Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA MOSSA È CALDEGGIATA DAL GOVERNO FRANCESE, MENTRE LA GERMANIA (INSIEME A ITALIA E PAESI BASSA) È PIÙ PRUDENTE… IL COMMISSARIO EUROPEO ALL’INDUSTRIA, STEPHANE SEJOURNE: “I PAESI CHE VOGLIONO ACCEDERE A QUEI MERCATI EUROPEI DEGLI APPALTI PUBBLICI DOVRANNO APRIRE I PROPRI MERCATI IN CAMBIO”. QUINDI VALE ANCHE PER LA CINA, CHE CI INONDA DI PRODOTTI A BASSO COSTO CON UN DUMPING CHE HA DEVASTATO LA NOSTRA INDUSTRIA?
L’Unione europea si sta avvicinando a un cambiamento importante nel modo in cui
spende il denaro pubblico — un cambiamento che potrebbe escludere le aziende americane da contratti per beni e servizi finanziati dai contribuenti per miliardi di euro. E il commissario europeo all’Industria, Stéphane Séjourné, si sta schierando da una parte del dibattito.
Scenario in evoluzione: Una serie di decisioni dell’UE sull’eventuale inclusione degli Stati Uniti negli appalti pubblici è rimasta in larga parte bloccata, con alcuni governi timorosi di ritorsioni nel caso in cui l’America venisse esclusa. Ma ora lo stallo potrebbe essere vicino alla fine.
Ciò che è cambiato … è una Washington sempre più inaffidabile, insieme alla dimostrazione di forza industriale della Cina e al disagio per la crescita lenta dell’Europa. Il risultato è una crescente spinta a favore di quella che inizialmente era stata una proposta francese per impedire che il denaro dell’UE finisse a imprese non europee.
Do ut des: «I Paesi che vogliono accedere a quei mercati europei degli appalti pubblici dovranno aprire i propri mercati in cambio», ha dichiarato Séjourné a Playbook. Il commissario è uno dei principali sostenitori della politica e il suo intervento è un riferimento agli Stati Uniti, che hanno imposto pesanti dazi sulle esportazioni dell’UE. Ma è anche un riconoscimento della Cina, che controlla rigidamente l’accesso alle proprie industrie e risorse.
Nessun cambiamento dall’oggi al domani: «Ogni grande cambiamento di dottrina richiede tempo, capacità di persuasione e costruzione del consenso», ha detto Séjourné. «Più il mondo cambia e più spieghiamo, più il sostegno cresce».
Secondo Séjourné, sancire il principio dell’Europa-prima nelle norme sugli appalti «cambia gli equilibri nei negoziati commerciali globali».
Il campo di battaglia: Lo scontro si sta già giocando sullo Ukraine Facility, il fondo di riparazione dell’UE — con 3 miliardi di euro in palio per le aziende che sosterranno la ricostruzione del Paese nel prossimo anno.
La Commissione ha avanzato proposte per consentire alle imprese statunitensi di accedere ai fondi, anche mentre Washington riduce drasticamente il proprio sostegno finanziario a Kyiv.
Questo ha irritato alcune capitali, con la Francia in prima linea nel chiedere l’esclusione delle aziende americane. Una votazione sulla questione prevista per
martedì è stata rinviata dopo uno scontro politico tra gli inviati nazionali e dovrebbe tenersi più avanti nel mese, hanno riferito a Playbook due diplomatici schierati sui fronti opposti del dibattito. «Con la tensione con gli Stati Uniti, la questione è diventata sempre più politica», ha detto un alto diplomatico dell’UE.
Alcuni temono che la mossa possa provocare ritorsioni. «Vogliamo davvero infilare un dito nell’occhio [di Washington] quando sappiamo che c’è un punto interrogativo sul loro sostegno all’Ucraina?», ha chiesto un diplomatico.
Cambio epocale? La Germania ha guidato una fazione più prudente, che include i Paesi Bassi e l’Italia, desiderosa di evitare regole rigide che potrebbero danneggiare le catene di approvvigionamento. Ma secondo una lettera riservata visionata dai miei colleghi di Berlino, il governo sta ora spingendo affinché la principale politica industriale dell’UE introduca l’obbligo di utilizzare acciaio europeo nei progetti pubblici.
Non riguarda solo l’America: Anche la Cina sta suscitando preoccupazioni. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot si è unito agli appelli rivolti all’esecutivo europeo affinché affronti il problema dell’eccesso di offerta proveniente da Pechino. «L’Ungheria è stata un grosso problema per la protezione degli investimenti cinesi», ha detto un funzionario dell’UE, riferendosi al sostegno di Budapest alla Cina. «Ma ora che Viktor Orbán se ne va, possiamo iniziare ad affrontare seriamente la conversazione».
Conclusione: Questa serie di decisioni potrebbe determinare dove finiranno miliardi di euro dei contribuenti europei, e potenzialmente approfondire ulteriormente la frattura tra gli Stati Uniti e l’UE.
(da Politico Brussels Playbook”)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
FRANCESCO MERLO: “PIANTEDOSI NON QUERELA TUTTI I GIORNALISTI CHE SI SONO OCCUPATI DEGLI INQUINAMENTI ISTITUZIONALI DELLA SUA RELAZIONE CON CLAUDIA CONTE. QUERELA SOLO DAGOSPIA, CHE IN ITALIA È IL CANE SCIOLTO DEL GOSSIP
Non so se si sono mossi di concerto, ma sicuramente in armonia con Meloni e Fazzolari. E non per lavare le offese che i tempi lunghissimi della giustizia renderanno, comunque, meno brucianti. Ma perché “la guerra giudiziaria”, direbbe von Clausewitz, “è la continuazione della politica con altri mezzi”.
Oltre che colpirne uno per educarne cento, Nordio, che rappresenta il governo
Così Piantedosi non querela tutti i giornalisti che si sono occupati (chi non l’ha fatto?) degli inquinamenti istituzionali e degli effetti collaterali della sua relazione con Claudia Conte. Il ministro innamorato querela solo Dagospia, che in Italia è il cane sciolto del gossip, trattato come l’Hush-Hush di Sid Hudgens (Danny De Vito), il Confidential degli scoop hollywoodiani. Tutti sappiamo che Giorgia Meloni non lo sopporta, non perdona il nostro Danny De Vito.
(da Dagoreport)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PARATA RIDIMENSIONATA E’ IL SIMBOLO DELLA SCONFITTA
C’è una parola che domina in questo momento la Piazza Rossa: «Vittoria».
La parola Pobeda campeggia su enormi striscioni rossi. Lampeggia sugli schermi video. Poco distante, la gente si scatta selfie accanto a un’installazione artistica che compone quella parola.
Sulla piazza, chiusa da barriere metalliche, i soldati stanno provando per l’annuale parata del Giorno della Vittoria che celebra la sconfitta della Germania nazista.
L’idea nazionale della Russia, costruita sotto Vladimir Putin, ruota attorno alla vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda guerra mondiale. Il 9 maggio è diventato la più importante festività nazionale russa.
Ma quest’anno la parata del 9 maggio sarà ridimensionata. Per la prima volta in quasi due decenni non ci saranno mezzi militari sulla Piazza Rossa: niente carri armati, niente missili balistici. Solo soldati.
Il modo in cui il Cremlino ricorderà il passato dice molto sul presente: è il segnale che la guerra della Russia in Ucraina non sta andando secondo i piani.
Anche una parata ridimensionata è un simbolo: quello di un Paese che non è riuscito a ottenere la vittoria in Ucraina dopo più di quattro anni di guerra. A gennaio il conflitto ha superato una soglia simbolica: la guerra della Russia in Ucraina dura ormai più della lotta dell’Unione Sovietica contro la Germania di Hitler, nota qui come Grande Guerra Patriottica (1941-1945).
Ci sono conseguenze per Vladimir Putin?
Sondaggi recenti — compresi quelli realizzati da agenzie statali — suggeriscono che il suo indice di gradimento interno sia in calo.
Verso la fine dell’anno scorso, il leader del Cremlino appariva spesso in televisione in uniforme militare, ostentando sicurezza mentre discuteva della guerra in Ucraina con i suoi generali. Quest’anno abbiamo visto molto meno il Putin «comandante in capo».
Dalle mie conversazioni con i russi emerge la sensazione di una crescente stanchezza nei confronti della guerra in Ucraina, di una crescente preoccupazione per il costo della vita e di un’enorme irritazione per le recenti restrizioni imposte dallo Stato a internet
Le autorità russe hanno avvertito che nel Giorno della Vittoria a Mosca ci saranno restrizioni all’internet mobile: nell’interesse della sicurezza, insistono.
I funzionari sostengono che le interruzioni digitali, che negli ultimi mesi hanno colpito molte città e paesi russi, servano a prevenire attacchi con droni ucraini e atti di sabotaggio. Ma sono profondamente impopolari in tutto il Paese.
Nel villaggio di Rublyovo, vicino a Mosca, gli scolari si sono radunati attorno al memoriale locale della Seconda guerra mondiale. Depongono garofani rossi in memoria degli abitanti del villaggio uccisi nella Grande Guerra Patriottica. La parata sulla Piazza Rossa sarà pure stata ridimensionata, ma in tutta la Russia si tengono cerimonie in memoria dei 27 milioni di cittadini sovietici morti durante la guerra. Accanto al memoriale ci sono due uomini mascherati in uniforme militare, con medaglie appuntate sul petto. Hanno combattuto in quella che il Cremlino continua a chiamare «operazione militare speciale», la guerra della Russia in Ucraina.
Comincio a parlare con uno dei combattenti. Paragona la guerra in Ucraina alla Grande Guerra Patriottica. Gli faccio notare una differenza fondamentale: nel 1941 la Russia fu invasa dalla Germania nazista; nel 2022 è stata la Russia a invadere l’Ucraina.
«La Russia è un Paese di vincitori», dichiara. «Lo è sempre stata e sempre lo sarà».
Eppure, a più di quattro anni dall’inizio di questa guerra, la vittoria continua a sfuggire al suo Paese.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
ZELENSKY AVVERTE: “DAI RUSSI NEANCHE UNA TREGUA SIMBOLICA, RISPONDEREMO CON LA STESSA MONETA. MEGLIO STARE LONTANI DALLA PIAZZA ROSSA, IN QUESTI GIORNI”… L’OPERAZIONE “MILITARE SPECIALE” DURA DA PIÙ TEMPO DEI COMBATTIMENTI SOVIETICI CONTRO LA GERMANIA NAZISTA, L’ECONOMIA RUSSA È IN DIFFICOLTÀ, GLI OBIETTIVI PROMESSI NON SONO STATI RAGGIUNTI E IL CONFLITTO ORMAI È ARRIVATO IN CASA
Il numero di attacchi russi sull’Ucraina della scorsa notte “dimostra chiaramente che, da parte russa, non c’è stato nemmeno un tentativo simbolico di cessate il fuoco sul fronte. Come abbiamo fatto nelle ultime 24 ore, anche oggi l’Ucraina risponderà con la stessa moneta”.
Così su X il presidente ucraino Volodymir Zelensky. “Difenderemo le nostre posizioni e la vita del nostro popolo. La Russia deve porre fine alla guerra, e tutti se ne renderanno conto quando inizieranno i primi passi verso la pace”.
È lo stallo al fronte che autorizza Volodymyr Zelensky a fare la voce grossa, invitando i rappresentanti degli Stati vicini alla Russia a stare lontani dalla piazza Rossa. «Non lo raccomandiamo, in questi giorni».
Il presidente ucraino aveva risposto con la controproposta di un cessate il fuoco di cinque giorni a partire dallo scorso 6 maggio alla decisione unilaterale di Mosca che decretava una tregua per oggi.
«Ma in risposta a questa nostra proposta di pace ci sono stati solo nuovi attacchi russi e nuove minacce». Quindi, liberi tutti.
Nel 2023 i Capi di Stato alla parata erano 7, nel 2024 nove e l’anno scorso, si celebrava l’ottantesimo anniversario della Vittoria, ben 27, tra i quali il leader cinese Xi Jinping. Nel 2005, Mosca e Putin accolsero 57 leader mondiali, tra cui i
presidenti di Stati Uniti e Francia, il cancelliere tedesco, i primi ministri italiano, giapponese e indiano.
L’anno scorso, la diretta della cerimonia durò due ore e mezzo. Domani, tutto in meno di tre quarti d’ora. Per le 10.40 del mattino, i principali canali televisivi hanno già annunciato altri programmi.
In compagnia del capo del Cremlino, Vladimir Putin, a osservare i soldati in sfilata per il Giorno della vittoria del 9 maggio, ci saranno: il dittatore bielorusso, Aljaksandr Lukashenka; il presidente del Laos, Thongloun Sisoulith; il sovrano supremo della Malaysia, Sultan Ibrahim; i leader dell’Ossezia del sud e dell’Abcasia, territori della Georgia autoproclamati repubbliche indipendenti, Alan Gagloev e Badra Gunba; l’ex presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik; il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic; e il primo ministro della Slovacchia, Robert Fico.
L’ospite più simbolico è proprio Fico, in quanto leader di un paese membro dell’Unione europea e della Nato.
Secondo alcuni media slovacchi, il premier non si siederà neppure sugli spalti della Piazza Rossa a osservare il passaggio delle armi russe, ma andrà soltanto a deporre i fiori sulla tomba del milite ignoto e parteciperà a un incontro privato con Vladimir Putin.
Per il momento soltanto questi otto leader hanno confermato la loro presenza nel Giorno della vittoria. La festa si è ristretta rispetto allo scorso anno e il livello dei partecipanti non sembra poter frenare le intenzioni degli ucraini, nel caso in cui stessero organizzando un’incursione contro la parata del 9 maggio.
Lo scorso anno, la presenza del leader cinese, Xi Jinping, rendeva l’attacco dei droni ucraini meno probabile e per quanto già capaci di mandare le loro armi fino a Mosca, il raggio d’azioni di Kyiv era ancora ridotto rispetto a quest’anno. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha mandato un messaggio agli ospiti della Piazza Rossa definendo il loro viaggio “un desiderio strano in un momento come questo. Non lo consigliamo”.
La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha detto che sono state inviate lettere alle missioni diplomatiche in Ucraina, come avvertimento, suggerendo di evacuare il personale da Kyiv, perché se gli ucraini lanceranno un attacco contro la Russia il 9 maggio, Mosca è pronta a rispondere colpendo la capitale.
Il messaggio va letto come una richiesta di aiuto. I russi temono così tanto che l’intervento di Kyiv metta in pericolo la parata e il capo del Cremlino da mandare
un finto avvertimento, che vuole essere uno sprone affinché i governi stranieri facciano pressione sull’Ucraina.
Sarà Kyiv a decidere in maniera autonoma se colpire o meno, le missioni straniere non avevano mai ricevuto delle lettere russe come avviso di un attacco imminente e in passato è capitato che siano state colpite o danneggiate le ambasciate di alcuni paesi. Il tentativo di Mosca è chiaro: non riuscendo a frenare gli ucraini, spera che siano gli alleati a fermarli
Ieri Rustem Umerov, il principale negoziatore dell’Ucraina, è partito per gli Stati Uniti. Gli ucraini tentano di riaprire i colloqui con Mosca e Umerov ha il mandato di ricominciare dalle basi: scambio di prigionieri; rilancio dello sforzo diplomatico; accordi con gli Stati Uniti.
Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, aveva accettato il cessate il fuoco indetto da Putin per il 9 maggio, a patto che venisse anticipato al 6 maggio. La Russia ha risposto bombardando l’Ucraina proprio dopo la mezzanotte del giorno proposto da Zelensky e colpendo anche un asilo nella regione di Sumy.
La precisione con cui l’Ucraina riesce a colpire nel territorio russo, mettendo in crisi il settore dell’energia e mostrando ai russi che la guerra è in casa, ha messo in allarme il Cremlino, che ora non può annullare la parata del 9 maggio, uno dei pochi eventi in cui Putin si presenta in pubblico e che è stato proprio lui a trasformare in una tradizione annuale, necessaria come collante per la società russa e per creare le basi ideologiche per l’invasione dell’Ucraina.
utin ha giocato sui parallelismi fra la Seconda guerra mondiale e l’aggressione al paese vicino, ha anche creato lo stesso nemico, definendo il conflitto “operazione militare speciale di denazificazione”, ma ora la sua guerra contro Kyiv dura da più tempo dei combattimenti sovietici contro la Germania nazista, l’economia è in difficoltà, gli obiettivi promessi non sono stati raggiunti e il conflitto ormai per i russi è in casa
(da Repubblica)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE DI RUSSI CONVINTI CHE IL PAESE STIA “ANDANDO NELLA GIUSTA DIREZIONE” CALA DAL 77% AL 55% – SECONDO I COMMENTATORI DI MOSCA: “IL TEMA NUMERO UNO È L’INFLAZIONE, CHE ERODE IL POTERE D’ACQUISTO E AUMENTA LA PERCEZIONE NEGATIVA DELLE PERSONE” – IL CREMLINO È IN ALLERTA MASSIMA PER LA PARATA DI DOMANI, 9 MAGGIO, IN CUI SI TEME UN ATTACCO UCRAINO – LA PAURA DI PUTIN: “VIVE CHIUSO IN UN BUNKER PER TIMORE DI UN COLPO DI STATO ORDITO DALL’EX MINISTRO SERGEY SHOIGU”
Quando Vladimir Putin vede la sua popolarità in calo, allora si mette a baciare bambini
in favore di telecamera. È un riflesso diventato rituale comunicativo. Lo faceva anche Giuseppe Stalin, ormai riabilitato ed entrato a pieno titolo tra i penati pubblici dell’attuale occupante del Cremlino.
L’ultima volta era accaduto tre anni fa, nel giugno 2023, quando la ribellione di Evgenji Prigozhin e dei suoi mercenari della Wagner fecero vacillare il regime e il gradimento popolare di Putin crollò di molti punti. Anche allora, in visita nella Repubblica caucasica del Daghestan, lo Zar aveva platealmente baciato sulla fronte un adolescente, nonostante le rigorosissime regole anti-Covid ancora in vigore in sua presenza.
Nonostante il presidente goda ancora del consenso di una maggioranza della popolazione, anche gli istituti di sondaggi controllati dal governo registrano un calo importante nel gradimento per Putin, che in una campionatura condotta a fine aprile dall’agenzia pubblica Vtsiom è passato dal 74% al 65,5%. È la prima volta dal febbraio 2022 che scende sotto la soglia critica del 70%.
Risultati analoghi nell’indagine di Fom, secondo cui il tasso di approvazione di Putin è attualmente del 73%, appena due punti in più del più basso livello registrato durante la guerra, nei primi giorni dopo l’inizio della cosiddetta Operazione Speciale. Secondo il Centro Levada, il solo istituto demoscopico che mantiene una
certa indipendenza dal Cremlino, la popolarità dello Zar è scesa di ben sei punti dall’inizio dell’anno ed è attualmente del 79%.
Ancora più allarmante è un’altra rilevazione, secondo cui la percentuale di russi convinti che il Paese stia «andando nella giusta direzione» è calata dal 77% al 55% negli ultimi quattro mesi, anche questo il peggior risultato dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. È una dinamica che preoccupa fortemente l’entourage del Presidente, soprattutto perché a spingerla non è tanto la guerra quanto la crisi economica.
«Il tema numero uno è l’inflazione, che erode il potere d’acquisto e aumenta la percezione negativa delle persone», dice Denis Volkov, direttore del Levada.
Ci sono però altri segnali del nervosismo di Putin, che negli ultimi mesi aveva diminuito le sue presenze pubbliche e non aveva mai lasciato Mosca, tranne due volte, entrambi per eventi ufficiali a San Pietroburgo.
Soprattutto, quest’anno a fine marzo lo Zar non ha tenuto il tradizionale discorso alla nazione, fra l’altro previsto dalla Costituzione. Detto altrimenti, Putin, o perché ossessionato dalla sua sicurezza personale o perché si è concentrato unicamente sulla guerra in Ucraina, è apparso sempre più distaccato dalla realtà quotidiana dei russi.
A mettere in fibrillazione la squadra presidenziale è la scadenza elettorale del 20 settembre, quando si voterà per la Duma, la Camera bassa della Federazione. L’elezione è già vinta in anticipo, come da 25 anni a questa parte, ma lo scenario potrebbe essere complicato da una bassa partecipazione, dalla questione dei 150 posti da deputato promessi da Putin ai veterani di guerra che mette il suo staff in polemica con il ministro della Difesa, e da una percentuale non abbastanza alta di voti per Russia unita, il partito putiniano.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX “DOGE”, OLTRE 200MILA PREFERENZE IN VENETO ALLE ULTIME REGIONALI, POTREBBE ESSERSI (FINALMENTE) STANCATO DI RESTARE IN PANCHINA NEL CARROCCIO A TRAZIONE SOVRANISTA
Che ci faceva Luca Zaia, campione del leghismo al Nord, a casa di Marina Berlusconi, custode dell’eredità politica del papà e dunque sempre più interventista sulla linea di Forza Italia? È il rovello che accende maggioranza e governo da un paio di giorni.
Da quando la notizia del faccia a faccia, che avrebbe dovuto restare riservato, tanto che Matteo Salvini non era nemmeno stato avvisato, ha invece cominciato a trapelare, formidabile humus dei chiacchiericci in Transatlantico tra i politici del centrodestra.
Nei corridoi del Palazzo, si affastellano allora suggestioni, teorie disparate, qualche perfidia
La tesi più ricorrente: vuoi vedere che l’ex Doge, oltre 200mila preferenze solo in Veneto alle ultime regionali, si è scocciato di restare in panchina nel Carroccio a trazione sovranista-salviniana?
Nell’inner circle dell’ex governatore, ora presidente del consiglio regionale, i più smentiscono traslochi. Almeno per ora. E in futuro, è fantascienza immaginare Zaia dentro FI? La risposta, detta sottovoce, è il vecchio adagio: in politica, mai dire mai.L’incontro, da quanto è in grado di ricostruire Repubblica, risale al 22 aprile scorso.
Non nella sede del Biscione a Cologno Monzese, com’era toccato ad Antonio Tajani in occasione dell’ultima visita-summit dai Berlusconi, né nella sede di Mondadori: Zaia è stato ricevuto a casa della primogenita dell’ex Cavaliere, in corso Venezia a Milano. Come vuole la prassi, quando è bene che il rendezvous non venga reclamizzato.
A domanda, la spiegazione sulla ragione formale dell’incontro è che Zaia volesse discutere con la figlia del fondatore di FI di un paio di «progetti editoriali» che ha in testa. Forse un libro, forse pure un podcast: l’ex governatore ne sta già conducendo uno, appena lanciato, si chiama Fienile, e come visualizzazioni va forte, 90milioni tra tutte le piattaforme social.
Nell’incontro non si è discusso solo di libri, però. Più fonti raccontano che la discussione è scivolata sull’attualità politica. Sui temi dell’agenda liberale rilanciata da Marina Berlusconi e che Zaia in buona parte condivide: imprese, diritti, il fine vita, argomento scelto, non a caso, dal nuovo capogruppo azzurro alla Camera, Enrico Costa, per l’avvio del nuovo corso in Parlamento. Su questi temi, tra Zaia e Marina Berlusconi c’è piena sintonia.
Zaia mal sopporta le torsioni simil vannacciane della Lega di oggi. E dopo la delusione per non avere centrato il terzo mandato in Regione (per lui, a dirla tutta, sarebbe stato il quarto) si sarebbe aspettato, riferiscono a mezza bocca i suoi in Veneto, di non finire ai margini del partito nazionale. Nonostante l’addio proprio di Roberto Vannacci, Zaia non ha ottenuto i galloni di vicesegretario.
Anche se il “suo” Veneto è stato la regione in cui il sì ha sbancato al referendum sulla giustizia, a differenza del resto dello Stivale. Zaia si è dovuto accontentare di un posto defilato nella «segreteria» varata dal vicepremier, organismo nuovo di zecca, parallelo al tradizionale consiglio federale.
Peraltro, nulla di ufficiale, convocazione via mail, senza delibere formali, lamentano i fedelissimi dell’ex Doge. E Tajani? Il segretario di FI non sembra impensierito.
(da Repubblica)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
SANCHEZ E’ L’UNICO LEADER EUROPEO CHE NON SI FA INTIMIDERE DAL CIALTRONE DELLA CASA BIANCA
L’aperto sostegno di Pedro Sánchez a Francesca Albanese viene commentato con sollievo
a sinistra e con toni ostili e beffardi a destra. Ma non dovrebbe funzionare così, perché la questione non è se Albanese sia politicamente simpatica o antipatica; se dica cose affini o contrarie alle opinioni del pubblico che fischia o applaude.
La questione è se le sanzioni del governo Usa (non simboliche: anche economiche) ai danni di una cittadina europea nonché funzionaria delle Nazioni Unite, e anche ai danni dei giudici della Corte Penale dell’Aja, sulla base di come hanno liberamente svolto il loro lavoro, siano lecite o illecite; se siano una comprensibile presa di
posizione politica, oppure una intimidazione gravissima, e inaccettabile. In senso più lato, se l’intolleranza della Casa Bianca nei confronti di chiunque essa consideri non amico, non sottomesso, non docile, debba ricevere, in Europa, una risposta forte e decisa, o se si debba glissare e incassare il colpo in virtù degli ormai fantomatici “solidi rapporti di alleanza con gli Stati Uniti” (anche se l’atlantismo, dal punto di vista ideologico, è un concetto che nel 2026 ha già un sapore museale).
Non sono tempi, questi, per commentini da bar sulle disgrazie del “nemico” (tale risulta essere l’italiana Albanese per la destra politica e mediatica italiana). Sono tempi nei quali i princìpi del diritto internazionale barcollano, e si deve decidere se provare a tenerli in piedi o lasciarli crollare. Sánchez lo ha fatto. È questo che interessa, il resto è la ciancia risaputa delle fazioni.
(da Repubblica)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO ANNUNCI, TUTTO SULLA CARTA, MA INTANTO SONO PREVISTI DUE COMMISSARI CON UN COSTO DI 5 MILIONI
Il Piano casa non c’è. Esiste solo sulla carta, ma le poltrone sono state già preparate da Matteo Salvini, nelle vesti di ministro delle Infrastrutture. Incarichi confezionati con un costo che sfiora i 5 milioni di euro solo nel primo biennio. E la stima è prudenziale, perché bisogna attendere i decreti attuativi.
Peraltro il progetto, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, ha una durata decennale: nella speranza di portare a compimento il piano, l’esborso, solo per i commissari, potrebbe essere di (almeno) 25 milioni.
La premier ha parlato di 10 miliardi di euro e centinaia di migliaia di alloggi. Ma questo riguarda il futuro. Il presente è il provvedimento, approvato dal governo, che prevede stanziamenti incerti per risolvere l’emergenza abitativa in Italia.
Commissario ricognizione
La certezza è che Palazzo Chigi ha fatto ricorso allo strumento prediletto, ossia la moltiplicazione di incarichi e poteri attraverso l’istituzione di commissari straordinari.
Una specialità della casa, dalle carceri allo sport. Proprio nelle ultime ore alla Camera è stato approvato il decreto Commissari, provvedimento ad hoc, per cristallizzare le posizioni su varie opere, e per indicare il commissario sugli stadi. Il Piano casa raddoppia. Prevede infatti la figura due commissari. Il primo «per la ricognizione dei fabbisogni e il programma di interventi», indicato dal ministro delle Infrastrutture Salvini, e formalmente nominato dalla presidenza del Consiglio.
Il compenso sarà determinato da un decreto ad hoc. I super poteri sono stati già messi nero su bianco
Tra i compiti base c’è quello di predisporre «l’elenco degli immobili su cui possono essere presentate iniziative di edilizia sociale» e definire «uno o più schemi-tipo di
convenzione volti a disciplinare i rapporti tra gli enti proprietari e i soggetti attuatori».
Tutto questo ha un prezzo. Solo per la costituzione della struttura commissariale, il governo ha messo a disposizione 154mila euro per il 2026 e 265mila euro per l’anno prossimo con un conto iniziale di 419mila euro.
Non è l’unica spesa prevista dal governo su questo capitolo.
Nel testo spuntano altre risorse a disposizione. «Per l’esercizio delle proprie funzioni, compresa la stipula di eventuali convenzioni e la nomina di esperti per lo svolgimento dell’attività di indirizzo, coordinamento e monitoraggio al medesimo affidata, al commissario straordinario è riconosciuta una dotazione, nel limite di spesa di 500mila euro per l’anno 2026 e di 1 milione di euro per l’anno 2027», si legge nella bozza finale del decreto esaminato a Palazzo Chigi. Insomma, un altro milione e mezzo sul biennio, che si somma al resto.
La questione economica non passa inosservata. «Con questo cosiddetto Piano casa non vengono recuperate nemmeno le risorse tagliate annualmente a partire dall’insediamento di questo governo. Cambiano titoli e problemi di cui fingono di occuparsi ma con Meloni e Salvini crescono sempre solo le poltrone», osserva Andrea Casu, deputato del Partito democratico.
Per aggiungere un bel po’ di poltrone, il governo ha pensato di sfornare l’ennesima cabina di monitoraggio, guidata dalla presidente del Consiglio (o un delegato), insieme a un rappresentante del ministero delle Infrastrutture, quello delle Politiche di coesione, il commissario e gli enti locali.
Almeno in questo caso, non sono previsti stanziamenti. C’è giusto la possibilità di essere nel nuovo organismo.
«Il Piano casa di Meloni è un gioco di prestigio da quattro soldi, anzi da zero soldi, visto che non c’è l’ombra di un euro. Gli unici soldi certi sono destinati agli stipendi dei commissari nominati dal governo. Più che un piano casa, un piano poltrona», dice il segretario di +Europa, Riccardo Magi.
Esperti a chiamata
C’è un secondo commissario incluso nel pacchetto. Quello per il progetto di realizzazione dei «programmi infrastrutturali di edilizia integrale».
La struttura serve, scrive il governo, «per assicurare il coordinamento e l’azione amministrativa necessari per la tempestiva ed efficace realizzazione del programma di investimento individuato e dichiarato di preminente interesse strategico nazionale».
A sua disposizione c’è un plafond di 600mila euro all’anno. Una parte di questi finanziamenti può essere usata per reclutare esperti a chiamata diretta, da pagare fino a un massimo di 80mila euro.
Una corsia preferenziale per reclutare professionisti di fiducia in nome dell’emergenza.
C’è ancora una spesa, indiretta, affrontata dallo Stato: il commissario potrà contare su un contingente di «massimo di dieci unità di personale non dirigenziale delle amministrazioni pubbliche con oneri a carico delle amministrazioni di appartenenza».
Insomma, saranno gli altri a pagare i dipendenti della struttura, almeno fino a quando sarà in piedi.
In questo caso non esiste un onere calcolato con precisione, ma la stima del costo, per le casse pubbliche, è di almeno mezzo milione di euro all’anno. Mettendo insieme le varie voci, ecco che si arriva a un esborso di 5 milioni di euro. Il Piano casa, insomma, parte dalle poltrone.
(da Fanpage)
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Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile
INVECE DI PERSEGUIRE L’INTERESSE NAZIONALE PREFERISCONO UNA DEMOCRAZIA A SOVRANITA’ LIMITATA IMPOSTA ATTRAVERSO UNA OCCUPAZIONE MILITARE
I leader che si autodefiniscono sovranisti al governo in Italia, pochi giorni fa hanno
ricevuto il più bel regalo che potessero desiderare. Almeno in teoria. Da ben prima di Bruxelles e dei vincoli di bilancio, infatti, la piena sovranità dell’Italia è negata dall’occupazione militare imposta dagli Stati Uniti dal lontano 1945. La presenza militare americana ha storicamente costretto il Paese al ruolo di una democrazia a sovranità limitata: non solo impossibilitata ad avere una vera politica estera autonoma, ma con tanto di piani americani per il colpo di Stato già pronti nel caso in cui i cittadini italiani avessero scelto opzioni sgradite da Washington alle urne. È storia: l’organizzazione USA dedita a sorvegliare la democrazia italiana si chiamava “Gladio”.
Bene, pochi giorni fa, Trump ha ipotizzato di iniziare il ritiro dei militari americani dall’Italia. Ma, a palazzo Chigi, anziché stappare lo spumante per la fortuna di avere finalmente la possibilità di passare dalle parole ai fatti in termini di sovranità, è sceso il gelo. Giorgia Meloni ha protestato che «non sarebbe corretto» perché l’Italia ha sempre mantenuto i suoi impegni; Matteo Salvini non ha avuto nemmeno il coraggio di ribattere, trincerandosi dietro un imbarazzato «non commento le minacce». Parole testuali. Per il politico che rivendica di essere il vero sovranista della coalizione, la possibile fine dell’occupazione militare straniera del suo Paese è una «minaccia».
Non sappiamo di preciso quanti siano i siti militari statunitensi presenti sul territorio italiano, il dato non è pubblico ed alcuni di questi sono segreti: gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti che ne regolano l’uso restano in larga parte riservati. Quelli di cui sappiamo l’esistenza sono 31, ma di certo non sono tutti. Conosciamo invece il numero di militari americani presenti in Italia. O meglio, ne conosciamo quello ufficiale: secondo gli ultimi dati resi pubblici dal Dipartimento della guerra statunitense sono 12.662. L’Italia è il quarto Paese al mondo con più soldati a stelle
e strisce sul proprio territorio dopo Giappone, Germania e Corea del Sud. Ma il documento non conteggia i soldati in missione temporanea, né il numero di ufficiali dei servizi segreti e delle unità speciali. L’unica cosa che sappiamo per certo sono le conseguenze dell’ottantennale occupazione americana: interi territori sottratti alla sovranità nazionale; inquinamento e contaminazione del territorio e delle falde acquifere con residui bellici, metalli pesanti, esplosivi, rifiuti militari e conseguente aumento di tumori e patologie nelle aree circostanti; inquinamento elettromagnetico specie in corrispondenza delle stazioni radar, come il MUOS di Niscemi; presenza di ordigni nucleari (in particolare nella base di Ghedi, a Brescia, ma non solo) controllati dagli americani ma che metterebbero a rischio l’Italia in caso di guerra o di incidenti.
Dopo 80 anni di servitù forzata seguita alla seconda guerra mondiale, il governo Meloni si è visto servire direttamente dal potere americano l’opportunità di mettere fine a tutto questo. Un governo “sovranista” avrebbe dovuto chiamare immediatamente la Casa Bianca, prima che il cervello suggerisse a Trump di scoreggiare su Truth un nuovo comunicato nel quale cambiava idea, e rilanciare. «Benissimo, Donald, siamo d’accordo con te. Firmiamo subito l’accordo: riprenditi tutti i soldati e usali per rifare l’America Great Again a casa loro. Puoi riprenderti anche tutte le armi atomiche. Tranquillo, non vogliamo niente: alla bonifica dei territori che avete devastato per quasi un secolo ci pensiamo noi, basta che andate via». Il giorno dopo l’Italia sarebbe stata finalmente libera di perseguire i propri interessi in un mondo multipolare, senza essere obbligata a contravvenire continuamente all’articolo 11 della propria Costituzione per assecondare la prossima guerra americana. Non dovrebbe essere il sogno per una classe politica che si dichiara “sovranista”, nel senso di dedita solo all’interesse nazionale? Peccato che siano solo politicanti. E domani aspetteranno con la cenere in testa il vicepresidente americano Vance, in visita a Roma, pronti a qualsiasi rassicurazione con il solo scopo di rinnovare il patto di vassallaggio e legare ancora una volta i destini dell’Italia a quelli dell’impero americano in disfacimento.
(da – lindipendente.online)
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