Destra di Popolo.net

BIENNALE NEL KAOS, ARMATA BRANCA-MELONI A PEZZI: BUTTAFUOCO IRONIZZA SULL’ASSENTE GIULI (“GRAZIE AL MINISTRO CHE SOSTIENE LE NOSTRE INIZIATIVE…”) E STUZZICA GIORGIA MELONI, SULLA RIAPERTURA DEL PADIGLIONE RUSSO, CON UN DISCORSO-SUPERCAZZOLA IN CUI RIVENDICA LA SUA AUTONOMIA

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “LO SAPEVANO CHE BUTTAFUOCO È bINCONTROLLABILE. IL PADIGLIONE RUSSO È UN PO’ STILE PALAZZO D’INVERNO… ARTE DI REGIME. DEL RESTO ANASTASIA KARNEEVA, COMMISSARIA DEL PADIGLIONE, È IN SOCIETÀ CON EKATERINA VINOKUROVA, FIGLIA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI RUSSO SERGEJ LAVROV”

Sulla banchina dell’Arsenale ecco gli sguardi dei primi visitatori, donne diafane con i capelli inzuppati e nobili decaduti in vecchi trench gocciolanti, metrosexual avvolti in mantelle dai toni pastello, critici d’arte, tutti con l’aria allietata e un po’ sognante. «È l’effetto dei vodka tonic», spiega un fotografo.
Scusa, in che senso? «Quei furbi dei russi, al primo piano del loro padiglione, hanno aperto un bar». Ma non è nemmeno mezzogiorno. «Sì, però danno da bere gratis»
Diciamo che i servizi segreti di Putin conoscono bene le debolezze dell’animo umano Qui vanno d’alcol, sempre meglio l’alcol del plutonio.
Poi andiamo a vedere cos’hanno combinato (gira voce che l’allestimento sia d’una tristezza efferata). Comunque alla fine ci sono anche loro, i russi, ed è così che s’arriva alla pre apertura di questa molto annunciata Biennale, edizione numero 61: sotto una pioggerella fitta, con un vento di scirocco che soffia dalla laguna, con pozzanghere di melma giallastra dentro cui camminiamo in un miscuglio di curiosità ed eccitazione.
Le file sono lunghissime. I cronisti s’intruppano dietro quella del Teatro Piccolo. La conferenza stampa del presidente Pietrangelo Buttafuoco inizierà tra pochi minuti e lui, il feroce saracino, per citare il titolo d’un suo libro di qualche tempo fa, quando girò voce si fosse convertito all’Islam assumendo il nome di Giafar al-Siqilli, è già
lì, in fondo al corridoio: sta per venirci a dire che nella clamorosa e lunga polemica della vigilia, in un irripetibile e impeccabile packaging che mischia l’imbarazzo della premier Meloni, certe ambizioni sprecate per una nuova egemonia culturale destrorsa, la furia filo ucraina del potente sottosegretario Fazzolari, non ha vinto, ma stravinto
La platea è affollata, i primi interventi sono molto tecnici, qualcuno visionario, un po’ pallosi. Poi però prende la parola Buttafuoco e, subito, sfotte Giuli. «Grazie al ministro che sostiene le nostre iniziative…»: un modo elegante per ricordare che, su ordine di Giovanbattista Fazzolari, furibondo, Giuli gli ha addirittura spedito gli ispettori, non partiti su notizie di irregolarità, ma piuttosto venuti a cercarle, tipo pesca a strascico. Quindi, un pensiero alla presidente del Consiglio, e ai suoi dubbi legati alla partecipazione della Russia: «…ha detto non sono d’accordo ma… ed è proprio con quel “ma” che, da par suo, e la ringrazio, ha confermato, sgargiante e definitiva, la libertà e l’autonomia… che sono alla radice dello ius, della civiltà del diritto: quella dottrina di cui Sergio Mattarella, il capo dello Stato, è maestro»
Un Buttafuoco in purezza. Buttafuoco è questo. Voleva riammettere la Russia, e c’è riuscito. Così come ha voluto pure Israele (padiglione, letteralmente, blindato). Poi, va bene: gli si è dimessa la giuria in blocco, sono arrivate lettere di fuoco da Bruxelles. La sensazione, però, è che lui avesse previsto tutto, o quasi. Vogliamo dire che ha provocato per il gusto di provocare? Forse, può darsi, ne sarebbe certo il tipo, ma non c’è certezza.
L’unico dato sicuro è che a Palazzo Chigi non possono stupirsi, perché lo sapevano e lo sanno che Buttafuoco è un intellettuale incontrollabile, sguinzagliato nel suo mondo destro e irregolare, di dottrine psichedeliche, capace di vagabondare, in prosa scritta o memorabili orazioni, tra il barocco e il lirico, trastullandosi pure in feroci frequentazioni giornalistiche e sfolgoranti incursioni teatrali
Il ministro Giuli aveva ringhiato: «Non gli faremo fare il martire!». Guardi, ministro, che Buttafuoco è qui tutto magretto nella sua giacca scura ed elegante, ben sbarbato, e sembra tutt’altro che affranto mentre sogghigna e sotto sotto si sciala e indica la strada, e dice che se è alle radici del pasticcio che vogliamo andare, bisogna uscire dall’Arsenale e arrivare ai Giardini. Il padiglione russo, superato l’ingresso, è sulla destra. Un po’ stile Palazzo d’Inverno, un po’ salone massaggi turco. Domina il verde. E la vodka. A fiumi.
L’altra sera hanno organizzato pure un dj set, ma adesso c’è un certo Alexey Khovalyg che si esibisce, un mongolo con la faccia identica a quella dei tanti mongoli disgraziati che Putin usa come carne da macellare sul fronte ucraino. Lo applaudono, anche se così fatti di vodka, applaudirebbero pure un gatto alla chitarra e un coniglio alla batteria, come nella famosa barzelletta.
Noto che l’unica istallazione, oltre al bar, è un gigantesco mazzo di fiori. Forse farebbero meglio a metterli nei loro cannoni. Ma è chiaro che questi — come Buttafuoco per primo sa — non rappresentano l’arte che resiste al regime: ma sono arte di regime (del resto Anastasia Karneeva, commissaria del padiglione, è in società con Ekaterina Vinokurova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov).
Fuori ci sono gli agenti del reparto mobile, perché un paio d’ore fa sono arrivate Pussy Riot e Femen, fumogeni rosa, bandiere dell’Ucraina, cori anti Putin.
Ma la vera chicca, in realtà, è nel padiglione dell’Austria, dove la ricca e assai glamour Eva Dichand, filantropa e collezionista d’arte e pure editrice del quotidiano Heute, ha finanziato un’istallazione dove una povera performer è costretta a starsene, nuda e a testa in giù, dentro una campana.
Sul significato dell’opera, ai tavoli del bistrot con vista mare, s’è aperto un dibattito serrato, al quale prende parte, invitato da una incantevole fotomodella francese, anche un certo Mikhail Mostovoi, o Mostovoijc, o qualcosa di simile, non s’è capito bene. Sostiene d’essere un mercante d’arte internazionale. Sulla quarantina, modi raffinati, sfoggia un ottimo italiano, che alterna al tedesco e all’inglese: tutti fingiamo di credere che sia come dice, un mercante, ma nessuno ci toglie dalla testa il sospetto che sia qui a osservare per conto dello Zar.
Fabrizio Roncone
per corriere.it

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L’EX PREMIER DI ISRAELE EHUD OLMERT: “UN ACCORDO USA-IRAN SI POTEVA FARE A MARZO, ORA VIA NETANYAHU E FACCIAMO LA PACE CON LIBANO E PALESTINESI”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

“LA GUERRA DI GAZA? GIUSTA, MA SI INDAGHI SUI CRIMINI”

«Se l’accordo con l’Iran è quello di cui si vocifera Trump di fatto sta facendo un accordo molto simile a quello concluso da Obama nel 2015 da cui lui si ritirò nel primo mandato. Ma il risultato potrebbe essere comunque tutt’altro che da buttare». A 80 anni suonati, Ehud Olmert non sembra essersi rassegnato al ruolo di illustre pensionato. A pochi mesi da elezioni in Israele che saranno un referendum su Benjamin Netanyahu dopo la strage del 7 ottobre e tre anni di guerre, l’ex premier ammette in un’intervista esclusiva con Open di essere al lavoro per spodestare il leader del Likud e favorire la nascita di un nuovo governo. La foto di Yitzhak Rabin in bella vista alle sue spalle nell’ufficio di Tel Aviv, tra le fiamme di guerra forse finalmente in ritirata Olmert intravede i semi di un altro, possibile Medio Oriente: un Iran senza ambizioni nucleari, il disarmo di Hamas e Hezbollah, un nuovo regime transitorio nella Striscia di Gaza, il rilancio del processo di pace israelo-palestinese. Tessere di un mosaico complicatissimo. Ma non impossibile, è il messaggio, se c’è la volontà politica.
Moratoria sull’arricchimento del nucleare iraniano, stop alle sanzioni Usa con lo sblocco di miliardi di fondi e riapertura dello Stretto di Hormuz. Dopo settimane di
negoziati caotici l’accordo con Teheran pare in vista. Se è così, sig. Olmert, sarà valsa la pena fare questa guerra?
«Penso che la fase iniziale della guerra fosse inevitabile, perché gli iraniani non erano disposti a un accordo di nessun tipo, e andavano puniti da un’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele. Ma il tutto probabilmente poteva essere concluso due mesi fa, evitando danni all’economia mondiale, se il punto d’arrivo era quello che sta emergendo ora: non il collasso del regime, non la presa in custodia dell’uranio arricchito da parte degli americani, ma un accordo che preveda una supervisione internazionale sul programma nucleare iraniano. L’importante ora è che ci sia un’intesa chiara su come funzioneranno quei meccanismi di ispezione. Se l’Iran li accetterà e saranno efficaci, sarà un risultato molto significativo».
A luglio 2006 da primo ministro lei portò Israele in guerra in Libano dopo che Hezbollah s’era infiltrata nel nord del Paese uccidendo due soldati e rapendone altri tre. Fu guerra per un mese, poi l’Onu mediò un cessate il fuoco e rilanciò la missione Unifil per farlo rispettare e disarmare Hezbollah. Vent’anni dopo siamo da capo. O no?
«Per 17 anni dopo quella guerra non ci sono più state ostilità – non un proiettile, razzo, bomba o mortaio è più piovuto su Israele dal Libano. Poi l’8 ottobre 2023 Hezbollah ha perso il senso della realtà, pensando di infliggere a Israele lo stesso tipo di distruzione che Hamas aveva portato il giorno prima. Errore tremendo, a seguito del quale Hezbollah è stata quasi interamente distrutta. Ora però spero che si arriverà a un nuovo accordo, e più ambizioso di prima. Perché l’elemento nuovo che non è mai esistito prima è che ora c’è un governo libanese che sotto la leadership del presidente Michel Aoun è pronto non solo a lavorare insieme a Israele per disarmare Hezbollah – condizione essenziale per la stabilità e la sicurezza di entrambi i Paesi – ma anche di considerare seriamente di negoziare la pace con Israele».
Dopo il 7 ottobre Israele ha fatto guerra a Hamas a Gaza e oltre, a Hezbollah in Libano, all’Iran due volte. In tutti gli scenari ha ottenuto risultati militari importanti, ma non una vittoria completa, costretto ad accettare alla fine fragili tregue. Oggi è un Paese più sicuro rispetto a tre anni fa?
«Non c’è alcun dubbio. Certo non c’è stata alcuna vittoria totale perché Hamas è ancora in circolazione. Ma è una Hamas più piccola e più debole, senza razzi né posizioni di comando militare, senza un’ampia fetta dei suoi leader e la gran parte dei miliziani, eliminati da Israele. E noi siamo molto più all’erta, come non fummo il 7 ottobre».
Per molte persone in Occidente Israele si sente ormai uno Stato al di sopra del diritto internazionale, che si arroga la facoltà di distruggere vite, città o infrastrutture nei Paesi vicini nella proporzione che ritiene necessaria per ottenere i suoi obiettivi di sicurezza. È una descrizione sbagliata?
«La guerra a Gaza era legittima perché Hamas non ha lasciato scelta a Israele se non quella di fare tutto il possibile per eliminare i suoi leader e quanti più dei terroristi che ci hanno aggredito il 7 ottobre. Ma è vero che è durata molto più del necessario, e che la reazione imponente di Israele ha causato danni e dolori per la maggior parte delle persone di Gaza. Bisognerà indagare se sono stati commessi crimini di guerra, e se ciò sarà accertato sarà una cosa terribile con cui andranno fatti i conti».
Indagini interne a Israele o di corti internazionali?
«La cosa dovrà essere investigata prima di tutto internamente. Se ciò condurrà a risultati affidabili allora non ci sarà bisogno di indagini internazionali. Se invece le indagini in Israele non saranno sufficienti o appropriate, allora ci sarà bisogno di una partecipazione internazionale».
Che ne è di Gaza a sette mesi dalla firma del cessate il fuoco? Le pare si stia muovendo qualcosa di concreto nella direzione indicata dal piano Trump, cioè il disarmo e la cessione del potere da parte di Hamas e il completamento del ritiro dell’Idf?
«Al momento il piano Trump viene implementato solo in parte, in un equilibrio fragile e instabile, tra combattimenti a bassa intensità. Dobbiamo procedere con l’attuazione di quel piano e cercare di stabilizzare la situazione, introducendo quella forza internazionale di sicurezza composta da palestinesi e da soldati di Paesi arabi moderati che possa prendere il controllo militare di Gaza».
Tra pochi mesi in Israele si vota. Due dei principali leader dell’opposizione, Yair Lapid e Naftali Bennett, hanno annunciato che formeranno una lista congiunta per provare a spodestare Benjamin Netanyahu dopo 17 anni al potere – breve interruzione a parte. Ci riusciranno? Li sostiene?
«Non so se ci riusciranno, è troppo presto per dirlo. D’altra parte ci sono altri contendenti come l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot che pare molto popolare: magari vincerà lui. Di certo spero che Netanyahu vada a casa e che s’insedi un nuovo governo di cambiamento».
Qual è la prima cosa che questo nuovo governo dovrebbe fare per indicare una strada diversa?
«Per prima cosa mi aspetterei che mettesse fine a quella politica di polarizzazione interna al Paese e a quel tentativo di distruggere il sistema legale che il governo Netanyahu ha perseguito. Sulla scena internazionale, dovrebbe riavviare un dialogo con l’Autorità Palestinese in vista di una soluzione complessiva al conflitto sulla base di due Stati. Qualsiasi governo pronto a negoziare coi palestinesi su questa base cambierà la percezione di Israele e migliorerà il suo status internazionale».
Lei fu l’ultimo primo ministro israeliano a provarci: dopo la conferenza di Annapolis del 2007 l’accordo con l’Anp sembrava a portata di mano, poi i negoziati fallirono. Ha rimpianti?
«Certo, rimpiango che i palestinesi nel 2008 non accettarono il piano di pace che avevo presentato. Se lo avessero fatto tutto in Medio Oriente sarebbe andato diversamente negli ultimi 15 anni, la vita di milioni di persone sarebbe stata diversa. Ma non è troppo tardi, dunque spero che qualsiasi nuovo governo sosterrà quel piano di pace e che questa sarà la base di un accordo completo coi palestinesi».
Anche sul fronte palestinese sarebbe ora che cambiasse l’interlocutore, considerato che Abu Mazen lo era già vent’anni fa e fu colui che rigettò la sua proposta, non crede?
«Probabile, ma sono già abbastanza indaffarato a tentare di spodestare il primo ministro israeliano per occuparmi pure del ricambio della leadership palestinese».
(da agenzie)

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E’ IL GIORNALISMO, BELLEZZA

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

I TREDICI MILIONI DI ABBONATI AL NEW YORK TIMES

Tra le (poche) notizie rassicuranti, l’impressionante record dei 13 milioni di abbonati al New York Times — giornalismo “classico” sebbene tecnologicamente riformato — è una delle più significative. Un giornale è un’agenzia di selezione delle notizie e di impaginazione del mondo.
Lo comperi e lo leggi se ti fidi di un lavoro che non è il tuo, così come quando vai dal dentista piuttosto che trapanarti da solo i denti, o sali su un aereo sapendo che non sarai tu a pilotarlo (anzi: proprio perché sai che non sarai tu a pilotarlo).
Il successo di un giornale è dunque in schietta controtendenza rispetto all’idea che ognuno di noi sia in grado, navigando, di capire in proprio come funziona il mondo; confezionando un collage di letture varie, articoli, materiali i più disparati che possono essere anche, se non tutti alcuni, di buona qualità: ma non sono “un giornale”.
Un giornale non sei tu che lo confezioni. Lo leggi proprio perché concepito e deciso da altri, e ti alleggerisce dall’ossessione/illusione di “farcela da solo”. Pagando uno specifico servizio professionale, riconosci ad altri una padronanza della materia che sai di non avere
Ovviamente il rischio che l’informazione “fai da te”, sprovvista di filtri e di anticorpi, esposta a qualunque virus cognitivo, e però gratuita, continui a prosperare nella parte meno avvertita e più esposta dell’opinione pubblica, è quasi una certezza.
Ma se anche i lettori del NYT dovessero essere un’élite, un’élite di tredici milioni di persone è una consolazione culturale e politica. Dopo anni di contagio dal basso verso l’alto, chissà che l’alto non riesca a contagiare il basso, prima o poi.
(da Repubblica)

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SOVRANISTI NELLA PALUDE, IL GOVERNO SI INCARTA SU TUTTO

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

FDI E LEGA SPINGONO SULLA LEGGE ELETTORALE, FORZA ITALIA FRENA

Qualcuno l’ha ribattezzato il patto della spigola. La spigola c’era, ma non il patto. Sia perché il vertice di governo a Palazzo Chigi ha deciso ben poco. Sia perché anche sul dossier politico trattato ci sono ancora divisioni nella maggioranza. Non a caso la premier Giorgia Meloni avrebbe voluto tenere segreto fino all’ultimo il pranzo con i vice Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi.
I quattro si sono incontrati all’ora di pranzo per parlare dell’ultimo anno prima del voto e al centro del vertice c’è stata soprattutto la discussione sulla legge elettorale “Stabilicum”, le cui audizioni sono iniziate nei giorni scorso alla Camera. La premier Meloni ha chiesto di accelerare sull’approvazione in prima lettura della legge perché “bisogna far sì che chi vince governi” e avrebbe ottenuto l’appoggio di Lega, Noi Moderati e Forza Italia. Soprattutto in uno scenario in cui potrebbe scendere in campo la sindaca di Genova Silvia Salis e dietro a lei Matteo Renzi, è stato tra gli argomenti del vertice.
Ma è sul testo e sulle modifiche da fare che Forza Italia frena. Il leader azzurro Antonio Tajani ha dato la sua disponibilità ad andare avanti, ma ha chiesto ritocchi, come stabilito nella riunione coi dirigenti di partito di martedì sera. In particolare su due punti: abbassare il premio di maggioranza e garantire che sia lo stesso tra Camera e Senato. Gli azzurri propongono di non assegnare il premio in caso di mancanza di una maggioranza tra le due Camere per lasciare al presidente della Repubblica il potere di decidere con un impianto proporzionale. Inoltre, rispetto a Fratelli d’Italia e Noi Moderati, Forza Italia e Lega sono più tiepide a introdurre le preferenze come chiede Meloni. Meloni lo ha chiesto espressamente nella riunione dei leader: “Bisogna far scegliere i cittadini: è una nostra battaglia”, ha spiegato. Di questo e dei tempi parleranno i delegati della maggioranza in una riunione che si terrà la prossima settimana
La decisione di accelerare sulla legge elettorale stringe Tajani in una morsa, tra Meloni che vuole approvarla il prima possibile e la famiglia Berlusconi che invece è per rimandarla a data da destinarsi. Ma martedì sera, Tajani, incontrando i suoi dirigenti di partito, ha proprio risposto indirettamente a Marina Berlusconi e alle voci sulla sua volontà di spingere per le larghe intese: “Noi non vogliamo il pareggio – ha detto Tajani – non stiamo con i piedi in due scarpe, siamo nella coalizione di centrodestra”.
Durante il vertice però si è parlato anche a lungo della situazione politica internazionale e delle conseguenze della crisi di Hormuz. Domani la premier, il ministro degli Esteri Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto incontreranno il segretario di Stato Marco Rubio, e Meloni ha dato la linea: l’Italia rimane ancorata all’alleanza atlantica e ai suoi impegni ma, quando serve, bisogna saper dire anche agli alleati quando sbagliano, è stato il senso delle parole della premier. Durante l’incontro si è parlato anche della crisi a Hormuz con l’Italia che appoggia la missione navale europea dopo il cessate il fuoco. Sulla crisi energetica, invece, si prosegue sulla linea di chiedere la deroga al Patto di Stabilità e di accelerare sulla legge delega sul nucleare.
Non si è parlato, invece, delle nomine. Al tavolo Lupi avrebbe chiesto lo stato dell’arte su Consob e Antitrust, ma Meloni ha risposto che non “è l’occasione per parlarne”. Le nomine, previste per oggi, sono in bilico. Il Consiglio dei ministri non è stato nemmeno convocato.
Riforme Bluff e sceneggiate sul “melonellum”, scomparsi dai radar il premierato e l’autonomia
Urge procrastinare. La vecchia battuta è adatta per le riforme istituzionali promesse dal governo. Vale anche per la legge elettorale, il Melonellum che per FdI è fondamentale per evitare il pareggio nelle Politiche, ma che per ora giace in commissione alla Camera. “Acceleriamo” giurano dalla maggioranza. Ma la Lega resta gelida, perché l’abolizione dei collegi uninominali le potrebbe costare sangue. E da FI giurano che dalla casa madre di Milano l’ordine sia di rallentare. Per questo da FdI sussurrano di un possibile voto di fiducia in Senato, se la legge venisse approvata entro l’estate a Montecitorio. Nell’attesa alla Camera se la dorme anche
il premierato, riforma delle riforme per Meloni, che però piace poco o nulla ai suoi alleati, e che avrebbe bisogno di un rischiosissimo referendum per essere approvata. Poi ci sarebbe la legge sull’autonomia differenziata cara al Carroccio, stroncata dalla sentenza della Consulta a fine 2024, che ne bocciò parti fondamentali. A novembre, il ministro per le Autonomie e padre della legge, il leghista Roberto Calderoli, ha pubblicato le pre-intese con quattro regioni. Ma la strada resta strettissima. Anzi, paludosa.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA LEGA A BRUXELLES PROTESTA CONTRO SE STESSA

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

ALCUNI SINDACI DELLA LEGA NON TROVANO DI MEGLIO CHE ANDARE AL PARLAMENTO UE PER DIFENDERE I FONDI DI COESIONE DELLA RIFORMA DEL COMMISSARIO FITTO CHE LI CENTRALIZZA : MA FITTO E’ DI FDI CHE FA PARTE DEL GOVERNO MELONI INSIEME ALLA LEGA

Qualche decina di sindaci della Lega ieri era a Bruxelles, cartelli in mano, davanti al Parlamento Europeo. La causa: difendere i fondi di coesione dalla riforma che li centralizza. Per la sola Lombardia si rischierebbero circa 4,4 miliardi di euro. Un problema c’è: il commissario europeo con delega alla Coesione e alle Riforme si
chiama Raffaele Fitto. È di Fratelli d’Italia. Il governo di cui la Lega fa parte ogni giorno, con ministri, viceministri e sottosegretari.
La delegazione lombarda, guidata dal senatore Massimiliano Romeo e dall’assessore Guido Guidesi, prendeva di mira un alleato di coalizione. Era anche previsto un incontro con Fitto in persona, nel medesimo pomeriggio della manifestazione. Si protestava davanti al Parlamento europeo e poi si andava a stringergli la mano nell’ufficio accanto.
Facciamo un passo indietro. La riforma riguarda il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. La proposta della Commissione punta a ridurre gli attuali circa 540 programmi regionali a 27 Piani nazionali, uno per stato membro, togliendo alle regioni la programmazione diretta dei fondi. Il modello è il Pnrr: fondi gestiti centralmente, regioni a eseguire. Contro questa impostazione si sono schierate 149 regioni di venti paesi, il Comitato europeo delle Regioni, e ora anche i sindaci leghisti. Fitto è però un alleato, il commissario scelto dal governo Meloni, che ha indicato in più sedi il metodo Pnrr come strada per la coesione post-2027. La Lega lo sa. Eppure eccoli a fare opposizione a una politica che il loro governo produce.
Il perché non è oscuro. Serve un nemico per l’elettorato del nord: il centralismo, i burocrati, lo Stato che sottrae risorse ai territori virtuosi. Che quel centralismo abbia oggi il volto di Fratelli d’Italia è scomodo, e quindi si aggira. Si alzano i cartelli, si fa scena, si torna a Roma e si vota la fiducia.
È la fotografia di questa maggioranza. Partiti che si fanno opposizione tra loro per nutrire le rispettive propagande, poi governano insieme. Fa rumore, non fa danni e non disturba il sistema ma vi partecipa.
(da lanotiziagiornale.it)

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MATILDA DE ANGELIS E LINO MUSELLA VINCONO I DAVID E ATTACCANO “L’IMPOVERIMENTO CULTURALE”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

“VIVA LA PALESTINA” IN DIRETTA RAI

Che potesse essere una serata complicata per la Rai s’era capito. S’annusava nell’aria. Io sono come le bestie, sento il tempo che viene, ripete ossessivamente il Benito Mussolini di Luca Marinelli. Ed infatti – tolto l’absolute cinema di Annalisa in apertura – basta il primo premio della serata, miglior attrice non protagonista, per capirlo.
Matilda De Angelis: “Stiamo vivendo un impoverimento culturale”
Ritira la statuetta Matilda De Angelis per Fuori di Mario Martone. Film su Goliarda Sapienza, scrittrice ignorata in vita, interpretata da Valeria Golino. E da qui l’attacco dell’attrice: “In vita è stata ostacolata. Dei grandi artisti ci accorgiamo solo quando sono morti, quando appartengono al passato e al futuro e non al presente, e non possono dare fastidio e non possono farci niente.”
Da lì il passo verso il presente è diretto. “In questo momento il nostro Paese sta vivendo un impoverimento culturale importante. Mi dispiace che si debba arrivare a umiliare un’intera categoria per ricordarci che il cinema esiste.” Poi la frase più netta: “Non capisco perché ci siamo lasciati abbrutire e addomesticare”. Al ministro Giuli, ma non soltanto a lui, devono essere fischiate le orecchie.
Il cinema, chiude De Angelis, deve tornare onesto, limpido, sociale e politico. “L’amore in questo momento è un atto politico e sociale.” Un manifesto.
Musella: “Il cinema fa paura agli autocrati e ai fascisti”
Poi arriva Lino Musella. L’attore napoletano vince il David come miglior attore non protagonista, alla sua seconda candidatura, per Nonostante di Valerio Mastandrea. Ringrazia il collega – “è tutta colpa tua” – e Bellocchio. Dedica il premio alla Global Sumud Flotilla (!!!). Poi dice, senza giri di parole: “Non smetterò mai di dire: Palestina libera.”
Cita Robert De Niro. Quindi formula la tesi, semplice e precisa: il cinema, come il teatro, la musica, la poesia, può essere una minaccia contro gli autocrati e i fascisti.
Parole e momenti che faranno sicuramente tremare qualche seggiola ai piani alti dell’ei fu Viale Mazzini. Oggi i piani alti stanno in via Severo. Vedremo se ci saranno conseguenze, reazioni da quella che un tempo veniva considerata TeleMeloni.
Una cosa è certa: deve essere stata una serata dura da gestire per Flavio Insinna. Se l’è passata meglio Bianca Balti che sembrava passare lì per caso.
(da Fanpage)

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GLI STRISCIONI RAZZISTI “NO MOSCHEA” DELLA LEGA SONO STATI RIMOSSI DAGLI AUTOBUS A VENEZIA E MESTRE: “MESSAGGI DISCRIMINATORI”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’AZIENDA DI TRASPORTO PUBBLICO AVREBBE DOVUTO RIFIUTARLI DA SUBITO IN QUANTO VIOLANO IL REGOLAMENTO

È di pochi giorni fa la notizia della rimozione degli striscioni della Lega dagli autobus ACTV-AVM e VELA che servono il Comune di Venezia e Mestre. Gli striscioni erano entrati al centro di aspre polemiche a causa del loro testo: «No moschea, Vota Lega». Erano stati affissi durante la campagna elettorale per le elezioni amministrative in Veneto previste il 24 e il 25 maggio e, dopo le proteste dei rappresentanti della comunità islamica di Venezia e dell’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia), sono stati rimossi. Merito anche, più in generale, «di tutti i cittadini e le cittadine veneziani che, con senso civico, hanno preso posizione pubblicamente attraverso i propri social, condannando e contrastando questi messaggi discriminatori», come ha commentato in un messaggio sui social il presidente della Comunità Islamica Veneziana e Ministro di Culto, Sadmir Aliovski. Open lo ha raggiunto per un commento sulla questione.Sadmir Aliovski, presidente «Nel mese di aprile abbiamo notato che per il Comune di Venezia e Mestre si aggiravano 70 autobus delle compagnie di trasporti ACTV-AVM e VELA che riportavano sulla fiancata degli slogan con scritto “No moschea”. Siamo quindi dovuti subito intervenire in quanto un simile striscione, esposto su mezzi pubblici che stiamo pagando tutti noi – cittadini di fede musulmana inclusi – era particolarmente aggressivo e diretto contro una sola parte della comunità: quella appartenente alla religione islamica. Non potevamo ignorare la cosa».
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Come vi siete mossi, quindi?
«A livello locale abbiamo inviato una lettera al Prefetto, mentre a livello nazionale l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, da noi sollecitata, ha fatto un esposto alla Procura. La situazione così si è velocemente smossa e dopo due giorni abbiamo visto la rimozione degli striscioni. Ci tengo a precisare che abbiamo fatto il nostro intervento non per la costruzione di una moschea, ma per chiedere che non venissero utilizzate immagini di luoghi o simboli religiosi e sacri. La richiesta era quella di non strumentalizzare le sacralità di nessuna religione, soprattutto dal momento che la comunità islamica veneziana ormai conta 25mila persone».
Le aziende di trasporti hanno rilasciato qualche dichiarazione?
«VELA ha dichiarato che avrebbe rimosso gli striscioni riscontrando la presenza di contenuti di natura religiosa non compatibili con le regole che disciplinano l’utilizzo degli spazi pubblicitari sui mezzi del trasporto pubblico locale. Dal canto mio trovo positivo che la società che gestisce il trasporto pubblico nella nostra città, dopo quasi una settimana, abbia compreso la gravità della situazione e abbia chiesto al committente di sostituire gli striscioni con un messaggio alternativo conforme alle condizioni contrattuali, che non consentono la diffusione di contenuti religiosi, indipendentemente dal soggetto committente. Sarebbe stato però ancora meglio se, fin dal primo giorno, non fossero stati accettati e diffusi messaggi di questo tipo sui mezzi pubblici, visto che la normativa non lo consente. Ma, ormai, il danno era fatto».
Come è la situazione dei luoghi di culto a Venezia? Esiste una moschea?
«No, attualmente non esiste una moschea, anche perché per poter essere definito tale un luogo di culto deve rispondere a specifici requisiti, anche architettonici e strutturali. A Venezia ci sono centri culturali islamici, che non sono moschee. Sono centri che promuovono la cultura, il dialogo, l’integrazione e che sono molto utili alla città. Io personalmente avevo chiesto per il momento, piuttosto, visto che mancano i presupposti a quanto pare per costruire una vera moschea, di regolarizzare i nostri centri culturali, già attivi qui nel territorio ed esistenti da più di vent’anni. Dopo vent’anni, invece, al posto della regolarizzazione è arrivata questa bufera che li considera non in regola e abusivi».
Qual è la storia di questi centri culturali?
«Sono centri attivi sul territorio da molto tempo, nei quali si svolgono attività socioculturali. Nell’arco delle attività è normale che ci possano essere anche momenti di preghiera: si tratta dei comuni 5 momenti di preghiera giornalieri, che durano all’incirca 10 minuti l’uno nell’arco di ogni giornata, e dopo i quali si riprende l’attività socioculturale in cui si era impegnati prima della breve pratica religiosa. Ci siamo trovati molto spesso anche insieme alla comunità cristiana, per degli incontri di dialogo con la chiesa della Città Marghera, la chiesa della Resurrezione. Ci ritroviamo per discutere e, quando è il momento, interrompiamo brevemente l’attività di dialogo e facciamo le nostre preghiere in una saletta predisposta dal parroco. Dopodiché, riprendiamo l’attività di dialogo, ma questo non trasforma certamente la chiesa in moschea. Così i nostri centri culturali sono centri nei quali, per diritto costituzionale, a volte si prega. L’abbiamo fatto in varie occasioni, anche in varie sale in cui facciamo dei convegni o eventi. Il punto sta nel fatto di capire che c’è un’esigenza, quella di rispettare la preghiera della propria fede religiosa, che non è da prendere di mira per creare propaganda, soprattutto elettorale. Pregare è una necessità che non nuoce a nessuno: se io lavoro e sono di fede musulmana, ho il mio diritto di occupare quei 5 minuti di pausa, non essendo magari fumatore, andando a pregare in quel momento».
Qual è quindi la polemica legata ai centri culturali islamici?
«Inizialmente la polemica era legata al fatto che si trattasse di centri che spesso si trovavano in zone abitate, per esempio al piano terra di un condominio. In un certo modo, quindi, potevano dare fastidio a causa del flusso di persone che entravano e uscivano. Attualmente, però, quasi tutti i centri culturali si trovano nella prima periferia della città e sono abbastanza distaccati dal centro. È un peccato perché il diritto non prevede che una religione per essere applicata debba uscire fuori dal centro delle città: la fede e la vita quotidiana devono andare in parallelo, non devono essere esclusi, fuori dalla vita di tutti i giorni e dai luoghi in cui si svolge. Ad ogni modo, comprendevamo benissimo come, soprattutto la preghiera del mattina – quella dell’alba – e la preghiera notturna, potessero creare disagio per il rumore».
(da agenzie)

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IL “WASHINGTON POST” HA VERIFICATO LE FOTO PUBBLICATE DAI MEDIA IRANIANI: GLI ATTACCHI DEL REGIME DI TEHERAN HANNO DANNEGGIATO O DISTRUTTO ALMENO 228 STRUTTURE NEI SITI MILITARI AMERICANI IN MEDIORIENTE (HANGAR, CASERME, DEPOSITI, AEREI, APPARECCHIATURE)

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ATTACCHI AEREI HANNO COSTRETTO I COMANDI USA A TRASFERIRE IL PERSONALE IN SITI FUORI DALLA PORTATA DEL FUOCO DEI PASDARAN

Le immagini satellitari mostrano che l’Iran ha colpito molte più infrastrutture militari statunitensi di quanto riportato. E’ quanto scrive il Washington Post. Le immagini pubblicate dai media iraniani affiliati allo Stato e verificate dal Washington Post, scrive il quotidiano Usa, mostrano danni ad almeno 228 strutture o attrezzature in siti militari statunitensi.
Gli attacchi iraniani hanno danneggiato o distrutto almeno 228 strutture o equipaggiamenti legati a siti militari americani sparsi in Medio Oriente dall’inizio della guerra, colpendo hangar, caserme, depositi di carburante, velivoli e apparecchiature radar, comunicazioni e difesa aerea.
Il Washington Post da conto di un’analisi svolta sulle immagini satellitari da cui emerge che l’entità dei danni è di gran lunga superiore a quanto pubblicamente ammesso dal governo degli Stati Uniti o precedentemente riportato.
La minaccia di attacchi aerei ha reso alcune basi americane nella regione troppo pericolose per essere presidiate ai livelli abituali: di conseguenza, all’inizio del conflitto, il 28 febbraio, i comandi Usa hanno trasferito la maggior parte de
personale dei siti più esposti fuori dalla portata del fuoco iraniano, secondo quanto riferito da funzionari ufficiali.
Sette militari americani, ad esempio, hanno perso la vita in attacchi di Teheran alle strutture Usa, di cui sei in Kuwait e uno in Arabia Saudita, e oltre 400 soldati hanno riportato ferite entro la fine di aprile, come ha comunicato il Pentagono. Malgrado la maggior parte dei feriti sia rientrata in servizio nel giro di pochi giorni, almeno 12 hanno riportato lesioni classificate come gravi dai funzionari militari, secondo quanto riferito da fonti ufficiali statunitensi.
(da agenzie)

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SONIA ALFANO LASCIA POLEMICAMENTE AZIONE, A CUI AVEVA ADERITO DUE ANNI FA: “NON C’È DISCUSSIONE, NÉ CONFRONTO DEMOCRATICO. SI FANNO SCELTE FUORI DA OGNI CONDIVISIONE. CON L’INDICAZIONE DEL SINDACO DI SIRACUSA, FRANCESCO ITALIA, A COMMISSARIO REGIONALE SI RIPOSIZIONA IL PARTITO NELL’AREA DEL CENTRODESTRA. NON POTEVO FARE PARTE DI QUESTO MECCANISMO”

Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTACCO A CALENDA: “NON MI HA NEANCHE RISPOSTO AL TELEFONO” – L’EX EUROPARLAMENTARE POTREBBE ADERIRE AL PARTITO “CONTROCORRENTE” DELL’EX IENA ISMAELE LA VARDERA

Sonia Alfano lascia polemicamente Azione di Carlo Calenda e sembra destinata ad approdare in Controcorrente Ismaele La Vardera. Un amore tradito secondo la ex presidente della Commissione antimafia europea.
“Non c’e’ discussione, ne’ confronto democratico”, accusa, “si negano al telefono e si fanno scelte fuori da ogni condivisione. Con l’indicazione del sindaco di Siracusa, Francesco Italia, a commissario regionale si riposiziona il partito nell’area centrista del centrodestra. Non potevo fare parte di questo meccanismo.
Anche molti altri responsabili regionali del Dipartimento legalita’ pensano come me che cosi’ non si puo’ continuare”. Nel corso della conferenza stampa a Palazzo dei Normanni era presente anche l’ex Iena La Vardera, che l’ha invitata a fare ingresso nel suo partito: “Puo’ essere la tua casa naturale”, ha detto il candidato alla presidenza della Regione. “Mi sono presa un po’ di tempo per decidere”, e’ stata la risposta di Sonia Alfano, figlia di Beppe Alfano, il giornalista ucciso dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina)
Sonia Alfano lascia Azione, aveva aderito al partito due anni fa ed è stata a capo del dipartimento legalità. “Era un passaggio necessario, chiudo un capitolo fondamentale della mia vita, un momento che avrei voluto condividere prima con Carlo Calenda, ma che non mi ha neanche risposto al telefono – dice Alfano.
Ho lavorato per anni, da sola, nella costruzione di un partito ed è stata un’esplosione bellissima, che però devo mettere da parte perché la coerenza viene prima di tutto. Ed è proprio per coerenza che oggi io, insieme a tanti dirigenti e attivisti che hanno sostenuto questo progetto fin dall’inizio, abbiamo deciso di fare un passo indietro.
Non ho più visto nel partito quei valori e quella linearità che ci avevano convinto ad aderire. Sono state abbandonate battaglie fondamentali che avevano alimentato speranze ed entusiasmo”. E aggiunge: “Sono lusingata dai numerosi contatti ricevuti in queste ore da tanti partiti, segnali che testimoniano la validità del lavoro svolto.

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