Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
I GIUDICI DELLA CORTE DEL LUSSEMBURGO SI SONO ESPRESSI SU UNA CAUSA ORIGINATA DA UNA CONTROVERSIA TRA UN RIFUGIATO RESIDENTE NEL NOSTRO PAESE E L’INPS
Il requisito di residenza di dieci anni previsto per i rifugiati in Italia che intendessero
percepire il reddito di cittadinanza costituisce una “discriminazione indiretta” nei confronti dei beneficiari di protezione internazionale. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Ue, in una causa originata da una controversia tra un rifugiato residente in Italia e l’Inps.
A un cittadino straniero beneficiario di protezione sussidiaria in Italia era stato revocato il reddito di cittadinanza, dopo che un controllo amministrativo ha rivelato che non soddisfaceva il requisito della residenza da almeno dieci anni nel territorio nazionale previsto dal diritto italiano.
L’uomo ha contestato la decisione davanti a un giudice italiano, il quale ha chiesto alla Corte di Giustizia di stabilire se il requisito costituisse una discriminazione indiretta nei confronti degli stranieri.
La Corte dichiara che la concessione del reddito di cittadinanza rientra nel principio di uguaglianza tra i beneficiari di protezione internazionale e i cittadini nazionali in materia sia di accesso all’occupazione sia di diritto a un reddito minimo. Sebbene il requisito sia applicato allo stesso modo a tutti gli interessati, incide principalmente sugli stranieri.
Questa disparità di trattamento non è giustificata dal fatto che la concessione del reddito di cittadinanza implica, secondo il governo italiano, un onere amministrativo ed economico significativo. Per i giudici di Lussemburgo, costituisce quindi una discriminazione indiretta vietata dal diritto dell’Union
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
“ANDRÒ A VENEZIA E VISITERÒ IL PADIGLIONE ITALIA ENTRO MAGGIO. NON SO SE CI SARÀ BUTTAFUOCO, MAGARI AVRÀ ALTRO DA FARE”… LA STAFFILATA A SALVINI: “ “PENSAVO FACESSE AUTOCRITICA, PER SCUSARSI DEL FATTO CHE FREQUENTA POCO IL SUO MINISTERO”
La Biennale di Venezia “è autonoma e autonomamente sbaglia”. Lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, a Sky Tg24 live in Roma. “Si doveva parlare di arte e – ha proseguito – si sta parlando di arte di regime, cioè della Russia putinista che è presente a Venezia dopo quattro anni per un accordo fatto alle spalle del governo.
Non siamo d’accordo, ma la Biennale è autonoma. E la decisione ha innescato delle reazioni. Se fin dal principio avessimo potuto conoscere i termini della questione, avremmo potuto metterla al tavolo di un negoziato per il cessate il fuoco e magari avremmo ottenuto qualcosa come la liberazione di bambini rapiti dai russi in Ucraina.
Non potrà avvenire, quindi spero che ci lasceremo il tutto alle spalle e che torneremo a parlare di arte nella splendida Venezia”, ha aggiunto Giuli.
Pochi giorni fa “ho scritto un messaggio di dissenso affettuoso” al presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco “ma non ho ricevuto risposta”, ha fatto sapere il ministro. Buttafuoco “è stato illuminato dal cono di luce mediatico a discapito della verità delle cose, che è abbastanza brutta”, ha aggiunto Giuli. “Entro maggio andrò a Venezia e visiterò il Padiglione Italia” per “rendere onore all’arte italiana e all’Italia”.
È stato “inopportuno portare fino Venezia” le parole pronunciate dal Presidente della Repubblica in occasione della presentazione dei David di Donatello al Quirinale. Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, commenta le affermazioni del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, intervenendo a Sky Tg24 Live in Roma.
Secondo Giuli, “questo è un aspetto di sgrammaticatura”. Resta, ha aggiunto poi il ministro, che “la Russia putinista è presente a Venezia grazie ad un accordo fatto alle spalle del governo aggirando le sanzioni”.
“Andrò a Venezia e visiterò il Padiglione Italia” e “andrò entro maggio a rendere onore all’arte italiana e all’Italia “. Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma. “Non so se ci sarà Buttafuoco, magari avrà altro da fare” ha detto poi il ministro aggiungendo poi di aver scritto al presidente della Biennale: “Io gli ho scritto il mio dissenso rispettoso e non ho ricevuto risposta”.
“Non so se” quando andro’ a Venezia per visitare il Padiglione Italia “ci sara’ Buttafuoco che magari avra’ altro da fare. Quello che posso dirvi e’ che l’aspetto personale e’ stato fin troppo illuminato dal cono di luce mediatico a discapito della verita’ delle cose che e’ abbastanza brutta. Io gli ho scritto l’ultimo messaggio venerdi’ scorso, un messaggio di dissenso affettuoso e non ho ricevuto risposta. Cosi’ siamo rimasti, ma adesso guardiamo avanti”. Lo ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma.
“Quando ho visto quel post l’ho frainteso e ho pensato ‘è Salvini che fa autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero’. Invece non era un’autocritica sul suo assenteismo”.
Così il ministro della Cultura Alessandro Giuli commentando, nel corso della diretta Live In Roma su Sky, il post di Matteo Salvini che ieri ha pubblicato il commento sull’assenza del ministro alla vernice della Biennale Arte (“gli assenti hanno sempre torto, viva l’arte libera e coraggiosa!”, aveva scritto il vicepremier). “Rispetto la sua posizione che è una posizione condivisa da tante altre persone -ha aggiunto Giuli – Non mi pare un caso importante il fatto che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso ma della ‘disinformatia’”.
“Se fin dal principio avessimo potuto conoscere i termini della questione avremmo potuto metterla al tavolo del negoziato per il cessate il fuoco e magari ottenuto qualcosa come la liberazione di bambini rapiti da russi in Ucraina. Ciò non potrà avvenire e quindi spero che tutto questo ce lo lasceremo alle spalle per tornare a parlare di arte nella splendida Venezia”.
Così il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma dove a proposito dell’occasione mancata della Biennale ha aggiunto: “Si doveva parlare di arte e si sta parlando di arte di regime, della Russia putinista che è presente a Venezia dopo quattro anni per un accordo fatto alle spalle del governo. Non siamo d’accordo, ma la Biennale è autonoma”.
“Le soprintendenze sopravviveranno sia a Matteo Salvini che a me”. È questo “il risultato” della “dialettica” che si è svolta in Consiglio dei ministri in occasione della discussione del piano casa, ha detto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, intervenuto a Sky Tg24 Live in Roma dove ha commentato anche il post del vicepremier della Lega sulla Biennale (“Gli assenti hanno sempre torto.
Viva l’arte libera e coraggiosa!”). “Quando ho visto quel post l’ho frainteso; ho pensato avesse fatto autocritica, dopodiché ho capito che non era autocritica sul suo assenteismo. Ma rispetto la sua posizione”, ha spiegato Giuli, e “non ritengo importante il fatto che lui prediliga la Biennale della disinformatia” a quella “del dissenso”. Quanto alla lite in Cdm “il governo sta bene e quello con Salvini è un episodio: il piano casa è buono, conteneva un articolo sbagliato che andava eliminato. C’è stata una dialettica in Cdm, c’è stata la mediazione anche della premier. Il risultato è che le soprintendenze sopravviveranno sia a Matteo Salvini che a me”.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ANGELO BONELLI, LEADER DEI VERDI: “BASTA QUERELE TEMERARIE”, VITTORIO DI TRAPANI, PRESIDENTE DELLA FNSI: “INVECE DI QUERELARE DAGOSPIA, IL GOVERNO POTREBBE FARE LUCE SU CHI E PERCHÉ HA SPIATO ROBERTO D’AGOSTINO E ALTRI 2 GIORNALISTI ITALIANI: ATTENDIAMO RISPOSTA DA OLTRE 1 ANNO”… NARDELLA: “PRIMA DI QUERELARE ESISTE DIRITTO REPLICA, SOLIDARIETA’ A BERLINGUER E DAGOSPIA”
“Piena solidarietà a Dagospia e al suo fondatore Roberto D’Agostino. La querela di
Piantedosi contro un sito di informazione è un atto che colpisce l’intero sistema della stampa libera, non solo chi ne è diretto destinatario. Questo esecutivo di destra sta mostrando un’insofferenza sempre più evidente verso chi fa informazione. Querelare chi esercita il diritto-dovere di raccontare i comportamenti di chi detiene il potere non è difesa della propria reputazione: è un attacco alla democrazia. Basta con le querele temerarie contro la stampa”. Così Angelo Bonelli, deputato AVS e co-portavoce di Europa Verde.
Vittorio Di Trapani: “Con la querela del Ministro dell’Interno a Dagospia, il governo italiano consolida ancora di più il suo primato di governo europeo che ha scagliato più querele contro i giornalisti. E così si spiega anche il ritardo nel recepimento della Direttiva Ue contro le querele temerarie, e la volontà di intervenire solo su quelle transfrontaliere, lasciando libertà di querela bavaglio in Italia. Piuttosto, invece di querelare Dagospia, il governo potrebbe fare luce finalmente su chi e perché ha spiato Roberto D’Agostino e altre 2 giornalisti italiani: attendiamo risposta da oltre 1 anno.
”La mia solidarietà a Bianca Berlinguer e al sito Dagospia per le querele ricevute dai ministri Nordio e Piantedosi. Soprattutto se si è in una posizione di potere, non si può reagire così di fronte a chi esercita il diritto di informazione. Anche io sono stato oggetto di critica da parte di Dagospia in passato e non per questo ho sporto querela, limitandomi a chiarire la dinamica dei fatti. Siamo in un Paese democratico e prima della querela esiste il diritto di replica”. Così l’eurodeputato Pd, Dario Nardella, in una nota.
“Ci sono già stati ministri dell’interno che danno querela a un sito di informazione? Qualcosa davvero non va…”. Lo scrive sui social l’ex ministro del Lavoro ed esponente Pd Andrea Orlando
“Per coprire i propri fallimenti, adesso il governo se la prende con la libera stampa. Dopo la denuncia a Bianca Berlinguer, ora un altro ministro, Matteo Piantedosi, denuncia Dagospia. Siamo davanti a una situazione estremamente grave, con esponenti dell’esecutivo che continuano a dichiarare guerra all’informazione che non fa altro che svolgere il proprio lavoro”. Lo dichiara Stefano Graziano, capogruppo del Pd in Commissione di Vigilanza Rai. “Non è un caso che soltanto pochi mesi fa il governo abbia deciso di non recepire pienamente la direttiva europea anti-SLAPP, nata proprio per impedire le ingerenze della politica nelle
scelte della stampa e per contrastare le pressioni esercitate attraverso le denunce temerarie. A Dagospia va la nostra piena solidarietà”, aggiunge
“È estremamente grave – conclude – che da quando il governo Meloni è in carica l’Italia abbia già perso 15 posizioni nella classifica internazionale sulla libertà di stampa: un dato che non può essere considerato casuale”.
Oggi è scattato l’obbligo di recepire in tutta Europa la direttiva Ue Anti Slapp (2024/1069), che tutela i giornalisti dalle azioni legali intimidatorie, come le querele temerarie da parte di chi esercita un rilevante potere politico o economico. Un esordio che l’Italia è riuscito a macchiare con la querela annunciata dal ministro Piantedosi alla testata d’informazione online Dagospia per gli articoli pubblicati sulla vicenda della presunta amante Claudia Conte.
A dirlo è il vice capo delegazione del Movimento 5 Stelle nell’Eurocamera, Gaetano Pedullà, che oggi è intervenuto in Commissione Libe del Parlamento europeo, chiedendo al commissario per la Democrazia, la Giustizia, lo stato di diritto e la protezione dei consumatori, Micheal McGrath, di non sottovalutare oltre la pericolosa situazione dell’informazione italiana. Una situazione, ha aggiunto Pedullà, peraltro aggravata da una totale inadempienza rispetto all’Emfa, un’altra direttiva già in vigore da quasi un anno, che obbliga a riformare la governance del servizio pubblico radiotelevisivo.
McGrath si è impegnato a fare nuove pressioni sui governi dei 27 Stati Ue affinché si adeguino alle direttive comunitarie, con particolare attenzione su quella Anti Slapp, che non può restare limitata all’attuale raggio delle azioni legali temerarie transfrontaliere, ma va estesa agli abusi nei singoli Paesi. “E la querela a Dagospia per aver raccontato con il solito coraggio e dovizia di particolari una vicenda dall’evidente interesse pubblico è il peggiore segno di arroganza, oltre che di mancanza di tempismo, del ministro Piantedosi”, ha concluso Pedullà.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DE ANGELIS: “È LA FOTOGRAFIA DEL PUNTO ESATTO IN CUI SI TROVA GIORGIA MELONI, COME PARABOLA E STATO D’ANIMO. IL PUNTO È POLITICO E RACCONTA DI UN POTERE CHE SI PERCEPISCE IN UNO STATO DI MINACCIA ESISTENZIALE. HA A CHE FARE, SEMPRE NELL’OSSESSIONE DI MARINA BERLUSCONI, COL TIMORE CHE IN CORSO D’OPERA FORZA ITALIA SI SFILI, PENSANDO APPUNTO AL PAREGGIO”
Certo, colpisce che, in un momento come questo, sia stato convocato un vertice a palazzo Chigi, in pompa magna, per discutere non solo di nomine (con scarso successo) ma anche di legge elettorale. Non proprio una priorità oggettiva, in un mondo sulle montagne russe, tra crisi geopolitiche che si avvitano e blasfemie trumpiane sul Santo Padre.
Peraltro, in un momento assai delicato per il governo, appunto per gli effetti domestici di Caoslandia, dai soldi che mancano sulla benzina alla trattativa in salita con l’Europa sul Patto di Stabilità. E – mica dettagli – alla vigilia di un delicato incontro di Giorgia Meloni col segretario di Stato Marco Rubio.
Che verrà in Italia anche per sottoporla a un rigoroso esame di trumpismo dopo Sigonella e dopo la scomunica ricevuta per aver difeso il Papa. Insomma, per verificare «con chi sta».
Ecco, sorprende: in questo contesto, che reclama massicce dosi di politica e visione, si è parlato di legge elettorale, come se fosse una “priorità”. È la fotografia del punto esatto in cui si trova Giorgia Meloni, come parabola e stato d’animo.
Qui non c’entrano soglie di sbarramento, codicilli, premi di maggioranza e tecnicalità varie. Il punto è politico e racconta di un potere che si percepisce in uno stato permanente di minaccia esistenziale e, invece di rilanciare la contesa sul terreno del messaggio e delle idee, si acconcia (o quantomeno ci prova) su un’altra strada: la modifica delle regole. Per inciso: dopo che, proprio forzando su una riforma, è stato appena bocciato nelle urne.
È doppia la minaccia esistenziale percepita. Innanzitutto col paese, dopo la sconfitta referendaria vissuta come un avviso di sfratto, con buona pace di chi soloneggiava che un pronunciamento del popolo sulla principale riforma del governo non avesse effetti.
Ma anche al proprio interno, nella dinamica di una coalizione dove lo schema del “one woman show” si è inceppato sulla via che da palazzo Chigi arriva a Cologno Monzese. E aleggia l’ombra di un’altra leadership in campo, pur senza “discesa”: quella di Marina Berlusconi, la più temuta.
Per Giorgia Meloni la legge elettorale, in assenza di un “nuovo inizio” politico, di questa doppia minaccia rappresenta l’esorcismo. Ha a che fare col risultato, sia esso l’eventuale sconfitta sia esso il famoso pareggio, non impossibile con la legge attuale, che farebbe nascere il governo in Parlamento, darebbe margini di manovra alla nuova Forza Italia di Marina e addio palazzo Chigi.
E ha a che fare, sempre nell’ossessione di Marina, col timore che in corso d’opera Forza Italia si sfili, pensando appunto al pareggio.
Sia come sia, l’andazzo ricorda tanto «quelli che c’erano prima», tanto vituperati nella fase dell’assalto al cielo. Più o meno tutti, temendo il peggio, hanno ceduto alla tentazione di mettere mano alle regole. C’è chi ci è riuscito e chi no. In ogni caso la discussione non ha mai portato bene.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL VERTICE CON XI JINPING DEL 14 MAGGIO IMPONE A TRUMP DI TROVARE UN ACCORDO CON L’IRAN ENTRO LA PROSSIMA SETTIMANA
Facciamo finta che la guerra tra Usa e Iran finirà davvero settimana prossima, come
haannunciato ieri Donald Trump. Se davvero accadrà, finirà con il regime iraniano ancora in piedi, più repressivo di prima e desideroso di prendersi una vendetta su donne e giovani che hanno davvero creduto Trump li volesse liberare.Finirà con l’Iran che si prende un pedaggio sul passaggio delle navi dallo stretto di Hormuz, che prima non aveva.
Finirà con la Russia che si prende l’uranio arricchito iraniano, e con Putin che diventa di fatto il garante della stabilità globale, con buona pace dell’Ucraina e delle sanzioni europee.
Finirà con Netanyahu che otterrà tutto quel che vuole da Trump per accettare un cessate il fuoco in Libano, precondizione agli accordi di pace tra Washington e Teheran, dopo aver di fatto costretto Trump a imbarcarsi in una missione suicida e aver portato il mondo sull’orlo della catastrofe economica.
Finirà con gli Stati Uniti che hanno rotto i rapporti con tutti i Paesi europei e con il Vaticano, rapporti che Marco Rubio oggi cercherà faticosamente di ricucire, in attesa della prossima sparata di Trump.
Finirà con la Cina che attende silenziosa che arrivi il 14 maggio, giorno in cui si terrà l’incontro tra Xi e Trump, il primo in 9 anni, rinviato di un mese e mezzo perché Trump non poteva presentarsi in Cina nel mezzo del disastro di Hormuz.
Finirà alle condizioni di Teheran, perché Trump non può può permettersi di arrivare a Pechino senza un accordo con l’Iran e non può nemmeno permettersi di rinviare di nuovo l’appuntamento col suo omologo cinese.
Finirà, soprattutto, con mezzo mondo a rischio carestia, con un blocco energetico che ha già fatto – e continuerà a fare – danni all’economia globale e con la paura che il 16 maggio, a vertice finito, la questione possa di nuovo riaprirsi.
Finirà, se davvero finirà, ma era davvero difficile devastare gli Stati Uniti e il mondo in soli due mesi e mezzo come ha fatto Trump.
Applausi a lui e a chi lo ha sostenuto, davvero.
(da Fanpage)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
ARMATI DI UNO SFOLLAGENTE TELESCOPICO ED ALTRE ARMI IMPROPRIE, HANNO PRESO DI MIRA EXTRACOMUNITARI E PERSONE SENZA FISSA DIMORA, SCELTE IN MODO CASUALE … FURONO CINQUE LE AGGRESSIONI A SFONDO RAZZIALE CONSUMATE IN UNA NOTTE DAI DUE
Armati di uno sfollagente telescopico ed altre armi improprie, fecero una vera e propria “caccia all’uomo” a Roma prendendo di mira persone di origine extracomunitaria e senza fissa dimora, selezionate in modo del tutto casuale.
Cinque le aggressioni a sfondo razziale consumate in una notte da 3 giovani, due dei quali appartenenti alla compagine giovanile di un’organizzazione militante nell’estrema destra. Perquisiti e denunciati dalla polizia. Uno di loro, minorenne, è stato sottoposto alla misura cautelare del collocamento in comunità. Trovata la spranga usata, un coltello e una copia del “Mein Kampf”.
Le aggressioni erano state compiute tutte la notte del 7 febbraio scorso nella zona della stazione Termini. L’ultima fu interrotta dall’improvviso per il sopraggiungere di alcune persone. Le vittime allo stato sono rimaste ignote.
Le indagini, condotte dagli investigatori della Digos della Questura capitolina e coordinate dai magistrati della Procura presso il Tribunale Ordinario e per i Minorenni di Roma, sono state avviate a seguito della denuncia sporta presso il Compartimento di Polizia Ferroviaria da un cittadino di origini nigeriane.La successiva e complessa attività di indagine condotta dagli investigatori della Digos della Questura capitolina ha consentito di risalire all’esatta identità dei presunti responsabili dei cinque episodi.
Nel corso delle attività di perquisizione sono stati rinvenuti anche i capi d’abbigliamento utilizzati durante le aggressioni e materiale propagandistico inerente all’ideologia di estrema destra, I tre ragazzi, sono stati denunciati, in concorso tra loro, per il reato di lesioni personali aggravate dall’odio razziale,
nonché per porto di armi e oggetti atti ad offendere. Il giovane minorenne, ha precedenti penali inerenti all’apologia del fascismo e per aver imbrattato, il 7 giugno 2025, la Sinagoga di via Garfagnana con epiteti antisemiti ed il simbolo della svastica.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DALLA TESTIMONIANZA REGISTRATA DAI MEDIA URUGUAIANI DI UN EX COMPAGNO DI MARÍA DE LOS ÁNGELES GONZÁLEZ COLINET, CHE RISULTA TUTTORA SCOMPARSA… L’UOMO, CONTRADDICENDO QUANTO AFFERMATO DAL GIUDICE, HA RIFERITO CHE, SEBBENE SIA VERO CHE IL MINORE È NATO IN UN CONTESTO DI GRAVE VULNERABILITÀ, LA MADRE HA CERCATO DI PRENDERSI CURA DI LUI DURANTE I PRIMI MESI DI VITA
La madre biologica del bambino poi adottato da Nicole Minetti si prese cura del
figliodurante i suoi primi mesi di vita. E che poi tentò di vederlo quando era nell’Inau ma le fu impedito. E’ quanto emerge dalla testimonianza registrata dai media uruguaiani di un ex compagno di María de los Ángeles González Colinet, questo il nome della donna che risulta tuttora scomparsa.
L’uomo, contraddicendo quanto affermato dal giudice, ha riferito che, sebbene sia vero che il minore è nato in un contesto di grave vulnerabilità, la madre ha cercato di prendersi cura di lui durante i primi mesi di vita.
Il testimone ha dichiarato che González Colinet “andò a trovare la bambina, ma la cacciavano via”, riferendosi a coloro che lavoravano presso il centro Inau dove si trovava il piccolo. “L’ho portata lì, e un paio di volte le hanno permesso di vederlo. Poi hanno iniziato a non farla più entrare”, ha aggiunto.
Ha anche affermato che “a causa della tossicodipendenza di González Colinet”, l’Inau chiese che le venisse tolta la custodia del bambino. “L’ho persino portata al Tribunale di Pace e se n’è andata piangendo perché il giudice non glielo ha restituito”, ha aggiunto. Secondo i registri dell’ospedale Pereira Rossell, dove il bambino è nato – scrivono i media locali – la madre è stata con il neonato per i primi otto giorni. Dopodiché, è intervenuto l’Inau e González Colinet non ha più avuto praticamente contatti continui con il figlio.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
GIORNI FA UN COLONO ISRAELIANO HA SPUTATO SULLA PORTA DI INGRESSO DELLA CATTEDRALE DI SAN GIACOMO A GERUSALEMME E POI USA IL DITO MEDIO PER FORMARE IL SIMBOLO DELLA CROCE …AD APRILE, UN SOLDATO ISRAELIANO HA COLPITO CON UNA MAZZA UNA STATUA DI GESÙ CROCIFISSO IN LIBANO. SEMPRE A GERUSALEMME, UN UOMO HA AGGREDITO LA SUORA CATTOLICA FRANCESE MARIE-REINE IN PIENO GIORNO SUL MONTE SION
Il piccolo villaggio cristiano di Debel nel sud del Libano è nuovamente al centro di un episodio di vandalismo di simboli religiosi da parte di soldati israeliani. Questa volta a diventare virale sui social, accendendo i riflettori su un fenomeno ricorrente, è l’immagine di un soldato israeliano che infila una sigaretta nella bocca di una statua della Vergine Maria. Solo tre settimane fa, sempre da Debel provenivano le immagini che avevano fatto il giro del mondo di un altro soldato israeliano intento a prendere a martellate una statua di Gesù.
Il portavoce dell’Idf ha confermato che, da un’indagine preliminare, è emerso che la foto è stata scattata nel villaggio di Debel diverse settimane fa, ma è stata condivisa online solo oggi.
Il soldato responsabile del vandalismo sulla statua di Gesù il 20 aprile scorso, insieme a quello che lo aveva fotografato, erano stati condannati a trenta giorni di detenzione e rimossi da incarichi di combattimento.
L’esercito afferma di “rispettare la libertà di culto, i luoghi sacri e i simboli religiosi di tutte le religioni e comunità” e di “non avere alcuna intenzione di danneggiare infrastrutture civili, inclusi edifici religiosi o simboli religiosi”Negli ultimi mesi, diversi episodi hanno aumentato la tensione tra Israele e la Santa Sede. Dopo i dissensi intorno alle restrizioni all’accesso al Santo Sepolcro a Pasqua durante la guerra con l’Iran, la settimana scorsa, una suora francese cattolica è stata aggredita in pieno giorno in città vecchia a Gerusalemme, un atto per cui è stato arrestato un trentaseienne israeliano nei giorni scorsi.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
AVREBBE CHIESTO A TAJANI DI APPOGGIARE LA SUA RICHIESTA…C’È UN PICCOLO (GRANDE) PROBLEMA: È INDAGATA PER IL CASO ALMASRI: CHE COSA SUCCEDE SE VA A PROCESSO? ALTRO PROBLEMA: BARTOLOZZI NON PARLA INGLESE
Giusi Bartolozzi è tornata a indossare la toga, ma potrebbe tenerla ancora davvero per
poco. L’ex capa di gabinetto del ministro Carlo Nordio, dimessasi dopo il fallimento al referendum, è tornata in ruolo come magistrata presso la corte d’appello di Roma, ma da subito sono circolate indiscrezioni sulla sua ricerca di un nuovo incarico su un fronte che non sia quello direttamente giudiziario.
Uno in particolare alletterebbe la ex zarina, portandola a trasferirsi oltre la Manica e lontana dalle tensioni nostrane: magistrato di collegamento a Londra.
La richiesta deve arrivare da un ministero al Csm, per ottenere il placet della prima commissione e poi del plenum. Il ministero della Giustizia – osservato speciale e in piena riorganizzazione dopo le sue dimissioni – non è in questo momento la porta giusta a cui bussare.
Ecco perché, secondo fonti interne, la richiesta a palazzo Bachelet dovrebbe arrivare dal ministero degli Esteri guidato da Antonio Tajani. Se tutto andrà come spera Bartolozzi, la richiesta arriverà dalla Farnesina al Consiglio (martedì si è svolta la seduta di commissione e nessuna lettera è ancora pervenuta), che poi dovrà assumersi la responsabilità di accordarle l’incarico.
Del resto, il ruolo cui la magistrata punta ha molti punti di contatto con il ministero di Tajani: il ruolo infatti prevede facilitare la cooperazione giudiziaria tra Italia e Regno Unito e le funzioni riguardano rogatorie, estradizioni, riconoscimenti di sentenze e scambio di informazioni tra procure e tribunali. Insomma, dall’ufficio passano tutti i dossier transnazionali più complessi, oltre che il rapporto con le autorità giudiziarie del Regno Unito per le indagini su reati di criminalizzata.
La richiesta di un incarico fuori ruolo a Londra di Bartolozzi a cui la Farnesina sta pensando, tuttavia, rischia di incontrare molti problemi, sia politici che pratici.
Anche perché, sostengono fonti di via Arenula, l’ex capa di gabinetto non parla inglese. Lo starebbe studiando, ma per un incarico di tale responsabilità servirebbe quantomeno la padronanza fluente della lingua.
Un premio politico a Bartolozzi, invece, sarebbe molto complicato da giustificare dopo le sue dimissioni “forzate” e richieste su forti pressioni addirittura di palazzo Chigi.
Il fatto che la richiesta di questo nuovo incarico possa passare dalla Farnesina, poi, è il segnale di una sua cesura definitiva con il mondo di Fratelli d’Italia, cui lei era molto legata grazie allo stretto rapporto con l’ex sottosegretario Andrea Delmastro.
Tanto che, prima del referendum, si favoleggiava di un seggio per lei sicuro in Sicilia. Invece, secondo fonti del ministero, Bartolozzi starebbe cercando buoni uffici presso il suo ex partito, visto che il ministero è guidato dal leader di Forza Italia, con cui era stata eletta alla Camera e che lei aveva lasciato nel corso della passata legislatura per traslocare al gruppo misto.
Nel caso in cui la richiesta del ministero degli Esteri arrivasse al Csm, si aprirebbero anche una serie di problemi di natura tecnica. Il Consiglio che ha appena rimesso in ruolo Bartolozzi, infatti, dovrebbe prendere in considerazione la sua nomina all’estero nel momento in cui la toga risulta ancora indagata per il caso Almasri.
Ora il fronte penale è fermo, in attesa che si risolva il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera nei confronti della procura di Roma davanti alla Corte costituzionale. Bartolozzi, infatti, è indagata per false informazioni al pubblico ministero e, se la Consulta stabilisse che la competenza sul suo caso spetta al tribunale dei ministri e non ai magistrati romani, l’autorità giudiziaria dovrà chiedere un’autorizzazione a procedere a Montecitorio dagli esiti scontati, come già avvenuto per i ministri coinvolti nel caso e “scudati”.
Se così non fosse, invece, l’ex capa di gabinetto ora tornata in toga rischia di trovarsi imputata in un procedimento penale e questo si tradurrebbe anche nell’apertura di un procedimento disciplinare a suo carico al Csm.
In altre parole, nel caso di richiesta della Farnesina, ai consiglieri del Csm si porrà il dilemma di accordare o meno un incarico fuori ruolo a Bartolozzi, nelle more in cui si attende di sapere se sarà o meno rinviata a giudizio.
Dal punto di vista generale, la prima commissione in genere accorda sempre le richieste che provengono dai ministeri sulla base del principio di leale collaborazione e, di norma, eventuali preclusioni a nuovi incarichi scattano per le toghe nel momento in cui vengono colpite da sentenze di condanna. Non il caso di Bartolozzi, che in caso di rinvio a giudizio comunque avrebbe davanti un iter processuale ancora da cominciare.
(da agenzie)
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