Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL BOOM DEL COMMERCIO HA RAPPRESENTATO UN’ANCORA DI SALVEZZA FONDAMENTALE PER PECHINO NEGLI ULTIMI ANNI, IN UN CONTESTO DI RALLENTAMENTO DELL’ECONOMIA INTERNA
Secondo i dati ufficiali diffusi oggi, il mese scorso le esportazioni cinesi sono cresciute a
un ritmo superiore alle attese, nonostante le pressioni sull’economia globale causate dalla guerra in Medio Oriente.
L’Amministrazione generale delle dogane ha comunicato che ad aprile le esportazioni sono aumentate del 14,1% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. La crescita ha superato le previsioni di Bloomberg dell’8,4% e ha registrato un significativo aumento rispetto all’incremento del 2,5% registrato a marzo.
Il boom del commercio ha rappresentato un’ancora di salvezza fondamentale per Pechino negli ultimi anni, in un contesto di rallentamento dell’economia interna,
con una spesa stagnante e una crisi del debito nel settore immobiliare che grava sull’attività economica.
Le esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti sono invece aumentate dell’11,3% su base annua ad aprile, tornando a crescere dopo un forte calo del 26,5% registrato a marzo. Segno positivo per la spesa interna, le importazioni sono cresciute del 25,3% su base annua il mese scorso. Il dato ha superato la previsione di Bloomberg del 20,0%, ma è stato leggermente inferiore al balzo del 27,8% registrato a marzo.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
FINO ALL’ARRIVO DI GIULI AL MINISTERO DELLA CULTURA, IL RAPPORTO ERA RIMASTO SU TONI CIVILI. POI L’EX “FOGLIANTE” HA INIZIATO UN CONFLITTO SOTTOTRACCIA CON LA SOTTOSEGRETARIA LUCIA BORGONZONI, CHE OLTRE A ESSERE LA PLENIPOTENZIARIA DELLA LEGA NEL MONDO DEL CINEMA È ANCHE AMICA PERSONALE DI SALVINI
Ora s’è trasformata in una questione di telefoni. Il telefono di Matteo Salvini, da cui parte la pubblicazione nella chat del Consiglio dei ministri del lancio d’agenzia con la dichiarazione in cui Alessandro Giuli gli aveva dato dell’assenteista, con tanto di irritazione resa palese prima da un «Mah» e poi da un «A che punto siamo arrivati».
Il telefono di Alessandro Giuli, che ha preso a cercare Matteo Salvini per provare a chiarire la situazione ma senza successo, visto che il vicepresidente del Consiglio ha guardato per tutto il giorno le notifiche con la scritta «Giuli Alessandro» senza rispondere . E il telefono di Giorgia Meloni, da cui parte una sfuriata che secondo fonti di Fratelli d’Italia riguarda entrambi i litiganti ma che secondo i leghisti — i quali citano le confidenze di Salvini — è diretta soltanto al ministro della Cultura, «visto che da Giorgia non ho ricevuto nessuna telefonata».
Ma prima che diventasse una questione di telefoni — e prima anche del robusto confronto che in Consiglio dei ministri li aveva visti arrivare muso contro muso (divisi quasi fisicamente dalla presidente del Consiglio) a proposito di un aspetto decisamente collaterale del provvedimento Piano Casa — la sfida tra Salvini e Giuli è una sorta di western che vede agli angoli opposti del saloon l’alfa e l’omega della compagine di governo.
L’estetica, stavolta, è quasi sostanza. Di qua il dandy che pare uscito da una festa con tema «a cavallo tra diciannovesimo e ventesimo secolo», di là il ragazzotto che soffre il dress code della nuova fase ministeriale perché rimpiange la comoda epoca in cui poteva girare l’Italia con le felpe dedicate al luogo che di volta in volta visitava.
Giuli e Salvini sono due opposti che per un periodo sono stati anche amici. Succedeva a ridosso del 2018, quando il Giuli appena uscito dal Foglio e distante in quella fase da Fratelli d’Italia, aveva preso e frequentare (via Giancarlo Giorgetti) le stanze del gruppo parlamentare della Lega e anche il quartier generale di via Bellerio, dove aveva collaborato al programma di governo del Carroccio e in seguito sostenuto l’operazione del governo gialloverde guidato dal primo Conte.
«Giuli funziona. Facciamolo invitare più spesso», aveva sentenziato Salvini. Poi, visto che il tempo non lascia mai tutto come l’ha trovato, il 2022 ha cominciato ad allontanarli perché Giuli nel frattempo è rientrato nell’orbita meloniana. Ma non del tutto, visto che Salvini non fa mistero di apprezzarne l’operato alla guida del Maxxi. La promozione al ministero della Cultura li separa del tutto.
Perché Giuli entra in conflitto con la sottosegretaria Lucia Borgonzoni, che oltre a essere la plenipotenziaria della Lega nel mondo del cinema è anche amica personale di Salvini; e Salvini dirada sempre di più i contatti col vecchio amico. I silenzi si prolungano e si fanno gelo, i saluti in Consiglio dei ministri si diradano fino a diventare nulla e il nulla ci mette niente a trasformarsi in rissa.
Quando si trovano nello stesso contesto, come per esempio a colloquio coi cinesi, Salvini è quello che omaggia il ponte sul Grand Canyon di Huajiang evidenziando che quello sullo Stretto di Messina verrà su più bello; Giuli si mette a parlare di Gramsci e finisce a citare Lao-Tsé e il Tao tê ching . Per Giuli la natura è «la saggezza dell’acqua e degli alberi», perché «c’è dell’acqua dietro anche una rivista; per Salvini la natura «è andar per funghi e in montagna, funghi e montagna, montagna e funghi
(da “Corriere della Sera”)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONFLITTO FA RICCHE LE COMPAGNIE PETROLIFERE DI TUTTO IL MONDO, MA IN PARTICOLARE QUELLE AMERICANE, NORVEGESI E CANADESI … ANCHE LA CINA HA DOVUTO STANZIARE 16,8 MILIARDI PER SOSTITUIRE LE FORNITURE DAL GOLFO…. E IL VECCHIO CONTINENTE? MALE, ANZI, MALISSIMO: PER COMPENSARE LE MANCATE IMPORTAZIONI, SOPRATTUTTO IL GAS QATARINO, HA SPESO 4,2 MILIARDI IN PIÙ
Chi ci sta guadagnando con il conflitto in Iran? Doppia risposta: alcuni Stati e molte
aziende. Un centro studi sponsorizzato dal governo del Bahrein, il Derasat, ha elaborato una specie di partita doppia, divisa tra cinque «vincitori» e cinque «perdenti».
Il rapporto mette in fila gli extra incassi e i costi supplementari generati dal conflitto. È un calcolo in costante aggiornamento. I dati sono eloquenti.
Al primo posto tra i winners svetta la Russia, con 5,2 miliardi di dollari, grazie all’allentamento delle sanzioni, deciso da Donald Trump, e al 50% in più della domanda proveniente dall’India.
Il crollo delle forniture arabe ha dato una spinta alla produzione di shale gas negli Stati Uniti, con ricavi aggiuntivi per 4,5 miliardi di dollari.
Stesso discorso, sia pure in scala minore, per Norvegia, +1,8 miliardi e Canada, +1,2 miliardi. Interessante il caso dell’Indonesia. La fonte per le nuove entrate, pari a 800 milioni di dollari, non è il greggio, ma il carbone, che è tornato a essere, soprattutto nel Sud est asiatico, una materia prima ricercata.
Poche sorprese tra i losers ma attenzione alle cifre. La Cina ha dovuto sostenere una spesa extra di 16,8 miliardi di dollari per sostituire, evidentemente a prezzi più alti, il 40-45% del petrolio e il 13,9% dell’acciaio importati dal Golfo. Il conto per il Giappone è di 7,7 miliardi; per l’India, che paga anche la scarsità dei fertilizzanti, 6,7 miliardi. La «fattura» per la Corea del Sud ammonta a 5,4 miliardi di dollari, stanziati per cercare altrove, e a quotazioni più alte, il petrolio e l’elio.
In coda ci siamo noi: dall’inizio della guerra, l’Eurozona ha speso 4,2 miliardi di dollari in più per compensare soprattutto le mancate forniture di gas dal Qatar.
Ma non tutte le monarchie del Golfo sono penalizzate. Arabia Saudita ed Emirati Arabi stanno cercando passaggi alternativi a Hormuz.
I sauditi hanno già portato al massimo, circa 7 milioni di barili al giorno, la portata della pipeline East-West che taglia a metà la penisola e scarica il greggio nei porti sul Mar Rosso.
L’emergenza, osserva Eleonora Ardemagni, esperta di Medio Oriente e ricercatrice per l’Ispi, «ha spinto l’Arabia Saudita a riallacciare il dialogo con gli Houthi per garantire una navigazione sicura nello Stretto di Bab el Mandeb (alla fine del Mar Rosso, ndr ) e a collaborare con gli Emirati, nonostante le rivalità tra i due Paesi».
All’interno dei bilanci nazionali, si muovono quelli aziendali. Il settore più beneficiato è, chiaramente, quello dell’energia.
Un’inchiesta della Bbc mostra come in questa fase stiano guadagnando soprattutto le multinazionali europee. Il sito della tv britannica cita i profitti di Bp (British Petroleum), che sono raddoppiati nei primi tre mesi del 2026, fino a raggiungere quota 3,2 miliardi di dollari
Anche le performance di Shell (anglo-olandese) e della francese TotalEnergies, nel primo trimestre di quest’anno, sono andate oltre le previsioni: rispettivamente 6,92 miliardi di dollari e 5,4 miliardi. I grandi gruppi americani, ExxonMobil e Chevron, non hanno migliorato la redditività rispetto allo scorso anno.
Ma secondo gli analisti, i guadagni saliranno nel corso dell’anno. In Italia, Eni ha appena presentato una trimestrale con un utile operativo pari a 3,54 miliardi di euro e con un balzo del 9% della produzione.
La volatilità sui mercati finanziari ha innescato un frenetico trading di titoli, gonfiando i profitti delle banche, in particolare le «big six» americane: JP Morgan, Bank of America, Morgan Stanley, Citigroup, Goldman Sachs e Wells Fargo. In totale, nota ancora la Bbc , i sei istituti hanno realizzato utili per 47,7 miliardi.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
“IO CI SONO SEMPRE STATO PER L’ITALIA, E COSÌ IL MIO PAESE. IL RITIRO DELLE TRUPPE DALL’ITALIA? CI STO ANCORA PENSANDO” – ALLA DOMANDA SUL PERCHÉ ABBIA POSTATO SU TRUTH UN VECCHIO ARTICOLO DI SALVINI, IL TYCOON REPLICA: “PERCHÉ LO RITENEVO APPROPRIATO”. E NON COMMENTA LA LETTERA DI RISPOSTA DELL’IRAN
In una telefonata esclusiva con il Corriere della Sera sabato mattina il presidente Donald Trump non ha voluto commentare sullo spostamento di truppe dalla Germania, potenzialmente verso il fronte orientale della Nato, mentre ha confermato che «sta ancora prendendo in considerazione» di spostare truppe dalle basi italiane.
Alla domanda sul perché abbia postato nei giorni scorsi su Truth un vecchio articolo di Salvini, il presidente ha replicato: «Perché lo ritenevo appropriato».
Sulla premier Giorgia Meloni, il giorno dopo il viaggio a Roma del suo segretario di Stato, Marco Rubio, Trump ha ripetuto: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese»».
Quando abbiamo osservato che l’Italia potrebbe fornire dragamine dopo il cessate il fuoco in Iran, Trump ci ha interrotto dicendo ancora una volta: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno».
Invece sulla lettera di risposta dell’Iran che era attesa ieri notte Trump ha replicato di non voler commentare
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
POTEVA SUCCEDERE SOLO NEL BELPAESE: DALLE COMPARSATE IN TV ALLA DIREZIONE DEL TRAFFICO PER LE CENE DI ARCORE… LO SCRANNO E POI UNA SECONDA VITA
Sembra un romanzo, invece è solo l’Italia. Nicole Minetti si è avvinta come l’edera al
tessuto profondo del Belpaese e ogni capitolo della sua pur rutilante esistenza sembra essere parte di un libro scritto allo specchio, dove la vita pubblica si riconosce con una facilità ai limiti del paradosso.
Nicole ha una cascata di capelli ricci, labbra sottili e un sorriso che chiama televisione. È in un bar a Corso Como a Milano che comincia la sua carriera, quando viene notata e finisce a “Scorie”, su Rai Due a dondolarsi su un’altalena fiorita.
Ed è in un caffè, quello di “Colorado” che arriva poco dopo, volata a Mediaset per marcare il primo dei ruoli in forma di vezzeggiativo che avrebbero caratterizzato i nostri anni a venire. “Coloradina” appunto e poi “meteorina”, “bungarella”, “olgettina”, “consiglierina”, nomignoli dietro ai quali giovani aspiranti protagoniste abbassavano i tratti distintivi come le scollature, per confondersi in macroinsiemi comandati a bacchetta da reclutatori, selezionatori, sino alle braccia compiaciute dell’utilizzatore finale.
“Pretty Minetti”, come titolava L’Espresso nel 2011, viene presentata a Silvio Berlusconi dall’ex meccanico di Piersilvio, un donnaiolo di origini campane che fece capire al padre che di ragazze ne conosceva tante e forse per questo guadagnò un bel posto a Publitalia, giusto in tempo per spingere Nicole.
La tv è affamata e si nutre di quegli spazi infiniti di pelle nuda e sorrisi verginali, l’apparenza in cui vale tutto, mentre si balla con entusiasmo discinto, e le stanze dei bottoni si occultano nella villa, luogo misterioso, trionfale, tinto di rosso passione dove troneggia il Drago, che tutte le guarda, le tocca, le paga. Potere e virilità
ridotti a fiotti di banconote, premi e prestazioni continue in un esaltante divertimento, cafone come una cena elegante.
Ma anche il circo triste di un uomo che tiene in mano il Paese giocando a “Sister Act” con Minetti vestita da suora che batte il suo petto con una croce di legno, ha bisogno di un governo, o quantomeno di una contabile. E qui è proprio Nicole, che sa usare il cervello almeno quanto le sue forme, che tiene i conti in maniera minuziosa, retribuzioni travestite da regali, frutto di generosità supposta, da distribuire con attenzione, un affitto a te, un diamante a me, ragioniera improvvisata perché lui è il «Love of my life» e non può fare i bonifici.
Ma è il Paese dei campanelli, delle raccomandazioni, delle carriere improvvisate, dei seggi blindati e se qualcuno storce il naso pazienza. Tanto la faccia è di Nicole Minetti che da ex igienista dentale, ex hostess, ex soubrettina viene catapultata proprio da un ex, in questo caso Cavaliere, ai vertici del Pirellone, col Celeste a farle ombra. In camicia azzurra d’ordinanza, la chioma piastrata e le correzioni necessarie ai tanti ruoli interpretati, Minetti rende onore al suo stipendio di diecimila euro mensili co-firmando un progetto di legge per la “valorizzazione del patrimonio storico risorgimentale in Lombardia”. Le spese pazze e la relativa condanna verranno dopo, ma anche qui il sentimento è del già visto, ieri come oggi, il malcostume diffuso dello sperpero della cosa pubblica, tanto alla fine i fatti dimostrano che è sempre cosa privata.
Ed è così che proprio a lei, solida presenza nella vita del Presidente che qualcuno voleva al Quirinale, qualcun altro santo e in molti addirittura presenza immanente sul simbolo del suo partito, che viene affidata la nipote di Mubarak. Una buona fetta del Paese rischia perfino di cascarci, la bufala per eccellenza, trasformata poi negli anni in un ricordo lontano, in fondo che sarà mai, i parenti vanno e vengono, le minorenni crescono, gli statisti restano. Ma lei, solida e a suo dire innamorata, si prende l’incarico bollente e l’aria è tale per cui la satira con cui Michele Serra scriveva che «il Milan perde a Bari nonostante una telefonata di Berlusconi alla Questura per chiedere l’affido del pallone a Nicole Minetti» fa ridere ma fino a un certo punto, tanto che sembrano quasi righe di pura cronaca.
La vita della ragazza del bar, riminese figlia di una ballerina, a questo punto si tende come un elastico, va e viene, sfila in passerella con bikini tinti di giallo come spruzzi di sole sfacciato, affronta processi e condanne, vende un programma contro la cellulite, “Body Sculpt by Nicole”, a soli 89 euro, come una Wanna Marchi da cui sembra aver digerito il suo detto più celebre nei confronti degli acquirenti coglioni.
E fugge da social e copertine per rifugiarsi in un altro bar, questa volta di lingua spagnola, in cui una bottiglia di acqua liscia costa otto euro ma tanto lei sorseggia champagne dalla consolle da deejay. Gin Tonic invece è il nome del ranch di Cipriani jr, figlio del patron dell’Harris Bar, (ennesimo filo invisibile di evoluzioni e capriole da banconi) e citazione scomoda degli scomodissimi file di Epstein. Ma l’imprenditore di successo redime Minetti, mette su famiglia e viene presentato al Quirinale come persona «normoinserita e lontana da contesti di devianza».
Mentre il mondo virtuale si riempie di milioni di parole sconvenienti estratte dalle intercettazioni succulente come orge, per Nicole il mondo reale diventano i campi da golf in cui si destreggia Cipriani e con lui si ricostruisce, in Uruguay, i locali di New York, Dubai, Ibiza, ma probabilmente sempre a suo modo.
Oggi gli schermi del Paese si illuminano ancora una volta per «la ragazza bellissima» come amano definirla alcuni Tg, e il suo ambiguo ritorno, madre accudente in cerca di grazia, o ricamatrice accurata di un ennesimo scandalo che coinvolge ancora una volta piani alti anzi altissimi e che comunque andrà sarà un insuccesso. Perché alla fine è solo una storia italiana, come il titolo delle 120 paginette di culto che Berlusconi diffuse alle famiglie in cui si mostrava su un prato fiorito, marito fedele, padre impeccabile. Come un apostrofo azzurro, tra le parole Bunga e Bunga.
(da lespresso.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
MASSIMO FINI RICORDA IL PARTIGIANO “PEDRO” OVVERO IL CONTE PIER LUIGI BELLINI DELLE STELLE CHE SI SCONTRO’ CON WALTER AUDISIO, MENTRE L’INTERO PAESE CORSE A CREARSI LA NUOVA INDENTITA’ ANTIFASCISTA
Anche quest’anno non ho celebrato il 25 aprile, giorno che segna simbolicamente la liberazione dall’occupante nazista. Per la verità, anche se sembra un dettaglio ma non lo è, in termini giuridici, gli occupanti non erano i tedeschi con cui avevamo stipulato un’alleanza (che poi quell’alleanza non si dovesse fare e fu uno dei più tragici errori di Mussolini è un altro discorso), bensì proprio gli Alleati. Il mito della Resistenza ha innescato un equivoco non innocente e cioè che fossimo stati noi italiani a riscattarci in libertà. A liberarci sono stati gli Alleati, gli americani, gli inglesi, ma anche i razzisti sudafricani e i neozelandesi perché avevano la sfortuna di far parte del Commonwealth. Se si va al Cemetery War, vicino a San Siro, fra le tante tombe bianche, tutte uguali com’è nello stile degli anglosassoni, se ne trovano 417 appunto di ragazzi di poco più di vent’anni appartenenti al Commonwealth, venuti a morire inutilmente per la libertà d’Europa. Che cosa poteva importare a un ragazzo sudafricano di quello che accadeva a diecimila chilometri di distanza dal suo Paese? Ho il massimo rispetto dei partigiani, quelli veri. Lo fu, in un modo un po’ singolare, anche mio padre, Benso Fini, membro del Cln del Corriere della Sera che teneva i contatti coi partigiani di montagna col pretesto che lì era sfollata sua moglie, Zenaide Tobiasz, ebrea. Certo non ebbe mai scontri diretti, fisici, il suo ruolo era diverso. Emilio Radius racconta in un suo libro come quest’uomo, dall’aria di impiegatuccio, con spesse lenti, riuscisse a uccellare i fascisti della zona. Indubbiamente, come ho già detto, non ebbe mai scontri fisici, non voglio gabellare mio padre come un eroe della Resistenza, ce ne sono già troppi, ma certamente con una moglie ebrea e i nazisti in casa la sua situazione non era proprio delle più tranquille. Mi piacerebbe restituire questo racconto con le parole dello stesso Radius, ma non riesco più a trovare il libro. Ho una biblioteca di circa 12 mila libri, ma quando debbo consultarne uno per un qualche riscontro non lo trovo mai. Il fatto è che ho troppi libri, mannaggia la miseria.
Il mito della Resistenza ha ingenerato un equivoco, non innocuo come tutti gli equivoci, e cioè che si sia stati noi italiani a riscattarci in libertà, mentre furono gli americani, gli inglesi e gli sfortunati ragazzi che appartenevano al Commonwealth (cosa che ricorda un po’ la storia dei nordcoreani chiamati in soccorso da Putin e che, del tutto sprovveduti su un territorio che non conoscevano affatto, sono stati tutti sterminati).
Il 25 aprile assistemmo a una scena molto nota a noi italiani, specialisti, come scrisse Ennio Flaiano, nel “correre in soccorso dei vincitori”. Gli italiani da tutti i fascisti che erano stati, o quasi (solo 13 docenti universitari si rifiutarono di giurare fedeltà al fascismo e persero la cattedra) erano diventati tutti antifascisti. Mi raccontò Arturo Tofanelli, il giornalista che ha inventato il primo magazine a colori, per lo meno in Italia, che quel fatidico giorno stava viaggiando da Torino a Milano: “Vedevo, ai lati dei binari, il luccicare di quelle che sembravano medaglie, erano i distintivi del Partito fascista di cui si stavano rapidamente liberando”.
La mia infanzia, nel dopoguerra, è stata segnata da ragazzi poco più grandi di me che sostenevano di aver partecipato alla Resistenza e mi rimproveravano perché io non l’avevo fatta. Come minimo erano stati tutti “staffette partigiane” (Fallaci compresa, poteva mancare?). E io, nella mia ingenuità, mi dicevo: “Ma quanti messaggi si scambiano questi partigiani?”.
Ma torniamo alla Resistenza, quella vera e quella montata ad arte. A catturare Mussolini, che dopo tanta retorica sulla “bella morte” per la quale molti ragazzi italiani andarono a morire per Salò (anche questo è un segno della nostra classe dirigente che al momento del dunque trova sempre una qualche ragione per svignarsela, vedi il re e Badoglio che fuggono da Roma lasciandola in balìa dei tedeschi, vedi anche le atroci lettere di Aldo Moro inviate dalla prigione brigatista) fu il partigiano Pedro, alias conte Pier Luigi Bellini delle Stelle, con un’azione audacissima: erano solo 7 i partigiani sotto il suo comando, fermò la colonna di trecento tedeschi, che erano sì in fuga, ma armati di tutto punto al comando del colonnello Fallmerayer. Da Milano, per ordine del Cln lombardo, arrivarono a Salò numerosi “partigiani” con divise nuove di zecca, nessuno li aveva mai visti, tanto che Pedro e i suoi sul momento pensarono che fossero fascisti travestiti. Al comando di questo manipolo c’era il “colonnello Valerio”, al secolo ragionier Walter Audisio, che aveva l’ordine di fucilare Mussolini e tutti gli altri gerarchi fascisti che seguivano il Duce in fuga. Valerio si fece consegnare la lista dei gerarchi fascisti, quelli responsabili e quelli meno responsabili e a fianco di ogni nome metteva una croce che significava la condanna a morte per i catturati. Quando arrivò al nome della Petacci mise pure una “X”: “Ma come – disse Pedro – vuoi fucilare anche la donna?”. “Sì”. “Allora – rispose Pedro – io ritiro i miei uomini dalla piazza”. In un successivo articolo pubblicato sull’Unità, Valerio si sofferma a lungo su particolari scabrosi, come le mutandine della Petacci. Era talmente volgare quel pezzo che il giorno dopo l’Unità fu costretta a rettificare il tiro. La Petacci, com’è noto, fu fra le persone appese a testa in giù a Piazzale Loreto, ma con la gonna legata perché non le si vedessero le pudenda. C’è qui tutto il cattolicesimo italiano, per cui fucilare la donna era lecito, ma esporre appunto le sue pudenda al pubblico era tabù. Del resto a queste scabrosità i partigiani, o alcuni di essi, non erano alieni. Proprio il giorno della Liberazione fecero sfilare, nude e rasate a zero, le ragazze che erano state coi fascisti, o presunti tali o con i nazisti. È proprio questo particolare della rasatura che più fa rabbrividire. Si sa quanta importanza hanno per le donne i capelli e il modo in cui li portano. Non a caso nell’Islam, seguendo la sharia, le donne devono portare il velo e anche da noi, se entrano in chiesa, devono coprire il capo. Così è ancora usanza nel nostro Sud. Non voglio con questo giustificare i massacri che si fanno in Iran contro le donne che non si vestono “adeguatamente”. È solo un dato di fatto. Davanti allo scempio di Piazzale Loreto con i corpi impiccati a testa in giù, Sandro Pertini, non ancora indementito, esclamò: “L’Insurrezione è disonorata!”. Gli stessi americani, evidentemente molto diversi da quelli di oggi, da quelli di Trump, ne furono scandalizzati e chiesero che i corpi fossero immediatamente portati alla morgue, cioè all’obitorio.
Bellini delle Stelle, ingegnere, fece una normale carriera all’Eni e non lo sentì mai citare l’episodio di cui era stato protagonista, Walter Audisio, per un’azione che somigliava più a quella del boia, divenne parlamentare del Partito Comunista. […]
Ho raccontato l’apologo del partigiano Pedro a mio figlio e alla fine gli ho chiesto: “Allora, preferiresti essere Pedro o Valerio?”. Ha risposto: “Pedro” e mi ha fatto piacere. Gli ho detto: “Ma tu non puoi sapere, Matteo, che Pedro per comportarsi come si comportò nella vita civile dovette avere molto più coraggio di quando rischiò la pelle combattendo. Perché il vero eroismo non è quello di un giorno, ma quello, quotidiano, difficilissimo, della rinuncia alle lusinghe e alle facili scorciatoie. È quello di combattere ad armi impari con chi usa tutti i mezzi per arrivare. È quello di accettare, pur di non vendersi, un posto nella vita sociale più modesto di quello che pensiamo ci spetterebbe. Ci vuole una grande forza interiore per essere Pedro. E a maggior ragione ce ne vuole oggi quando chi si comporta con onestà e dignità non ha nemmeno, a differenza d’un tempo, il rispetto del contesto sociale, ma gli tocca anzi subire la commiserazione, se non l’aperto disprezzo dei bari della vita”. Ci vuole una grande forza interiore per essere e restare Pedro.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
DOVE LA PROPAGANDA SI SPACCIA PER INFORMAZIONE
Si potrebbe dire che XXI secolo, in onda lunedì in seconda serata, è un programma a
cura del governo, di tipo istituzionale. Dove la propaganda si spaccia per informazione, ma lo fa in maniera soft. Un modulo ad esempio che né Vespa, Del Debbio o Porro saprebbero inventare. E deve essere questo il motivo per cui Francesco Giorgino gode di una curiosa, e immeritata, immunità dalle critiche anche aspre che politici o commentatori progressisti indirizzano a quelli. Forte di un alto concetto di sé, definisce il suo giornalismo basato solo “su evidenze empiriche”, si dice guidato dal massimo “rispetto dei valori supremi della libertà e del pluralismo”, sottolinea che “la politica deve lasciare in pace l’informazione”. Poi ti accorgi che invece è lui che non lascia in pace la politica, quella al potere, per omaggiarla. In fondo, della trasmissione il giornalista ha fatto un ottimo prodotto da ufficio stampa: fa il punto sull’operato della premier e dei suoi ministri. Settimana dopo settimana c’è sempre una parola buona per il governo: dal cambiamento climatico alla cultura, dallo sport alle crisi internazionali, dalla giustizia all’universo dei social, dalle stragi in Svizzera alla scuola, dal dissesto geologico ai trasporti. Non un dubbio, una perplessità, una critica, una increspatura sul mare piatto di XXI secolo.
Parlandone più di un anno fa scrissi che al confronto Porta a Porta di Vespa è la culla del pluralismo. Ma perché, mi chiedo oggi, scomodare sempre il povero Vespa? Giorgino è tutt’altra cosa, e se un confronto s’ha da fare egli è piuttosto un Mario Appelius del nuovo secolo, l’uomo che dalla radio magnificava l’operato del Duce (anche se pure lui alla fine pagò per non avere voluto occultare le sconfitte dell’Asse). A parte due puntate sul referendum, Giorgino proprio non sa cosa sia,
non la par condicio, ma il semplice pluralismo: finora (va in onda da febbraio) ha ospitato otto tra ministri e vice, più il presidente della Camera, più 4 esponenti della maggioranza (tutti di Fratelli d’Italia) e un inviato del governo. L’anno scorso i ministri erano stati una ventina, più due sottosegretari e sette esponenti di maggioranza e la stessa premier (sei presenze per la minoranza). L’opposizione? Un elemento si direbbe di esclusivo arredamento, di contorno (si son visti solo Ascani, Guerini e Gubitosa), da offrire agli spettatori in piccolissime dosi, non si sa mai! Ma i numeri, anzi le “evidenze empiriche” del suo modo di informare, per usare la lingua del nostro, sono il meno. Il meglio del conduttore del nuovo secolo lo si vede quando si rivolge agli ospiti: le domande sono come i passaggi di Platini, agli interlocutori basta spingere la palla in rete. Se c’è la Calderone e si parla di salario lui chiede “quand’è che un salario si dice giusto?”, se c’è Urso sussurra: “Le misure del governo sono in grado di alleviare le difficoltà delle famiglie?”: a volte fa l’impertinente, ma con giudizio, come quando si rivolge a Valditara dicendogli, ohibò, “le faccio una domanda diretta, perché tanta violenza nelle scuole?”, o al malcapitato Abodi: “Che significato hanno le Olimpiadi invernali per l’Italia?”. Se c’è Mantovano gli chiede “quali sono i provvedimenti del governo contro le dipendenze dai social”, mentre se c’è il viceministro Leo che rischia di perdersi sul rapporto deficit/Pil, suggerisce complice: “Se invece che 3,1% fosse stato 3,04 saremmo a posto”. Se poi irrompe il referendum, è vero, gli elettori hanno detto no ma il governo non voleva di certo mettere i giudici sotto scopa, come dice l’opposizione. Insomma il giornalista vero, si sostiene, deve vestire i panni del wacthdog, del cane da guardia; il nostro appare invece come un grazioso lapdog, fa compagnia. Il lunedì, in seconda serata.
(da agenzie)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
I SOVRANISTI LIQUIDANO I MAGA: FANNO PERDERE VOTI E POLTRONA
Non si sono disturbati nemmeno Pro-Pal e centri sociali a contestarli (erano tutti a Venezia per la Biennale). L’incontro romano di Marco Rubio con Giorgia Meloni è scivolato via come occasione di routine, un doppio esercizio di equilibrismo segnato dalla consapevolezza dei protagonisti che tra un’ora, un giorno, una settimana, potrebbe arrivare un tweet di Donald Trump a cambiare ogni carta messa in tavola. Lo sa Rubio, lo sa Meloni, lo sanno tutti, e dunque meglio restare sul generico ed esaltare «la duratura partnership strategica», le «priorità comuni», la «collaborazione transatlantica costante» (Rubio), il «dialogo franco tra alleati che difendono i propri interessi» (Meloni) o anche la «meravigliosa notizia» delle origini italiane del Segretario di Stato Usa (Tajani).
Dal lato Meloni il colloquio ha confermato un guardingo distacco dalle posizioni e dalle richieste dell’amministrazione Usa, e non poteva essere altrimenti. Dopo aver a lungo rinviato la presa di distanza dalle mattane del Presidentissimo, la premier non può dare neanche lontanamente l’impressione di preparare ulteriori giravolte, e infatti dice che l’unità dell’Occidente è preziosa ma, riferendosi alla difesa degli interessi italiani, fa capire: non ad ogni costo. Dal lato Rubio, le ambizioni legate al viaggio – se esistevano – erano state già stroncate dai malevoli tweet della Casa Bianca alla vigilia della partenza. Il Segretario di Stato si è arrangiato di conseguenza, badando soprattutto ai segnali da veicolare sulla stampa statunitense: per mal che vada, i contatti romani torneranno utili nel duello con J.D. Vance per la futura corsa alla Presidenza, dove il voto dei cattolici Usa e degli italoamericani avrà il suo peso.
La visita conferma che sarebbe complicato per la destra italiana – ammesso e non concesso che lo voglia – un rewind ai tempi belli dell’afflato Maga e delle pacche sulle spalle alla Casa Bianca. Gli appuntiti paletti posti da Trump sulle questioni di maggior rilievo per il nostro Paese sono stati ribaditi uno per uno, rendendo oggettivamente impossibile un riavvicinamento a breve termine. Il ritiro delle truppe Usa, dice Rubio, resta sul tavolo: la decisione è prerogativa esclusiva di Trump, inutile parlarne. La mancata concessione di Sigonella per le operazioni belliche in Iran è un macigno perché gli americani stanno nella Nato soprattutto per quello, per la possibilità di schierare forze nei Paesi europei «che possiamo impiegare in altre situazioni». Su Hormuz ci si aspetta dagli alleati «qualcosa di più delle parole forti».
Meloni non poteva che prendere atto e passare all’appuntamento successivo (con gli agricoltori, a Milano). E tuttavia l’incontro ha avuto una sua utilità: conferma, anche agli ultimi pasdaran del trumpismo di destra, che il problema con la Casa Bianca è assai più concreto delle sgradevoli battute sul Papa o della sguaiata denigrazione dell’impegno militare italiano nelle vecchie guerre americane, ma ha a che fare con questioni insormontabili per qualunque governo. Gli atti di fedeltà richiesti da Donald Trump, se soddisfatti, provocherebbero probabilmente la caduta dell’esecutivo in Parlamento e un tracollo del consenso personale di Meloni.
Dare le basi ai caccia diretti a Hormuz, collaborare alla guerra nel Golfo, facilitare il ritiro Usa moltiplicando le spese militari, lasciare l’Ucraina al suo destino assumendo il ruolo che una volta era di Viktor Orban, significherebbe rinunciare a ogni prospettiva di un bis a Palazzo Chigi. Il famoso bivio – con l’Europa o con Trump? – che ha a lungo agitato il centrodestra, da un mese non esiste più perché da una parte c’è la possibilità di giocarsi la conferma e dall’altra il suicidio.
E così, al convegno di Confagricoltura, Meloni liquida con un paio di battute il summit americano dal quale è appena è uscita. Entrambi comprendiamo – dice la premier riferendosi al colloquio con Rubio – quanto sia importante il rapporto transatlantico, «ma entrambi sappiamo che è necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali». Quella congiunzione avversativa è rivelatrice, ricorda una citazione celebre tra i nerd del Trono di Spade: tutto ciò che viene prima del “ma”, non conta niente.
Flavia Perina
(da lastampa.it)
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Maggio 9th, 2026 Riccardo Fucile
NULLA COME QUESTA SVENTURATA ESPOSIZIONE CERTIFICA IL FALLIMENTO DEL DISEGNO MELONIANO
E’ sicuramente uno scherzo del destino, e non l’ultimo “uovo del drago” depositato dal
diabolico Buttafuoco. Ma fa comunque un certo effetto che la sessantunesima edizione della Biennale di Venezia accusata di putinismo apra i battenti nello stesso giorno in cui la Russia celebra l’ottantunesimo anniversario della vittoria sul nazifascismo.
All’Arsenale il taglio del nastro che apre la rassegna, stavolta intossicata dai miasmi sul padiglione russo, tra reprimende europee, sarabande salviniane e scorribande delle Pussy Riot. Sulla Piazza Rossa la solita parata militare, stavolta senza blindati e missili ma con i reduci della Seconda guerra mondiale e i soldati del fronte ucraino, in colonna davanti allo zar di Mosca e ai pochi capi di Stato che ancora gli baciano la pantofola.
In mezzo, il più velenoso regolamento di conti tra la nomenklatura di governo e di sottogoverno e l’intellighenzia al seguito delle destre al comando. Da quasi quattro anni vagheggiano e vaneggiano di un nuovo “racconto” da offrire al Paese, che parte dalla storia, abbraccia la religione, incrocia l’arte, attraversa la letteratura e il cinema. Poi, invariabilmente, tutto precipita nella spartizione della Rai e nell’occupazione manu militari di tutte le casematte del potere materiale e immateriale. Più che “egemonia”, fanno “macelleria culturale”.
Nulla come questa sventurata Biennale certifica il fallimento del disegno meloniano, che anche sulla cultura va a sbattere sullo stesso muro contro il quale si infrange la sua politica estera. Non solo l’abbraccio mortale con Trump (al quale la premier si è voluttuosamente abbandonata), ma anche quello con Putin (al quale alcuni suoi Fratelli e quasi tutti i leghisti non si sono mai sottratti). Con il fantasma dell’uomo del Cremlino che aleggia tra le calli, la kermesse alla Serenissima è la rappresentazione plastica del caos.
A partire da Salvini: tra un comiziaccio da fascio-sovranista a piazza Duomo e una visita da re magio con i giocattoli alla famiglia del bosco, capitan Matteo ha scoperto che «l’arte non ha colore né confini né censure», e quindi va con gioia al padiglione russo perché «gli assenti hanno sempre torto». Alessandro Giuli gli risponde per le rime: «Pensavo facesse autocritica, per scusarsi del fatto che frequenta poco il suo ministero… ».
Una rissa da bar, che se il paragone non suonasse irriguardoso per pezzi da novanta come Andreatta e Formica ricorderebbe quella famosa tra i “commercialisti di Bari”
e le “comari di Windsor” della Prima Repubblica. Ma questo è puro “teatrino della politica”: il 24 maggio a Venezia si vota, Vannacci ha messo la freccia e nessuno vuole farsi scavalcare dal partito filo-russo del generale.
Restiamo alla macelleria culturale intorno alla Biennale. L’hanno affidata a Pietrangelo Buttafuoco, forse l’unico vero intellettuale (insieme a Giordano Bruno Guerri e a Franco Cardini) di una destra radicale ma colta, libera, per certi versi “irregolare”. Buona scelta, di quelle che avrebbero potuto e dovuto fare anche in altri ambiti, se solo ne avessero avuto il coraggio. Non l’hanno fatto, e ora capiamo il perché.
Buttafuoco ha deciso di accogliere Russia e Israele, convinto che l’arte debba unire e non dividere i popoli. Alla sua maniera, un po’ guascona e un po’ dannunziana, ha citato l’appello di Mattarella «ai liberi e agli audaci». Giusto o sbagliato che sia il merito, ha esercitato il suo ruolo in autonomia. Ma è proprio questo che il governo non accetta, cioè il metodo: io ti ho messo lì, tu obbedisci agli ordini.
In un primo momento, senza esplicitare la “teoria”, Giuli aveva provato a risolvere con la burocrazia: mandando a Venezia gli ispettori, sperava di far emergere qualche irregolarità nelle procedure. Missione fallita. E ora il ministro, pur confermando la sua posizione pro-Ucraina, prova a voltare pagina: «Pietrangelo ha portato la Russia in mostra alle spalle del governo… così ha fatto un favore a uno Stato belligerante… ma l’autonomia è un confine che non possiamo valicare».
Metodo corretto, se solo il governo l’avesse fatto suo fin dall’inizio. Ma non è così. Da Leonardo alla Fenice, tutti gli incarichi conferiti finora sono ispirati solo dalla fedeltà. L’appartenenza clanica e minoritaria al vecchio Msi di Colle Oppio. Proprio perché rinchiusa per anni in quella setta, la Sorella d’Italia vinte le elezioni avrebbe potuto stupirci aprendo porte e finestre del partito, offrendo incarichi di responsabilità a persone capaci, affini ma non organiche. Uno sparuto drappello di “indipendenti di destra”, come negli anni ’70 e ’80 esistevano gli “indipendenti di sinistra”. Certo, di là non esistono i Rodotà e gli Sciascia. Ma si poteva trovare di meglio dei Gianmarco Mazzi e dei soliti Pavolini in minore selezionati di volta in volta dall’anima nera di palazzo Chigi Giovanbattista Fazzolari.
«Non tollereremo rendite e parassitismi, i soldi dei contribuenti sono sacri!», aveva tuonato Giuli, appena seduto sulla sedia elettrica che fu di Sangiuliano. In quest’ultimo anno la politica culturale della destra è rimasta sempre la stessa. Insulti alla sinistra che «non ha più intellettuali ma solo comici». Sberleffi agli attori e ai registi che chiedono la riforma del tax credit.
Pesci in faccia agli Elio Germano rappresentanti di «una minoranza rumorosa che ciancia in solitudine». Repulisti agli Uffizi di Firenze, alla Pinacoteca di Brera, al museo Ginori di Sesto Fiorentino. Blitz sullo statuto dell’Accademia del cinema italiano e sulla governance del Centro sperimentale cinematografico. Bordate contro Massini e Saviano, Augias e Scurati, Gruber e Fazio. «Sgomento» di fronte al delinquente Kaufmann che prima di massacrare a Villa Pamphili la compagna e la figlioletta di 6 mesi ha incassato 836mila euro per un film mai girato. «Non permetteremo più che questo accada», giurava nel sangue il Divo Giuli, allora.
Un anno dopo, è tutto uguale. Anzi, è persino peggio. C’è la vergogna del finanziamento negato al documentario su Giulio Regeni dalla Commissione ministeriale, che invece l’ha generosamente concesso a un porno-soft con Manuela Arcuri e a una biografia di Gigi D’Alessio. Il ministro ha avuto almeno il buon gusto di scusarsi, alla cerimonia dei David al Quirinale, di fronte al Capo dello Stato. «Mai più», ha promesso. Ma chi si fida, dopo un’intera legislatura di impegni traditi?
Tutto resta Cosa Loro: poltrone ministeriali e commissioni scientifiche, fondazioni culturali e musei, teatri ed enti lirici, premi letterari e bande musicali. Altro che appelli alla destra a non «vedere la cultura come il terreno di una guerra di trincea, in cui eserciti contrapposti si contendono posizioni di potere», come scriveva lo stesso Giuli nel suo Gramsci è vivo di due anni fa.
L’encefalogramma delle nuove iniziative è piatto, dimenticate le stantie fiction Rai su Fiume e Marconi e archiviate la mostra penosa su Tolkien e quella pelosa sul Futurismo. In compenso, è caduta sul campo pure Beatrice Venezi, la “bacchetta nera” imposta a ogni costo alla Fenice. Dalla «nuova egemonia culturale» è tutto: la linea a voi, solito “culturame” della sinistra woke e radical chic.
(da Repubblica)
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