Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’UNIONE EUROPEA HA REVOCATO I DUE MILIONI DI FINANZIAMENTO ALLA RASSEGNA. LA BATOSTA PER LA DUCETTA E’ POLITICA: I SONDAGGI DANNO PERSO IL COMUNE DI VENEZIA CHE, DOPO IL CASO BEATRICE VENEZI, SI RITROVA SPUTTANATA LA SUA BIENNALE… ALLA VERNICE DEL 5 MAGGIO CI SARA’ ANCORA BUTTAFUOCO, CHE NON INTENDE RASSEGNARE LE DIMISSIONI
La Melona, precipitata tra un disastro politico e la recessione economica nella zona “warning” del 26%, non è incazzata, ma incazzatissima, con l’amatissimo e “capacissimo” Buttafuoco.
Il novello Vate (a perdere) che doveva strappare l’egemonia culturale ai “comunisti”, essendo dotato di intelligenza quanto di scaltrezza, si era subito smarcato dal prendere in consegna quella rogna impossibile da gestire del Ministero della Cultura, e ha preferito traslocare sulla doviziosa laguna veneziana alla presidenza della Biennale, massima istituzione culturale italica sulla scena internazionale, dove nei suoi tre anni a Ca’ Foscari non si è appalesato nulla di caro a Fratelli d’Italia, avendo sul comodino nient’altro che le fanta-favole de “Il signore degli Anelli”, e si è limitato a mantenere la gestione della Fondazione nel solco impresso all’epoca dal benemerito demo-sinistro Paolo Baratta.
L’unica decisione che ha deciso di prendere il tenebroso siculo-musulmano, che si dilettava a Taormina a parlare d’amore con Beatrice Venezi in spettacoli teatrali, è stata, come dicono dalle sue parti, una minchiata.
Riaprire il padiglione russo della Biennale d’Arte, che aprirà i battenti il 5 maggio, ha messo in grossa difficoltà la fu “Giorgia dei Due Mondi” con la corrente pro-Ucraina dei Camerati d’Italia capeggiata dall’eminenza di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari (coniugato, come Adolfo Urso, con una signora ucraina).
Ma come: dopo quattro anni dall’invasione ucraina e con la guerra ancora in corso, ti sembra un segno di egemonia di destra ospitare la grancassa artistica spedita da Vladimir Putin a Venezia?
Una risoluzione che ha fatto incazzare anche l’Unione Europea che ha revocato i due milioni di finanziamento alla Biennale.
E quando la Melona scaricata e azzoppata ha alzato da Bruxelles il telefonino, decisa e sicura che lo avrebbe convinto con qualche supercazzola a rinsavire rinculando, si è ritrovata gettata nel Buttafuoco infernale che, nel frattempo, da ex collaboratore di “Repubblica” e “Il Fatto Quotidiano”, è diventato la bandiera della liberalità dei sinistri Cacciari, Ezio Mauro, Marco Travaglio. (Buttafuoco è uno che ha pubblicato un libro per “Aristocrazia Ariana” del terrorista nero Franco Freda…
Quando il siculo-musulmano (in modalità sciita) ha tentato di uscire dal cul de sac in cui era finito, togliendo le opere dei padiglioni statunitensi e israeliano dalla premiazione, ha ottenuto le naturali dimissioni della giuria internazionale. Niente paura: il giudizio sarà nelle mani del gentile pubblico al termine della Biennale.
E ora che si fa? Come mettere in moto lo sfratto di colui che un tempo spargeva rime baciate in lode della Meloni? Un “Venezi 2”, non essendo Buttafuoco privo di neuroni come la “Bacchetta Nera”, è difficile che si abbandoni a dire idiozie via stampa
E qui entra in campo il ministro Giuli-vo, un altro fascio-cervellone che ha la brillante idea di inviare ispettori a Ca’ Foscari per scovare qualche falla nei bilanci per invitarlo a dimettersi. Cosa che finora non è accaduto, essendo già pronto, come un Giordano Bruno, al martirio sul rogo di piazza San Marco.
Intanto, cil licenziamento della Venezi è stato un “ordine” di Giuli al sovrintendente della Fenice, Nicola Colabianchi, in seguito alla visione dei sondaggi riservati sul prossimo sindaco veneziano, in calendario a fine maggio, che danno perso il comune della Serenissima: un meno 4 punti da addebitare agli incazzatissimi e orgogliosissimi elettori veneziani sul caso Venezi
Ed ora, con la Biennale sputtanata e gettata nel Buttafuoco, i veneziani tracimano bile da tutti i pori.
Per la rimozione del ribelle siculo, che non intende rassegnare le dimissioni, visto il buco nella laguna di Giuli, ci penserà, una volta passata la vernice del 5 maggio, il buon Fazzolari (che non ha mai avuto un buon rapporto col ministro dell’Infosfera).
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CHI E’ PAULA WHITE-CAIN, LA TELEPREDICATRICE COOPTATA DA TRUMP ALLA CASA BIANCA… PASSATO DIFFICILE E OPACHE FORTUNE
Quando Trump la vede per la prima volta in tv, all’inizio degli anni Duemila, è una
telepredicatrice bionda e magnetica. Ha un passato difficile e una straordinaria capacità di andare dritto al cuore della gente con il suo show. La invita alla Trump Tower. È l’inizio di un’amicizia che la porterà fin dentro la Casa Bianca. Oggi la pastora Paula White-Cain lavora nella West Wing e coordina il White house faith office, a pochi passi dallo Studio ovale. «L’imprenditore la accostava ad Oprah Winfrey, una persona con un’impresa mediatica di grande successo e una storia personale forte», ci dice Molly Worthen, autrice di Spellbound (“sotto incantesimo”), sull’uso del carisma per mobilitare le masse.
Prima di diventare la consigliera spirituale del commander-in-chief, era una «ragazza incasinata del Mississippi», come si è raccontata. Un’infanzia segnata da papà suicida, mamma alcolizzata e abusi, in un contesto di disagio e povertà. Madre teenager, si converte nel 1984 e, dopo un primo matrimonio fallito, sposa il pastore pentecostale Randy White. Con lui fonda nel 1991 una chiesa a Tampa, in Florida, che cresce rapidamente. Un rapporto del Senato pubblicato nel 2011 farà luce sui fondi esentasse che la coppia avrebbe utilizzato per jet privato, stipendi d’oro a familiari e case. Dopo un nuovo divorzio, nel 2011 diventa responsabile del New destiny christian center poi City of destiny in Florida, incarico che lascia nel 2019, passando la guida al figlio e alla nuora.
Oggi, a 60 anni, si definisce sul suo sito «riformatrice culturale, pioniera spirituale e una delle voci cristiane più influenti del XXI secolo». Perpetuamente sorridente ed estremamente grintosa, raggiunge ogni settimana milioni di persone in tutto il mondo con i programmi tv disseminati anche sui social. È milionaria (si parla di un patrimonio personale di almeno cinque milioni di dollari) ed è sposata dal 2015, in terze nozze, con il musicista Jonathan Cain, storico membro dei Journe
Tra chirurgia estetica e abiti griffati, è stata più volte tacciata di eresia per un ministero vicino al “prosperity gospel”, che sollecita aggressivamente donazioni. Celebre l’offerta di «sette benedizioni soprannaturali» con un versamento minimo di mille dollari. «Ha costruito una presenza mediatica che combina una forma d
auto-aiuto spirituale con uno stile di vita materialmente attraente, in cui benedizione materiale e spirituale sono strettamente connesse», spiega Molly Worthen. Principi con cui Donald Trump va a braccetto. Paula ripaga la fiducia con una lealtà assoluta. Opporsi al presidente, ha intimato, «sarebbe come dire no a Dio». Non stupisce che poi il tycoon abbia postato una foto di se stesso in sembianze messianiche.
Sta trasformando il Faith office in un’arma , denuncia a L’Espresso la reverenda Jennifer Butler, a guida della stessa istituzione durante l’amministrazione Obama (quando si chiamava White house council on faith and neighborhood partnerships). «Era uno spazio di dialogo interreligioso e plurale. Ma anche George W. Bush (che lo istituì ufficialmente nel 2001) coinvolse un’ampia gamma di orientamenti. Oggi è la scelta di una sola fede in una versione conservatrice, di destra che, dal mio punto di vista di pastora, non riflette nemmeno i veri insegnamenti del cristianesimo». I governi precedenti, ricorda, lavoravano altresì per attuare programmi concreti sul territorio. «Aiutare poveri, senzatetto, immigrati, affrontare l’Hiv/Aids. Invece la prima cosa che questa amministrazione ha fatto è stata tagliare tutti i fondi e smantellare Usaid (l’agenzia governativa per la gestione degli aiuti umanitari)»
Non la impensierisce l’accesso della religione allo Studio ovale, ma l’uso per legittimare il potere. «Obama aveva una fede autentica. Ricordo quando cantò Amazing grace al funerale (del reverendo nero ucciso da un suprematista con altri 8 fedeli a Charleston nel 2015). Un gesto di umiltà, in quel momento incarnava una sorta di pastore della nazione e lo faceva in modo inclusivo». Insomma, uno scenario molto diverso da quello dei ministri di culto che pregano per la guerra in Iran degli Usa al fianco di Israele. D’altra parte, White-Cain e il suo circolo interpretano le tensioni in Medio Oriente in chiave escatologica. Trump è al potere per compiere una missione. Lo confermerebbe anche il fatto di essere sopravvissuto a tre attentati, compreso l’ultimo durante la cena dei corrispondenti alla Casa Bianca all’Hilton di Washington.
Il profilo personale passa in secondo piano: contano i risultati. Con la nomina di tre giudici conservatori, Trump ha consegnato alla Corte suprema la maggioranza che ha rovesciato Roe v. Wade, cancellando il diritto federale all’aborto (decisione che, secondo White-Cain, ha posto fine a ciò che definisce «l’assassinio brutale di milioni di bambini» in cinquant’anni). A questo si aggiungono la difesa della libertà religiosa e una linea dura contro cultura woke, politiche di genere, istanze della giustizia sociale e immigrazione illegale.
Un ragionamento che però trova voci importanti di dissenso all’interno del mondo evangelico. «La Chiesa deve rinunciare alla propria capacità di dire la verità al potere in cambio di ottenere alcuni risultati politici? Quanto deve essere stretta la relazione tra la Chiesa e qualsiasi governo, incluso questo?». Se lo chiede Amos Yong, il più importante teologo pentecostale vivente, professore al Fuller theological seminary. «Nell’Antico Testamento i profeti agivano come coscienza della comunità e anche della teocrazia, quando operavano accanto ai re o persino contro di loro», ci dice. «Nel nostro contesto la situazione è ancora più problematica, considerando che esistono ampie evidenze sul fatto che almeno alcune delle azioni di questa amministrazione siano moralmente, legalmente o politicamente discutibili». Paula White-Cain, chiarisce, non appartiene al pentecostalesimo classico, ma al più fluido universo carismatico. Quella a cui afferisce è la New apostolic reformation, in cui confluiscono gruppi che promuovono l’idea di un’influenza cristiana diretta nella società, dalla politica ai media tra gli altri ambiti. «Incidere e impegnarsi non significa ignorare l’evidente disonestà o le illegalità in cui l’amministrazione potrebbe essere coinvolta», avverte.
In autunno uscirà il nuovo lavoro di Yong, “Trump and the politics of prayer: inside the spiritual world of his faith advisory team”, che offre un’analisi teologica e antropologica dell’ecosistema religioso dei sostenitori evangelici e carismatici del presidente. Il saggio ricostruisce le chiamate alla preghiera promosse dai consiglieri spirituali dopo le elezioni del 2020. Momenti di forte mobilitazione in cui leader e fedeli reagirono a una sconfitta ritenuta ingiusta, invocando un intervento divino. Yong mostra come questa dimensione spirituale si sia intrecciata con i tentativi di impedire la certificazione del voto, contribuendo al clima che portò all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. «Mettiamo in evidenza il ruolo della retorica
della paura, ma anche delle ansie reali di molti credenti». Il timore di perdere identità e capacità di difendere le proprie posizioni morali ha spinto molti a tollerare comportamenti altrimenti inaccettabili. «Se un’amministrazione restituisce quei diritti, questo finisce per pesare più di ogni altra considerazione. E così prevale la spinta a difenderli, evitando qualsiasi scelta che possa mettere a rischio un rapporto così stretto con il potere». Dinamica che, osserva, continua a produrre effetti oggi, con il ritorno di molti di quei protagonisti nella nuova amministrazione Trump.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL RUOLO CHIAVE DI MARINA BERLUSCONI NELLA RETE DI CHI SI MUOVE PER UN GOVERNO DI LARGHE INTESE
Altro che unità del centrodestra. Dietro le dichiarazioni ufficiali si muove una strategia molto più sottile: impedire che alle prossime elezioni ci sia un vincitore netto. È il cuore del cosiddetto “partito del pareggio”, una rete trasversale che punta a lasciare il Paese senza maggioranza e aprire così la strada a un nuovo governo di larghe intese. In questo schema, il ruolo chiave lo gioca Marina Berlusconi. Sempre più centrale nelle scelte di Forza Italia, la primogenita del Cavaliere lavora a un riposizionamento del partito: meno ancorato al centrodestra sovranista, più vicino a un’area moderata, europeista e dialogante con il Pd. Nel Pd, intanto, si consuma una partita parallela. I “padri nobili” non credono fino in fondo nella leadership di Elly Schlein e frenano su primarie e legge elettorale. Senza un sistema maggioritario, infatti, tutto torna negoziabile dopo il voto.
Ed è proprio qui che le strategie si incrociano. Forza Italia diventerebbe l’ago della bilancia in un Parlamento senza maggioranze. Un ruolo che consentirebbe ai berlusconiani di trattare da posizione di forza con l’ala moderata dem, lasciando ai margini sia i sovranisti sia le componenti più radicali del centrosinistra.
Se il pareggio si concretizzasse, Giorgia Meloni ed Elly Schlein resterebbero fuori dai giochi. Toccherebbe al Quirinale gestire la crisi e favorire la nascita di un governo “europeo”, sostenuto da una maggioranza trasversale
Ma il vero obiettivo è un altro: la partita del Colle. Con un Parlamento senza vincitori, eleggere il successore di Sergio Mattarella diventerebbe un’operazione politica. E il nome che circola con più insistenza è quello di Mario Draghi.
La partita è appena iniziata. Ma una cosa è chiara: più che vincere, questa volta conta arrivare in equilibrio. Per poi decidere tutto dopo.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DI AVS: “NAUFRAGIO GIURIDICO E POLITICO DI TUTTA LA GIUNTA”…COSA SUCCEDE ORA
Il Tribunale di Aosta ha dichiarato decaduto il presidente della Regione, Renzo Testolin,
ritenendolo ineleggibile ai sensi della legge regionale sui limiti di mandato. I magistrati hanno così accolto il ricorso promosso dai consiglieri di opposizione di Alleanza Verdi-Sinistra, con una decisione che produce effetti immediati e travolge la linea difensiva costruita fin qui dalla maggioranza.
Il verdetto del Tribunale
Secondo quanto accertato dai giudici, Testolin si trova di fatto al quarto mandato consecutivo, in violazione della legge regionale del 2007. Una lettura netta che ha portato il collegio a dichiarare la decadenza dalla carica per «irregolare elezione». Membro dell’Union Valdôtaine, Testolin è stato eletto consigliere regionale per la prima volta alle elezioni del 2013 e poi confermato alla tornata successiva del 2018. Nel 2019 è divenuto presidente della Valle d’Aosta ad interim, in seguito alle dimissioni del suo predecessore Antonio Fosson. Testolin ha mantenuto la guida della giunta regionale fino al 21 ottobre 2020, giorno dell’insediamento come presidente di Erik Lavévaz. A seguito delle dimissioni di Lavévaz, avvenute il 18 gennaio 2023, il successivo 2 marzo viene eletto nuovamente presidente della Valle d’Aosta alla seconda votazione.
Avs: «Abbiamo vinto»
«Per il Presidente Testolin, i suoi consulenti, i suoi legali, l’avvocatura regionale, la stessa Giunta regionale che aveva votato la costituzione della Regione, è un totale naufragio giuridico e politico», esulta Avs Valle d’Aosta, commentando la sentenza. «Avs – si legge ancora – ha dovuto condurre da sola una battaglia molto impegnativa, ma lo ha fatto con determinazione, con la convinzione che anzitutto occorre rispettare le leggi e che l’arroganza del potere va combattuta, anche in solitudine».
Cosa succede ora
E adesso? Assieme a Testolin, decade tutta la giunta della Valle d’Aosta. A partire da oggi, sabato 2 maggio, inizia ufficialmente il conteggio dei sessanta giorni perché si insedi un nuovo esecutivo regionale. Un passaggio che, in attesa del ricorso in appello, inevitabilmente scatenerà guerre interne alla maggioranza.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GROSSI RITARDI NELLE CONSEGNE, A RISCHIO ANCHE LE FORNITURE PER L’UCRAINA
La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran potrebbe creare problemi di scorte nel settore della difesa anche in Europa. Lo scrive il Financial Times, secondo cui Washington avrebbe avvertito alcuni alleati europei – tra cui Regno Unito, Polonia, Lituania ed Estonia – di aspettarsi lunghi ritardi nelle consegne di armi statunitensi. Dietro questa situazione non c’è solo la crescente tensione tra le due sponde dell’Atlantico per via del mancato coinvolgimento militare europeo in Medio Oriente, ma anche un effettivo problema di scorte negli Stati Uniti per via della guerra in Iran, che Washington era convinta di riuscire a chiudere in tempi assai più brevi.
Le ultime tensioni Usa-Ue
Nei giorni scorsi, Donald Trump se l’è presa con alcuni governi europei per non aver contribuito alla campagna militare statunitense in Iran. In un primo momento, l’inquilino della Casa Bianca si è detto insoddisfatto del comportamento mostrato
da Italia e Spagna, arrivando addirittura a ipotizzare una cacciata dalla Nato per quest’ultima. Dopodiché, il Pentagono ha annunciato il ritiro di 5mila truppe statunitensi dalla Germania. La notifica di forti ritardi nelle consegne delle armi americane in Europa conferma le preoccupazioni dei vertici militari di Washington circa i livelli delle scorte di missili, e non solo. Già negli ultimi giorni, l’esercito a stelle e strisce è stato costretto a trasferire armi da altre regioni, tra cui l’Indo-Pacifico, per sopperire alle carenze.
Brutte notizie per l’Ucraina
Ma il vero problema è che il rallentamento delle consegne per l’Europa rischia di rappresentare una brutta notizia anche per l’Ucraina. I ritardi, infatti, avranno ripercussioni sulle munizioni per i sistemi missilistici Himar (prodotti da Lockheed Martin) e Nasam (prodotti congiuntamente da Raytheon e dalla norvegese Kongsberg), entrambi impiegati dall’esercito di Kiev.
Trump “sacrifica” l’Europa per Medio Oriente e Cina
Buona parte dei missili americani impiegati nella guerra in Iran erano pensati per essere utilizzati in un ipotetico scontro futuro con la Cina su Taiwan. «Il Pentagono potrebbe ora dover combattere una lunga guerra in Medio Oriente ed è anche disperatamente intenzionato a rafforzare la deterrenza nell’Indo-Pacifico», ha spiegato al Financial Times Tom Wright, ex funzionario dell’amministrazione Biden e ora analista alla Brookings Institution. «È più che disposto – ha aggiunto l’esperto – a sacrificare l’Europa pur di raggiungere questo obiettivo. L’Europa ha bisogno di ricostruire la propria base industriale della difesa a velocità supersonica».giungere questo obiettivo. L’Europa ha bisogno di ricostruire la propria base industriale della difesa a velocità supersonica».
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DAL PIANO DI TRUMP FALLITO AL CARO CARBURANTE, COSA E’ SUCCESSO
Un gruppo di creditori ha bloccato il piano della Casa Bianca, che si era detta disposta a
salvare la compagnia in cambio della maggioranza delle azioni
Per la prima volta dopo quasi un quarto di secolo, un’importante compagnia aerea interrompe le operazioni. Si tratta del vettore low-cost Spirit, che secondo la Cnn annuncerà nelle prossime ore il fallimento e la sospensione dei voli. L’azienda navigava da tempo in cattive acque e l’impennata dei prezzi del cherosene ha fornito il colpo di grazia, mandando in fumo i piani di uscita dalla seconda procedura fallimentare. I tentativi di raggiungere un accordo con l’amministrazione Trump su un piano di salvataggio dell’ultimo minuto si sono rivelati vani.
17mila dipendenti senza lavoro e milioni di passeggeri senza aereo
Il fallimento di Spirit ha innanzitutto un grande valore simbolico: si tratta della prima grande compagnia aerea a sospendere le operazioni dal 2001, anno in cui Midway Airlines cessò le attività dopo gli attentati dell’11 settembre. Ma le conseguenze pratiche di questo annuncio sono anche molto concrete. La sospensione dei voli costringerà milioni di passeggeri in possesso di biglietti Spirit a cercare soluzioni di viaggio alternative nei prossimi mesi e lascerà senza lavoro i circa 17mila dipendenti della compagnia. L’eliminazione dei voli di Spirit, inoltre, comporterà probabilmente un aumento delle tariffe in tutto il settore aereo statunitense.
La trattativa fallita con l’amministrazione Trum
La scorsa settimana, un avvocato di Spirit aveva dichiarato davanti a un tribunale fallimentare che la compagnia aerea era in «trattative molto avanzate» con l’amministrazione per un piano di salvataggio. Secondo una fonte consultata dalla Cnn, un gruppo chiave di creditori non ha approvato quel piano, che a quanto pare avrebbe dato al governo il controllo della stragrande maggioranza delle azioni della compagnia aerea. Secondo la società di analisi aeronautica Cirium, Spirit ha circa 9mila voli programmati dal 2 maggio fino alla fine del mese. Questi voli hanno un totale di 1,8 milioni di posti. Ciò significa che in media circa 300 voli e 60mila potenziali passeggeri al giorno saranno interessati solo nel prossimo mese.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“NON SOLO: CI PREOCCUPA ANCHE IL FATTO CHE SIA STATO SCRITTO CHE MINORI SOTTO TUTELA DELL’INAU VISITASSERO LA PROPRIETÀ DI CIPRIANI”
La politica uruguaiana vuole vederci chiaro sul caso di Nicole Minetti, della grazia ricevuta ma soprattutto dell’adozione internazionale che le è servita, di fatto, per ottenerla. «Oggi ho inoltrato diverse richieste di rapporti a vari ministeri e una di accesso alle informazioni alla Procura Generale della Nazione, per fare luce su questo caso». L’annuncio è quello della deputata Graciela Barrera, del Frente Amplio, che ha presentato una serie di pedidos de informes, ovvero le nostre interrogazioni, ai vari ministeri.
«Questa storia ha attirato la nostra attenzione – spiega al Messaggero la deputata – per quello che abbiamo capito potrebbe esserci stato un bambino che è stato adottato in forma non regolare. Per questo abbiamo chiesto informazioni all’Inau, l’istituto che si occupa dell’assistenza dei bambini e degli adolescenti». «Vogliamo capire se siamo di fronte anche a una forma di tratta di persone. Pare che ci fossero appuntamenti in uno stabilimento dove si facevano feste e vogliamo capire se davvero lì fossero stati portati minori che erano seguiti dall’Inau», sottolinea Barrera.
È così che prende forma la caccia alla vita uruguaiana dell’ex consigliera regionale lombarda. Una ricerca che si muove su due livelli: da un lato le verifiche ufficiali attivate dalla procura generale di Milano, che ha delegato Interpol; dall’altro il lavoro sul campo, tra Maldonado e dintorni, dove il caso è ormai esploso anche sui media locali.
«Come sempre, le autorità competenti risponderanno formalmente alle richieste provenienti dall’Italia, secondo la tradizione democratica del nostro Paese», hanno fatto sapere fonti del governo di Montevideo all’Ansa. Dove il caso Minetti sta creando un forte problema interno. La vicenda ha infatti riacceso i riflettori su un sistema – quello delle adozioni – da tempo al centro di polemiche.
Ne ha parlato la deputata del Frente Amplio Graciela Barrera, le cui dichiarazioni saranno acquisite dalla procura generale di Milano. «Ci sembra particolare – dice a Repubblica – il fatto che una coppia straniera sia venuta in Uruguay ad adottare un minore, soprattutto una coppia così agiata e con tanta visibilità. Per cui abbiamo richiesto chiarimenti. Ma non solo: ci preoccupa anche il fatto che sia stato scritto che minori sotto tutela dell’Inau visitassero la proprietà di Cipriani».
Così come è un fatto che, nelle adozioni illegali in America latina, quello che avviene solitamente è che nei documenti legali – nella sentenza e nelle carte riguardanti il processo di adozione – tutta la pratica sembri completamente regolare. Risulta solitamente che i genitori e i familiari biologici non abbiano mai visitato il minore e che nessuno della famiglia volesse prendersi carico del bambino. Ma molto spesso la versione cambia quando si parla con la famiglia di origine, e quello che si scopre è che i registri sono stati falsificati per eliminare le prove delle visite dei familiari o i tentativi di farsi carico del bambino. Un sistema che riguarda
decine di migliaia di minori: iniziato negli anni ’50, con un picco negli anni ’70, ’80 e ’90, ma che va avanti ancora oggi.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CONDIZIONARE LA SOLIDARIETA’ TRA LAVORATORI; SENZA STABILITA’ NON VI E’ IRGAIZZAZIONE E SENZA ORGANIZZAZIONE NON VI E’ CONTROPOTERE
Il Primo maggio non è solamente la festa dei lavoratori e la celebrazione dei diritti
conquistati dal movimento operaio: la giornata di otto ore, il diritto di sciopero, le ferie pagate, la tutela della salute. È anche la festa della democrazia, o meglio del lavoro quale fondamento e condizione necessaria di essa. Dovrebbe dunque essere il momento per ricordare — a chi ci governa in primis — che perché il lavoro sia effettivamente condizione di democrazia non basta che i cittadini non rischino la vita lavorando, né che vengano pagati il giusto. Occorre anche che il loro lavoro sia stabile, che ne favorisca lo sviluppo di capacità critiche e partecipative, e che non li subordini all’arbitrio dei datori di lavoro
Affermando che «l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», i padri costituenti intendevano dire che la Repubblica non si fonda sulla ricchezza, sulla nascita nobile, sulla religione o sulla forza militare. I cittadini hanno pari dignità in quanto persone che contribuiscono attivamente alla vita collettiva, che lo facciano attraverso lavori manuali, di cura o intellettuali. Il lavoro è riconosciuto al tempo stesso come diritto e come dovere civico. Affermarlo come fondamento
democratico significa dunque riconoscerlo come strumento di eguaglianza contro il privilegio, di dignità personale e di riproduzione socioeconomica della società.
Ma vi sono anche altre ragioni per le quali il lavoro è parte centrale di un sistema democratico.
La prima riguarda il legame tra qualità del lavoro e sviluppo di capacità e virtù civiche: un lavoratore schiacciato dalla precarietà od obbligato a svolgere funzioni ripetitive e puramente meccaniche difficilmente sarà un cittadino attivo e consapevole. Le capacità di cooperare e partecipare alle decisioni collettive si sviluppano soprattutto al lavoro. È quindi essenziale che in una società democratica esistano forme di democrazia economica, grazie alle quali i lavoratori possano partecipare a decisioni importanti concernenti le proprie condizioni di lavoro all’interno dei loro contesti occupazionali.
Come scrisse John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, la forma di associazione a cui l’umanità dovrebbe aspirare non è quella che esiste tra un datore di lavoro capo o padrone e lavoratori privi di voce a esso subordinati, bensì «l’associazione degli stessi lavoratori su basi di uguaglianza», un’associazione all’interno della quale i lavoratori possano lavorare «sotto la guida di dirigenti da loro stessi eletti e revocabili» o, potremmo aggiungere noi, quantomeno abbiano voce in capitolo nelle decisioni prese da tali dirigenti. Mill descrisse inoltre l’impresa cooperativa come la trasformazione dell’attività lavorativa «in una scuola delle simpatie sociali e dell’intelligenza pratica», entrambe qualità essenziali per una democrazia liberale.
L’organizzazione del lavoro condiziona inoltre la solidarietà tra lavoratori e l’efficacia della loro azione politica collettiva: senza stabilità non vi è organizzazione, e senza organizzazione non vi è contropotere. Il problema del precariato, per non parlare dello sviluppo di tecnologie sostitutive quali l’intelligenza artificiale, non è dunque solo un problema di giustizia sociale, ma riguarda l’indebolimento dei contropoteri necessari alla salute democratica. A chi è al potere il precariato conviene.
Infine vi è il ruolo che il lavoro gioca nella formazione di un popolo non asservito: lavoratori dipendenti dall’arbitrio dei propri datori di lavoro non sono cittadini liberi, e una democrazia di cittadini non liberi è una falsa democrazia. Anche qui, perché il potere dei datori di lavoro non venga esercitato in modo arbitrario, è necessario che i lavoratori stessi abbiano voce in capitolo all’interno delle loro aziende e imprese. Ossia è necessaria la democratizzazione del lavoro stesso.
In un paese dove ancora si dibatte sull’opportunità di un salario minimo, dove la precarietà cresce e dove molti italiani — giovani in testa — emigrano per mancanza di opportunità, parlare di democrazia economica — ossia democrazia all’interno delle imprese — sembrerebbe un lusso che solo chi filosofeggia può permettersi. Non dobbiamo però dimenticare che l’Italia, grazie soprattutto alle cooperative dell’Emilia-Romagna, è stata terreno sperimentale per una organizzazione del lavoro più umana, solidaristica e democratica. Faremmo dunque bene, in questo Primo maggio come in quelli a venire, a costruire su tali esempi e a pretendere che chi ci governa faccia altrettanto.
(da editorialedomani.it)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL NODO DEI PRECEDENTI PENALI DIETRO IL VIA LIBERO LAMPO: COME E’ POSSIBILE AVER DATO IL VIA LIBERA NONOSTANTE I PRECEDENTI PENALI DELLA MINETTI?
Lontano dai riflettori della movida di Punta del Este e dal lussuoso ranch Gin-Tonic della coppia Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, c’è una ferita aperta a Pan de Azúcar. Qui vivono Leydi e Julio, la coppia uruguaiana che per mesi ha accudito il bambino poi dato in adozione all’ex consigliera regionale della Lombardia. «Avevamo già preparato la sua cameretta», raccontano con amarezza, descrivendo un legame che sembrava destinato a diventare ufficiale. Poi è arrivata quella telefonata che ha spezzato il loro sogno: «Non potrete averlo, il bambino è stato chiesto da una famiglia straniera». La famiglia straniera è appunto quella composta dal duo Minetti-Cipriani, che ha ottenuto l’adozione del bimbo affetto da spina bifida, all’origine della procedura per ottenere la grazia.
«Quel bambino ci era entrato nel cuore»
Julio, capocantiere, ricorda ogni dettaglio di quei mesi: «Quel bambino ci era entrato nel cuore. Mia moglie lo aveva conosciuto perché lavorava nella sede dell’Inau (Istituto del Bambino e dell’Adolescente dell’Uruguay) per una società esterna. Abbiamo preparato le carte per l’adozione. Ci hanno concesso di ospitare il bambino, che allora aveva un anno. Stava con noi cinque giorni alla settimana. H
trascorso varie festività con noi, ad esempio una vigilia di Natale. Il bambino andava in una scuola materna fuori dall’istituto. Gli avevamo comprato il grembiulino con il nome».
L’idoneità e la malattia del bambino
La coppia stava procedendo nell’iter di adozione, superando tutti i rigidi controlli previsti dalle autorità uruguaiane: «Andavamo a Montevideo e ci facevano molte, molte domande. Test, puzzle, e ancora domande… È stato un processo lungo, ma è andato molto bene, punteggio massimo. Ci dissero che eravamo idonei per adottare bambini. Ma noi andavamo lì per quel bambino, con nome e cognome, non per un altro». Sapevano che il piccolo soffriva di spina bifida, una condizione che non li aveva spaventati: «Mia moglie, lavorando lì dentro, mi diceva sempre: “Julio, c’è un bambino così…”. Aveva la spina bifida, camminava pochissimo. Dopo aver chiesto all’Inau, mi hanno dato l’autorizzazione a seguirlo. Diverse volte mi sono occupato io di lui, gli tagliavo i capelli, gli facevo il bagno. Ancora oggi abbiamo i suoi giocattoli».
Il no improvviso: «Vi diamo un altro bambino se volete»
Proprio quando l’adozione sembrava a un passo, è arrivata la svolta che ha trasformato la vicenda in un caso internazionale. Julio racconta lo sconcerto di fronte al cambio di rotta dell’Inau: «All’improvviso hanno iniziato a rimbalzarmi da una parte all’altra. Mi hanno detto: “Per quel bambino c’è una famiglia straniera molto legata a Maldonado, però vi diamo un altro bambino se volete“. Io ho risposto che ero andato a Montevideo per “quel” bambino, non per un altro».
Il sospetto di una corsia preferenziale per Minetti e Cipriani
Il sospetto di una corsia preferenziale per la coppia Cipriani-Minetti è quantomai lecito, soprattutto per quanto riguarda la fedina penale della donna, condannata in via definitiva in Italia per il caso Ruby-bis. Sebbene l’ex presidente dell’Inau, Pablo Abdala, assicuri che «l’adozione da parte della coppia Cipriani-Minetti è avvenuta nel rispetto della legge», resta il dubbio su come sia stata valutata la riabilitazione della Minetti in un processo così delicato. Anche la rapidità con cui è stata sbrigata la pratica desta non pochi sospetti.
«Un’azione da cani»
La delusione di Julio è totale, specialmente di fronte alle voci secondo cui il bambino starà meglio grazie alle possibilità economiche dei nuovi genitori: «È un bambino molto dolce. Non ha mai avuto problemi gravi, a parte come detto la spina bifida, ma non era il momento di un’operazione. Camminava, andava a cavallo con noi, stava in piscina, in spiaggia, correva, giocava a palla. Non abbiamo mai avuto problemi. Qui in Uruguay c’è una famiglia, la nostra, che lo ama con l’anima. Io, mia moglie, i miei figli… faceva male dire ai miei figli che non avremmo più portato quel bambino a casa. Se oggi mi chiedi “credi nell’Inau?”, ti dico di no. Non credo a nulla perché quello che hanno fatto è stato da cani.
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