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DECRETO PONTE, LA RESA DEL GOVERNO: I LAVORI PARTIRANNO (FORSE) NEL 2030

Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile

RISPETTO ALLA SPESA PREVISTA INIZIALMENTE COSTERA’ IL 248% IN PIU’ (PER ORA)

Il cosiddetto “decreto Ponte” è diventato legge dello Stato. Con 160 voti a favore, 110 contrari e 7 astenuti, ieri la Camera dei Deputati ha infatti approvato il testo senza modifiche rispetto al Senato, definendo le regole e i costi per l’infrastruttura sullo Stretto di Messina. Dal testo emerge che l’opera varrà complessivamente 14,442 miliardi di euro, il 248% in più rispetto alle stime iniziali. Al netto del via libera parlamentare, il provvedimento non scioglie i nodi principali che da anni accompagnano l’opera: tempi, sostenibilità economica, compatibilità ambientale e, soprattutto, la reale possibilità di avviare i cantieri nei termini annunciati dal ministro Matteo Salvini e poi sistematicamente smentiti dai fatti. Si prevede infatti una profonda rimodulazione delle tempistiche di esborso: 2,787 miliardi verranno traslati dal quadriennio 2026-2029 al periodo 2030-2034.
L’intervento normativo del governo, forte anche del voto di fiducia incassato in Parlamento, si è reso indispensabile in seguito ai rilievi formulati in autunno dai magistrati contabili, i quali avevano portato alla ricusazione della delibera Cipess riguardante il progetto definitivo. Per superare l’impasse, la supervisione delle procedure non sarà più affidata a un supercommissario, ma competerà direttamente al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Il dicastero dovrà chiarire come l’opera si regge economicamente, aggiornando il Piano economico finanziario della Stretto di Messina spa e verificando costi, coperture, tariffe, canoni, ricavi attesi e sostenibilità complessiva. Una questione tutt’altro che marginale, soprattutto se si considera che l’appalto di riferimento è sostanzialmente quello di vent’anni fa, mentre i costi sono enormemente cresciuti.
Non solo conti. Il Mit e le amministrazioni competenti dovranno svolgere nuovi controlli per rispettare la direttiva “Habitat” (la disciplina europea che regola i progetti su siti Natura 2000, come lo Stretto di Messina). È prevista una ricognizione delle valutazioni ambientali e della valutazione di incidenza, tenendo conto anche delle soluzioni alternative, oltre a un provvedimento del Mit sulle conseguenze attese per la salute e la sicurezza pubblica, e una nuova deliberazione del Consiglio dei ministri sugli Iropi (“motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”) che possono giustificare il progetto nonostante impatti rilevanti.
Il decreto riordina peraltro la governance delle grandi opere pubbliche, riducendo il numero dei commissari straordinari e rafforzando il ruolo delle aziende pubbliche già operanti nel settore. Per gli interventi viari collegati al Ponte viene nominato commissario l’amministratore delegato di Anas, Claudio Andrea Gemme, mentre per le infrastrutture ferroviarie complementari il ruolo spetta all’ad di Rfi, Aldo Isi. Entrambi opereranno con i poteri dello «Sblocca cantieri», cioè in deroga alle norme sui contratti pubblici, per coordinare e accelerare la realizzazione delle opere accessorie. Nel corso dell’esame parlamentare il provvedimento è passato da 11 a 15 articoli, includendo la messa in sicurezza del traforo del Gran Sasso e delle autostrade A24 e A25, la funzionalità dei commissari per gli Europei di calcio del 2032, misure per la linea C della metropolitana di Roma e la tutela della laguna di Venezia. È stato inoltre acquisito al patrimonio dello Stato il Mose, insieme a interventi di semplificazione per i gasdotti di importazione dall’estero dichiarati di interesse strategico nazionale.
Lo scorso marzo, il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia, ha aperto un nuovo fronte sulla realizzazione del Ponte in audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, sostenendo che l’opera, così come oggi configurata, richiederebbe una nuova gara d’appalto per allinearsi alle regole europee. «Il tema principale della nuova gara non è risolto dal decreto», ha spiegato il presidente dell’Anac, evidenziando come «l’assenza di una gara» comporti che «il passaggio da un progetto in cui il privato era chiamato a sostenere gran parte dei costi, il 60%, a una decisione politicamente diversa di garantire un finanziamento integralmente pubblico cambia completamente il quadro e quindi richiede una nuova gara». Il riferimento è all’articolo 72 della direttiva europea sugli appalti, che disciplina le modifiche sostanziali dei contratti in corso. Sul tema dei costi legati all’opera, Busia ha ricordato che la base originaria era intorno ai 4 miliardi, mentre oggi il valore complessivo è arrivato a una cifra che, a suo avviso, rende quantomeno necessario un confronto con Bruxelles per verificare la compatibilità con la normativa.
(da lindipendente.online)

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BUTTAFUOCO NON E’ PERICOLOSO, E’ COMPATIBILE CON IL BUFFET INAUGURALE DELLA BIENNALE

Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile

E’ UN DANDY PER ROTOCALCHI EVOLUTI, UN DEMOCRISTIANO ESOTERICO, IL TRIONFO DELLA CULTURA TRASFORMATA IN SOPRAMMOBILE

Pietrangelo Buttafuoco è il trionfo definitivo della cultura italiana trasformata in soprammobile. Non più l’intellettuale tragico, non più il corsaro ideologico, non più il monaco guerriero della destra esoterica: ma il suo derivato televisivo, commestibile, nazionalpopolare. Una specie di cardinale barocco progettato da Mediaset dopo una full immersion di Franco Battiato, Julius Evola e “Linea Verde”.
Per anni ci hanno venduto Buttafuoco come figura irregolare, scandalosa, quasi indecifrabile. In realtà è perfettamente leggibile. Anzi: perfettamente italiano. Dietro le citazioni arabe, i turbamenti mediterranei, le pose levantine e la dizione da ierofante etneo, c’è il più classico prodotto culturale italiano: il democristiano estetico. Non la Democrazia Cristiana dei congressi e delle correnti — troppo faticosa — ma quella atmosferica, antropologica. Quella delle casalinghe che vogliono sentirsi colte senza correre il rischio di capire davvero qualcosa.
Buttafuoco infatti non è realmente radicale. È ornamentale. È il radicalismo trasformato in tappezzeria culturale. Lo ascolti parlare e sembra sempre che stia per rivelarti un segreto custodito dai sufi nel deserto siriano. Poi, dopo venti minuti di Bisanzio, Ibn Khaldun e l’Etna metafisico scopri che il concetto finale era: “la Sicilia è complessa”.
Ed è qui che emerge il suo vero talento: la trasformazione della profondità in atmosfera. Buttafuoco non argomenta, aromatizza. È il diffusore per ambienti della cultura italiana.
Persino la sua conversione all’Islam, che poteva essere un gesto destabilizzante, in lui diventa immediatamente salottiera. Non spaventa nessuno. È un Islam da terrazza di Taormina, da aperitivo con intellettuali Rai, da spezia culturale da spolverare sopra la solita malinconia italiana. Non c’è mai davvero il rischio del conflitto. Buttafuoco rende innocuo tutto ciò che tocca perché lo trasforma in scenografia.
Ed è precisamente questo che il sistema culturale italiano ama. Perché l’Italia non premia quasi mai gli intellettuali veramente pericolosi. Premia quelli che simulano il pericolo restando perfettamente integrabili. Buttafuoco è ideale in questo senso: sembra estremo ma è rassicurante. Sembra eretico ma è compatibilissimo col buffet inaugurale della Biennale. Sembra un derviscio antioccidentale ma parla come uno che non farebbe mai saltare un invito a “Che tempo che fa”.
La sua intera parabola racconta la trasformazione della destra italiana da tragedia ideologica a lifestyle culturale. Negli anni Ottanta il militante missino aveva il senso della sconfitta storica, della marginalità, perfino della violenza autolesionista. Buttafuoco prende quel mondo e lo converte in prodotto da libreria d’aeroporto elegante. È la museificazione della retorica dello sconfitto attraverso la retorica siciliana.
Anche il suo linguaggio, apparentemente ricchissimo, spesso funziona come una macchina del fumo. Un lessico sontuoso che crea l’illusione della profondità. In Italia basta pronunciare “Mediterraneo”, “Oriente”, “Bisanzio”, “zolfo”, “misticismo”, “saraceni” con sufficiente gravità e metà del pubblico va in trance. Buttafuoco lo sa benissimo. È un professionista dell’incantamento semantico.
E infatti il suo pubblico ideale non è il lettore feroce, né il vero reazionario, né il rivoluzionario. È il pubblico che vuole sentirsi intelligente senza essere disturbato. La borghesia italiana che desidera il brivido dell’eresia in confezione regalo. Le famose “casalinghe di destra colte” che vogliono poter dire durante una cena: “Sai, Buttafuoco ha una visione mediterranea molto interessante”.
In questo senso è profondamente nazionalpopolare. Nonostante le pose aristocratiche, Buttafuoco appartiene totalmente alla televisione italiana. Ne ha il ritmo, il compiacimento, la battuta preparata, la teatralità controllata. Anche quando cita René Guénon sembra stia facendo un provino permanente per un talk show del sabato sera.
Possiede davvero cultura, memoria, stile. Non è un bluff totale. Sarebbe quasi più facile se lo fosse. Il problema è che usa quel talento soprattutto per costruire il personaggio Buttafuoco. Un personaggio perfetto per un Paese che ama gli intellettuali purché non diventino troppo intelligenti, i reazionari purché siano eleganti, i mistici purché facciano audience.
Così oggi Buttafuoco finisce naturalmente alla Biennale di Venezia, cioè nel luogo dove il sistema italiano consacra definitivamente i propri simulacri culturali. Ed è una nomina perfetta. Perché Buttafuoco è ormai questo: un simulacro riuscitissimo dell’intellettuale italiano. Una figura che dà continuamente l’impressione di custodire un segreto enorme mentre in realtà custodisce soprattutto il proprio personaggio.
È il Pasolini compatibile con gli sponsor. Il dandy antimoderno per rotocalchi evoluti. Il sufi da salotto Rai. Il democristiano esoterico. Il mistico televisivo. Il barocco prêt-à-porter.
E forse il suo vero genio consiste proprio qui: nell’aver capito prima di tutti che in Italia la cultura non deve più produrre idee. Deve produrre atmosfera.
Ottavio Cappellani
(da mowmag.com)

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AMMINISTRATIVE, COSA DICONO I SONDAGGI

Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile

CAMPO LARGO AVANTI A VENEZIA E IN TOSCANA, IL CENTRODESTRA A REGGIO CALABRIA… AL VOTO QUASI 900 COMUNI TRA MAGGIO E , GIUGNO, CON VENTI CAPOLUOGHI

Il centrosinistra per l’appuntamento delle amministrative del 24 e 25 maggio raccoglie segnali favorevoli da Venezia alla Toscana, mentre il centrodestra dopo la sconfitta del referendum sulla giustizia cerca il riscatto al Sud, a partire da Reggio Calabria. Da domani, sabato 9 maggio, scatta il divieto di pubblicare e diffondere i risultati dei sondaggi elettorali. È l’ultima fotografia di una tornata che i partiti leggono già in chiave nazionale. Saranno chiamati al voto quasi 900 Comuni, con calendari diversi nelle Regioni a statuto speciale: il grosso delle urne sarà aperto il 24 e 25 maggio, appunto, con eventuali ballottaggi il 7 e 8 giugno. In Trentino-Alto
Adige si voterà il 17 maggio, mentre in Sardegna il primo turno è fissato al 7 e 8 giugno.
I riflettori sono puntati soprattutto sui venti capoluoghi, tra cui Venezia, Salerno, Avellino, Mantova, Lecco, Messina, Agrigento, Reggio Calabria, Crotone, Andria, Chieti, Macerata, Fermo, Prato, Pistoia e Arezzo. Non ci sono metropoli come Roma, Milano o Napoli, ma il voto pesa lo stesso. Perché arriva dopo un No alla riforma della Giustizia che ha sparigliato le carte, con la legislatura ormai entrata nella sua fase finale. Maggioranza e opposizione sono già attente a misurare la tenuta delle coalizioni in vista delle politiche. Pur con la cautela che è d’obbligo quando si tratta di sondaggi, una tendenza già si intravede, e fa ben sperare il centrosinistra.
Il test di Venezia
L’osservata speciale resta Venezia. Dopo dieci anni di Luigi Brugnaro, il centrodestra prova a conservare Ca’ Farsetti con Simone Venturini, assessore uscente e candidato della coalizione. Il centrosinistra, invece, punta su Andrea Martella, senatore Pd e coordinatore veneto dem, sostenuto dal campo largo.
Qui le ultime rilevazioni danno Martella avanti. Il sondaggio Tecnè per Citynews, pubblicato il 7 maggio e realizzato tra il 5 e il 6 maggio, assegna al candidato del centrosinistra il 49% tra chi esprime un’intenzione di voto. Venturini è al 41%, mentre gli altri candidati raccolgono complessivamente il 10%. Il dato che tiene aperta la partita è quello degli indecisi o astenuti: il 46%.
Un quadro simile era emerso dal sondaggio BiDiMedia, pubblicato il 1° maggio. In quel caso Martella era dato al 47,3% e Venturini al 41,6%. E poi gli altri candidati: Giovanni Andrea Martini al 3,2%, Michele Boldrin al 3%. Numeri alla mano, dunque, il campo largo avrebbe i margini per giocarsi Venezia da favorito. Resta però da capire se il vantaggio basterà già al primo turno, superando il 50%, o se la partita si sposterà al ballottaggio.
Anche in Toscana il centrosinistra è avanti
Il secondo fronte favorevole al centrosinistra è la Toscana. Il sondaggio Emg Different per Toscana Tv, pubblicato l’8 maggio e realizzato tra il 27 aprile e il 4 maggio, fotografa tre partite molto diverse ma tutte competitive per il campo progressista. A Prato Matteo Biffoni, già sindaco dem della città e sostenuto dal
centrosinistra, viene indicato oltre il 53%, davanti al candidato del centrodestra Gianluca Banchelli, fermo al 38,5%. A Pistoia Giovanni Capecchi, sostenuto dalla coalizione progressista e anche dal Movimento 5 Stelle, è dato poco sopra il 50%, mentre Annamaria Celesti, candidata del centrodestra, è al 44,5%. Più aperta Arezzo, dove Marcello Comanducci, candidato del centrodestra, è al 43%, davanti a Vincenzo Ceccarelli, sostenuto dal campo largo, al 40,5%. Il civico Marco Donati è al 13%. Qui il ballottaggio sembra lo scenario più probabile.
Il centrodestra punta su Reggio Calabria
Se Venezia è il bersaglio grosso del centrosinistra, Reggio Calabria è la città in cui il centrodestra cerca il riscatto. Dopo il passaggio dell’ex sindaco Giuseppe Falcomatà in Consiglio regionale, il centrosinistra sostiene Domenico Battaglia, vincitore delle primarie. Il centrodestra punta invece su Francesco Cannizzaro, deputato e coordinatore regionale di Forza Italia.
Una rilevazione Swg per Lac News, pubblicata il 19 aprile e realizzata tra il 13 e il 16 aprile, indica Cannizzaro in netto vantaggio, tra il 52 e il 56%, davanti a Battaglia, stimato tra il 32 e il 36%. Più indietro Eduardo Lamberti Castronuovo, tra il 5 e il 9%, e Saverio Pazzano, tra il 4 e il 6%. Lo stesso sondaggio registra anche una bocciatura netta dell’amministrazione uscente di centrosinistra: il 74% la giudica poco o per niente efficace. Un dato che il centrodestra può utilizzare per raccontare Reggio come possibile cambio di fase nel Mezzogiorno.
A Salerno De Luca corre senza il simbolo del Pd
Un’altra città da attenzionare è Salerno, dove però non ci sono rilevazioni disponibili. Vincenzo De Luca torna in campo per provare a riconquistare il Comune dopo due mandati alla guida della Regione Campania. Lo fa però senza il simbolo del Pd, che non presenta una propria lista. M5S, Avs e altre forze progressiste sostengono l’avvocato Franco Massimo Lanocita, mentre il centrodestra si presenta con Gherardo Maria Marenghi. In corsa c’è anche l’area centrista con Armando Zambrano. Il risultato dirà molto sulla forza residua del sistema deluchiano.
A Fermo la partita è aperta
Tra le sfide più incerte c’è Fermo. Una rilevazione Tecnè per CF Comunicazione realizzata tra il 27 e il 30 aprile, fotografa una partita completamente aperta. Leonardo Tosoni, sostenuto da Fratelli d’Italia, Angelica Malvatani, appoggiata da Movimento 5 Stelle, Avs, Pd, Progetto Riformista, e Alberto Maria Scarfini, sostenuto da liste civiche, sono tutti indicati nella stessa forbice, tra il 28 e il 34%. Anche qui pesa l’incertezza: dichiara un’intenzione di voto il 52%, mentre indecisi e astensione arrivano al 48%.
La Sicilia si divide
In Sicilia le rilevazioni disponibili raccontano due partite molto diverse. A Messina il sindaco uscente Federico Basile, sostenuto da Sud chiama Nord e liste civiche, parte avanti. Il sondaggio Swg, commissionato da Sud chiama Nord e pubblicato il 22 aprile, lo colloca tra il 50 e il 54%. Marcello Scurria, sostenuto da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia è indicato tra il 23 e il 27%. Antonella Russo, sostenuta da Pd, M5S e Controcorrente, è tra il 19 e il 23%. Indecisi e non voto arrivano al 30%. Il giudizio sull’operato del sindaco uscente rafforza il quadro: il 72% lo valuta molto o abbastanza efficace. Anche un’altra rilevazione, realizzata da Lab21 e pubblicata il 10 aprile, confermava il vantaggio di Basile con una stima puntuale al 54,3%, davanti a Scurria al 21,1% e Russo al 20,6%.
Ad Agrigento, invece, il sondaggio Keix commissionato da Controcorrente che sostiene il candidato del campo largo Michele Sodano, lo dà in testa con una forbice tra il 36 e il 39%. Il centrodestra è diviso: Dino Alonge, sostenuto da Forza Italia, Fratelli d’Italia e Udc è indicato tra il 16 e il 19%; Luigi Gentile, sostenuto da Lega, Democrazia Cristiana, Noi Moderati e Sud chiama Nord tra il 10 e il 13%. Gli indecisi sono il 25%. Qui il vantaggio del centrosinistra si intreccerebbe con le divisioni nel centrodestra.
Le altre città al voto
Anche in Lombardia il centrosinistra potrebbe sorridere. L’ultima fotografia, datata prima che la campagna elettorale entrasse nel vivo, darebbe in vantaggio il campo progressista. A Mantova il sondaggio Winpoll per Scenari Politici, pubblicato il 13 febbraio, dava Andrea Murari, candidato del centrosinistra, al 64,7%, e il candidato del centrodestra Raffaele Zancuoghi al 23,8%. Con un’ampia area di indecisi e astenuti, il 32%.
Ma la mappa del voto non si esaurisce ai sondaggi. A Lecco il centrosinistra prova a confermare Mauro Gattinoni, mentre il centrodestra sostiene Filippo Boscagli. A Macerata il campo progressista punta su Gianluca Tittarelli per provare a battere il sindaco uscente leghista Sandro Parcaroli. Ad Avellino il centrosinistra corre con Nello Pizza, mentre il centrodestra si presenta diviso: Forza Italia e Fratelli d’Italia appoggiano Laura Nargi, Lega e Udc sostengono Gianluca Festa.
A Chieti il campo largo sostiene Giovanni Legnini, ex vicepresidente del Csm ed ex commissario per la ricostruzione, mentre il centrodestra si divide tra Cristiano Sicari e Mario Colantonio. A Crotone il sindaco uscente Vincenzo Voce cerca la riconferma con una lista civica e l’appoggio del centrodestra, mentre il centrosinistra sostiene Giuseppe Trocino.
In Puglia, a Trani il centrosinistra punta su Marco Galiano, ex sindacalista e dirigente scolastico, mentre il centrodestra schiera Angelo Guarriello. Ad Andria la sindaca uscente dem Giovanna Bruno cerca la riconferma contro Sabino Napolitano, candidato del centrodestra.
(da agenzie)

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MARINA DA COMBATTIMENTO. SONO INIZIATE LE MANOVRE DELLA CAVALIERA PER BLOCCARE LA NUOVA LEGGE ELETTORALE (“STABILICUM”). SOLO COSÌ, RAGGIUNGEREBBE IL SUO OBIETTIVO, CIOÈ QUELLO DI UN “PAREGGIONE” ALLE PROSSIME ELEZIONI: CIO’ CONSENTIREBBE A FORZA ITALIA E A MARINA DI ESSERE DETERMINANTE NELLA COSTRUZIONE DELLA MAGGIORANZA CHE ELEGGERÀ IL PROSSIMO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL FORZISTA NAZARIO PAGANO, PRESIDENTE DELLA COMMISSIONI AFFARI COSTITUZIONALI DELLA CAMERA, STA RALLENTANDO L’ITER DI APPROVAZIONE DELLA RIFORMA, MANDANDO NEL PANICO GIORGIA MELONI, TERRORIZZATA DI FINIRE “NEL PANTANO”

A trovare il nome, non troppo originale per la verità, sembra sia stata Marina Berlusconi in persona. “Mi parlate di rischio di pareggio, di non vittoria alle elezioni. Non ci vedrei alcun dramma. Viva il Pareggione!”, avrebbe esclamato la capa di Forza Italia e di Fininvest parlando con qualche colonnello azzurro. Così, da alcuni giorni, come racconta lo storico centrista Marco Follini, nei corridoi di Camera e Senato ha cominciato a circolare il “fantasma del pareggio”.
Anzi, del Pareggione appunto. Una strana creatura che spaventa parecchio chi pensa di poter impugnare il bastone del comando nella prossima legislatura: Giorgia Meloni ed Elly Schlein in primis. Ma che va a genio a tutti coloro, e sono tanti, stanchi di fare i gregari in un bipolarismo mutato in bipopulismo.
A spingere la Cavaliera a tifare per il Pareggione sono diverse ragioni. La prima è il timore di ritrovarsi come alleato il generale Roberto Vannacci: si narra che Meloni, pur di fare il bis a palazzo Chigi, sia pronta ad allargare la coalizione perfino a leader di Futuro nazionale accreditato del 3 e il 4%. Una scelta che radicalizzerebbe a destra il governo e che renderebbe Forza Italia residuale, un simulacro dell’europeismo e del liberismo predicato da Silvio buonanima.
La seconda ragione è legata alla speranza e all’ambizione di Marina di avere un ruolo centrale nella prossima legislatura. Di essere lei a dare le carte per la formazione di un nuovo governo, capace di scompaginare gli attuali schieramenti in nome dell’europeismo, dell’anti-trumpismo, dei diritti civili, di un ritrovato garantismo e del liberismo economico.
La terza, forse la più importante ragione della Cavaliera: la “non vittoria” del Campo progressista o del centrodestra, aprirebbe la strada alla necessità di un accordo ampio per la scelta del successore di Sergio Mattarella. E la presidente Fininvest intende assolutamente essere della partita. Di più, qualcuno, tra gli azzurri, si spinge a dire: “Marina spera di esserne la protagonista…”.
Alla capa di Forza Italia è stato spiegato che la condicio sine qua non per rendere il pareggione un’ipotesi concreta, è fermare la riforma elettorale. Lo Stabilicum: un proporzionale puro, senza collegi uninominali maggioritari e con un premio di maggioranza monstre per lo schieramento che prende anche un solo voto in più dell’altro, cui lavora da tempo Meloni. E che, guarda caso, Forza Italia sta frenando. E non poco.
Se si va a leggere il timing fissato dal forzista Nazario Pagano, presidente della Commissione affari costituzionali della Camera dove è stata incardinata la riforma elettorale, sembra di scorrere l’orario dei treni “accelerati” del Novecento. Martedì scorso sono cominciate le audizioni e Pagano ha iscritto oltre settanta relatori.
Così se ne andrà maggio. Poi giugno sarà dedicato agli emendamenti e, se va bene, a fine luglio dovrebbe arrivare il via libera di Montecitorio allo Stabilicum. Poi la palla passerebbe al Senato.
Un passo della formichina che spaventa Meloni, terrorizzata di “finire nella pantano” dei “giochi di palazzo”, in cui “a decidere non sono i cittadini ma i soliti noti…”. […] Ma mentre la segretaria dem riflette, tentata com’è di offrire (senza clamore) sponda a Meloni pur di non finire vittima di veti, agguati e caminetti dopo la chiusura delle urne, la “pareggite” si diffonde. Contagia rapida.
Viaggia veloce per i Palazzi come il primo Covid. L’untore più attivo è Carlo Calenda. Il leader di Azione, per rendere più appetibile il Pareggione, non parla più di un governo tecnico guidato da Mario Draghi. Ma di un esecutivo politico di unità nazionale “con dentro tutti quelli che credono nell’Europa e nel superamento del bipopulismo”.
I proseliti non mancano. C’è Matteo Renzi, naturalmente. Ci sono tanti riformisti del Pd che piuttosto di vedere Elly o tantomeno Giorgia a palazzo Chigi, punterebbero su Paolo Gentiloni o un premier moderato. E ci starebbe anche Conte. Il motivo: da buon neo-democristiano, progressista solo per convenienza, il leader 5Stelle con il pareggio avrebbe ampi spazi di manovra e (soprattutto) non dovrebbe incoronare Schlein premier. Senza contare che perfino Matteo Salvini, pur di incassare qualche poltrona e di non marciare al fianco del traditore Vannacci, brinderebbe a un governo con tutti (o quasi) dentro.

(da huffingtonpost.it)

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GLI ITALIANI NON RIESCONO PROPRIO A STACCARSI DAL VOLANTE: NEL NOSTRO PAESE IL 70% DEI RESIDENTI POSSIEDE UN’AUTOMOBILE. È LA PERCENTUALE PIÙ ALTA DI TUTTA L’UNIONE EUROPEA, DOVE LA MEDIA È DEL 57,8%

Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI SONO 700MILA LE VETTURE REGISTRATE IN ITALIA. UN TEMPO L’AUTO ERA UN SIMBOLO DEL “BENESSERE ECONOMICO”, ADESSO È UN “VAMPIRO” CHE SI NUTRE DI CARBURANTI SEMPRE PIÙ COSTOSI

Gli italiani sono i più dipendenti dall’auto in tutta Europa. Il 70% dei residenti, infatti, possiede un mezzo di questo tipo, a differenza delle percentuali francesi, tedesche e spagnole che non superano il 60% (proprio come la media Ue, ferma al 57,8 per cento).
È ciò che emerge dalle Storie di dati dell’Istat nel report “Lo sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni”, che ricorda come l’auto sia stata «simbolo di benessere economico» nel boom economico: tra 1961 e 1971, le autovetture iscritte sono passate allora da meno di 50 a oltre 200 ogni mille abitanti.
Poi, le vetture iscritte al Pra (Pubblico registro automobilistico) sono diventate 500 nel 1991 e, nel 2024, hanno superato i 700.
Il rapporto mette, di fianco, i dati della rete ferroviaria. L’Italia non ha nulla da invidiare agli altri Paesi: l’estensione nazionale è di 3,7 km ogni mille km quadrati, superiore alla media Ue (2,1) e inferiore solo a Francia (4,3) e Spagna (6,3).
Ma la domanda di trasporto ferroviario complessiva è di oltre 55 miliardi di passeggeri per chilometro, la metà di quella francese e tedesca (rispettivamente 107 e 109 miliardi di passeggeri).

(da ilsole24ore.com)

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“IL PNRR È UN’OCCASIONE PERSA, CON EFFETTI SUL DEBITO CHE SI VEDRANNO NEI PROSSIMI ANNI”:. L’ECONOMISTA VERONICA DE ROMANIS SPIEGA PERCHÉ IL RECOVERY NON HA RILANCIATO LO SVILUPPO DELL’ITALIA, ANZI: “ERA UNO STRUMENTO CREATO CON LO SCOPO DI FINANZIARE RIFORME E INVESTIMENTI, NON BONUS E SUSSIDI. COSÌ NON È STATO. BASTI PENSARE CHE 14 MILIARDI DI RISORSE DEL PNRR SONO STATI DESTINATI AL FINANZIAMENTO DEL SUPERBONUS, NONOSTANTE L’EUROPA LO ABBIA DEFINITO UN SUSSIDIO ‘REGRESSIVO’ E ‘INEFFICACE’

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTUALE GOVERNO HA PIÙ VOLTE RIVISTO IL PIANO, FINO A TRASFORMARLO IN UNA LUNGA LISTA DELLA SPESA”

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) non sta contribuendo a rafforzare il potenziale di sviluppo del Paese. È questo, in estrema sintesi, l’impatto atteso dal governo nel quadriennio 2025-2029. Tradotto: i circa 200 miliardi messi in campo dall’Europa non sono serviti a incrementare la crescita potenziale del Paese che, peraltro, è già molto contenuta. Nello specifico, il Piano sottrarrà circa due decimi di punto percentuale alla nostra crescita potenziale.
Stime di questo tipo sorprendono visto che il Pnrr nasceva con l’obiettivo opposto: rafforzare l’economia, renderla più efficiente e più attrattiva. E invece il risultato appare rovesciato. Che cosa non ha funzionato?
Nel Documento di Finanza Pubblica approvato la scorsa settimana emerge che la crescita potenziale – ossia la quantità di risorse che un’economia può produrre se i fattori di produzione vengono impiegati nel migliore dei modi – si attesterà attorno allo 0,7 per cento nei prossimi anni, quasi la metà della media dell’area euro.
Un risultato tutt’altro che brillante. Le componenti lavoro e capitale contribuiscono per circa mezzo punto percentuale. La terza componente, la cosiddetta produttività totale dei fattori – che misura il grado di efficienza di un sistema economico – fornisce invece un contributo negativo pari – appunto – a -0,2 punti. Eppure, era proprio su questo indicatore che il Pnrr avrebbe dovuto agire, migliorandolo
Come è noto, gli Stati europei, e in particolare quelli del Nord – avevano sostenuto l’introduzione di questo strumento con l’obiettivo di favorire la convergenza tra economie, aiutando principalmente quelle rimaste indietro.
Il nuovo strumento, dunque, è stato creato con lo scopo di finanziare riforme e investimenti, non bonus e sussidi. Si chiama, infatti, Next Generation EU: i fondi servono per il futuro, ossia per rafforzare la produttività, non per distribuire risorse nell’immediato.
A guardar bene, però, così non è stato. Almeno per noi. Basti pensare che circa 14 miliardi di risorse del Pnrr sono stati destinati al finanziamento del Superbonus 110 per cento nonostante l’Europa lo abbia definito un sussidio “regressivo” e “inefficace”.
Sia chiaro: le responsabilità sono diffuse e attraversano più governi.
Il Conte 2 ha presentato il Pnrr come un successo negoziale, senza chiarire che l’entità (significativa) delle risorse assegnate all’Italia rifletteva – semplicemente – la nostra debolezza strutturale. In altre parole, peggio sei messo, più ottieni.
Successivamente, il governo Draghi lo ha definito “debito buono”, fornendo un alibi perfetto a chi voleva prendere l’insieme dei fondi subito. E, infatti, i 121 miliardi di debito e i restanti 80 di trasferimenti a fondo perduto sono stati attivati tutti sin dall’inizio: nessuna gradualità (come deciso dalla Spagna) nessuna prudenza (come Francia e Germania che hanno scelto di non usare la parte a debito).
Infine, l’attuale esecutivo – che ne ha gestito l’implementazione -, lo ha più volte rivisto, fino a trasformarlo in una lunga lista della spesa con poche riforme e molti interventi di manutenzione dell’esistente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’ottanta per cento degli interventi ha dimensioni inferiori al miliardo e molti riguardano progetti già esistenti, piuttosto che nuove iniziative capaci di cambiare il potenziale di crescita del Paese.
In definitiva, il Pnrr appare come un’occasione persa, con effetti sul debito che si vedranno nei prossimi anni. Eppure, in molti – sia dalle fila della maggioranza sia da quelle dell’opposizione – ne chiedono una replica.
Veronica De Romanis
per “la Stampa”

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PRIMA DI VALDITARA, SOLO UN ALTRO UOMO AVEVA ATTRIBUITO L’OMICIDIO DI PIERSANTI MATTARELLA ALLE BRIGATE ROSSE: VITO CIANCIMINO

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

ATTILIO BOLZONI, STORICO CRONISTA DI MAFIA: “PIÙ CHE UNA SVISTA CLAMOROSA QUELLA DEL MINISTRO LEGHISTA DELL’ISTRUZIONE È IL SEGNO DI UNA TENDENZA A CONFONDERE LA REALTÀ STORICA E PURE QUELLA GIUDIZIARIA, È LA VOGLIA INCONTROLLATA DI RISCRIVERE LA STORIA NERA DEL NOSTRO PAESE”

Ci sono soltanto due uomini al mondo (e sfido chiunque a indicarmene un terzo) che hanno attribuito la paternità dell’omicidio di Piersanti Mattarella alle Brigate rosse. Uno era originario di Corleone, l’altro è milanese, il primo è quello che ha fatto brutta Palermo, il secondo è stato senatore per anni, uno era un famigerato assessore all’Urbanistica, l’altro è diventato ministro dell’Istruzione e del merito.
Uno si chiamava Vito Ciancimino e l’altro Giuseppe Valditara.
Tutti e due, e a modo tutto loro, ci hanno detto che il presidente della Regione siciliana, fratello di Sergio, il capo dello Stato, è stato assassinato per mano dei terroristi provenienti dalle file più estreme del comunismo italiano.
Don Vito si è esibito nel suo show qualche giorno dopo l’omicidio – avvenuto il giorno dell’Epifania del 1980 – un po’ per depistare e un po’ per non attirare troppe attenzioni investigative su sé stesso.
Il ministro Valditara invece ha scelto il palcoscenico di un teatro di Avellino dopo l’inaugurazione di una scuola intitolata proprio a Piersanti Mattarella e tenuta a battesimo proprio da lui. Il massimo, direi.
Nessun depistaggio e sicuramente nessun malanimo, solo tanta trascuratezza, tanta inadeguatezza, indolenza e un riflesso pavloviano che ha sospinto naturalmente il ministro a esporsi a un errore grossolano che non è soltanto uno strafalcione ma qualcosa di più grave e inquietante perché termometro di un clima che si respira in questi mesi fra i palazzi del potere.
Le tensioni che attraversano la maggioranza meloniana sui grandi delitti siciliani degli anni Ottanta e Novanta, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche Mattarella, stragi dove affiorano responsabilità dei neofascisti in combutta con apparati dello Stato ma ignorate con protervia da chi oggi comanda e orienta in ben altre direzioni.
Commissioni parlamentari e anche qualcos’altro.
Più che una svista clamorosa quella del ministro leghista dell’Istruzione (sì, dell’Istruzione, la realtà supera sempre la fantasia ed è caina) è il segno di una tendenza a confondere la realtà storica e pure quella giudiziaria, è la voglia incontrollata di riscrivere la storia nera del nostro Paese.
La gaffe di Giuseppe Valditara nasconde pure questo e anche se il ministro prendesse ripetizioni non credo che migliorerebbe la sua preparazione su Piersanti Mattarella, sulla mafia, sulla spaventosa vicenda palermitana di quasi mezzo secolo fa. Quello è e per quello che è si è presentato agli studenti campani.
Il ministro poi ha reagito male, accusando di sciacallaggio tutti coloro i quali hanno evidenziato il suo passo falso. Avrebbe dovuto solo prendersela con sé stesso e con la memoria che non ha. E dovrebbe anche chiedersi: quanti italiani nati nel 1961, come lui, oggi avrebbero accollato alle Brigate rosse l’omicidio del presidente Piersanti Mattarella? Quanti italiani avrebbero fatto l’associazione assassinio presidente Regione siciliana-terrorismo di sinistra?
Il resto è miseria dei nostri tempi. Miseria insopportabile retorica. Le parole testuali di Valditara nel teatro di Avellino: «Qui voglio spendere due parole… All’epoca avevo quasi 19 anni, ricordo quella foto drammatica del presidente Sergio, che prendeva in braccio suo fratello assassinato dalle Brigate rosse e lo tirava fuori dalla macchina».
(da agenzie)

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BIENNALE FOLIES! NON SOLO GLI SCAZZI GIULI-BUTTAFUOCO SULLA RIAPERTURA DEL PADIGLIONE RUSSO: LO SCIOPERO DEGLI ARTISTI, IN SEGNO DI PROTESTA CONTRO LA PARTECIPAZIONE DI ISRAELE, HA DETERMINATO OGGI LA CHIUSURA DEI PADIGLIONI DELLA RASSEGNA VENEZIANA, AGGRAVANDO IL CAOS

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

LA GESTIONE DI NARCISO BUTTAFUOCO CON TUTTI CONTRO TUTTI FINISCE SUL NEW YORK TIMES, PER L’EGO DI NARCISO E’ IL MASSIMO

La Biennale di Venezia è stata sconvolta venerdì quando alcuni dei principali artisti presenti all’edizione di quest’anno hanno chiuso le loro esposizioni in segno di protesta contro la continua partecipazione di Israele alla manifestazione artistica.
Quando l’evento ha aperto alle 10 del mattino, decine di persone si sono riversate verso il padiglione dell’Austria, dove la performance di Florentina Holzinger, «Seaworld Venice», che include numerosi performer nudi, aveva attirato per tutta la settimana code di ore. Hanno trovato il padiglione chiuso, con un cartello all’esterno che recitava: «Alcuni membri del team hanno deciso di partecipare allo sciopero
Anche alcune delle esposizioni più chiacchierate dell’evento di quest’anno, comprese quelle degli artisti che rappresentano Belgio, Egitto, Giappone, Paesi Bassi e Corea del Sud, sono state chiuse. I cartelli all’esterno di alcuni di questi padiglioni recitavano: «Siamo al fianco della Palestina».
Anche l’esposizione britannica è stata chiusa, sebbene un cartello all’esterno spiegasse che ciò era dovuto a uno sciopero separato dei lavoratori culturali italiani.
Le azioni di sciopero sono state l’ultimo sconvolgimento della Biennale di quest’anno, la più importante esposizione d’arte al mondo, che risale al 1895 e presenta artisti che rappresentano i rispettivi Paesi in grandi padiglioni nazionali accanto a una grande mostra collettiva. L’evento, nell’ultimo giorno delle anteprime, dovrebbe aprire al pubblico sabato per poi proseguire fino al 22 novembre.
Nell’ultimo mese, una bufera politica ha circondato l’evento, con artisti che contestavano la presenza di Israele alla Biennale nonostante la sua campagna militare a Gaza, così come il ritorno della Russia alla manifestazione per la prima volta dall’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Il mese scorso, la giuria della Biennale ha dichiarato che non avrebbe assegnato premi agli artisti provenienti da Paesi i cui leader sono sotto indagine per crimini di guerra, escludendo così dalla competizione sia i partecipanti israeliani sia quelli russi. In seguito, la giuria si è dimessa in blocco dopo che l’artista che rappresentava Israele aveva accusato la giuria di discriminazione. Questa settimana, gli spazi espositivi della Biennale sono stati teatro di proteste contro i padiglioni israeliano e russo.
Alex Marshall
per il “New York Times”

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IL PIANO CASA E’ LA SOLITA TRUFFA DEL GOVERNO MELONI: ZERO SOLDI E AFFARI PER I PRIVATI

Maggio 8th, 2026 Riccardo Fucile

IL BLUFF DELLE 100.000 CASE IN DIECI ANNI? SONO MOLTO MENO E NON CI SONO I SOLDI NEMMENO PER QUELLE

Prendi un tema popolare, che sta a cuore agli italiani. Annuncia un Piano.
Battezzalo con un nome roboante. Lascia che per mesi se ne parli, senza che nessuno sappia cosa sia.
E poi, quando ti tocca presentarlo, mettici due spiccioli, dì che hai risolto un problema, e passa ad altro.
Ormai il giochino è talmente chiaro che il governo Meloni potrebbe farci un tutorial, un video per insegnare come si fa.
È il giochino del Piano Mattei per l’Africa, tanto per dire, scatola vuota per eccellenza, finanziato coi soldi già stanziati per combattere il cambiamento climatico e il fondo per la cooperazione e lo sviluppo.
O del reddito d’inclusione, che voleva sostituire il reddito di cittadinanza con meno della metà dei soldi stanziati.
E siccome non c’è due senza tre, adesso arriva il Piano Casa.
Dicevamo.
Fase uno: prendi un tema che tutti hanno a cuore e annuncia che te ne occuperai. Giorgia Meloni ha parlato di Piano Casa già nella conferenza stampa del 9 gennaio scorso. E ha presentato il piano il 30 di aprile.
Fase due: lascia che i giornali ne parlino, ipotizzando di tutto, sparando cifre a caso.
Fase tre: nel frattempo vola altissimo con gli slogan. Tipo, centomila alloggi popolari in dieci anni.
Fase quattro: inventati soldi che non ci sono. E qui vengono in soccorso il marketing e frasi come “fino a 10 miliardi stanziati”. Già, fino a. Come quando nei concorsi a premi “puoi vincere fino a 100mila euro”, e poi nell’uovo di Pasqua trovi un portachiavi.
Poi vai a vedere cosa c’è dentro quel piano.
E 60mila di quelle 100mila case sono alloggi pubblici che esistono già, ma che non possono essere distribuiti a chi ne ha bisogno perché lo Stato non ha mai fatto le manutenzioni.
Con che soldi?
Il governo ha stanziato 1,7 miliardi.
Poi ci sono 4,7 miliardi di fondi per la rigenerazione urbana, quindi già stanziati per fare altro (che non si farà più).
E poi i 700 milioni del fondo sociale per il clima, che tanto chi lo combatte più, il cambiamento climatico?
E poi 970 milioni che stavano su un conto corrente infruttifero.
Sono 6,3 miliardi contati male, di cui solo 1,7 stanziati realmente, dal nulla.
E potrebbero arrivare a 10, giusto se ci buttiamo dentro i sempiterni fondi di coesione europei che in teoria dovrebbero aiutare le persone in difficoltà e che non riusciamo mai a spendere.
Ciliegina sulla torta: secondo le opposizioni quei soldi sono sufficienti a ristrutturare 25mila case al massimo.
Mentre secondo Carlo Cottarelli, per realizzare i piano del governo, di miliardi ne servirebbero 25, altro che “fino a dieci”
Ma anche fossero 60mila, come ci arrivi a 100mila case in dieci anni?
Ovviamente, col sempiterno ricorso al privato. Cioè, ancora: senza cacciare un soldo. Tradotto: se sei un immobiliarista e vuoi regole e permessi più veloci, butta nel tuo piano qualche casa a prezzi calmierati e ti azzeriamo regole e permessi a costruire, o quasi.
E infatti, a gestire il piano è stato sarebbe stato chiamato Mario Abbadessa, ex manager di Hines, un grande sviluppatore immobiliare, che ha ottimi contatti coi fondi immobiliari esteri, americani o qatarioti. Quelli che hanno colonizzato Milano, per intenderci. E che se tanto ci da tanto, ora hanno il foglio di via per colonizzare l’Italia, a colpi di spruzzate di social housing.
Quasi dimenticavamo: Abbadessa si dice sia grande amico del capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi. Perché se c’è il governo Meloni di mezzo è difficile che non ci sia nemmeno l’ombra di un conflitto d’interesse.
E anche questo, ormai, succede talmente spesso, che ci si potrebbe fare un tutorial.

(da Fanpage)

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