Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
PER TORNARE AD ATTACCARE PAPA LEONE XIV, IL TYCOON HA SCELTO “SALEM NEWS”, RETE TV E PIATTAFORMA STREAMING TURBO-CONSERVATRICE -… MICHAEL J. O’LOUGHLIN, DIRETTORE DELLA RIVISTA NATIONAL CATHOLIC REPORTER: “INIMICARSI I CATTOLICI NON È UNA BUONA IDEA. CREDO ANCHE CHE LO FACCIA PERCHÉ IL PAPA È AMERICANO E GODE DI SONDAGGI INTERNI PIÙ ELEVATI DEI SUOI, SENTE IL FIATO DELLA CONCORRENZA” … I SONDAGGI: DUE AMERICANI SU TRE SOSTENGONO PREVOST E BOCCIANO TRUMP E HEGSETH PER I LORO MESSAGGI RELIGIOSI
È una rete televisiva e piattaforma streaming conservatrice, legata al gruppo Salem
Media, attiva con programmi di informazione e commento politico.
Il network si rivolge in particolare a un pubblico evangelico e alla destra americana ed è stato anche il canale su cui l’attivista Charlie Kirk, assassinato lo scorso anno, trasmetteva i suoi podcast.
Negli anni è diventato uno spazio mediatico vicino alle posizioni dell’area trumpiana, ospitando esponenti politici e opinionisti del mondo repubblicano e contribuendo a rafforzare l’ecosistema dei media conservatori negli Usa.
Due americani su tre vedono positivamente il fatto che Leone XIV li abbia esortati a contattare il Congresso per chiedere il rifiuto della guerra e di lavorare per la pace, e una percentuale ancora maggiore boccia i messaggi in cui la religione è stata strumentalizzata a fini politici, e bellici, da Donald Trump e Pete Hegseth.
E’ quanto emerge da un sondaggio pubblicato oggi da Washington Post e Abcnews, a poche ore dalla partenza per Roma del segretario di Stato, Marco Rubio, che domani sarà in visita in Vaticano, per ricucire i rapporti dopo gli attacchi che Trump ha mosso al Papa per le sue critiche alla guerra con l’Iran e alle politiche sull’immigrazione.
Attacchi che in realtà il tycoon ha rinnovato ieri ripetendo quanto affermato in passato in un post, cioé di “non voler un Papa che pensa che sia Ok che l’Iran abbia un’arma nucleare”, affermazione che vista negativamente dal 57% degli intervistati, mentre viene sostenuta solo dal 38%.
Il sondaggio conferma poi come l’attacco senza precedenti di Trump nei confronti di Leone XIV, il primo Pontefice americano, stia erodendo il sostegno elettorale tra i cattolici che nel 2024 hanno votato in massa, con un margine di 20 punti, per lui. Ora tra i cattolici che hanno votato per lui il suo tasso di popolarità è sceso al 49%, rispetto al 63% del febbraio 2025, mentre in generale tra i cattolici è al 38%.
Per quanto riguarda poi la popolarità di Leone XIV, il 41% degli intervistati dà un giudizio positivo su di lui e solo 16% uno negativo, con un 43% di americani che dicono di non conoscere bene il Papa che l’8 maggio conclude il suo primo anno di Pontificato.
Papa Prevost naturalmente è molto più conosciuto tra i cattolici americani, con il 61% di loro, il 76% tra i democratici e il 48% tra i repubblicani, che ha un giudizio positivo sul Pontefice nato a Chicago, mentre solo il 14% ha un giudizio negativo, il 6% tra i democratici e il 23% tra i repubblicani.
Infine, la stragrande maggioranza degli intervistati, l’87%, boccia l’ormai famigerato post in cui Trump si è rappresentato come Gesù, e a un consistente 69% non piace il fatto che Hegseth al Pentagono abbia pregato invocando “una schiacciante azione violenta contro quelli che non meritano nessuna pietà”. Nel dettaglio, il poll indica che non solo il 95% degli elettori democratici, ma anche il 79% dei repubblicani non ha accolto positivamente il post di Trump-Gesù, una bocciatura che viene condivisa dal 90% degli elettori cristiani, sia da quelli protestanti di ogni denominazione che dai cattolici.
Netto anche il giudizio negativo del 75% degli intervistati sul post con cui Tru mentre cercava di spingere l’Iran al negoziato, ha affermato che “un’intera civilità morirà questa notte e non sarà più portata in vita”, con un’apparente allusione al ricorso alle armi nucleari che è stata fortemente condannata, anche da teologici e filosofi che studiano i rapporti tra morale e guerra.
In questo nuovo attacco di Donald Trump a papa Leone colpisce la scelta dei tempi: proprio alla vigilia dell’arrivo a Roma del suo ministro degli Esteri, Marco Rubio, che doveva diminuire la tensione. E come reagisce il mondo cattolico americano?
Lo chiediamo a Michael J. O’Loughlin, direttore della rivista National Catholic Reporter , un’esperienza di quindici anni nel periodico gesuita America, The Jesuit Review . Gli ricordo che il Papa ha già risposto a Trump in modo significativo: «Spero di essere ascoltato per il valore della parola di Dio».
«Risposta perfetta del Papa, ricorda di essere un leader religioso, mentre Trump lo tratta come un qualunque leader politico che lo critica nelle sue scelte: va subito all’attacco. Ma è recidivo, inimicarsi i cattolici non è una buona idea. Credo anche che lo faccia perché il Papa è americano e gode di sondaggi interni più elevati dei suoi, sente il fiato della concorrenza, tutto molto illogico, ma questa è la natura di Trump».
Quanto è difficile la missione di Rubio?
«Il presidente non gli ha fatto un favore. Ma il senso della missione non cambia.
Trump è impulsivo ma non vuole l’escalation. La missione del segretario di Stato è più importante delle dichiarazioni ripetute di Trump. Il fatto stesso che l’incontro avvenga dimostra che sia il Vaticano che la Casa Bianca vogliono voltare pagina».
C’è un risvolto di politica interna?
«Sì, Rubio è profondamente cattolico e vuole dimostrare di essere vicino al Papa anche in funzione delle presidenziali 2028. È ormai emerso come uno dei candidati di punta alla corsa repubblicana, significativo che JD Vance sia rimasto a casa. Rubio ha un vantaggio: è parte del mondo trumpiano ma è anche parte di una coalizione più tradizionale del pensiero repubblicano. Il vicepresidente è invece emerso solo attraverso Maga e il trumpismo».
Che differenza vede tra cattolici e cristiani evangelici?
«Gli evangelici sono più schierati con il trumpismo. Fanno parte di quella base elettorale di circa il 40% pronta a sostenere il presidente ad ogni costo. Il voto cattolico è più frammentato. Gli 80 milioni di cattolici sono generalmente più favorevoli alla giustizia sociale, vogliono proteggere gli immigrati e si sono alternati tra democratici e repubblicani. John Kennedy, il primo presidente cattolico, era un democratico».
(da “Corriere della Sera”)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO PIÙ ECLATANTE È QUELLO DEL BURJ AL ARAB, DIVENTATO UN SIMBOLO DI DUBAI CON LA SUA STRUTTURA A FORMA DI VELA, CHE RIAPRIRÀ SOLO A FINE 2027
Il Park Hyatt Dubai, l’Armani Hotel all’interno del Burj Khalifa, il St. Regis Dubai The Palm, l’Anantara Word Islands Dubai Resort, il JWMarriott Marquis Hotel Dubai, il Radisson Blu Hotel di Dubay Media City.
Con il turismo congelato dall’attuale situazione geopolitica, Dubai si ferma e coglie l’occasione per rifarsi il look. Il mondo dell’ospitalità si ferma. Chiudono per restauro molti degli indirizzi più noti e blasonati della metropoli emiratina, approfittando della fase di stasi per rinnovare camere, ristoranti, spa e servizi, sperando di tornare presto ad attrarre viaggiatori da ogni dove.
Ma il restyling più chiacchierato è quello del Burj Al Arab, emblema della città stessa, parte del gruppo Jumeirah, che chiude per la prima volta dalla sua apertura, dedicandosi a un accurato restauro dei suoi spazi.
Inaugurato nel 1999, l’hotel è diventato subito uno dei simboli dell’ospitalità di lusso della città. Con la sua struttura a forma di vela, tra le più fotografate al mondo, e un design interno opulento, luccicante di marmi e oro, l’albergo ha contribuito a ridefinire lo skyline della città: quando è stato completato, alla fine degli anni Novanta, non si era mai vista una struttura così.
Il rooftop panoramico dalla vista circolare, l’atrio alto 180 metri scale, balconate e giochi d’acqua, il ristorante sommerso con le pareti-acquario, la pista per gli elicotteri sospesa nel vuoto, la piscina a sfioro nell’acqua del mare: non si era mai visto niente del genere.
Si diceva che avesse “sette stelle”: non esiste una classificazione del genere nel settore ospitalità, ma le solite cinque per tutto quello sfarzo non bastavano neanche.
I numeri sono da record: un imponente atrio alto ben 180 metri, tra fontane a cascata e acquari popolati da 400 specie tra pesci, squali e razze, quasi 1.790 metri
quadrati di foglia d’oro a 24 carati attraversano gli ambienti, insieme a 86.500 cristalli Swarovski applicati a mano.
Oltre 30 varietà di marmo Statuario, la stessa utilizzata da Michelangelo, rivestono circa 24.000 metri quadrati di pareti e pavimenti, e poi specchi, mosaici e chi più ne ha più ne metta: non si è badato a spese insomma.
Ora questo simbolo di Dubai spegne le luci: Jumeirah Group ha annunciato un programma di restauro concepito come un intervento di conservazione a lungo termine, più che una semplice ristrutturazione. L’obiettivo è mantenere intatto il valore architettonico e culturale dell’edificio, intervenendo sugli interni con la stessa attenzione riservata alla tutela di un’opera d’arte.
Come ha dichiarato Thomas B. Meier, Chief Executive Officer di Jumeirah: “Jumeirah Burj Al Arab è molto più di un punto di riferimento architettonico; è un simbolo di ambizione, artigianalità ed eccellenza duratura. Negli ultimi 27 anni, questa straordinaria struttura ha accolto gli ospiti con la stessa passione e standard di livello mondiale che la distinguono da qualsiasi altro hotel al mondo. Questo programma di restauro segna un nuovo capitolo nella storia del Burj Al Arab”.
Un lavoro di grande responsabilità, come lo definisce l’interior architect Tristan Auer – a capo di questa fase del restyling – noto per la sua capacità di lavorare su contesti culturali ed edifici storici (dal Carlton Cannes al parigino Hôtel de Crillon) senza snaturarne l’identità. Sarà – come spiega – un restauro conservativo, con la missione di preservare materiali, proporzioni e identità originaria, intervenendo in modo mirato sugli elementi che necessitano di aggiornamento o rilettura.
Il progetto si svilupperà in circa diciotto mesi e sarà articolato in più fasi, così da permettere un intervento progressivo sugli spazi senza interrompere la continuità della struttura nel suo complesso.
L’idea non è trasformare, ma “riportare in equilibrio” gli spazi, mantenendo il linguaggio opulento che ha reso riconoscibile la struttura fin dalla sua apertura, trasformandola in un emblema. Per vedere il risultato dobbiamo aspettare la fine del 2027, sperando che la situazione nel Medioriente sia tornata alla normalità.
(da Repubblica)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
POCO DOPO L’ESIBIZIONE DEL CORO RUSSO, UN GIOVANE TRA IL PUBBLICO HA TIRATO FUORI UNA BOTTIGLIA DI LATTE E L’HA VERSATA SUI PRESENTI E HA SCARAVENTATO CONTRO IL MURO UNA FETTA DI PARMIGIANO … IL COMMISSARIO UE ALLA CULTURA, GLENN MICALLEF: “NO ALL’USO DI PALCOSCENICI EUROPEI PER LA PROPAGANDA RUSSA” … IL DEM FILIPPO SENSI: “MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO”
Tensione davanti al Padiglione russo alla Biennale di Venezia nel giorno dell’apertura
ufficiale su invito. Grande schieramento di polizia e manifestanti, alcuni con le bandiere ucraine, che gridano “Russia Stato terrorista” e mostrano cartelli con scritte contro Mosca.
Dentro il Padiglione al piano superiore durante un’esibizione un giovane ha lanciato verso il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e ha scaraventato contro il muro una fetta di parmigiano, ma è stato subito bloccato dalle forze dell’ordine.
Caos al padiglione russo alla Biennale Arte di Venezia durante l’opening ufficiale alle ore 17 di oggi, riservato ai giornalisti accreditati invitati. Poco dopo la prima esibizione del coro russo, all’inizio della cerimonia, un giovane tra il pubblico ha tirato fuori da una borsa una bottiglia di latte e l’ha versata sui presenti. Una ventina di persone hanno avuto i vestiti macchiati dal latte.
Né l’ambasciatore russo né la Commissaria del Padiglione sono stati colpiti dal latte. Sono quindi intervenute le forze dell’ordine e hanno portato via il giovane, sembra per identificarlo.
MINISTRI UCRAINA, POLONIA E BALTICI, LA RUSSIA USA LA CULTURA PER RIPULIRSI
“I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per ‘ripulire’ i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione”: così la ministra della Cultura dell’Ucraina Tetiana Berezhna, in un evento alla Biennale Arte alla presenza dei ministri della Cultura di Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, che hanno condiviso il ‘no’ alla presenza di Mosca.
BIENNALE ARTE: UE, NO A USO PALCOSCENICI EUROPEI PER PROPAGANDA RUSSA
Biennale Arte: Ue, no a uso palcoscenici europei per propaganda russa Bruxelles, 6 mag. (LaPresse) – “La mia posizione rimane invariata: la cultura europea e i palcoscenici europei non devono mai essere utilizzati per la propaganda russa. Questa è una posizione ferma, un impegno fermo. Abbiamo già dato una risposta molto chiara in questo senso: non ci sarà alcun sostegno europeo all’utilizzo di palcoscenici per la propaganda.
BIENNALE ARTE: SENSI, ‘MI VERGOGNO PER QUESTA VITTORIA REGIME RUSSO’
“Mi vergogno come italiano per la Biennale di Putin, mi vergogno per l’ambasciatore, mi vergogno per gli applausi compiacenti, mi vergogno per i causidici, mi vergogno per gli ignavi, mi vergogno per questa vittoria del regime russo, mi vergogno per i dotti, medici e sapienti”. Lo scrive il senatore Pd, Filippo Sensi, sui social.
“Difendere la cultura e l’autonomia della cultura significa anche difenderla dalla propaganda filo-governativa russa. Il padiglione russo alla Biennale e’ una scelta gravissimo ed intollerabile. Crea un grandissimo imbarazzo al nostro Paese, che si colloca fuori dalla linea dell’Unione europea. Siamo davvero preoccupati per quanto sta accadendo per responsabilita’ di incapacita’ e divisioni di maggioranza e governo”.
Lo afferma Piero De Luca, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Affari europei della Camera. “Del resto e’ la stessa posizione espressa anche dai ministri della Cultura di Ucraina, Polonia, Lituania, Estonia e Lettonia, con in testa la ministra ucraina Tetiana Berezhna, che hanno chiarito come la Russia utilizzi la cultura come strumento di propaganda e di legittimazione dell’aggressione.
Un segnale politico chiaro che dovrebbe far riflettere il governo italiano. Il duo Meloni-Giuli gioca allo scaricabarile con la presidenza della Biennale, ma quanto accaduto rappresenta il fallimento e la dimostrazione dell’incapacita’ di gestione delle istituzioni culturali da parte del governo. Non si va avanti per strappi, non si va avanti con personalismi e imposizioni. Serve invece una forte e continua attivita’ di dialogo”, conclude De Luca.
“La libertà non è di per sé una condizione sufficiente a rendere giusta una scelta. Si può essere liberi e sbagliare. Nessuno mette in discussione l’autonomia, che resta un principio sacrosanto. Ma la scelta compiuta dalla Biennale, che ha finito per offrire un palcoscenico alla propaganda russa, è stata e continua a essere inaccettabile”.
Lo afferma Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in Commissione Cultura alla Camera. “Ora che il padiglione russo è stato aperto e il mondo dell’arte ha potuto visitarlo, emerge con ancora maggiore evidenza la gravità di quanto accaduto. È inaccettabile che una manifestazione culturale di rilievo internazionale venga piegata a logiche propagandistiche.
Questa vicenda è il frutto di una gestione della cultura da parte del governo, a partire da Giuli e Meloni, fatta di imposizioni, strappi e personalismi, senza dialogo né capacità di ascolto. Un approccio che ha irrigidito tutto, producendo un grave danno per il Paese e per la credibilità delle nostre istituzioni culturali. Anche i ministri della Cultura di Ucraina, Polonia e dei Paesi baltici hanno ribadito come la Russia utilizzi la cultura per ripulirsi
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
SI CREA UNA FORTE DISUGUAGLIANZA, IN BARBA ALLA COSTITUZIONE (ART. 32: “LA REPUBBLICA TUTELA LA SALUTE COME FONDAMENTALE DIRITTO DELL’INDIVIDUO E INTERESSE DELLA COLLETTIVITÀ, E GARANTISCE CURE GRATUITE AGLI INDIGENTI”)
Le lunghe liste d’attesa rappresentano il principale ostacolo nel sistema sanitario italiano, causando nel 2023 la rinuncia alle cure mediche necessarie da parte del 7,6% della popolazione.
A ciò si aggiunge la bassa copertura pubblica per le prestazioni ambulatoriali e odontoiatriche, che spesso spinge i pazienti a pagare di tasca propria per accedere più rapidamente ai fornitori privati. Ciò crea una forte disuguaglianza: nel 2024, gli adulti a rischio di povertà erano oltre 2,5 volte più propensi a segnalare bisogni sanitari insoddisfatti rispetto alla popolazione generale. Lo rileva il report dell’Ocse ‘Profilo della Sanità 2025: Italia’ presentato oggi al Cnel.
L’eccessiva lunghezza delle liste d’attesa ha interessato 2,7 milioni di persone, quasi il doppio rispetto agli 1,5 milioni registrati nel 2019, a indicare come la pandemia abbia acuito un problema di vecchia data. I ritardi si concentrano nei punti di accesso alle cure specialistiche: le visite iniziali e gli esami diagnostici hanno rappresentato oltre il 60% di tutti gli ostacoli all’accesso legati ai tempi di attesa, superando di gran lunga i problemi relativi alle fasi successive del trattamento.
Per combattere i tempi di attesa sempre più lunghi, l’Italia ha lanciato il Piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa.
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
MAGYAR È ANDATO AL “RIVIERA INTERNATIONAL FILM FESTIVAL” DI SESTRI LEVANTE, DOV’È APPARSO ALLA PRIMA EUROPEA DI UN DOCUMENTARIO A LUI DEDICATO, “SPRING WIND – THE AWAKENING”: “ANCHE NOI ABBIAMO DOVUTO LOTTARE CONTO UN ALTRO TIPO DI MAFIA CHE C’ERA NEL PAESE”
C’è una scena magnifica nelle Idi di marzo di George Clooney in cui Ryan Gosling tenta
di convincere una giornalista che lui nel candidato cui dedica diciotto ore al giorno ci crede davvero. Lei ride, incredula. A Washington nessuno crede in nulla.
Finché in Europa qualcuno ha adottato la camicia bianca come un’uniforme suscitando lo stesso entusiasmo dell’Obama degli esordi. Spazzando via ogni cinismo tra i suoi più stretti collaboratori come nelle folle che ha battuto a tappeto in 700 villaggi e città.
Ieri quell’uomo, Péter Magyar, il trionfatore delle recenti elezioni in Ungheria, il candidato che ha sconfitto il grande autocrate Viktor Orbán, ha deciso di trascorrere le sue ultime ore da “uomo libero”, ancora inebriato dalla vittoria schiacciante ma ancora non investito dello scettro di primo ministro, al Riviera International Film
Festival di Sestri Levante, dov’è apparso alla prima europea di un documentario a lui dedicato, Spring Wind – The Awakening.
In fondo, in piena coerenza con la riconoscenza che ha sempre mostrato finora verso chi lo ha seguito sin dall’inizio, come il regista del film, Tamás Yvan Topolánszky. Dal palco del cinema Ariston, Magyar ha voluto menzionare due grandi italiani: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti per la giustizia, assassinati dalla mafia
«Li ho citati spesso in campagna elettorale», ha annuito. Lui che di mafia ne ha combattuta un’altra: quella pervasiva del regime autocratico e capillare di «paparino» Orbán, come lo chiamavano ironici i suoi connazionali
Nel film scorrono le immagini del miracolo, la ribellione di Magyar contro il padre padrone dell’Ungheria, il dolore dei figli che ripetono la propaganda onnipresente di Orbán, «papà sei un traditore», la rottura con l’ex moglie, le manifestazioni sempre più oceaniche dei suoi sostenitori, «non ho paura». E restano le parole del regista: «Volevo raccontare un dramma shakespeariano, è diventato il più grande evento storico degli ultimi decenni».
(da Repubblica)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
C’È IL DUALISMO CROSETTO-MANTOVANO (CON UN OCCHIO AI SERVIZI), QUELLO TRA ROSSI E CHIOCCI IN RAI, MENTRE NON SI PLACA L’OSTILITÀ TRA I “GABBIANI” DI RAMPELLI E LA NUOVA LEADERSHIP DEL PARTITO (ARIANNA MELONI E GIOVANNI DONZELLI, CON L’OMBRA DI FRANCESCO LOLLOBRIGIDA CHE SOGNA DI RICONQUISTARE LA GESTIONE DI VIA DELLA SCROFA)
Quattro anni di legislatura sul filo del rasoio. A meno di un anno dalle elezioni politiche, la maggioranza che sostiene il governo Meloni si trova a dover fare i conti con un’infinita serie di duelli interni.
L’ultimo e il più pirotecnico è senz’altro quello tra due vecchi amici – testimone Giordano Bruno Guerri – come Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco. A dividerli la Biennale, o meglio la scelta di ospitare la delegazione della Federazione russa.
All’origine del dissidio, un’interpretazione diversa del modo migliore di raggiungere l’egemonia culturale tanto agognata dalla destra. Che pure continua a schiantarsi contro i limiti reali delle governance proposte dal ministero della Cultura, da quella Rai in giù. Per dirla ancora con Guerri, «la concretezza» di Giuli contro «la fantasia» di Buttafuoco
Il risultato: un presidente accusato di russofilia che interpreta nella maniera più autentica la linea originaria del sistema culturale alle spalle di Giorgia Meloni e un ministro impallinato nel tentativo di coniugare l’eredità del mondo post-missino e gli accordi europei a cui aderisce il governo del centrodestra.
Ma lo screzio tra Buttafuoco e Giuli non è l’unico che ha animato la legislatura. Un altro duello a cui le cronache ci hanno ormai abituato da tempo è quello tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario con delega ai sevizi Alfredo Mantovano, che controlla anche l’Aise, i servizi segreti per l’estero di cui il numero uno della Difesa non si è mai fidato appieno.
Una posizione gravissima, anche se la sfida sembra ormai essersi chiusa a sfavore del ministro, che si è visto progressivamente privare dei suoi punti di riferimento nell’ambiente
Non c’è il rischio di annoiarsi neanche in Forza Italia. Tra gli azzurri si consumano
parecchie partite interne, come la sfida evergreen tra Antonio Tajani e Giorgio Mulè. Un po’ un derby forzista, anche se di questi tempi l’approccio vellutato del siculo vicepresidente della Camera, diametralmente opposto a quello romanocentrico del segretario, sembra ben più gradito alla famiglia Berlusconi.
E poi, ovviamente, c’è il grande scontro – per ora ancora carsico, ma che riempie le pagine dei giornali – tra Giorgia Meloni e Marina Berlusconi per la supremazia del centrodestra.
O della destra, se Marina dovesse scegliere un’altra strada. Underdog contro primogenita, destra nazionale contro liberale, ma tanti tratti in comune. Dalla capacità di imporsi su mondi molto maschili al talento di cogliere certi spostamenti dell’elettorato prima di altri
Soprattutto, però, la repulsione nei confronti di Matteo Salvini: per Meloni è un potenziale concorrente, per la primogenita del fu Cavaliere è un partner troppo distante dai propri valori di riferimento.
Mentre nella compagine governativa spesso si ritrova a spingere dalla parte opposta dell’altro vicepremier Tajani, anche internamente alla sua area politica il leader della Lega ha il suo rivale d’elezione: a sfidarlo è stato (come potrebbe essere diversamente, per un uomo d’arma) il generale Roberto Vannacci
A trovarsi spesso su fronti opposti, uno a vigilare sulla tenuta dei conti, l’altro a promettere salvataggi spericolati a destra e a manca, sono anche Giancarlo Giorgetti e Adolfo Urso, rispettivamente ministro dell’Economia leghista e ministro delle Imprese meloniano.
In Fratelli d’Italia, poi, è tutta una questione di appartenenze generazionali e geografiche: se su Roma l’eminenza grigia di Fabio Rampelli è stata spodestata da Arianna Meloni, l’ex compagno della sorella della premier e ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, vorrebbe riconquistare la gestione diretta delle truppe del partito, attualmente in mano al responsabile territori Giovanni Donzelli.
Sempre nel mondo meloniano, ad avere visioni differenti su come interpretare al meglio il racconto del governo nel servizio pubblico sono invece l’ad Rai Giampaolo Rossi e il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, spesso dipinti, ma solo dai maliziosi, come due contraenti ai ferri corti.
Insomma, i duelli a destra non finiscono mai. E tutte le energie investite nelle sfide personali rendono la miccia del governo sempre più corta.
(da “Domani”)-
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LO SCRITTORE ANTONIO SCURATI: “IL 24 MAGGIO, LE COMUNALI DECIDERANNO IL NOSTRO FUTURO: SERVE IL CORAGGIO DI UN VOTO SENZA COMPROMESSI, PER SALVARE VENEZIA” … L’ECONOMISTA FRANCESCO GIAVAZZI E IL PARADOSSO DI VENEZIA: “CASE INTROVABILI, MA CI SONO 3 MILA APPARTAMENTI VUOTI DEGLI ENTI PUBBLICI CHE POTREBBERO OSPITARE 10 MILA NUOVI VENEZIANI”
Grandi eventi, mega yacht. Rive esaurite, nel bacino di San Marco. Guerre, crisi
energetiche e risse politiche non turbano il party club che guida il mondo: i miliardari che occorrono hanno attraccato. Anche tutti gli altri: alberghi pieni, stanze in affitto e Airbnb pure. Totale oggi: oltre 82 mila letti per turisti occupati tra laguna e terraferma.
La vecchia Venezia, crollata sotto i 48 mila abitanti, scoppia. Nelle calli, l’invalicabile onda dei 200 mila giornalieri che si fotografano. Il mare è a parte, sale di cinque millimetri in dodici mesi: senza accelerazioni, mezzo metro ogni cento. Entro il secolo inghiottirà la città non marcita prima dal sale.
Antonio Scurati, ieri su Repubblica, ha lanciato il suo grido d’aiuto: “Il 24 maggio, le Comunali decideranno il nostro futuro: serve il coraggio di un voto senza compromessi, per salvare Venezia dalla doppia marea che la distrugge”. Freni di mercato e dighe mobili non bastano più.
Nessuno si blocca davanti a pochi giorni di ticket d’ingresso: un Mose alzato 260 volte all’anno soffocherebbe laguna, porto e bilanci. «Il dramma – dice Carlo Barbante, scienziato delle ricostruzioni climatiche e ambientali a Ca’ Foscari e Cnr – è che ci affidiamo a misure pensate mezzo secolo fa. Il rapporto di uno a quattro tra residenti e turisti si è capovolto: il turismo ieri ha frenato l’esodo, oggi lo alimenta.
Le isole erano minacciate dalle maree, non dall’innalzamento degli oceani: il Mose ieri ha concesso tempo, oggi lo sottrae. Entro il 2028 avremo i dati del report sull’impatto del clima a Venezia: il confronto sui progetti però deve partire subito».
Chi è rimasto ha due timori: non essere preso sul serio e scoprire l’indifferenza collettiva. «La città – dice Paolo Costa, economista ed ex sindaco – è limitata: la domanda di vederla, no. Anche l’offerta turistica è travolta dal no limits, come una vasca riempita da un rubinetto troppo aperto. È tempo di fissare una soglia di sopravvivenza: 60 mila turisti al giorno su prenotazione, da dotare di un pass per servizi gratuiti. Per vivere occorre anche un’economia completa, con industria leggera ed energie rinnovabili. La città sull’acqua si salva solo dalla terraferma».
I primi a vendere i palazzi storici, da trasformare in hotel, restano Comune e Regione. Lo scorso anno le paratoie del Mose sono state alzate 27 volte, già 30 nel 2026: un conto da 35 milioni di euro, in cinque anni
«Per guadagnare tempo – dice Andrea Rinaldo, docente di idraulica e Nobel dell’Acqua – è un prezzo perfino basso. Il nodo è che non basta e che non possiamo
aspettare. Alzare il Mose oltre 50 volte l’anno non è finanziabile: significa travolgere laguna, città e traffico marittimo. Va promossa una consultazione mondiale per immaginare Venezia con un metro di acqua in più: non per riflettere sulla mitigazione, ma sull’adattamento a un pianeta diverso». Profetico, il film Welcome Venice: l’addio dei veneziani alla città, affittata ai turisti.
«L’alta tensione abitativa – dice il regista Andrea Segre – è conseguenza di un’amministrazione che non ha fissato regole, alimentando lo spopolamento. La proposta di legge per riconoscere ai Comuni il diritto di stabilire il rapporto tra residenti e visitatori è bloccata in Senato. L’overtourism genera una mono-industria che produce inquinamento sociale: per contrastarlo vanno definiti limiti alla proprietà privata, come avviene per altre imprese inquinanti».
A rivelare il paradosso veneziano, sulla Nuova Venezia, l’economista Francesco Giavazzi: case introvabili, ma 3 mila appartamenti vuoti degli enti pubblici. «Potrebbero ospitare 10 mila nuovi veneziani – sottolinea – se il prossimo sindaco premerà sul governo, nel 2027 i primi alloggi potrebbero essere pronti. Questa città, per vivere, ha bisogno di giovani e innovazione».
Per riportare vita in laguna Nicola Pellicani nel 2022 era riuscito a dare a Venezia la possibilità di regolamentare le locazioni brevi. Risultato: melina della maggioranza del sindaco Luigi Brugnaro, norme bloccate e via libera a 8 mila Airbnb. «Il tempo – dice l’ex deputato Pd – è finito: non per scelta, per istinto di sopravvivenza. La capacità di carico va fissata subito, assieme a stop del ticket d’ingresso e una conferenza internazionale sull’impatto dei cambiamenti climatici. Se non si muove, Venezia muore».
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE SEMPIO, IN UN’ALTRA INTERCETTAZIONE, PARLANDO DA SOLO, AVREBBE DETTO DI AVER CHIAMATO CHIARA POGGI PRIMA DEL DELITTO E DI AVER TENTATO UN APPROCCIO. LEI AVREBBE DETTO: “NON CI VOGLIO PARLARE CON TE”, ATTACCANDO IL TELEFONO (IN QUEI GIORNI, LA FAMIGLIA DI CHIARA ERA IN TRENTINO E LA 26ENNE ERA A CASA DA SOLA)
”Ho visto il video di Chiara e Alberto”. Così Andrea Sempio in un’intercettazione, secondo quanto rivela il ‘Tg1’ sui suoi canali social. Inoltre nel post si spiega che Sempio, in un’altra intercettazione, parlando da solo, avrebbe detto di aver chiamato Chiara prima del delitto, di aver tentato un approccio e che lei avrebbe detto: “Non ci voglio parlare con te” attaccando il telefono.
Le intercettazioni che i pm di Pavia hanno fatto ascoltare al fratello di Chiara Poggi, Marco, riguardano alcune frasi che Andrea Sempio ha pronunciato da solo, in auto, in cui avrebbe fatto riferimento alla vittima del delitto di Garlasco e alla vicenda per cui è indagato. Da quanto è stato riferito il verbale della testimonianza di Marco, ascoltato oggi in Procura a Pavia, è stato secretato.
(da agenzie)
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Maggio 6th, 2026 Riccardo Fucile
MARINA SPERA NEL PAREGGIO PER SGANCIARSI DALLA DESTRA MELONIANA ALLA PROSSIMA LEGISLATURA, DIREZIONE CENTRO. L’OBIETTIVO E’ ANCHE QUELLO DI DARE LE CARTE NELLA ELEZIONE DEL PROSSIMO CAPO DELLO STATO… ANCHE LA LEGA SI DEFILA: AL NORD SERPEGGIANO MALUMORI PER L’EVENTUALE ADDIO AGLI UNINOMINALI
Non è il pranzo a preoccupare, a palazzo Chigi, ma il conto. E Giorgia Meloni, che
stamattina riceve i suoi due vicepremier, sembra intenzionata a presentarlo subito, senza caffè: la legge elettorale. Sul tavolo, la premier è pronta a scodellare il tema di politica interna che più le preme. Accelerare, stringere, arrivare a un primo sì della Camera entro l’estate e poi — novità — mettere la fiducia al Senato, subito, a settembre.
Tradotto: la riforma del sistema di voto che uscirà da Montecitorio, dove le audizioni sono appena iniziate e già sfilano i costituzionalisti, dovrà essere adottata così com’è a Palazzo Madama, senza troppe storie. Blindata, come si dice quando non si vuole discutere ma solo approvare.
Certo, a Chigi stamane si discuterà anche di molto altro: delle bizze di Trump, della trattativa in salita con l’Europa sui conti, dei soldi che mancano per la benzina, di un paio di temi forti su cui puntare in questo ultimo scampolo di legislatura: il lavoro e la casa, fa trapelare Arianna Meloni.
Ma lo scoglio tutto interno alla destra è la riforma del voto. La presidente del Consiglio ha fretta, anche per mettere a tacere la ridda di voci che descrivono FI tentata di sganciarsi dalla destra alla prossima legislatura, direzione centro.
Per Meloni il punto è questo: avere dalla sua Antonio Tajani. Il quale, a dire il vero appare meno sereno di quanto ostenti. Su di lui preme la famiglia Berlusconi, che invita alla cautela, cioè a rallentare.
Non a caso, in questi giorni, si è mosso con la consueta discrezione Gianni Letta, che quando parla piano di solito è per farsi ascoltare meglio. Risultato: riunione convocata ieri pomeriggio dal leader azzurro, alla vigilia del summit di Chigi, con il capogruppo dei deputati Enrico Costa e il vicesegretario Stefano Benigni, custode del dossier del cosiddetto “Stabilicum”. (…) Viene informato anche Nazario Pagano, il presidente forzista della commissione Affari costituzionali della Camera, che infatti apre a correzioni, purché dalle opposizioni arrivi almeno, dice così, «qualche segnale di fumo».
Davanti ai suoi, Tajani ha già chiarito la linea che porterà oggi a palazzo Chigi: sì alla legge, ma senza forzature. «La riforma per com’è stata architettata va bene, bisogna evitare lo stallo, ma senza dialogo — è il succo — regaliamo alla sinistra sei mesi di grida al golpe». E in effetti Elly Schlein ha già bollato la proposta «irricevibile», senza bisogno di ulteriori aggettivi.
Dunque Forza Italia si sfila? Tajani confermerà, come sempre, la sua lealtà. Ma una lealtà con avvertenze: niente fretta, niente strappi. Che è una maniera garbata per dire che il conto, forse, si può anche pagare.
Ma non senza prima controllare le voci. E magari discutere il prezzo.
Matteo Salvini, per ora, osserva. Non applaude e non fischia: si limita a restare defilato, che è una forma di prudenza quando in casa propria, soprattutto al Nord, serpeggiano malumori per l’eventuale addio agli uninominali, a cui molti restano affezionati come a una vecchia poltrona un po’ sfondata, ma comoda.
(da agenzie)
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