Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
NEL DOCUMENTARIO DI ALEXIS BLOOM, INACCESSIBILE IN ITALIA, I RAPPORTI TRA IL PRIMO MINISTRO ISRAELIANO E HAMAS: UN MILIARDO DI FINANZIAMENTI TRAMITE IL QATAR
Il documentario “Bibi Files”, il lavoro di Alexis Bloom sui processi per corruzione del
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è inaccessibile in Italia e in altri paesi a causa del blocco richiesto dai legali del leader del Likud.
Nel doc vengono raccolti i video degli interrogatori originali dei testimoni di accusa contro il Netanyahu e dei presunti beneficiari della corruzione, come il produttore di Hollywood Arnon Milchan e il magnate della telefonia Shaul Elovitch. Ma ci sono anche i video degli interrogatori che la polizia israeliana ha fatto con lo stesso Netanyahu. La parte finale dei “Bibi Files” è dedicata a una vicenda che ha del clamoroso e che ha rappresentato uno dei motivi di maggiore imbarazzo per il
primo ministro israeliano, ovvero la ricostruzione di come Bibi avrebbe consentito l’arrivo di quasi un miliardo di dollari ad Hamas da parte del Qatar.
Nel documentario la vicenda non solo è documentata e commentata, ma risultano particolarmente inquietanti le parole pronunciate dallo stesso Bibi durante gli interrogatori. Il capo del Likud usa la metafora della strategia del “Il Padrino”, il celebre film di Francis Ford Coppola su una famiglia mafiosa italo americana. “Tieni stretti gli amici, ma tieni più stretti i tuoi nemici”, dice Netanyahu ai poliziotti che lo interrogano quando allude ai rapporti con Hamas. I fatti denunciati nel documentario si svolgono molto prima del 7 ottobre, e gli stessi interrogatori, tra cui quelli al primo ministro, sono antecedenti alla data della terribile strage compiuta dai guerriglieri di Hamas. Proprio per questo però l’accusa di aver consentito il finanziamento del gruppo fondamentalista islamico, e gli stessi termini con cui Netanyahu spiega alla polizia i rapporti che intratteneva con loro, risultano inquietanti.
L’accusa: “Ha consentito il finanziamento di Hamas”
Nei “Bibi Files” vengono riportati diversi commenti e testimonianze su quelle che sono state le mosse politiche e le relazioni che il primo ministro israeliano ha intrattenuto fino al 2023. Tra i grandi accusatori di Netanyahu, figura l’ex primo ministro israeliano Ehud Olmert che in una intervista esplicita chiaramente le responsabilità di Bibi nella crescita di Hamas: “Ha permesso che più di 1 miliardo arrivasse ad Hamas perché sapeva che così poteva controllare il livello di odio” dice l’ex presidente. Una circostanza rispetto alla quale vengono addirittura mostrati dei documenti all’interno del documentario.
Anche un ex collaboratore di Bibi rincara la dose: “Nello stesso momento in cui era sotto inchiesta ha fatto in modo che Hamas ricevesse 35 milioni di dollari ogni mese dal Qatar. La sua strategia era alimentare gli estremisti di Hamas e indebolire i moderati di Fatah. Questa cosa ci è esplosa in faccia nel modo più brutale il 7 ottobre”. Il primo ministro israeliano non solo era al corrente dei rapporti economici tra il Qatar e Hamas, ma avrebbe addirittura favorito questo asse. Lo scopo era ben chiaro, limitare, contenere e isolare Al Fatah, il partito moderato alla guida dell’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e favorire e alimentare Hamas,
creando in questo modo una conflittualità tra le due forze in grado di rompere il fronte palestinese.
Una strategia che però non mirava certo alla pace, bensì a una crescita dell’ala più estremista tesa a legittimare e giustificare l’uso della violenza da parte di Israele. Il 7 ottobre questa strategia è esplosa in tutte le sue contraddizioni. Ad analizzare bene i finanziamenti di Hamas è l’ex deputato arabo israeliano Sami Abu Shehadeh: “Sono state fotografate valige piene di soldi che sono state mandate dal Qatar ad Hamas. Ma perché i qatarioti conoscevano Bibi, gli avevano chiesto di inviare per iscritto le sue richieste, perché sapevano che avrebbe mentito in futuro”. In “Bibi files” vengono mostrate sia le foto delle valige piene di soldi sia i documenti che testimonierebbero la richiesta di Netanyahu al Qatar di finanziare Hamas. 35 milioni di dollari al mese, per un totale di quasi 1 miliardo di dollari, questa è l’entità del finanziamento che sarebbe stato sollecitato da Netanyahu stesso.
Le parole di Netanyahu: “Trasmetto messaggi ai nostri nemici”
Nell’iter delle indagini la parte dei rapporti con Hamas viene fuori all’improvviso, dopo ore e ore di interrogatori in cui il primo ministro israeliano si era limitato ad una lunga sequela di “non ricordo”, rispetto alle accuse di corruzione che gli venivano mosse. Quando negli interrogatori spunta il tema, le parole di Netanyahu sono inquietanti. “Ricordate la linea de “Il Padrino” ? Tieniti gli amici stretti ed i nemici ancora più stretti. Abbassare le fiamme, mantenere un dialogo. Vi faccio un esempio: oggi con i nostri nemici, siamo in trattativa. Nessuno pensa che possiamo farcela a raggiungere un accordo con loro, ma noi controlliamo l’altezza delle fiamme intorno a loro”.
Bibi quindi ammette apertamente di avere un canale di comunicazione costante con Hamas. La sua sarebbe una strategia mutuata dai mafiosi di fantasia de “Il Padrino”. E ancora continua il primo ministro: “Questa è una confidenza e non può trapelare, noi abbiamo dei vicini qui, dei nemici giurati, trasmetto loro costantemente messaggi. Li confondo, li induco in errore, mento loro, per poi colpirli sopra le loro teste”. Bibi quindi crede che la sua strategia di far arrivare soldi ad Hamas, inviargli messaggi, mantenere un rapporto, gli consenta il controllo della situazione. “Per decidere l’altezza delle fiamme intorno a loro” dice.
Il 7 ottobre però non solo fa crollare ogni plausibile logica dietro a questa strategia, ma a questo punto getta enormi ombre sulla dinamica stessa che ha portato alla decisione di compiere la strage. Prima del 7 ottobre, Bibi era accerchiato dalle proteste contro la sua riforma della giustizia. Era ai minimi storici nei sondaggi di gradimento. Dopo aver portato al governo la destra più estremista e suprematista di Ben Gvir e Smotrich, pur di formare un governo che lo mettesse al riparto dai processi per corruzione, Netanyahu rischiava comunque di vedere il suo governo sciogliersi. A quel punto avrebbe dovuto rispondere, senza scudi politici, ai processi.
Dopo il 7 ottobre però, Israele entra in una dimensione di guerra permanente che va avanti da oltre due anni. Il genocidio a Gaza, la guerra al Libano, la guerra all’Iran, con l’alleato Trump sempre pronto a spalleggiarlo e l’opinione pubblica internazionale che ha messo sempre più nell’angolo Israele e la sua leadership. Ma questa guerra permanente gli permette di non andare alle udienze dei processi per “ragioni di sicurezza”. Insomma le rivelazioni di “Bibi Files” sui rapporti tra Netanyahu ed Hamas forniscono una chiave di lettura completamente diversa degli eventi degli ultimi anni. Un leader politico sul banco degli imputati con gravissime e documentate accuse di corruzione a suo carico, una opposizione interna sempre più forte e crescente, una leadership traballante. E poi la stagione della vendetta che ha fatto di lui e degli esponenti del suo governo dei bersagli della giustizia internazionale con accuse di crimini di guerra.
(da Fanpage)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PER IL CINQUANTESIMO COMPLEANNO, LA MOGLIE DEL RESPONSABILE PER LA SICUREZZA NAZIONALE DELLO STATO EBRAICO LO HA OMAGGIATO, CON SPREZZO DEL BUON GUSTO, CON IL SIMBOLO CHE RICHIAMA LA NORMA DA LUI FORTEMENTE VOLUTA E APPROVATA DALLA KNESSET A FINE MARZO – LA DEDICA AGGHIACCIANTE: “CONGRATULAZIONI AL MINISTRO BEN-GVIR, A VOLTE I SOGNI DIVENTANO REALTÀ”… MAGARI C’E’ CHI SOGNA UN DIVERSO FRUITORE DI QUEL CAPPIO
Una torta macabra per il ministro israeliano che più di ogni altro ha voluto l’introduzione della pena di morte per i prigionieri palestinesi. Ben-Gvir, responsabile della Sicurezza nazionale, ha ricevuto in dono dalla moglie un dolce con al centro un cappio per il cinquantesimo compleanno (compirà gli anni il 6 maggio)
Un simbolo che va al di là del cattivo gusto: lo stesso Ben-Gvir lo aveva mostrato, sotto forma di spilla, nei giorni in cui si discuteva il provvedimento che la Knesset ha approvatoa fine marzo. Cappio che adesso viene esposto da politici e simpatizzanti dell’estrema destra israeliana che non vogliono di certo che l’operazione dell’Idf a Gaza si fermi. “Congratulazioni al ministro Ben-Gvir, a volte i sogni diventano realtà”, la dedica incisa sulla glassa.
La festa in onore di Ben-Gvir ha generato un’altra polemica: al banchetto hanno partecipato anche alcuni vertici della polizia, autorizzati dal capo delle forze dell’ordine Daniel Levy. Via libera che è stato duramente criticato dai leader dell’opposizione Naftali Bennett e Yair Golan.
“Un funzionario pubblico che viola il suo dovere di lealtà verso lo Stato e sfrutta la sua posizione in modo politico anziché professionale – ha scritto Bennett su X –, è da rimuovere immediatamente”. Pronta la risposta di Ben-Gvir: “Naftali non ha amici e nemmeno rapporti di lavoro: mandategli una fetta di torta dalla festa”.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PIÙ DELL’80 PER CENTO DEGLI OLTRE 1.600 SITI PER SFOLLATI DI GAZA E’ INFESTATO DA RODITORI O PARASSITI. LÌ CI VIVONO 680 MILA BAMBINI … IL RISCHIO DI CONTRARRE MALATTIE E’ ALTO: A GAZA NON C’E’ UN SISTEMA FOGNARIO CHE SMALTISCE I BISOGNI DELLE 1.4 MILIONI DI PERSONE CHE VIVONO TRA LE MACERIE
Qualche giorno fa, il figlio di tre anni di Khalil Al-Mashharaw è stato morso alla mano e
alle dita dei piedi da un topo, nella tenda dove dormiva con la famiglia. Portato all’ospedale, al bambino è stata somministrata una massiccia dose di farmaci per prevenire le infezioni: ma da allora – ha raccontato Al-Mashharaw all’agenzia Reuters dal Nord di Gaza – lui e la moglie dormono a turni per proteggere il bambino dai roditori. «Colpiscono nel sonno: se ci addormentiamo, mordono», ha detto l’uomo.
Sono i topi – e insieme ad essi le pulci e gli acari – l’ultima piaga di Gaza. Nelle ultime settimane, complice l’aumento delle temperature e il perdurare dell’assenza di fogne e di discariche di rifiuti appropriate – si sono moltiplicati, complicando la situazione sanitaria delle 1,4 milioni di persone che nella Striscia ancora vivono in tenda.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA) più dell’80 per cento degli oltre 1.600 siti per sfollati di Gaza a metà aprile erano infestati da roditori o parassiti. Infezioni cutanee ed eruzioni cutanee sono state segnalate in quasi due terzi dei luoghi censiti, pidocchi in oltre il 65 per cento e cimici dei letti in più della metà. Secondo la stessa fonte, in tutto 680.000 bambini – i due terzi di tutti quelli che sono a Gaza – vivono in campi per sfollati infestati da roditori o parassiti.
Da giorni, sui social network rimbalzano le immagini di bambini, per lo più molto piccoli, morsi dai topi a Gaza: neonati con le guance o le mani devastate, che finiscono in ospedali senza farmaci adeguati per loro. L’allarme è stato confermato da diversi medici della Striscia interpellati dai giornalisti locali e dall’ong Save the Children che ha lanciato un appello urgente perché le limitazioni imposte da Israele alla quantità e al tipo di aiuti umanitari che possono entrare a Gaza siano rimosse, permettendo l’arrivo di materiali necessari per mettere in sicurezza i campi profughi e rimuovere i rifiuti.
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
E’ TEMPO PER L’EUROPA DI UNA DIFESA COMUNE
Nessuno (probabilmente nemmeno Trump) sa quanti soldati americani Trump vorrà ritirare dall’Europa (Germania e Italia in pole position). Avverando il vecchio sogno degli animosi cortei che, mezzo secolo fa, volevano buttare a mare le basi americane: è possibile che ci si buttino da sole, e chi l’avrebbe mai detto.
Ma se l’Europa volesse cogliere la palla al balzo, non c’è momento più adatto di questo per pensare non solo alla famosa “difesa comune”: ma con quali mezzi, con quali fini e spendendo quanti soldi. Tenendo presenti, se possibile, due cose: la prima è che “riarmo” e “difesa” non vogliono dire la stessa cosa. La forza di dissuasione delle armi, soprattutto ultimamente, sembrerebbe funzionare al contrario: più armi ci sono, più si fanno guerre.
La seconda è che la spesa militare europea è molto alta, attorno ai quattrocento miliardi all’anno, ma spezzettata e dispersiva, Stato per Stato, governo per governo. Anche un inesperto di strategia militare è autorizzato a immaginare che unendo e coordinando gli sforzi si potrebbero spendere meno soldi, e meglio.
Quanto ai fini, bisognerebbe che per un eventuale esercito europeo fosse lecito difendersi e vietato aggredire. Un esercito che per statuto difenda i propri cittadini, ma sia impedito ad aggredire altri Paesi, sarebbe meno duro da digerire anche per le forze di pace, associazioni e partiti. E soprattutto le nuove generazioni, che aspettano dalla politica, almeno ogni tanto, un segno di novità.
Impossibile sognare uniformi arcobaleno (suona come un ossimoro). Ma soldati che hanno come (fragile) compito il mantenimento della pace ce ne sono già adesso, e sono i caschi blu.
(da Repubblica)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEGLI AVVOCATI: “SONO STATI LEGATI E BENDATI, COSTRETTI A RIMANERE PER ORE SDRAIATI SUL PAVIMENTI A FACCIA IN GIU’
“È stato trascinato a faccia in giù sul pavimento e picchiato così violentemente da
perdere i sensi due volte.” È uno dei passaggi più duri emersi dalle testimonianze raccolte dagli avvocati dell’organizzazione Adalah, che hanno incontrato per la prima volta nel carcere di Shikma, ad Ashkelon, i due attivisti della Global Sumud Flotilla rimasti in custodia israeliana dopo l’intercettazione in acque internazionali vicino a Creta.
Si tratta del brasiliano Thiago Ávila e dello spagnolo-svedese di origine palestinese Saif Abukeshek, gli unici a non essere stati rilasciati. Entrambi hanno riferito di violenze e condizioni di detenzione particolarmente dure durante le ore trascorse sotto il controllo della marina israeliana e nei giorni successivi.
Ávila, che presenta lividi evidenti al volto e dolori alla mano, ha raccontato di essere rimasto bendato e isolato per oltre due giorni, senza contatti con l’esterno, prima del trasferimento nel centro di detenzione. Ora si trova in una cella senza finestre. Ha riferito di essere stato interrogato dall’agenzia di intelligence Shabak e informato di un possibile coinvolgimento anche del Mossad, con l’accusa di “affiliazione a un’organizzazione terroristica”, senza che venissero forniti ulteriori dettagli.
Anche Abukeshek ha descritto un trattamento simile: “è stato tenuto legato e bendato, e costretto a rimanere sdraiato a faccia in giù sul pavimento dal momento del suo arresto fino a questa mattina”, riportando lividi al volto e alle mani. Anche per lui sarebbe stato avviato un interrogatorio con accuse analoghe.
Le accuse della Flotilla: Israele ha violato il diritto internazionale
Entrambi gli attivisti hanno iniziato uno sciopero della fame, assumendo solo acqua. Compariranno domani, domenica 3 maggio 2026, alle 9:30 davanti al Tribunale di Ashkelon per un’udienza relativa alla proroga della loro detenzione. Per Adalah, quanto riferito dai due attivisti rappresenta una violazione del diritto internazionale: isolamento, bendatura prolungata e percosse vengono indicati come pratiche incompatibili con gli standard previsti, così come gli interrogatori condotti in queste condizioni.
La Global Sumud Flotilla sottolinea che il caso “riflette le condizioni cui i palestinesi sono stati sottoposti per anni sotto assedio, occupazione e detenzione” e aggiunge che “questi sviluppi si aggiungono a precedenti testimonianze oculari di partecipanti rilasciati, secondo cui Saif Abukeshek sarebbe stato sottoposto a torture e gravi abusi durante la detenzione a bordo della nave militare prima del trasferimento”.
Secondo il movimento, la detenzione die due attivisti solleva “gravi preoccupazioni riguardo a detenzione arbitraria, negazione del giusto processo e violazioni del divieto assoluto di tortura previsto dal diritto internazionale”. Viene inoltre contestato il trasferimento forzato dalle acque internazionali verso Israele, definito una “grave violazione del diritto internazionale”.
Il racconto dell’abbordaggio a Fanpage.it
Le testimonianze raccolte nelle ore successive all’operazione contribuiscono a delineare un quadro più ampio. L’attivista Martina Comparelli, parlando a Fanpage.it, ha raccontato: “Le persone sono state perquisite dall’esercito e poi sono state lasciate sulla barca in avaria nel mezzo del Mediterraneo”, riferendo quanto raccolto dai membri dell’equipaggio.
Secondo questi racconti, alcune imbarcazioni sarebbero state circondate e colpite da spari durante la notte. Alcuni colpi, ha spiegato, sarebbero stati esplosi ad altezza uomo, con una testimone che ha riferito che “una le è passata vicino alle costole”. Dopo l’abbordaggio, una delle barche sarebbe stata lasciata in mare aperto senza assistenza, con il motore fuori uso.
Complessivamente, circa 175 attivisti sono stati fatti sbarcare a Creta, mentre delle navi coinvolte si sarebbe persa traccia. Proprio la sorte di Ávila e Abukeshek aveva inizialmente alimentato interrogativi, poi confermati dal trasferimento in Israele per essere interrogati.
(da Fanpage)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
UNA IMBARCAZIONE CHE BATTEVA BANDIERA ITALIANA E’ STATA BLOCCATA IN ACQUE INTERNAZIONALI DAI CRIMINALI DI ISRAELE: QUESTA E’ PIRATERIA, UNO STATO CHE SI RISPETTI AVREBBE MANDATO L’AVIAZIONE PER AFFONDARE I MEZZI DEL CRIMINALE DI GUERRA NETANYAHU
Nella notte tra l’1 e il 2 maggio, il team legale della Global Sumud Flotilla, la spedizione umanitaria partita alla volta della Striscia di Gaza con centinaia di attivisti provenienti da tutto il mondo, ha depositato un ricorso urgente alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro lo Stato italiano. La vicenda è quella che riguarda i due attivisti Thiago Avila e Saif Abukeshek, «attualmente detenuti arbitrariamente dalle autorità israeliane, in regime di incomunicabilità, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari».
Il ricorso alla Cedu per i due attivisti arrestati
In una nota, gli attivisti della Flotilla spiegano di essersi rivolti alla Cedu per denunciare «una violazione grave e attuale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare degli articoli 2 e 3, che tutelano il diritto alla vita e vietano in modo assoluto ed inderogabile la tortura, i trattamenti inumani o degradanti e ogni forma di esposizione a tali trattamenti». I due attivisti arrestati dalla Marina israeliana sono stati trattenuti «in assenza di qualsiasi informazione ufficiale sul loro luogo di detenzione, senza accesso a difensori, familiari o autorità consolari e senza alcuna garanzia procedurale».
«Dall’Italia nessuna misura di protezione»
Ma il ricorso presentato alla Cedu non riguarda solo lo Stato israeliano. Nel mirino degli attivisti ci sono anche le responsabilità dell’Italia, Stato di bandiera dell’imbarcazione su cui si trovavano i due attivisti quando sono stati intercettati in acque internazionali dalla Marina israeliana. «In base alla giurisprudenza consolidata della Corte di Strasburgo e al diritto internazionale del mare – sottolineano i legali – l’Italia esercitava giurisdizione sui soggetti a bordo ed era quindi tenuta ad adottare tutte le misure necessarie per prevenire violazioni prevedibili dei diritti fondamentali. Nonostante le autorità italiane fossero state tempestivamente informate del rischio concreto e imminente per la vita e l’integrità fisica degli attivisti, non è stata adottata alcuna misura effettiva di protezione né è stato avviato alcun intervento idoneo a impedire o interrompere la violazione in corso».
«La missione riparte»
Durante una conferenza stampa della delegazione italiana della Flotilla, Luca – un attivista intervenuto in collegamento dalla Grecia – ha promesso che la missione non si ferma: «La Flotilla riparte. Useremo questi giorni per sistemare tutto e per rimettere a posto le barche. Abbiamo compagni dalla Grecia, dall’Italia, dalla Spagna dall’Olanda e da tutta Europa che si sono mobilitati per venire qui. Abbiamo preso tutte le precauzioni che dovevamo prendere, siamo in contatto con le autorità. Ripartiremo e saremo ancora di più rispetto a quando siamo partiti dalla Sicilia. Se prima avevamo un milione di motivi per andare a Gaza, ora ne abbiamo uno in più».
(da agenzie)
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Maggio 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SULLA DECISIONE DI TRUMP DI AUMENTARE I DAZI SULLE AUTO EUROPEE AL 25%: “PER L’ITALIA, CHE HA CINQUE MILIARDI DI ESPORTAZIONE DI AUTO VERSO GLI USA, SAREBBE UN COLPO DURISSIMO. IL GOVERNO REINTEGRI IMMEDIATAMENTE QUEL FONDO PER L’AUTOMOTIVE DI CUI HA TAGLIATO L’80%. E CHIEDA IN EUROPA UNA RISPOSTA FORTE”
“Il governo dovrebbe fare le battaglie giuste in Europa e non le sta facendo. Deve
chiedere un tetto europeo del gas. Oggi in Italia abbiamo le bollette più care d’Europa. Questo governo ha dichiarato guerra alle rinnovabili che invece avrebbero un grande potenziale per creare buona impresa e lavoro di qualità soprattutto al sud di questo Paese”. Lo ha detto la segretaria del Pd, Elly Schlein, poco prima di partecipare al “Congresso delle idee” a Chieti, in vista delle amministrative in cui è candidato sindaco Giovanni Legnini.
La segretaria del pd prosegue: “Bisogna sostenere le imprese con una vera politica industriale che parta proprio dal ridurre il costo dell’energia, scollegando il prezzo dell’energia da quello del gas. Giorgia Meloni sta facendo un’unica battaglia in Europa che è quella per sospendere l’Ets che è lo strumento principale per liberarci dalla dipendenza dalle fonti fossili e dal gas. Ci si consegna dalla dipendenza dal gas russo alla dipendenza dal gas di Trump”.
Schlein aggiunge: “Trump ha annunciato di aumentare i dazi sulle auto europee al 25%. Per l’Italia, che ha cinque miliardi di esportazione di auto verso gli Usa, sarebbe un colpo durissimo. Il governo reintegri immediatamente quel fondo per l’automotive di cui ha tagliato l’80%. Chieda in Europa una risposta forte, unitaria a questi dazi. Bisogna convincere Trump a fermarsi perché sta danneggiando enormemente tutte le economie, anche quella americana”.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“ VERSO DI NOI INSULTI SESSISTI”… IL CALCIATORE ACCUMULA SENTENZE DI CONDANNA MA CONTINUA A GIOCARE
“Stupratori in campo non ne vogliamo”, recitava lo striscione di “Non una di Meno” di Modena che l’associazione contro la violenza di genere aveva affisso fuori dallo stadio Braglia in vista del derby emiliano di serie B fra il Modena e la Reggiana. Uno striscione riferito al calciatore della squadra granata Manolo Portanova, condannato a sei anni di carcere anche in secondo grado con l’accusa di violenza sessuale di gruppo.
Lo striscione “è durato due ore. Abbiamo trovato delle persone che portavano via lo striscione che avevamo affisso nei pressi della curva Montagnani – si legge sul profilo Instagram di ‘Non Una di Meno Modena’ – abbiamo chiesto di restituircelo e loro hanno risposto con insulti sessisti, minacce e mostrando i genitali. ‘Non allo stadio’, questo è quello che ci è stato detto mentre ci riprendevamo lo striscione”. “Chi è stato condannato continua a giocare, sostenuto e celebrato”, denuncia il collettivo. “Questo non è neutrale: è una scelta politica. È il segnale che tutto può essere ignorato, se c’è di mezzo lo spettacolo. Non lo accettiamo. Non accettiamo che lo sport diventi uno spazio di impunità”.
Una denuncia che non è sfuggita al sindaco di Modena Massimo Mezzetti, che il 1° maggio era allo stadio per vedere la partita. Detto che “la presunzione d’innocenza fino alla pronuncia della Cassazione fa parte del nostro ordinamento ed è un diritto dell’imputato”, osserva in un passaggio di un lungo intervento riferendosi al procedimento in corso nei confronti del centrocampista reggiano, “se queste accuse
sono state riconosciute in due gradi di giudizio è, se possibile, ancora più grave nascondere la testa sotto la terra del campo di gioco. Credo che ognuno si debba assumere le proprie responsabilità, comprese le società calcistiche ma, visto che lo stadio è proprietà del Comune, non posso che leggere con attenzione le parole del gruppo femminista ‘Non Una di Meno. Personalmente ieri ero allo stadio a tifare il nostro Modena e mi sono rallegrato per il risultato che ci ha visti prevalere. Questa vicenda però ci interroga fortemente e – conclude – tornando all’inizio del mio ragionamento, non va nascosta come qualcosa di cui sia inappropriato parlare”. Anche il Comune di Reggio Emilia, alla conferma della condanna, aveva invitato la Reggiana a riflettere sull’eventualità di intervenire con provvedimenti.
(da agenzie)
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Maggio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
‘IL DISSENSO NON SI RIDUCA A COCKTAIL A PORTE CHIUSE’… CENTINAIA DI INTELLETTUALI IN CARCERE IN RUSSIA E NOI APRIAMO LE PORTE AI SERVI DI PUTIN
Lettera aperta al Presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco con
l’elenco degli artisti detenuti o morti in carcere in Russia, con la richiesta di non ridurre il dissenso a un cocktail, di non “continuare a ridurre il dialogo a una performance superficiale”, come lo si accusa di voler fare con l’iniziativa ‘Il dissenso e la pace’ organizzata in risposta alle critiche per il ritorno della Russia all’Esposizione d’arte internazionale, in programma a Venezia dal 9 maggio al 22 novembre.
Iniziativa che prevede, fra gli altri, un intervento del regista Aleksandr Sokurov. A firmare la lettera sono accademici, attivisti e artisti italiani e russi, fra cui Nadia Tolokonnikova, fra le fondatrici delle Pussy Riot ed ex detenuta politica, il film maker premio Oscar con ‘Mr Nobody Against Putin’ Pavel Talankin, la Presidente di ‘Memorial Italia’ Giulia De Florio, il vice presidente dell’organizzazione, Andrea Gullotta, la traduttrice e scrittrice Elena Kostyoukovitch e l’artista e attivista Katia Margolis.
“La sollecitiamo ad aprire questa iniziativa a coloro che sono realmente perseguiti per il loro dissenso e a onorare il lascito del 1977 (l’anno in cui si era tenuta la Biennale del Dissenso, ndr) come spazio di confronto, non della sua simulazione. Lei ha spesso insistito nel dire che la Biennale deve essere aperta a tutte le voci.
Le chiediamo di essere coerente con le sue dichiarazioni. ‘Il dissenso e la pace’ onori e dia voce al dissenso reale non al suo simulacro”, si chiede nella lettera in cui viene presentato l’elenco dei 26 artisti, scrittori, musicisti e performer russi attualmente detenuti per aver espresso posizioni contro la guerra e dissidenti, e i nomi dei cinque artisti morti in carcere negli ultimi anni. “Il prezzo del dissenso viene pagato, proprio in questo momento, nelle prigioni, in esi. lio, nelle tombe
Sono voci che una Biennale del dissenso deve rendere vibili”. “Le scriviamo in risposta all’annuncio dell’iniziativa ‘Il dissenso e la pace'”, un ciclo di tre incontri a Ca’ Giustinian (sede della Biennale a Venezia, ndr) dedicato al dissenso e alla pace nei giorni dell’inaugurazione dell’Esposizione internazionale d’arte
Nel momento in cui la notizia del Padiglione della Russia è stata accolta da una decisa opposizione da parte della comunità internazionale e di artisti e dissidenti russi, il ministro della Cultura invia i suoi ispettori e l’Unione europea revoca i suoi finanziamenti, e perfino la Giuria internazionale ha annunciato le sue dimissioni, una Biennale, che sostiene di voler il dialogo, non può continuare a ridurlo a una performance superficiale”
“Non può diventare un’altra copertura ancora, un evento messo in scena in cui il dissenso è presentato a porte chiuse, solo a inviti (come lo sono le tre conferenzeorganizzate dalla Biennale, ndr), mentre coloro che ne pagano il prezzo reale sono tenuti fuori e ignorati”.
(da agenzie)
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