Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
DA UN’INCHIESTA DELLA PROCURA DI ROMA, CHE HA PORTATO A 21 ARRESTI, È EMERSO CHE NEL PENITENZIARIO ENTRAVANO CELLULARI CRIPTATI, UTILIZZATI PER ORDINARE SPEDIZIONI DI STUPEFACENTI E DISPORRE RAPIMENTI
«Qui è un grand hotel». È una frase pronunciata l’8 novembre, al telefono, a rivelare ciò che accade nel carcere di Rebibbia, dove Giuliano Cappoli riusciva a gestire il suo giro d’affari anche quando era detenuto e a decidere le sorti dei detenuti anche quando era libero.
Uno spaccato che emerge dall’inchiesta con cui la procura ha interrotto una faida tra famiglie criminali, arrestando 21 persone. A quanto pare, nel più grande penitenziario di Roma circolano più cellulari che in un negozio di telefonia.
E in quei periodi, da una cella, Cappoli parlava del sequestro di una persona o dei tentativi di importare 170 mila euro di “fumo” dalla Spagna. Ed era al corrente dell’aggressione avvenuta a Barcellona contro un ragazzo albanese
«Nel periodo in cui eravamo detenuti lui comunicava con Manuel Grillà – dice il pentito Fabrizio Capogna – vidi la foto sul telefono, di un signore anziano sequestrato che, se non sbaglio, era il padre della persona che aveva con loro il debito di droga. Vidi anche la foto di un uomo a terra che era stato accoltellato in Spagna». Tutte immagini poi trovate nei cellulari criptati dai carabinieri del Nucleo investigativo.
Quando era detenuto parlava con l’esterno e, quando era libero, discuteva con i detenuti, sempre «facendo ricorso a telefonini criptati che evidentemente non hanno alcuna difficoltà a fare ingresso nelle case circondariali», si legge.
È a lui, ad esempio, che si rivolge Valerio Del Grosso – il killer di Luca Sacchi, il personal trainer ucciso per difendere la fidanzata invischiata in un affare di droga – quando ha un problema in carcere: «Ieri me chiama dal carcere di Rebibbia…Del Grosso…Valerio no siccome che ce sta uno là sopra, n’albanese…», dice Cappoli al telefono spiegando la soluzione: «Me faccio aprì dall’assistente vado su e lo pio… ce metto n’attimo proprio».
Un’altra conversazione è con Alessandro Capriotti, “Er Miliardero”, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti dell’omicidio di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli. Cappoli chiede all’uomo «di interessarsi, per far spostare all’interno della sezione dove si trova un suo amico». «Capriotti – scrivono gli investigatori – rassicura Cappoli sul fatto che interverrà sul personale della polizia penitenziaria per assicurare al detenuto l’allocazione desiderata».
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
CHI INVESTIRÀ? AL MOMENTO UN FONDO DI INVESTIMENTO, FINANZIATO DALLA PUBBLICA CASSA DEPOSITI E PRESTITI CON IL FONDO SOVRANO DEGLI EMIRATI ARABI, MUBADALA INVESTMENT (COINVOLTO DAL PREZZEMOLONE MARIO ABBADESSA, EX RESPONSABILE DI “HINES” IN OTTIMI RAPPORTI CON IL CAPO GABINETTO DI MELONI, GAETANO CAPUTI)
Commissioni di gestione milionarie, fino a 30 milioni secondo fonti finanziarie, e
possibile bonus, se tutto andrà bene, a otto zeri (si parla di 300 milioni). Sono alcuni dei numeri dei potenziali profitti privati della gamba finanziaria del Piano casa del governo Meloni, il cui impianto legislativo è stato approvato la scorsa settimana.
Quel che non è stato pubblicizzato sono i dettagli tecnici della parte “privata”. Il decreto legge punta in un anno a rimettere in sesto 60mila vecchie “case popolari”: il ministero delle Infrastrutture di Matteo Salvini spenderà 1 miliardo.
L’altra parte riguarda i “100mila alloggi in 10 anni” annunciati dalla premier Giorgia Meloni. Si chiama Affordable housing, la fascia più redditizia […]: non famiglie in difficoltà ma ceto medio a cui affittare case a prezzi (un po’) inferiori al mercato, magari da riscattare (rent to buy).
Il decreto li codifica in “piani di edilizia convenzionata”, con un commissario ad hoc e procedure in deroga semplificate per i fondi esteri, a patto che i progetti siano miliardari e che il 70% degli alloggi venga affittato o venduto con sconto del 33% sul mercato (con un vincolo a 30 anni).
§Sul restante 30% ci si potrà mettere d’accordo coi Comuni per aumentare il guadagno.
Chi investirà? La forma qui è un puro fondo di investimento, finanziato dalla pubblica Cassa Depositi e Prestiti con il Fondo sovrano degli Emirati arabi, Mubadala Investment.
Ad aver coinvolto Mubadala è stato Mario Abbadessa, ex responsabile Italia di Hines, colosso Usa impegnato in grandi progetti immobiliari tra Roma, Milano e Firenze. È ad Abbadessa che il governo affida le chiavi dell’operazione.
L’input è arrivato da Palazzo Chigi, dove Abbadessa conta sui buoni rapporti col capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi, che ha presenziato – caso rarissimo – alla conferenza stampa per l’approvazione del decreto (restando muto).Al momento prevede che Cdp, che amministra il risparmio postale, investa poco più di 400 milioni, Mubadala circa 500, ma con l’impegno a salire. […] Il fondo sarà lussemburghese, piattaforma di investimento e società di advisor è di Abbadessa e di altri ex manager Hines, Andrea Imperatore e Francesca Orlandini.
La società deve produrre un rendimento agli investitori e incassare commissioni. Per queste ultime, fonti finanziarie parlano di un 2% totale su un investimento ipotizzato in partenza tra 1,2 e 1,5 miliardi.
Si sa che Cdp avrebbe contrattato commissioni dello 0,75% sulla sua quota a salire all’1% del capitale investito quando partiranno i progetti: si arriva a 3 -4 milioni l’anno per anni e la quota dei “privati” sarà più alta.
È poi previsto un bonus a fine investimento (cosiddetto carry) per la quota che eccederà un rendimento dell’8%: di questa somma, l’80% andrà agli investitori, il resto ad Abbadessa&C. Il senatore Federico Fornaro ha chiesto con un’interrogazione al Tesoro, che controlla Cdp, perché non si è fatta una gara pubblica, ma senza ottenere risposta.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
A FARGLI COMPAGNIA, TRE MANAGER DELLA PRIMA LINEA: SIMONE UNGARO (STRATEGIA E INNOVAZIONE), CARLO GUALDARONI (L’ALTRO CONDIRETTORE GENERALE) E FILIPPO MARIA GRASSO (CAPO DEGLI AFFARI ISTITUZIONALI)
Molto risicata la differenza di voti ottenuta tra le due liste presentate, quella del Mef e quella dei gestori dei fondi di investimento: nel dettaglio, si legge in una nota di Leonardo, la lista di maggioranza del Mef ha ottenuto il 50,097% del capitale presente in assemblea mentre quella di minoranza dei fondi di investimento ha ottenuto il voto favorevole del 49,481% del capitale presente.
Nell’ultimo giorno alla guida di Leonardo, Roberto Cingolani saluta l’azienda di cui ha assunto il timone ormai tre anni orsono consegnando al suo successore designato – Lorenzo Mariani, attuale managing director di Mbda Italia, la cui nomina sarà ufficializzata già oggi dal cda dopo l’assise dei soci – un gruppo in salute che, come ha ricordato ieri nel corso di un briefing con alcune testate nazionali e internazionali, ha visto crescere la capitalizzazione di mercato «da 4,6 a oltre 34 miliardi di euro» e la cui solidità è riflessa nella trimestrale: si è chiusa con un balzo degli ordini (+30,7%, a 9 miliardi) e con una decisa crescita anche dell’utile netto adjusted (+60%, a 184 milioni), dell’Ebita (+33%, a 281 milioni), nonché dei ricavi, a quota 4,4 miliardi (+7%), mentre sul debito netto, salito sopra i 3 miliardi (2 miliardi in più del dato di fine 2025), ha inciso l’acquisizione di Iveco Defence.
Sono numeri che consentono di confermare le guidance comunicate a marzo nell’aggiornamento del piano industriale, con il quale si stima un livello più che significativo per ricavi (circa 21 miliardi), ordini (circa 25 miliardi) ed Ebita (circa 2,03 miliardi) e su cui ora dovrà esercitarsi il futuro management
Nell’incontro di ieri con la stampa Cingolani detta un messaggio chiaro sulla mossa del Governo di non riconfermarlo. «Il motivo? Non è necessario capirlo. Le istituzioni decidono e io non contesto mai queste decisioni», dice senza tentennamenti.
Quanto al passaggio di testimone, non si aspetta, dirà più volte, rivoluzioni.
Ma qualche primo cambiamento nella struttura organizzativa sta già scattando. Perché, nel frattempo, sono in procinto di lasciare il gruppo i tre manager forse più vicini a Cingolani: Simone Ungaro, condirettore generale per la strategia e l’innovazione, Carlo Gualdaroni, l’altro condirettore generale con delega al business, e Filippo Maria Grasso, chief Corporate Bodies & Institutional Affairs Officer.
È uno snodo centrale per lo sviluppo della strategia firmata dall’ormai ex ad, che in questi tre anni ha assicurato a Leonardo un apprezzamento di Borsa del 420 per cento. Quanto alle mosse di Mariani e alle possibilità che riveda le sue, partendo dalle alleanze, Cingolani chiarisce che non sono frutto di relazioni personali, «ma basate sulla strategia e approvate dal board».
Ergo, lo dice senza giri di parole, «non mi aspetto un cambiamento radicale, il nuovo ceo ha lavorato con me, sono sicuro che garantiranno continuità». Ma è chiaro, e questo Cingolani lo rimarca, che i nuovi vertici «hanno piena libertà di cambiare, ma se lo faranno sarà perché è cambiato il contesto».
D’altronde, il piano è «rolling, aggiornato ogni anno».
I margini di manovra del nuovo ceo, dunque, non sono in discussione.
Ma Cingolani ci tiene a evidenziare un ultimo aspetto quando, con riferimento al ruolo dello Stato nelle aziende della difesa, dice che «è giustificato perché una società potrebbe prendere decisioni inaccettabili. Tuttavia mandati troppo brevi (3 anni) non sono ideali». Servono almeno 5 «vista la complessità e i tempi lunghi del settore difesa». Una sponda non da poco a chi, tra breve, assumerà il timone.
(da Sole24Ore)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
IL POLITICO RUSSO NADEZHDIN: “GUERRA SEMPRE MENO POPOLARE, ECONOMIA IN DIFFICOLTA’, CRESCITA DELLE TENSIONI INTERNE”
“Putin non riesce più a mediare i conflitti tra le diverse componenti dell’élite: l’equilibrio
del potere in Russia si sta rompendo”. A dirlo, da Mosca, è Boris Nadezhdin, il politico pacifista che osò pensare di sfidare il presidente alle elezioni. E ne fu escluso. Nadezhdin conosce la leadership russa dall’interno. Tutte le figure chiave. Da decenni. Le sue parole sembrano dare maggiore consistenza all’ipotesi di un imminente colpo di stato, avanzata da un non meglio identificato “servizio di intelligence occidentale” e ripresa da CNN e altri media.
Il recente arresto di un alleato del segretario del Consiglio di sicurezza ed ex ministro della Difesa Sergey Shoigu, il rafforzamento delle misure di sicurezza attorno a Putin, il ridimensionamento delle celebrazioni del 9 maggio e l’aumento degli shutdown di internet sono segnali che, secondo quel report, indicano timori d golpe. E proprio Shoigu sarebbe il presunto cospiratore. Più un elenco di indizi evidenti che vera intelligence.
“Questo regime autocratico non ha futuro”, osserva Nadezhdin. Ma sulla prossimità di un rivolgimento è scettico. “Non siamo vicini. Tempi e modi di una svolta restano imprevedibili”. Fatto sta che i segnali si moltiplicano. Anche al di là delle lotte al vertice. “C’è una situazione nuova in Russia: la gente inizia a vedere un collegamento diretto tra i problemi quotidiani e la politica di Vladimir Putin”.
Inflazione. Connettività digitale alla mercé del governo. Stanchezza della guerra. Che è arrivata a casa. I droni ucraini ormai colpiscono a 1000 chilometri dal fronte. A Mosca, centrato un palazzo residenziale di lusso. Nessuna vittima. Ma l’atmosfera nella capitale è diversa da quella che in questi giorni di maggio sempre avvolgeva i preparativi della parata ideata per mostrare al mondo la potenza della Russia. Sulla via Tverskaya, niente carri armati né missili intercontinentali. Solo soldati. A piedi.
Ex parlamentare, già vicino a Boris Nemtsov – il politico assassinato nel 2015 -, Nadezhdin ha definito l’invasione dell’Ucraina “un errore disastroso”. Le lunghe file per sostenerne la candidatura alle presidenziali del 2024 non sono bastate: escluso per ragioni “tecnico-legali”. La Commissione elettorale centrale è, di fatto, espressione del Cremlino.
Boris Boreisevich, la guerra non è più qualcosa di lontano: i droni arrivano sempre più spesso in territorio russo. La percezione dell’opinione pubblica sta cambiando?
La situazione non è cambiata in modo radicale. Il governo resta in una posizione relativamente solida e il consenso per Vladimir Putin è ancora alto. Non credo a una crisi immediata del sistema.
La tendenza è però negativa, per le autorità. Dall’inizio di quest’anno vediamo un peggioramento dell’opinione pubblica. Nei sondaggi e nei focus group che conduco nel mio collegio – nella regione di Mosca – crescono i giudizi negativi sul governo. Non è ancora una situazione critica, ma la dinamica è sfavorevole.
Gli attacchi ucraini si moltiplicano, alcune città sono state colpite. La guerra sta “arrivando a casa”
Per i primi anni si è parlato di “operazione militare speciale”, e per molte famiglie era qualcosa di distante. La maggioranza sosteneva l’operazione e voleva una vittoria.
Ma la situazione ha iniziato a cambiare l’anno scorso e sta cambiando più rapidamente quest’anno. Questa guerra senza fine diventa sempre meno popolare.
Quanto pesa l’economia?
È il fattore principale. Nei nostri focus group, la prima causa di insoddisfazione è la situazione economica delle famiglie: salari bassi, pensioni insufficienti, sanità costosa.
Un esempio? La mia pensione: circa 450 euro al mese.
Poi ci sono altri problemi: le restrizioni su internet, che colpiscono soprattutto i giovani, insieme alle difficoltà nei viaggiare e il peggioramento dell’istruzione.
La guerra è solo uno dei fattori: per la maggior parte delle persone viene dopo l’economia.
Le restrizioni su internet entrano direttamente nella vita quotidiana. Tra l’altro, colpiscono i ricavi delle piccole imprese. Stanno minando il rapporto tra cittadini e potere? E perché il governo insiste su queste misure?
In Russia esistono diversi centri di potere, che noi chiamiamo “torri del Cremlino”. Semplificando, sono tre.
Il primo è il blocco della sicurezza: servizi segreti, polizia, apparati militari.
I cosiddetti “siloviky”…
Oggi sono il pilastro principale del sistema. E stanno aumentando la loro influenza. Non solo contro l’opposizione ma anche contro la burocrazia statale: ogni giorno vediamo arresti di funzionari, sindaci, amministratori.
La seconda “torre” è quella dei responsabili economici del governo. Ed è sotto forte pressione.
La terza è l’amministrazione presidenziale, che si occupa della politica interna e delle elezioni.
Questi tre blocchi hanno interessi diversi. In passato Putin riusciva a bilanciarli. Oggi molto meno. Il peso si sta spostando sempre più verso il blocco della sicurezza
Le restrizioni su internet non vengono dalla parte civile dell’amministrazione, che le considera controproducenti, ma dai silovik
L’equilibrio interno all’élite si sta incrinando?
Non siamo ancora vicini a una rottura aperta. Ma le tensioni stanno aumentando.
Chi lavora nell’economia e nelle amministrazioni civili è sempre meno soddisfatto, anche perché vede colleghi e funzionari arrestati ogni giorno dagli apparati di sicurezza. Questo indebolisce la loro lealtà.
Come interpreta il comportamento recente di Putin, che appare più difensivo? Ridimensiona la parata del 9 maggio invocando il rischio droni, chiede a Trump che chieda a Zelensky una tregua per il Giorno della vittoria…
Non ci vedo segnali particolari. Bisogna capire che il sistema russo è diverso da quello occidentale. Negli Stati Uniti o in Europa i leader dipendono dall’opinione pubblica. In Russia no: il sistema è autocratico e il risultato delle elezioni è controllato. Detto questo, se l’opinione pubblica diventasse massicciamente contraria al potere, allora sì, il sistema potrebbe cambiare. Ma oggi siamo ancora lontani da quel punto. Siamo piuttosto in una fase simile alla fine dell’era Brezhnev: un lento deterioramento. Putin non ha molto da temere, nell’immediato.
Esiste un “destino autoritario” della Russia?
No. Non esiste una “via speciale” russa. Molti grandi Paesi europei hanno avuto fasi autoritarie: Italia con Mussolini, Spagna con Franco, Portogallo con Salazar.
La differenza è che l’Europa occidentale ha imparato la lezione della Seconda guerra mondiale e ha costruito istituzioni che limitano il potere personale.
In Russia invece abbiamo questo sistema presidenziale troppo concentrato. È pericoloso che una sola persona resti al potere per così tanto tempo.
Le elezioni sono controllate, lei ha detto più volte che non vuole una “rivoluzione colorata”. E allora come può cambiare il sistema?
Nessuno può dire quando e come avverrà il cambiamento. Chi sostiene di saperlo non è realistico. Però sono certo di una cosa: questo regime non ha prospettiva storica. Anche per ragioni economiche, un sistema così militarizzato non può funzionare a lungo
Il cambiamento può avvenire in modi diversi e imprevedibili. Io continuo a credere in una trasformazione pacifica e legale. Nella storia russa è già successo: ci sono stati momenti di cambiamento senza rivoluzioni violente. L’esautorazione di
Khrushchev è un esempio (il Presidium del Comitato centrale gli impose le dimissioni, in modo istituzionale, ndr).
Qual è il ruolo delle nuove generazioni?
È fondamentale. Tra i giovani quasi nessuno sostiene le idee alla base del sistema attuale: l’isolamento, l’idea di accerchiamento, la contrapposizione all’Europa.
Lei continuerà a fare politica?
Il mio obiettivo è usare ogni spazio legale, comprese le elezioni, per parlare con le persone e spiegare le cause reali dei problemi.
Molti cittadini vedono le difficoltà quotidiane, ma non le collegano alle politiche del governo. Il mio lavoro è creare questo collegamento. E sta avvenendo.
Lei è molto attento a restare nella legalità. Ma non ha paura che l’arrestino lo stesso? O peggio, vista la fine di altri politici di opposizione?
Il sistema funziona in modo selettivo. Alcuni vengono arrestati, altri no. Non c’è una logica trasparente. Ho subito pressioni: totale esclusione dai media, ostacoli politici e logistici, persone del mio staff perseguite penalmente. Per ora non mi hanno arrestato. Forse perché li conosco tutti, quelli al potere. Ho bevuto il tè con Putin. Il numero due dell’amministrazione presidenziale Sergey Kirienko è stato il mio capo (in un partito liberale pro-UE da tempo dissolto, ndr).
Da fuori, uno potrebbe dire: ma se Nadezhdin può parlare così liberamente, allora la Russia è un Paese libero.
Se la Russia fosse un Paese libero, sarei in Parlamento, o forse al Cremlino.
(da Fanpage)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE LE INTERAZIONI CON AMICI REALI NON SEMBRANO RIDURRE L’ISOLAMENTO SOCIALE, UN RISCHIO DA NON SOTTOVALUTARE VISTO CHE LA SOLITUDINE È COLLEGATA A MAGGIOR RISCHIO DI DEPRESSIONE, MALATTIE CARDIOVASCOLARI, ICTUS, DEMENZA E MORTE PREMATURA
Le interazioni sui social media con persone che non si conoscono sono associate a un aumento della solitudine. Non solo: quelle con gli amici, anche se non sono risultate correlate a un maggior isolamento, non portano a una sua diminuzione. E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università Statale dell’Oregon e pubblicata su Public Health Reports, rivista ufficiale del Servizio Sanitario Pubblico degli Stati Uniti che ha finanziato lo studio.
L’agenzia ha sviluppato un profondo interesse per la solitudine in seguito al rapporto del 2023 sull’epidemia di solitudine negli Stati Uniti, redatto dall’allora chirurgo generale Vivek Murthy. Oggi la ricerca è stata ampliata intervistando oltre 1.500 adulti di età compresa tra i 30 e i 70 anni su 10 piattaforme (Facebook, X, Reddit, YouTube, LinkedIn, Instagram, TikTok, Snapchat, Pinterest e WhatsApp) e consentendo un passo avanti nella comprensione del ruolo dei social media sull’emarginazione sociale.
“Gli studi precedenti – sottolinea l’autore dello studio Brian Primack, professore presso il College of Health dell’OSU – si erano concentrati sugli adolescenti, mentre questo esamina gli adulti di mezza età e in età avanzata che costituiscono il 75% della popolazione statunitense.
Queste persone sono fortemente esposte ai social media e molti degli effetti negativi della solitudine sulla salute si aggravano progressivamente con l’avanzare dell’età adulta”. E’ noto infatti che le persone che si sentono spesso sole hanno una probabilità più che doppia di sviluppare la depressione, corrono un rischio maggiore del 29% di malattie cardiache, del 32% di ictus, del 60% di andare incontro ad una morte prematura. Infine negli anziani il rischio di sviluppare demenza sale del 50%.
Dati alla mano, è emerso che circa il 35% dei contatti sui social media del gruppo di studio erano persone che non avevano mai incontrato di persona. “Le interazioni sui social media con degli sconosciuti – afferma Jessica Gorman, dell’Università statale dell’Oregon e coautrice dello studio – possono portare ad una forte idealizzazione delle amicizie perché non c’è un’esperienza personale che possa contrastarla”.
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO CINQUE PUNTI TRA FDI E PD, LEGA IN AFFANNO PRECIPITA AL 6,6%
Una netta flessione del centrodestra, in particolare con la Lega al 6,6% che perde ben 7
decimali e Fratelli d’Italia che scende sotto il 28%. La nuova Supermedia Agi/Youtrend, la media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto realizzati dal 23 aprile al 6 maggio, mostra movimenti di grande rilievo. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, il centrodestra fatica a risalire
L’ultima rilevazione mostra la coalizione guidata dalla premier che, nel complesso, scende al 43,9%, il valore più basso dall’insediamento del governo. Per contro, il campo largo cresce di mezzo punto, soprattutto grazie al +0,4% di M5S ora al 13,2%. Il suo vantaggio sul centrodestra cresce fino a sfiorare i due punti. Più vicini i due principali partiti: ora i dem di Elly Schlein al 22,3% accorciano la distanza dal partito di Meloni che invece perde lo 0,4% e si attesta al 27,8%.
La Supermedia liste
FdI 27,8 (-0,4)
Pd 22,3 (+0,1)
M5S 13,2 (+0,4)
Forza Italia 8,2 (-0,1)
Lega 6,6 (-0,7)
Verdi/Sinistra 6,5 (+0,3)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Italia Viva 2,4 (-0,2)
+Europa 1,4 (-0,1)
Noi Moderati 1,2 (+0,1
La Supermedia coalizioni 2026
Campo largo 45,8 (+0,5)
Centrodestra 43,9 (-1,0)
Futuro Nazionale 3,6 (+0,1)
Azione 3,0 (=)
Altri 3,0 (-0,4)
(da agenzie)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL LAPSUS È SFUGGITO AL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE E DEL MERITO (SIC!) DURANTE UNA CERIMONIA DI INTITOLAZIONE DI UNA SCUOLA DI AVELLINO AL FRATELLO DEL CAPO DELLO STATO. ASSASSINATO, SÌ, NEL 1980, MA DALLA MAFIA (AL MASSIMO SI È INDAGATO SUI LEGAMI CON IL TERRORISMO, MA NERO)
Sono un po’ confusi i ricordi di gioventù del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara. Almeno a sentire il racconto che lo stesso ministro fa dell’omicidio di Piersanti Mattarella, su cui si è consumata una gaffe che meriterebbe un voto bassissimo in Storia.
Il ministro ha partecipato all’inaugurazione di una scuola a Pietradefusi, nell’Avellinese, intitolata al presidente della Regione Sicilia assassinato nel 1980.
«Sono anche qua, perdonatemi, è importante, per l’inaugurazione della scuola intitolata a Piersanti Mattarella. E qui voglio spendere anche due parole perché all’epoca io avevo diciannove anni, anzi quasi 19 anni, 18 anni avevo… e ricordo quella foto drammatica del Presidente Sergio Mattarella che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate Rosse e lo tirava fuori dalla macchina».
E qui casca il ministro, visto che il fratello dell’attuale presidente della Repubblica non fu ucciso dai terroristi delle Brigate Rosse, ma dai mafiosi di Cosa Nostra il 6 gennaio 1980. Come mandanti di quel delitto, infatti, furono condannati i vertici della cupola mafiosa, tra cui Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Antonino Geraci e Giuseppe Calò. Finora le indagini sugli esecutori materiali avevano invece coinvolto terroristi sì, ma neri come Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, entrambi assolti.
(da Open)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL “CORRIERE DELLA SERA”: “TRUMP VUOLE METTERSI ALLE SPALLE L’IRAN E PRIMA O POI CI RIUSCIRÀ, MA A CARO PREZZO. DEI 5 OBIETTIVI CHE SI ERA POSTO IL GIORNO DELL’ATTACCO (DENUCLEARIZZAZIONE, CAMBIO DI REGIME, AZZERAMENTO DEI MISSILI, DISTRUZIONE DELLA FLOTTA, NEUTRALIZZAZIONE DEGLI ALLEATI ESTERNI DI TEHERAN), SOLO UNO È STATO RAGGIUNTO: L’ANNIENTAMENTO DELLA FLOTTA”
Un mese fa la minaccia di cancellare in una notte la civiltà iraniana. Poi, all’alba, la
tregua decisa sostenendo che Teheran stava facendo concessioni che, in realtà, non si sono mai materializzate. E, ora, l’operazione Project Freedom per liberare le navi bloccate nello Stretto di Hormuz sospesa dopo un solo giorno, due ore dopo la conferenza stampa nella quale il segretario di Stato Marco Rubio ne aveva descritto con enfasi il ruolo essenziale, difensivo, un regalo offerto dagli Usa al mondo intero.
Sono solo due delle continue prese di posizione contraddittorie di Donald Trump che, nella gestione della guerra in Iran è arrivato a smentire sé stesso anche nel giro di poche ore
Trump ormai sa di aver fatto un errore madornale scatenando questa guerra: perderà le elezioni e deve fronteggiare un incendio politico in casa, nel suo partito e nello stesso movimento Maga. Vorrebbe uscirne dichiarando di aver vinto anche se non è vero, ma non può se Hormuz resta bloccato e Teheran non cede l’uranio arricchito.
I pasdaran percepiscono la sua fretta, hanno capito che i rantoli notturni presidenziali sui social («Vi riporto all’età della pietra», «Aprite quello Stretto, fottuti bastardi, vi mando all’inferno») sono solo espressioni della frustrazione di un leader finito in gabbia, pur essendo l’uomo più potente del mondo.
Paga la sua pretesa di vincere incutendo timore anche a chi non ha più molto da temere, paga la mancanza di una strategia, ma anche l’eccessivo accentramento del potere: si è circondato di yes men che non hanno il coraggio di illustrargli verità scomode e non lo mettono in guardia quando imbocca una roadmap irrealistica.
Che il suo metodo non funzionasse più l’avrebbe dovuto capire già un anno fa quando cominciò ad applicarlo ai dazi
L’uomo che non fa mai marcia indietro si rimangiò almeno dieci volte le sue minacce estreme provocando sconquassi nei mercati (oscillazioni volute, secondo alcune interpretazioni maliziose).
Sosteneva fosse un buon metodo negoziale quello di battere i pugni sul tavolo, ma quando le merci cinesi hanno avuto un dazio del 10% invece dell’annunciato 145, Trump si è visto attribuire un soprannome infamante: Taco, acronimo che sta per «Trump Always Chickens Out», Trump fa sempre dietrofront.
Costretto ad arretrare davanti ai mercati, ora il presidente uscirà a pezzi da una guerra nella quale, a parte l’imprevista resistenza del regime, ancora più militarizzato dopo l’uccisione della Guida suprema, non aveva capito né la vulnerabilità militare Usa in un conflitto asimmetrico né quella economica del suo Paese: esposto alle crisi energetiche per via dei prezzi mondiali, pur essendo teoricamente autosufficiente per petrolio e gas.
Trump vuole mettersi alle spalle l’Iran e prima o poi ci riuscirà, ma a caro prez Dei 5 obiettivi che si era posto il giorno dell’attacco — denuclearizzazione, cambio di regime, azzeramento dei missili, distruzione della flotta, neutralizzazione degli alleati esterni di Teheran (Hamas e Hezbollah) — solo uno è stato raggiunto: l’annientamento della flotta. Dopo lo sberleffo Taco, ora Donald se la deve vedere con un fantasma ben più insidioso: quello di Jimmy Carter.
(da il “Corriere della Sera”)
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Maggio 7th, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO L’INIZIATIVA, MALVISTA DA FRATELLI D’ITALIA E LEGA, CI SAREBBE LA REGIA DI MARINA BERLUSCONI, FIERA SOSTENITRICE DELLE BATTAGLIE SUI DIRITTI CIVILI E AUTRICE DELLA SVOLTA LIBERAL DI FI
Un busto a Montecitorio per Marco Pannella. Chissà cosa ne avrebbe pensato il leader radicale della proposta avanzata da Enrico Costa al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, in occasione del decennale della morte (cade il 19 maggio).
Da sempre vicino alle battaglie radicali, il capogruppo di Forza Italia – esponente dell’ala liberal del partito – ha scritto una lettera a Fontana ricordando i diritti civili per cui lottò Pannella, come «il divorzio, l’interruzione volontaria di gravidanza, il garantismo, la tutela dei diritti dei detenuti, la responsabilità civile dei magistrati e l’impegno contro la pena di morte».
Negli anni successivi, prosegue la missiva, «si sono aggiunte le battaglie a sostegno della procreazione assistita e dell’autodeterminazione del malato, anche e soprattutto con riferimento al fine vita». Iniziative legate a «una filosofia fortemente liberale e libertaria che ha certamente diviso la società italiana, ma al tempo stesso ne ha favorito la crescita»
Una proposta, quella dell’omaggio a Pannella, che non sarà ben vista dall’ala più conservatrice del centrodestra di FdI e Lega, ma che va letta alla luce nel nuovo corso impresso da Marina Berlusconi, che vorrebbe una Forza Italia meno rinunciataria sulle libertà civili. Costa quindi chiede a Fontana, «alla luce della rilevanza inequivocabile che la figura di Marco Pannella ha assunto non solo nella politica, ma anche nella società e nella cultura italiana, nonché della sua strenua attività a difesa delle prerogative parlamentari», di «valutare la possibilità che la Camera dei deputati provveda alla realizzazione e al posizionamento di un busto dedicato a Marco Pannella all’interno del Palazzo di Montecitorio, in occasione della ricorrenza del decennale della sua morte, nonché allo svolgimento di un momento commemorativo in Assemblea».
I rapporti tra i radicali, Marco Pannella e Silvio Berlusconi sono del resto – pur tra alti e bassi – stati sempre molto cordiali, prima ancora della nascita di Forza Italia e dell’alleanza alle elezioni del 1994. Nel suo memoir (“Quel che so di loro”), l’ex deputato Elio Vito ricorda infatti che anche con il Biscione c’era stata una vicinanza: «I radicali, da sempre esclusi dalla televisione di Stato, avevano sostenuto, insieme ai socialisti, la nascita delle televisioni libere e private».
Quando poi il Cavaliere si decise a scendere in campo, «presentammo in tutta Italia, autonomamente, nella parte proporzionale, la Lista Pannella e candidammo, inoltre, in Forza Italia una pattuglia di radicali in alcuni collegi, in Lombardia e in Veneto, dove Forza Italia era alleata con la Lega ma non con il Movimento sociale». Finì che la Lista Pannella non fece il quorum, ma tutti i radicali inseriti in Forza Italia staccarono il biglietto per il Parlamento.
Nonostante l’exploit, i rapporti tra Pannella e Berlusconi si deteriorarono presto, vuoi per la presenza dei cattolici di Buttiglione nell’alleanza, vuoi per il sostegno del Cavaliere a Gianfranco Fini (…)
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