare, è stata condannata il 14 maggio scorso a dieci anni per aver bucato, insieme con un hacker, la rete del Consiglio nazionale di giustizia e averù
provato a inserire documenti falsi per infangare un giudice della Corte suprema, Alexander de Moares. Zambelli è considerata poi “la regina delle fake news”, Fu lei a immaginare e divulgare una serie di notizie nel 2022 contro il presidente eletto Lula.
Per questo motivo – la diffusione di disinformazione sul sistema di voto è stata anche dichiarata ineleggibile dal tribunale elettorale di San Paolo.
La condanna, si diceva, è arrivata il 25 maggio e, poche ore prima che diventasse esecutiva, è volata negli Stati Uniti. «Ho un passaporto italiano, potete anche mettermi alle calcagna l’Interpol, non mi faranno uscire dall’Italia», ha detto Zambelli ai media brasiliani prima di partire. «Sono cittadina italiana e sono intoccabile lì, a meno che la giustizia italiana non mi arresti».
Certo è che una volta rintracciata la donna dovrà essere necessariamente fermata. Toccherà poi alla procura generale presso la Corte d’Appello competente procedere o meno alla convalida. Più difficile la questione dell’estradizione. Perché è vero che esiste un trattato con il Brasile, ma è altrettanto vero che l’estradizione per i cittadini italiani, come Zambelli, non è automatica.
La questione è molto delicata per i rapporti tra Italia e Brasile: [dopo la vicenda Cesare Battisti, si rischia un nuovo incidente tra i due Paesi. Anche per questo Bonelli, che ha presentato un’interrogazione urgente, ha chiesto «se non ritengano di modificare, al primo provvedimento utile, le norme per revocare la cittadinanza a coloro che sono stati condannati per un delitto di golpe o tentato golpe, di crimini contro l’umanità, di istigazione a sovvertire gli ordinamenti degli Stati».
«L’Italia – ha aggiunto non può diventare un paradiso per i criminali, né garantire loro immunità. Avverto il governo: non può ripetersi quanto accaduto con il libico Almasri. Un governo che da un lato restringe i diritti per ottenere la cittadinanza e dall’altro consente situazioni di questo genere è gravemente contraddittorio»
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
LA MICCIA È STATO IL MAXI-ACCORDO TRA ABU DHABI E OPENAI, MEDIATO DA TRUMP, PER UN ENORME DATA CENTER NEGLI EMIRATI ARABI UNITI …MA GIÀ PRIMA MUSK AVEVA DATO DELL’IDIOTA ALLO ZAR DEI DAZI, PETER NAVARRO, AVEVA SFIORATO LA RISSA CON IL SEGRETARIO AL TESORO, SCOTT BESSENT, E SI ERA INFURIATO PER IL NO ALLA NOMINA DEL SUO AMICO JARED ISAACSSON ALLA NASA … IL “PROGRAMMA” DI MUSK E QUELLO DEL “MAGA” NON POSSONO COESISTERE
Questo è esattamente ciò che il Presidente Trump e i suoi consiglieri stavano cercando
di evitare. Solo sei giorni fa, gli alti consiglieri di Trump hanno nascosto la loro irritazione nei confronti di Elon Musk e hanno pianificato per lui un commiato nello Studio Ovale. Hanno
informato il Presidente delle accuse di Musk di fare uso di droghe, in modo che Trump fosse pronto a difendere il miliardario se i giornalisti avessero sollevato la questione durante l’evento di addio.
Mercoledì sera, in un incontro con i senatori repubblicani, Trump ha minimizzato i conflitti con Musk, secondo quanto riferito da persone che hanno familiarità con le sue osservazioni, anche se il miliardario ha passato gli ultimi giorni a denigrare il programma legislativo del presidente.
Nel fine settimana, dopo che Trump ha scaricato l’alleato di Musk come capo della NASA, il presidente ha chiarito ai suoi collaboratori che non aveva in programma un confronto di alto profilo con il suo ex consigliere, secondo una persona che ha parlato con il presidente.
Questa buona volontà è svanita giovedì.
Dopo tredici minuti di incontro nello Studio Ovale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha espresso le sue frustrazioni nei confronti di Musk, segnando l’inizio di una giornata vorticosa in cui due degli uomini più potenti del mondo sono passati da amici a nemici.
“Si tratta di un episodio spiacevole da parte di Elon, che non è soddisfatto del ‘disegno di legge unico e bellissimo’ perché non include le politiche che lui voleva”, ha dichiarato l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt. “Il Presidente è concentrato sull’approvazione di questo storico provvedimento legislativo e sul rendere di nuovo grande il nostro Paese”.
Ma le frustrazioni di Musk non riguardano solo la legislazione. Ha detto agli associati di essere arrabbiato per la decisione di Trump di ritirare la nomina di Jared Isaacman, un alleato di Musk, a capo della National Aeronautics and Space Administration.Durante un incontro nella sala da pranzo dello Studio Ovale, venerdì scorso, prima del commiato di Musk, l’assistente di Trump Sergio Gor ha consegnato a Trump, su richiesta del presidente, un dossier sulle donazioni di Isaacman ai Democratici.
Musk ha difeso Isaacman e ha cercato di minimizzare l’importanza delle donazioni. Ma Trump ha detto di voler ritirare la nomina, secondo persone che hanno familiarità con la questione. I due sono poi apparsi insieme davanti alle telecamere, dove Trump ha definito Musk un amico e ha detto che avrebbe continuato a consigliarlo anche dopo aver lasciato la Casa Bianca
La spaccatura si è riverberata all’interno della Casa Bianca. Secondo persone che hanno familiarità con la questione, la settimana scorsa la principale assistente di Musk, Katie Miller, consigliere di lunga data di Trump, ha lasciato la Casa Bianca con lui e ora lavora con Musk. La Miller, che aveva la qualifica di “dipendente governativo speciale”, è stata quasi sempre con Musk alla Casa Bianca. Non ha risposto alle richieste di commento.
Suo marito, Stephen Miller, è uno degli assistenti più fedeli e visibili di Trump. Negli ultimi giorni ha difeso l’agenda legislativa di Trump dalle bordate di Musk, il quale questa settimana lo ha unfollowato su X. I Miller hanno trascorso molto tempo con Musk, anche fuori dalla Casa Bianca.
Lo scontro pubblico tra Musk e Trump mette a rischio anche il Department of Government Efficiency, il marchio di fabbrica del miliardario per la riduzione dei costi. Il personale affiliato al DOGE, alcuni dei quali sono stati responsabili del licenziamento di migliaia di lavoratori federali, giovedì si sono messaggiati l’un l’altro per sapere se sarebbero stati licenziati, secondo quanto riferito da funzionari dell’amministrazione.
Poco prima di mezzogiorno, Trump si è seduto nello Studio Ovale con Merz per una chiacchierata su argomenti prevedibili: il commercio, l’alleanza NATO e la guerra in Ucraina. Ci sono voluti
circa 13 minuti perché il Presidente si sfogasse sul suo benefattore miliardario, esprimendo irritazione per il fatto che Musk avesse criticato il suo programma legislativo ritenendolo troppo costoso.
L’inizio è stato delicato. “Mi è sempre piaciuto Elon”, ha detto Trump quando gli è stato chiesto delle critiche di Musk alla sua “grande e bella legge”. “Preferisco che Elon critichi me piuttosto che la legge”.
Ma in breve tempo Trump ha inasprito la sua retorica. “Io ed Elon abbiamo avuto un ottimo rapporto. Non so se lo avremo ancora”, ha detto Trump.
Il presidente ha anche suggerito che l’aiuto di Musk in campagna elettorale abbia fatto poca differenza per l’esito delle elezioni. “Penso che avrei vinto comunque in Pennsylvania”, ha detto.
Mentre Trump parlava dello swing state, il capo dello staff della Casa Bianca Susie Wiles ha annuito vigorosamente con la testa. È stato un promemoria visivo di come Musk abbia profondamente irritato gran parte dello staff della West Wing, mentre Trump è rimasto il suo principale difensore.
La lotta si è spostata sui social media prima che l’evento nello Studio Ovale terminasse. “Senza di me, Trump avrebbe perso le elezioni, i democratici controllerebbero la Camera e i repubblicani sarebbero 51-49 al Senato”, ha scritto Musk, aggiungendo: “Che ingratitudine”.
Poco prima delle 14, Musk ha pubblicato un sondaggio su X chiedendo ai suoi oltre 200 milioni di follower se fosse giunto il momento di creare un nuovo partito politico che rappresentasse meglio la maggior parte del Paese.
E alle 14:37 Trump ha alzato la posta. Ha scritto sui social media che “il modo più semplice per risparmiare” nel bilancio federale è quello di “terminare” i contratti governativi che vanno alle aziende di Musk. “Sono sempre stato sorpreso che Biden non l’abbia fatto”,
ha scritto Trump.
In un post separato ha aggiunto che Musk si stava “esaurendo” e ha detto che il miliardario “è andato fuori di testa” quando Trump ha appoggiato la cancellazione dei benefici per i veicoli elettrici nella sua megabilletta.
Musk ha risposto dicendo che avrebbe smantellato il velivolo SpaceX utilizzato per portare gli astronauti statunitensi avanti e indietro dalla stazione spaziale. Musk è sembrato fare marcia indietro sulla sua minaccia di smantellare la navicella Dragon giovedì sera, rispondendo a un utente di X.
Alle 15.00, Musk è passato all’attacco. “È ora di sganciare la bomba più grande: @realDonaldTrump è nei file di Epstein. Questo è il vero motivo per cui non sono stati resi pubblici”, ha scritto Musk intorno alle 15:10, aggiungendo: “Buona giornata, DJT!”.
Poco dopo le 16, Musk ha ritwittato un post in cui chiedeva l’impeachment di Trump e la nomina a presidente del vicepresidente JD Vance, aggiungendo un “sì” affermativo.
Secondo i suoi consiglieri, Trump è stato colto di sorpresa dall’escalation di Musk. Trump ha dichiarato ai consiglieri di non credere di essere stato duro con Musk nello Studio Ovale e di essere rimasto sorpreso dall’aggressività di Musk.
Gli assistenti di Trump hanno trascorso parte della giornata di giovedì cercando di capire quale fosse l’obiettivo di Musk. Secondo un collaboratore della Casa Bianca, il Presidente ha detto ai consiglieri che Musk stava solo facendo il bambino.
Alla fine di giovedì, la Tesla rossa scintillante che Trump ha acquistato durante una foto di alto profilo con Musk era ancora nel suo posto auto, a pochi metri dallo Studio Ovale. Gli assistenti della Casa Bianca hanno scherzato giovedì sera dicendo che non avevano ancora deciso cosa fare del veicolo
La rottura tra Trump e Musk era prevista da tempo. Persino persone vicine a entrambi credevano in privato che la loro relazione fosse destinata a implodere. Ma l’escalation […] è stata comunque uno shock per una Casa Bianca abituata ai colpi di scena e per un Presidente che ha spesso difeso Musk quando i suoi assistenti si sono sentiti frustrati.
“Era questione di tempo prima che tutto questo iniziasse, perché due ego giganti non possono stare insieme”, ha detto Marc Short, che è stato capo dello staff del Vicepresidente Mike Pence. “È difficile immaginare di vederlo crollare così velocemente, ma non si può essere sorpresi da questo”.
Quando gli assistenti parlavano di Musk in modo derisorio nel suo ultimo periodo alla Casa Bianca, Trump era generalmente positivo su di lui, anche in privato, ha detto una persona che gli ha parlato.
I due si sono scontrati su personale e tariffe. Trump ha ascoltato le lamentele su Musk da parte dei segretari di gabinetto e a volte ha mostrato fastidio nei suoi confronti, ma in generale è stato gentile con Musk dietro le quinte, hanno detto gli assistenti. Sebbene Musk si sia scontrato con gli alti consiglieri di Trump, al momento della sua partenza aveva ampiamente appianato le tensioni.
(da agenzie)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
VOLANO GLI STRACCI TRA GLI EX COMPAGNI DI MERENDE…. UNO CI HA RIMESSO 277 MILIONI SPESI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE, L’ALTRO RISCHIA LA GALERA
Adesso se ne sono accorti tutti: la “separazione amichevole” tra Donald Trump ed Elon Musk era una sceneggiata. E se la loro alleanza era stata spettacolare, la rottura di ieri lo è altrettanto. Perché ha scatenato da una parte l’idea di un partito dell’imprenditore di Tesla. E dall’altra ha mosso i fedelissimi del presidente degli Stati Uniti. Che già non avevano un buon rapporto con il “first buddy“. E che adesso lo attaccano definendolo un immigrato illegale e un drogato. Mentre lui chiama in causa gli Epstein files. Ovvero documenti giudiziari, agende, contatti telefonici, registrazioni legate al finanziere morto suicida in carcere. E che adesso potrebbero diventare un guaio per i repubblicani.
Epstein Files
«Segnatevi questo post per il futuro. La verità verrà a galla», ha scritto ieri Musk su X. Per capire cosa sta succedendo bisogna tornare indietro al 27 febbraio. Ovvero al giorno in cui l’attorney general Pamela Biondi aveva reso nota una prima parte di documenti declassificati del caso Epstein. Che però contenevano in gran parte documenti precedentemente trapelati, anche se mai resi pubblici in via ufficiale dal governo americano. Le carte non avevano svelato nulla che non si sapesse. Ma avevano confermato i rapporti fra Trump e l’ex finanziere accusato di pedofilia morto suicida in carcere. Il nome del presidente americano compare anche nel registro dell’aereo di Epstein, il Lolita Express.
Lolita Express
Il tycoon viaggiò insieme a Epstein l’11 ottobre 1993 e poi ancora il
15 maggio del 1994 con l’allora moglie Marla Maples, la figlia Tiffany e la babysitter. Prima da Palm Beach all’aeroporto Reagan di Washington e poi da Washington allo scalo di Teteboro, in New Jersey. I contatti fra Epstein e Trump erano noti da tempo ed erano già emerse anche delle foto che li immortalavano insieme, una anche con Maxwell e Melania. Biondi aveva sostenuto che la pubblicazione era un ordine di Trump. Ma aveva anche ammesso che quella finita online era soltanto una parte dell’archivio del finanziere pedofilo. Per esempio in una conversazione con lo scrittore Michael Wolff Epstein aveva sostenuto che a Trump piacesse fare sesso con le mogli degli amici.
Trump e Musk
Epstein ha anche sostenuto il primo incontro sessuale tra Trump e Melania: sarebbe avvenuto proprio a bordo del “Lolita Express”. E che Trump si sarebbe sottoposto a un intervento per la riduzione della calvizie. Mentre il New York Post nel gennaio 2024 ha scritto che Epstein aveva anche un archivio di video pornografici che ritraevano Trump e altre celebrità come Bill Clinton. Per questo i file sono diventati un’arma per Musk. L’origine della lite, racconta oggi l’Afp è nata durante l’incontro nello Studio Ovale tra Trump e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «Elon e io avevamo un buon rapporto. Non so se sia ancora così», ha detto il presidente.
Un amante abbandonato
Poi lo ha descritto come un amante abbandonato: «Ha detto cose bellissime su di me. Le persone lasciano il nostro governo, ci amano, e a un certo punto ne sentono la mancanza… E alcune diventano ostili». Ieri, dopo le uscite di Musk su Epstein, Trump non ha risposto alle domande dei reporter e alle accuse sui file. Mentre la portavoce stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt ha definito la lite tra i due un «episodio sfortunato». Ma non per il presidente Usa:
«Questo è un episodio spiacevole per Elon, che non è soddisfatto del ‘One Big Beautiful Bill’ perché non include le politiche che voleva. Il presidente è concentrato sull’approvazione di questa legge storica e sul rendere il nostro paese di nuovo grande».
Steve Bannon
In compenso si è mosso Steve Bannon. Che già a gennaio lo aveva definito «un parassita» che «vuole imporre i suoi strani esperimenti». E ne aveva chiesto a gran voce l’allontanamento. Ieri ha detto di aver consigliato al presidente di annullare tutti i contratti del patron di Tesla e di SpaceX e di avviare diverse indagini sull’uomo più ricco del mondo. «Dovrebbero avviare un’indagine formale sul suo status di immigrato, perché sono fermamente convinto che sia un immigrato illegale e dovrebbe essere espulso immediatamente dal paese», ha dichiarato Bannon, ex principale collaboratore e ora influente alleato e consigliere informale di Trump. Che ha poi anche parlato delle droghe, paventando ulteriori indagini dell’amministrazione.
La retromarcia
Forse per questo Musk ha già cominciato a innestare la retromarcia. Dopo la boutade sul nuovo partito da fondare, si è rimangiato la minaccia di dismettere la navicella spaziale Dragon, vitale per la Iss e per il programma spaziale della Nasa. L’imprenditore sudafricano ha dovuto farlo perché i mercati hanno reagito malissimo. Ma la minaccia era partita perché Trump aveva detto che per risparmiare sul bilancio federale bastava togliere gli incentivi alle auto elettriche. Come la Tesla di Musk. Lo scorso luglio, dopo l’attentato in Pennsylvania, Elon aveva speso oltre 277 milioni di dollari per riportare il leader dei Maga alla Casa Bianca. Chissà quando si è reso conto di averli buttati.
(da Open)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
E SOLO QUESTIONE DI PERCEZIONE: I DELITTI IN ITALIA DA ANNI SONO INTORNO AI 300 CONTRO I 20/30.000 DEGLI STATI UNITI
Aprendo qualunque giornale la percezione è che i delitti siano in aumento, per
numero e per efferatezza. Le statistiche dicono che non lo sono (in Italia gli omicidi sono, abbastanza stabilmente, circa trecento all’anno, negli Stati Uniti, a seconda delle fonti, tra i venti e i trentamila: è una forbice abissale, e tutta a favore del nostro
scalcinato Paese), ma nella società dello spettacolo non sono i numeri, non è la realtà a fare la differenza e a costruire la sensibilità sociale.
Il “noir” è un genere di stabile successo, a volte lo è per la forza della trama e per la qualità della narrazione — non faccio nomi, ma ci sono e ci sono sempre stati “neristi” di eccezionale talento — più spesso valgono gli stessi identici meccanismi che innescano la pubblica morbosità, l’attrazione per il sangue (degli altri), il gusto di assistere all’incidente senza esserne coinvolti, lo stupore a buon mercato di fronte ai baracconi che espongono, da secoli, la fenomenologia mostruosa dell’umano, e si paga il biglietto per assistere.
Niente di così grave, non fosse che lo spettacolo ha una ricaduta politica rilevante: la paura. Si mormora, nei capannelli accanto a questo o quel delitto, “non si è mai vista una cosa del genere”, “qui non si sa dove andremo a finire”, “ormai non c’è limite alla violenza”. Non è così, il mondo è sempre annegato nel suo sangue, forse ieri più di oggi. Ma pochi delitti meritano il palcoscenico. La maggior parte, per mediocrità, per la modestia della trama, meriterebbero il silenzio.
(da La Repubblica)
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Giugno 6th, 2025 Riccardo Fucile
LE ALLEANZE RISPETTO AL PRIMO TURNO, COSA SI PROSPETTA
La data in cui verranno sanciti i nuovi sindaci delle città di Matera e Taranto si avvicina. Domenica 8 giugno e lunedì 9 giugno saranno chiamati alle urne per il ballottaggio i cittadini residenti nei comuni con più di 15mila abitanti, dove al primo turno – che si è svolto il 25 e 26 maggio – nessun candidato sindaco ha raggiunto la soglia del 50% +1 dei votanti. L’appuntamento elettorale è stato fissato nella stessa data in cui tutta Italia si esprimerà sui cinque referendum proposti dalla Cgil e da +Europa, su cittadinanza e lavoro. Matera e Taranto sono gli unici due capoluoghi di Provincia ad arrivare al ballottaggio, dopo le vittorie schiaccianti ottenute dal centrosinistra a Genova e a Ravenna, rispettivamente con Silvia Salis e Alessandro Barattoni. Ma la situazione non è delle più lineari: né a Taranto né a Matera i dem sono riusciti a ricreare quel campo largo che invece si è rivelato fondamentale per la vittoria in molti altri comuni.
I candidati a Taranto
Taranto, una partita importante, che si intreccia con un altro appuntamento elettorale: le regionali. I due candidati che si sfideranno sono Paolo Bitetti per il centrosinistra – che al primo turno ha ottenuto il 37,3% dei voti – e Francesco Tacente, sostenuto dalla Lega e da liste civiche, che ha incassato il 26,1% delle preferenze. Il risultato di Tacente ha sorpreso molti, anche considerando che Forza Italia e Fratelli d’Italia avevano schierato un altro candidato, Luca Lazzaro, fermo al 19,4%. Anche il M5s ha corso in solitaria il primo turno, schierando Annagrazia Angolano, che ha ottenuto il 10,9%
Un campolargo timido
Ma come si presentano al turno del ballottaggio i due candidati? Per Francesco Tacente è stato piuttosto semplice raccogliere l’appoggio di Forza Italia e Fratelli d’Italia. I tre partiti hanno infatti formalizzato un apparentamento, sottoscrivendo un accordo per sommare i risultati ottenuti dalle liste il 25 e 26 maggio. Di conseguenza, la divisione dei seggi avverrà come se fossero andati insieme al primo turno. Questo comporta che Tacente e la sua coalizione iniziale perderanno alcuni seggi a favore delle liste di Lazzaro, come se fossero stati uniti sin dall’inizio. Il disegno l’aveva delineato con chiarezza anche Durigon in un’intervista a Open: «L’importante è sconfiggere la sinistra». La situazione dall’altro lato è un filo diversa. Anche Bitetti potrà contare sul sostegno di Angolano, ma non si può parlare di un campo largo vero e proprio. È una coalizione timida. Dai pentastellati è arrivata solo «un’indicazione di voto, non un apparentamento formale», il che «non significa che poi entreremo nel futuro governo – chiarisce a Open il deputato dei 5Stelle Leonardo Donno – dove invece resteremo coerentemente all’opposizione, portando avanti le nostre proposte per la giustizia sociale, ambientale ed economica»I candidati di Matera
La situazione si fa ancora più complessa nella Città dei Sassi dove c’è il rischio “anatra zoppa“. I due candidati emersi dal primo turno sono stati Roberto Cifarelli, del centrosinistra (escluso il M5S), e Antonio Nicoletti per il centrodestra. Cifarelli, ex consigliere regionale e storico rappresentante del Pd materano e lucano, ha incassato il 43,5% dei voti al primo turno. Il suo diretto concorrente sarà Antonio Nicoletti, che ha ottenuto il 37% delle preferenze. Anche in questo caso, i pentastellati hanno corso da soli, sostenendo il sindaco uscente Domenico Bennardi, che ha ottenuto l’8,5% dei voti.
Il rischio anatra zoppa
Ma la vera incognita che aleggia sul ballottaggio a Matera sarà la composizione del Consiglio comunale. Le nove liste a sostegno di Roberto Cifarelli hanno ottenuto in totale il 52,4% al primo turno, cosa che garantisce la maggioranza dei seggi nel Consiglio comunale anche in caso di vittoria di Nicoletti, che quindi si troverebbe a governare con una maggioranza consiliare non favorevole. Si parla in questo caso di anatra zoppa, (in inglese “lame duck”) , un termine usato per indicare, appunto, una “azoppatura” politica, in cui l’autorità – in questo caso di Nicoletti – sarebbe compromessa anche in caso di vittoria. Lo stesso Cifarelli rispondendo a una domanda nei giorni scorsi sull’anatra zoppa ha detto: «Io non la temo, la devono temere i materani». Per quanto riguarda le coalizioni, Nicoletti è già sostenuto dall’intero centrodestra, ma ha scelto di non cooptare Progetto Comune di Vincenzo Santochirico, un candidato civico. Intanto, M5S e Pd correranno separatamente, su rette diverse. «Non appoggeremo nessuno e non faremo apparentamenti. Lasceremo libero arbitrio ai nostri elettori», hanno dichiarato i pentastellati in una nota.
(da Open)
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