Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
“CONOSCO I TATTICISMI DI RENZI, MA SE IL PROGRAMMA E’ CHIARO E L’ALLEANZA E’ FORTE SI PUO’ AMPLIARE AD ALTRI”
Incontriamo Pier Luigi Bersani alla festa di “Arci incontra il mondo” a Roma. La gente lo cerca
per i selfie, si vede che è amato. La conversazione sul palco è stata ampia, ne riportiamo una parte.
È indubitabile che il governo si è indebolito e nel frattempo è emerso Vannacci: che succede a destra?
Succede che la destra continua a parlare il linguaggio del “bar Italia” e che a un certo punto non lo controlla più. Certi rancori vengono coltivati in modo tale che poi c’è sempre qualcuno che li interpreta meglio. Però si nota anche una cosa, soprattutto in un certo establishment, l’idea di separare una destra impotabile da una che, magari ripulita, poi diventa un interlocutore
Sta dicendo che si punta a demonizzare Vannacci per poi fare larghissime intese anche con Meloni?
Io conosco bene i miei polli e so che certe abitudini sono come il peperoncino: all’inizio è piccante, ma poi ti abitui e lo rimangi. Far passare l’idea che Vannacci e Meloni sono diversi è assurda, perché Meloni è Vannacci.
Sono fascisti?
Mi basta notare che sono post-missini, che certi legami non sono stati mai tagliati, che la Fiamma è sempre stata nei simboli a dimostrare la continuità con chi si oppose alla nostra Costituzione. Ma l’Italia, a differenza di Germania e Giappone, è stata l’unica in grado di scriversi una Costituzione e la ragione è che ci furono uomini e donne che fecero la Resistenza e poi espressero questa capacità. Loro si misero contro.
Veniamo alla sinistra: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni si fanno una foto insieme e lanciano l’idea di un programma comune. Basta? A questa coalizione non serve un’anima, un’identità?
Che le forze che hanno animato l’opposizione a Meloni facciano questo sforzo è positivo: l’idea che ci sia un accordo tra forze che possono trovare un’intesa è la strada giusta, ma è vero, occorre un’anima che sia attorno a dei valori forti. Un nucleo di idee è radicato nella Costituzione. Non dico che la coalizione si debba chiamare Alleanza per la Costituzione, perché non dobbiamo mai smettere di pensare che la Costituzione è di tutti, ma i valori sono lì, l’articolo 3 andrebbe letto nelle scuole. Poi ci deve essere un programma che io definirei esigibile, chiaro e concreto.
Renzi deve stare nella coalizione? E come la chiamerebbe?
(Ride) Dei tatticismi di Renzi siamo tutti coscienti, ma proprio perché penso che quel nucleo della foto possa siglare un accordo forte credo che questo accordo possa ampliarsi ad altre forze nella chiarezza del programma. E la coalizione potrebbe chiamarsi Alleanza per l’alternativa.
Parliamo di programma: che dire della patrimoniale che già divide
Il programma si fa su questioni concrete: il salario, la salute e per quanto riguarda il fisco si dovrebbe finalmente ristabilire una piena progressività. La patrimoniale in Italia c’è già e frutta circa 50 miliardi, tra immobili e rendite, ma non è progressiva.
Basterebbe tassare progressivamente quel che già si tassa e poi, certo, fissare anche un surplus per patrimoni molto grandi. Ma sul fisco bisognerebbe anche utilizzare l’IA per ridurre del 30% l’evasione, la graduale uscita dalle flat tax e dalle cedolari secche per la progressività, il superamento del fiscal drag flessibilizzando le aliquote.
In questi giorni Conte ha voluto precisare che il M5S non è di sinistra, ed qualcosa che era stato già detto. Lei pensa che sia progressista?
Conosco il M5S dai tempi dello streaming e ho visto che tipo di identità ha costruito nel tempo, la difficoltà anche a darsi un’identità. Penso che fosse giusto guardare quel che c’era di interessante già allora, per questo non mi pento di quello streaming, perché la sinistra non deve stare chiusa nella torre e guardare con supponenza il mondo. Tanto più penso che sia un interlocutore oggi nel momento in cui si definisce, e non vedo perché contestarlo, progressista.
Schlein e Prodi hanno fatto pace? La segretaria del Pd è adatta a guidare questa coalizione?
Che la Schlein e il Professore si siano parlati è una cosa positiva, aiuta questo sforzo di raccordo tra posizioni diverse perché dobbiamo sapere che la coalizione progressista è fatta di identità che vanno dall’egualitarismo al solidarismo cattolico, dal liberalismo civico all’ecologismo. Prodi ha dimostrato di saper rappresentare anime diverse e penso che possa farlo anche Schlein che è certamente adeguata. Suggerirei anche di smetterla di pensare che la presidente del Consiglio sia un fenomeno: Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni sono tutti più capaci di lei.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
I MEDIA E IL CIRCO BARNUM DELLA POLITICA
A ora di cena, forse gli italiani non mangiano ancora pane e veleno, e neppure solo veleno, come Felice Sciosciammocca. Però, a quell’ora, gli viene servita ultimamente la nuova pietanza del generale in pensione Roberto Vannacci, di non facile digeribilità, e, quel che è più, a servirgliela sono trasmissioni televisive che proprio di destra, di estrema destra, di destra autentica, futurista o nazionalista non sono.
Una volta è toccata a Lilli Gruber, un’altra a Bianca Berlinguer, la prossima chissà.Vannacci porta avanti le sue idee, e sono idee di buon senso, dice lui: i femminicidi non esistono, la remigrazione coatta non ha nulla di razzista o di xenofobo, gli omosessuali non sono normali e Putin è meglio di Zelensky. Nel suo vasto programma, trovano posto anche cose come il lavoro minorile e la donna a casa a fare figli, solo perché non si abbia dubbio alcuno: tradizione, identità, sangue di martiri e di eroi.
Ora, questo campionario di idee viene presentato non in qualche raduno sovranista, suprematista o dichiaratamente neofascista (ce ne sono), ma in talk televisivi di prima serata. I sondaggi parlano chiaro: Futuro Nazionale è oltre il cinque per cento, i nuovi iscritti sono oltre centomila (così pare), la notizia, insomma, c’è.
E ci sono pure tanti piccoli particolari che alimentano curiosità, chiacchiere e pettegolezzi, come nei migliori feuilleton: ha sentito Matteo Salvini? Gli ho scritto per il suo compleanno, gli ho fatto gli auguri, non mi ha risposto. E Borghi, ha sentito Claudio Borghi? Con Borghi tutto bene, e anche con i colleghi leghisti al parlamento europeo (così si capisce che il pressing del generale in pensione sulle truppe sbandate della Lega è tuttora in corso).
Da una parte, c’è l’interesse giornalistico, dall’altro la ricerca dei booster che amplificano la notorietà del nuovo marchio. E non v’è dubbio che attira molta più attenzione e interesse del pubblico il contraddittorio, il battibecco, la domanda scomoda che non invece l’intervista sdraiata in uno studio confortevole e amico. Chi non ricorda l’assist a Silvio Berlusconi invitato nel programma di Michele
Santoro, i buu e i fischi al Cavaliere, gladiatore nella fossa dei leoni, mentre col fazzoletto puliva la sedia su cui si era seduto Marco Travaglio?
Il format funziona, e Vannacci riesce pure a far arrivare l’idea che le domande sono sofisticate mentre le risposte, bontà sua, sono semplici. Se quello di oggi è un mondo al contrario — come recitava il titolo dell’immortale opera prima del generale — allora la contrapposizione serve perfettamente a mostrarlo, mentre basta il buon senso, sempre secondo Vannacci, per rimetterlo in ordine. A questo si aggiunga l’attrazione morbosa per i ring televisivi, e, presso una parte di pubblico almeno, anche il piacere di guardare ciò che ci conferma nella nostra superiorità, e il boom di ascolti è fatto.
Cui prodest, dunque? Al generale giova sicuramente. Non può essere un caso che le sue uscite televisive siano state presso trasmissioni sicuramente diverse, ma che non possono essere etichettate come di destra. Il grand’uomo visto davanti — per dirla con Robert Musil — sospetto che provi pure a suscitare, consapevolmente o meno, un filo di compiacimento maschilista, qualcosa che suoni come un “ecco quel che un vero uomo sa fare, con una donna”. Ma non importa: politicamente parlando, il dividendo è comunque assicurato. E lo share lo conferma.
A ogni giro della politica italiana, quasi a ogni elezione ce n’è infatti una nuova: andando a ritroso, da Fratelli d’Italia alla Lega, da Renzi ai Cinque Stelle di Grillo fino a Forza Italia di Silvio Berlusconi (e prima ancora alla Lega del Senatùr, Umberto Bossi;ce lo dimentichiamo, ma quanto a modi ruvidi e spicci e idee politicamente scorrette non era mica da meno): l’elettorato premia la novità, gli strappi, la forza di rottura, meglio se condita di abbondati dosi di populismo.
Domandarsi se non si stia giocando all’apprendista stregone, dando tutta questa visibilità a Vannacci, è legittimo ma abbastanza futile.
Lo si diceva prima, la notizia c’è, il generale in pensione fa rumore, e il compito di non inseguirlo sul suo terreno sta in capo alla politica, non ai giornali o alla tv. Meno futile è invece chiedersi com’è possibile che le posizioni di un Vannacci non suonino come retrograde o folcloristiche o semplicemente fuori della storia. Com’è possibile che un certo numero di idee che si pensava fossero definitivamente alle nostre spalle formi oggi un diffuso sentimento popolare, per nulla marginale
residuale. Il calcolo politico con il quale si punta su Vannacci sperando che alla fine non confluisca nel centrodestra e ne provochi la sconfitta è forse più una pia illusione che una sopraffina machiavelleria (anche perché se si prendono a misure le parole di Meloni nella campagna elettorale del 2022 si vedrà che non sono affatto così lontane dalle parole del generale in pensione).
Ma resta il punto di domanda, calcoli a parte: com’è possibile? Quand’è che l’asse di rotazione della Terra si è così inclinato? Se non si prova a dare una risposta, e a dar forma alle proprie parole — ai sentimenti di giustizia e di eguaglianza che formano, o formavano, il senso democratico e costituzionale della comunità — sentiremo ancora, all’ora di cena, le parole di un generale in pensione. E non c’è bisogno di chiedersi se sia vera gloria o semplice buffonata, perché, come insegnava Monicelli, anche la marcia su Roma fu una pagliacciata, ma riuscì.
(da Repubblica)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
TURNI DA 9 ORE PER 6 GIORNI LA SETTIMANA, CONTRATTO PART-TIME FASULLO
“Qui paghiamo tutti”, così ci ha accolto il gestore di un bar di Roma al colloquio di lavoro per un
posto da banchista. Dopo alcune segnalazioni su stipendi ben al di sotto di quelli stabiliti dal livello minimo del contratto collettivo nazionale del settore, abbiamo partecipato alla selezione. L’offerta è di “massimo 1300 euro” per un totale, incluse le pause, di 54 ore di lavoro settimanali. Appena sopra i 6 euro all’ora da mettere nero su bianco con un contratto part-time fasullo.
Turni da 9 ore per 6 giorni a settimana
“Noi facciamo due turni: 6-15 e 15-24 per sei giorni a settimana, noi non chiudiamo mai”. Il ritmo di lavoro varia in base all’afflusso di clienti, al movimento di giornata, e, in ogni caso, “il giorno di riposo non coinciderà mai con il sabato o la domenica. Solo se uno dovesse andare una necessità proprio impellente, magari, ma in linea generale teniamo a non dare riposo il fine settimana”, aggiunge il gestore. La mansione è quella di servire al banco e, soprattutto, stare alla cassa.
Prima di parlare di cifre ci sono, però, altre cose da capire. “Finora ha avuto un contratto? Quanti anni ha? Giusto per capire se è possibile inserire agevolazioni”: sgravi fiscali come il Bonus Giovani 2026, dedicato a chi assume under 35 senza un impiego regolare da almeno due anni.
Poi ancora la domanda “Lei che aspettative economiche ha?”, riproposta finché non si risponde con un numero. Limitarsi a “uno stipendio normale” o “uno stipendio dignitoso” non basta. A quel punto la risposta è quasi sempre questa, come documentato anche attraverso altre segnalazioni: “Non ci siamo, possiamo arrivare forse a un massimo di 1300 euro”. Con qualcun altro si sono fermati a 1200, forse variabili in base al curriculum o forse hanno aumentato leggermente il budget dopo i primi colloqui.
Contratto part-time per 54 ore settimanali a 1300 euro al mes
Probabile che la reazione di tutti coloro che hanno fatto domanda prima di noi sia stata la stessa, perché il gestore ha subito tenuto a specificare: “Qui noi paghiamo tutti e oggi, purtroppo, tantissime persone che fanno lavorare poi non ti pagano. Abbiamo un ragazzo che è venuto qui dopo tre mesi che non prendeva un euro”.
Gli stipendi sono bassi, quindi, ma è perché sarebbero pagati con regolarità tanti dipendenti. “Abbiamo un controllo maniacale dei costi – aggiunge il gestore -. Dobbiamo pagare tutti tante persone, perché sotto c’è la pasticceria, il cuoco, l’aiuto, il lavapiatti, mentre sopra copriamo tre turni”. Questa la giustificazione usata anche con altre persone che hanno partecipato al colloquio.
“Allora, per fare il contratto il titolare aspetta sempre 2 o 3 mesi, per capire la persona com’è – continua il gestore -. Per vedere se è affidabile, se viene a lavoro o meno. Se facciamo il contratto, quello non è affidabile diventa un problema, no? E poi dopo fa un contratto, presumo, part-time”. Un normale part-time da 54 ore settimanali.
Cresce la precarietà nel settore
Il lavoro precario e con forme sempre meno inquadrate nella piena legalità contrattuale non è prerogativa esclusiva di questo bar. Gli ultimi dati dell’Inps, riferiti al 2024, ci dicono che anche nel Lazio il saldo occupazionale, cioè la differenza fra le assunzioni e le cessazioni di rapporti di lavoro, è positivo anche se la crescita del periodo post-Covid è rallentata. Di questi nuovi posti di lavoro, però, solo l’8 per cento, meno di uno su dieci, è costituito da contratti a tempo indeterminato. Una percentuale che scende di anno in anno mentre crescono le forme di lavoro precario come i rapporti di lavori brevissimi, anche di un solo giorno, che rappresentano il 35,2 per cento del totale regionale e il 44 per cento dei contratti firmati a Roma. Un dato che si manifesta soprattutto nel settore in cui l’occupazione cresce di più, quello del commercio, dei servizi alberghieri e della ristorazioni.
(da Fanpage)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA “VARIABILE” VANNACCI HA FATTO SALTARE L’EQUAZIONE DELLA MELONI, CHE ORA COLTIVA GROSSI DUBBI SULL’OPPORTUNITÀ DI CAMBIARE IL SISTEMA DI VOTO: SENZA I VOTI DEL GENERALE (DATO SOPRA IL 5%, APPAIATO AL CARROCCIO) IL CENTRODESTRA RISCHIA DI NON OTTENERE IL PREMIO DI MAGGIORANZA – RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE. E ANCHE FDI ORA PRENDE TEMPO
Nella confusione della lunga vigilia elettorale in cui è spuntato l’incubo Vannacci s’affaccia la nostalgia del proporzionale. Puro, non corretto dal premio di maggioranza come vorrebbe Melo
Il sistema della Prima Repubblica, del “liberi tutti”, in cui ognuno corre per sé e le alleanze si fanno in Parlamento, dopo il voto. Difficile prevedere cosa accadrebbe in un contesto senza “fattore K”, la legge non scritta che impediva a comunisti e fascisti, quanto a dire un terzo del Parlamento, di andare al governo. Con un gioco
aperto “a 360 gradi”, come ama dire la premier, tutte le alleanze sarebbero possibili, e l’instabilità che portava a otto mesi la durata media degli esecutivi diventerebbe la regola.
Tanto fa la crescita del partito del generale che nel sondaggio settimanale del Tg della 7 ha già equiparato la Lega al 5,3 per cento e nel giro di un paio di settimane potrebbe agganciare Forza Italia, spingendosi a occupare la seconda posizione nel centrodestra, guadagnando il diritto, per Vannacci, di rivendicare il ruolo di vicepremier e capovolgendo la direzione del percorso fatto finora anche da Meloni verso posizioni più moderate, sia sul terreno interno che internazionale.
La prima conseguenza infatti è rendere più probabili, sia il pareggio, sia la vittoria del centrosinistra, stando ai sondaggi. E la prima vittima di ciò che sta accadendo sarà la nuova legge elettorale progettata a Palazzo Chigi proprio per evitare il pareggio, ma che essendo maggioritaria, ancorché proporzionale, perché agganciata al premio di maggioranza che dovrebbe garantire la governabilità, renderebbe obbligatoria per Meloni l’alleanza con il generale, a discapito di quella con gli alleati attuali.
Non a caso è Forza Italia il partito che sta dando i più forti segnali di inquietudine e chiede di essere liberata dai vincoli di coalizione.
Se si torna al proporzionale puro infatti, chi potrebbe impedire un domani a Marina e Pier Silvio Berlusconi di sganciarsi da un centrodestra ridotto alla schiavitù dell’alleanza con il generale? L’Italia, a sorpresa, rischia di assomigliare a Francia e Germania.
(da La Stampa)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
NON SI FA ALCUN RIFERIMENTO AL DISARMO DI HEZBOLLAH IN LIBANO E IN CAMBIO GLI AYATOLLAH CONCEDONO UN VAGO IMPEGNO SUL NUCLEARE
Un memorandum in 14 punti mette ordine nel caos tra Stati Uniti e Repubblica islamica. Ecco il
testo ufficiale dell’accordo
Paragrafo 1 – Cessazione delle ostilità
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran e i loro alleati dichiarano la fine immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, incluso in Libano, e si impegnano d’ora in poi a non iniziare alcuna guerra o alcuna operazione militare l’uno contro l’altro, e ad assicurare l’integrità territoriale e la sovranità del Libano.
Paragrafo 2 – Sovranità e non interferenza
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a rispettare ciascuno la sovranità e l’integrità territoriale dell’altro e ad astenersi dall’interferire nei reciproci affari interni.
Paragrafo 3 – Tempistica per l’accordo finale
Gli Stati Uniti d’America e la Repubblica islamica dell’Iran si impegnano a negoziare e raggiungere l’accordo finale in un massimo di 60 giorni, estendibili se c’è accordo reciproco.
Paragrafo 4 -Rimozione del blocco navale
Immediatamente alla firma del memorandum di intesa, gli Stati Uniti d’America inizieranno la rimozione del blocco navale e ogni disturbo o impedimento contro la
Repubblica islamica dell’Iran, e porranno fine completamente al blocco navale entro 30 giorni.
Durante questo periodo, il traffico navale sarà in proporzione ai numeri del traffico navale pre-guerra ripristinato dalla Repubblica islamica dell’Iran. Gli Stati uniti d’America si impegnano inoltre a rimuovere le loro forze dall’area in prossimità alla Repubblica islamica dell’Iran entro 30 giorni dopo l’accordo finale.
Paragrafo 5 – Stretto di Homuz e sicurezza nella navigazione
Alla firma di questo memorandum d’intesa, la Repubblica islamica dell’Iran prenderà accordi facendo tutti gli sforzi per consentire il passaggio sicuro di navi commerciali senza pedaggi per 60 giorni solo dal Golfo persico al Mare dell’Oman e viceversa.
Il traffico di navi commerciali comincerà immediatamente e, considerato il bisogno di rimuovere ostacoli tecnici e militari e di sminare da parte della Repubblica islamica dell’Iran, sarà in vigore entro 30 giorni.
La Repubblica islamica dell’Iran dialogherà con il sultanato dell’Oman per definire l’amministrazione futura e I Servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in discussione con altri Paesi del Golfo in linea con il diritto internazionale e i diritti sovrani dei paesi costieri dello Stretto di Hormuz.
Paragrafo 6 – Ricostruzione e sviluppo economico
Gli Stati Uniti d’America si impegnano con i partner regionali a sviluppare un accordo definitivo su cui ci sia accordo reciproco con almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica islamica dell’Iran. [
Paragrafo 7 – Le sanzioni
Gli Stati Uniti d’America si impegnano a porre fine ad ogni tipo di sanzioni contro la repubblica Islamica dell’Iran, secondo un calendario su cui ci si accorderà come parte dell’accordo finale.
La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti d’America riconoscono l’importanza critica della questione della fine delle sanzioni sopra menzionata e esprimono la loro intenzione di affrontare immediatamente questi temi nei negoziati per raggiungere un accordo reciproco.
Paragrafo 8 – Questioni nucleari
La Repubblica Islamica dell’Iran riafferma che non acquisirà né svilupperà armi nucleari. Le Parti concordano di risolvere la questione del materiale arricchito accumulato dall’Iran attraverso un meccanismo concordato reciprocamente, il cui metodo di base sarà il declassamento dell’arricchimento (down-blending) effettuato in loco sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), in conformità con il calendario di revoca delle sanzioni previsto al Paragrafo 7.
Le Parti discuteranno inoltre delle attività di arricchimento dell’Iran e di altre questioni correlate al nucleare nell’ambito di un quadro soddisfacente che sarà concordato nell’accordo finale.
L’accordo finale confermerà le disposizioni del presente paragrafo. Le Parti riconoscono l’importanza cruciale di tali questioni nucleari e intendono affrontarle immediatamente nei negoziati.
Paragrafo 9 – Mantenimento dello status quo in attesa dell’accordo finale
In attesa dell’accordo finale, le Parti concordano di mantenere lo status quo: la Repubblica Islamica dell’Iran manterrà l’attuale stato del proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni né dispiegheranno ulteriori forze nella regione.
Paragrafo 10 – Deroghe per le esportazioni di petrolio
Immediatamente dopo la firma del presente Memorandum d’Intesa (MOU) e fino alla cessazione delle sanzioni, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti emetterà deroghe che autorizzano l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi, derivati e tutti i servizi associati (compresi servizi bancari, assicurativi e di trasporto).
Paragrafo 11 – Accesso ai fondi e ai beni congelati
Gli Stati Uniti renderanno pienamente disponibili tutti i fondi e i beni iraniani congelati o soggetti a restrizioni.
Paragrafo 12 – Meccanismo di monitoraggio
Le Parti concordano di istituire un meccanismo esecutivo per monitorare l’attuazione del presente MOU e la futura conformità all’accordo finale.
Paragrafo 13 – Sequenza dei negoziati
Dopo la firma del presente MOU e subordinatamente all’avvio e alla continua attuazione dei Paragrafi 1, 4, 5, 10 e 11, le Parti avvieranno i negoziati sugli elementi rimanenti dell’accordo finale.
Paragrafo 14 – Approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
L’accordo finale dovrà essere approvato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL NODO CRUCIALE PER IL SETTORE E’ RAPPRESENTATO DALLA SCARSITA’ DI ASSISTENTI BAGNANTI- IL PRESIDENTE DEL SIB, ANTONIO CAPACCHIONE, TIRA IN BALLO LA DEMOGRAFIA: “CI SONO SEMPRE MENO RAGAZZI, I QUALI TENDONO A PREFERIRE UN’OCCUPAZIONE DI TIPO CONTINUATIVO” (MAGARI PREFERISCONO QUELLE IN CUI VENGONO PAGATI MEGLIO…)
Spiagge a corto di personale. La carenza di lavoratori stagionali, in particolare di assistenti bagnanti, diventa un nodo cruciale per il settore balneare, messo a dura prova dai rischi sulla piena operatività degli stabilimenti. Come spiega all’Adnkronos Antonio Capocchione, presidente nazionale del Sib-Sindacato italiano balneari aderente a Confcommercio, “alla base c’è un problema demografico: ci sono sempre meno ragazzi, i quali tendono a preferire un’occupazione di tipo continuativo”, oltre al fatto che “lavorare d’estate, mentre gli altri coetanei magari vanno a divertirsi, certamente non aiuta”.
Si tratta, secondo Capacchione, di una criticità ormai diffusa nel turismo stagionale, ma che “raggiunge livelli drammatici” nel caso degli assistenti bagnanti, una “figura fondamentale” per gli stabilimenti balneari perché “senza assistente bagnanti non si può neanche aprire”. Tra coloro che scelgono di ‘fare la stagione’, poi, ci sono mansioni più appetibili, come quella del cameriere, “che può anche contare sulle mance”, mentre sull’assistente bagnanti “pesa anche una maggiore responsabilità”.
Il nodo, secondo il presidente del Sib, non è comunque di natura retributiva: “Non si tratta di un problema economico, perché generalmente quel tipo di figure viene
pagato bene”, piuttosto “servirebbero degli incentivi”. E in questo senso, Capacchione richiama la necessità di un intervento normativo: “Da tempo -dice- abbiamo proposto al governo di incentivare questi ragazzi”, anche perché “svolgono una funzione di interesse pubblico” e “il loro lavoro consente alle persone di godersi il mare in tutta sicurezza”.
Un elemento, questo, confermato dai dati dell’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione, istituito dal ministero della Salute e coordinato dall’Istituto superiore di sanità, secondo cui in Italia si registrano circa 350 decessi per annegamento all’anno. E che, ricorda, “nelle spiagge libere si registra il doppio degli annegamenti rispetto alle spiagge in gestione che sono sempre presidiate”. “L’assistente bagnanti -ricorda poi il presidente Sib- è una figura specializzata, che richiede un’abilitazione rilasciata sotto il controllo delle Capitanerie di Porto dopo corsi di almeno 100 ore con prove teoriche e fisiche”.
Per far fronte alla carenza, il settore ha iniziato anche a guardare all’estero, anche se con delle criticità: “Ci stiamo rivolgendo anche ai lavoratori stranieri -conferma- ma il fatto è che ci sono difficoltà burocratiche, oltre al rischio che, una volta terminata la stagione, queste persone possano finire in un circuito di clandestinità”. Proprio per questo “abbiamo proposto al governo l’introduzione di un titolo di preferenza nei concorsi pubblici per chi svolge questa attività di pubblico servizio”, ma la proposta, “purtroppo finora è rimasta senza esito”.
Da qui l’appello all’Esecutivo: “Ci auguriamo che la questione venga presa in considerazione e che si valuti l’introduzione degli incentivi”. Del resto, conclude, “ragazzi che scelgono di lavorare d’estate, svolgendo un lavoro di pubblica utilità come salvare vite umane, meriterebbero di essere premiati”.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
CIRCA UN MESE FA, L’EX “DOGE” AVREBBE INCONTRATO IN VENETO IL GRUPPO DI RIBELLI DEL CARROCCIO CHE SI SAREBBERO MESSI A SUA DISPOSIZIONE PER SOSTENERNE L’ASCESA ALLA SEGRETERIA DELLA LEGA … ZAIA HA INCASSATO E NON HA DATO INDICAZIONI OPERATIVE O POLITICHE. COME DICEVA MANZONI: IL CORAGGIO, CHI NON CE L’HA, NON SE LO PUO’ DARE
“Grazie Matteo ma…Zaia segretario ora”. Dietro gli striscioni contro Salvini comparsi nella
mattinata del 15 giugno in otto città italiane, tutti accomunati dallo stesso messaggio, ci sarebbe lo zampone di una rete di giovani militanti e dirigenti territoriali del Carroccio
Secondo quanto risulta a Dagospia, circa un mese fa, Zaia avrebbe incontrato in Veneto il gruppo di ribelli del Carroccio.
I militanti avrebbero manifestato all’ex “Doge” l’insofferenza per la gestione Salvini e l’auspicio di averlo sulla tolda di comando del Carroccio: “Sior Zaia, la sua leadership rappresenterebbe la soluzione migliore per il futuro del partito”.
Nel corso del colloquio, l’ex governatore del Veneto è stato informato delle inquietudini del corpaccione del partito, non solo nel Nord-Est. I ragazzotti, inoltre, si sarebbero messi a disposizione per costruire consenso intorno a un’eventuale “segreteria Zaia” anche in quei territori lontani dal Veneto, dove la leadership del cowboy di Conegliano è più debole
Zaia, notoriamente un “cuor di melone” cacadubbi, ha incassato, senza fare un plissè, e non ha dato indicazioni operative o politiche.
Dopo l’incontro, è nata dal basso la rete “Comitati Zaia segretario”. E il 15 giugno l’iniziativa ha assunto una dimensione nazionale con l’affissione coordinata degli striscioni in diverse città.
L’obiettivo non è aprire immediatamente una battaglia congressuale, per quella ci sarà tempo. L’intenzione reale è dimostrare al sempre timoroso Zaia l’esistenza di una base organizzata pronta a sostenerlo
L’operazione è stata varata nonostante la contrarietà di alcuni dirigenti della Lega, che avrebbero invitato i giovani promotori a non esporsi, per evitare possibili tensioni con il gruppo dirigente nazionale e, in particolare, con il vicesegretario federale, Claudio Durigon
(da Dagoreport)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
NÉ ZAIA NÉ FEDRIGA SONO DISPOSTI A FARE LE FOGLIE DI FICO DI UN PARTITO SEMPRE PIU’ SPACCATO: IL GOVERNATORE LOMBARDO ATTILIO FONTANA INSISTE SUL “RITORNO AL NORD” E CRESCE LA VOGLIA DI UN NUOVO CONGRESSO – NONOSTANTE LE PROTESTE (IL RADUNO DI TREVISO SARA’ “LA RESA DEI CONTI”) E IL TIMORE DI UN SORPASSO IMMINENTE DI VANNACCI, SALVINI NON HA INTENZIONE DI MOLLARE LA POLTRONA
L’autocritica non è una lingua che Matteo Salvini frequenta spesso. Per questo, quando lunedì sera davanti agli invitati alla cena leghista con manager e imprenditori a Milano ha riconosciuto che su Vannacci «ho fatto, abbiamo fatto degli errori», la frase ha attirato l’attenzione dei presenti.
D’altronde, proprio mentre il segretario federale si sedeva a tavola insieme al collega Giancarlo Giorgetti, Swg diffondeva il sondaggio che Salvini non avrebbe mai voluto vedere: Futuro Nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci raggiunge la Lega al 5, 3%.
Il punto è il bivio che lo attende dentro il suo partito, archiviata definitivamente l’ipotesi di un nuovo consiglio federale questa settimana per raggiungere una sintesi tra le richieste dei governatori di maggiore spazio di manovra al Nord e le istanze
del centro-sud e del cerchio magico salviniano che premono perché nulla cambi, se non l’approdo al Viminale dello stesso Salvini al posto di Matteo Piantedosi.
Tutti attendono una nuova convocazione. C’è chi ipotizza che si arrivi addirittura alla due giorni di Treviso del 4 e 5 luglio senza incontri intermedi: «Così sarà davvero la resa dei conti».
«Matteo Salvini è stato eletto dal congresso un anno fa e ora sta ascoltando tutti poi deciderà lui cosa fare» replica il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti all’Ansa a proposito del futuro della Lega. E però non è un mistero che più d’uno inizi a invocare un nuovo congresso, anche perché i contenuti di quello andato in scena a Firenze lo scorso anno sarebbero ormai sorpassati dagli eventi.
Dopo settimane mai così travagliate, con l’aggancio di Roberto Vannacci nei sondaggi e la sua stessa leadership finita in bilico, Matteo Salvini tenta l’ultima mossa, per rilanciare la “sua” Lega: ha sentito i big del Nord, in particolare Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, offrendo loro una «delega ai territori».
Non è però quello che chiedeva l’ex Doge del Veneto, in asse con il presidente del Friuli Venezia Giulia. Zaia spinge per uno spacchettamento del partito, che resusciti la vecchia Lega Nord a cui sommare una Lega del Centro-Sud, progetto che il leader ha valutato e alla fine cassato. La risposta dunque è stata tutt’altro che entusiasta, eufemismo.
Anche se il segretario lavora ancora a un compromesso, che potrebbe essere annunciato la prossima settimana, forse senza neppure un federale (quello di ieri, come previsto, è saltato).
Né Zaia né Fedriga sono disposti a fare le foglie di fico della crisi del Carroccio, accetterebbero il posto di vicesegretario solo con «margini operativi» veri. Quelli che Salvini non vuole cedere. Ecco perché, in un partito che solitamente è una falange, si moltiplicano nei territori gli sbuffi d’insofferenza.
I manifesti apparsi l’altro ieri a Milano – con la scritta «Grazie Matteo, ma ora Zaia segretario» – sono spuntati in sette città: da Napoli a Rovigo, da Parma a Firenze, Roma e L’Aquila. Li ha messi in piedi una rete che si è autobattezzata «Rifondazione Lega», che sarebbe espressione autonoma della giovanile. Profetizzano un «terremoto interno», spiegano a Repubblica in forma anonima, sarebbe insomma il primo tassello di «un’operazione più ampia». I leghisti, sostengono, «sanno che è ora di cambiare, occorre una nuova guida capace di riposizionare un partito ormai in decadenza».
Può essere un fuoco di paglia, Salvini è sopravvissuto ad altre burrasche. Ma da qualche giorno nelle chat del Carroccio – e ne discutono anche diversi big di FdI – c’è la sensazione che il piano stavolta sia davvero inclinato.
A Mogliano Veneto, provincia di Treviso, nella due giorni del 4 e 5 luglio pensata dal vicepremier per fare team building, rischiano di esserci proteste. «Spunteranno le scope», sghignazzano gli avversari interni del segretario. E a proposito: qualcuno vorrebbe proporre a Salvini, se facesse un passo di lato, il ruolo di «presidente», come toccò a Bossi dopo le dimissioni del 2011. Il clima è questo.
Altre frizioni si sono registrate nel direttivo del partito lombardo, l’altro ieri. Con la richiesta del governatore Attilio Fontana e del segretario regionale Massimiliano Romeo del «ritorno al Nord» e le frecciate in replica dei salviniani per gli attacchi di questi giorni al leader.
Non a caso c’è chi ipotizza: con queste premesse, il raduno del Trevigiano salterà. Il leader però non sembra disposto a retromarce. Il simbolo leghista è depositato a suo nome. Chiunque lo sfidi, se perdesse la disputa, dovrebbe accettare di fondare un partito altrove. «Voglio vincere le prossime Politiche», l’ultimo rilancio del segretario l’altro ieri a Milano, nella cena (da 2.500 euro a persona) con trecento imprenditori e diversi colonnelli leghisti, da Armando Siri a Edoardo Rixi.
Più Giancarlo Giorgetti, che ieri con l’Ansa commentava così le tribolazioni interne: «Matteo Salvini è stato eletto dal congresso un anno fa e ora sta ascoltando tutti, poi deciderà lui cosa fare…». Nonostante le difficoltà e il timore di un sorpasso imminente di Vannacci, Salvini non ha intenzione di mollare: «Parliamo delle cose fatte al governo – ripeteva alla platea meneghina – Non perdiamo tempo con il chiacchiericcio».
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile
A CHIEDERE UN SOSTEGNO ALL’ORGANIZZAZIONE PASTORALE DELLA CHIESA CATTOLICA CI SONO SEMPRE PIU’ FAMIGLIE CON MINORI A CARICO E ANZIANI SOLI IN DIFFICOLTA’ …AL NORD LE RICHIESTE DI AIUTO PROVENGONO SOPRATTUTTO DAGLI IMMIGRATI MENTRE AL SUD IL DATO SI INVERTE CON UNA PREVALENZA DI CITTADINI ITALIANI
Chiedono aiuto per mettere insieme il cibo per la cena, per trovare un lavoro o un posto dove
stare. Nella metà dei casi sono famiglie con minori a carico, uno su tre è un lavoratore povero. Ma crescono in maniera esponenziale anche gli anziani soli in difficoltà. È una fotografia impietosa quella contenuta nel Report statistico 2026 sulla povertà in Italia di Caritas Italiana.
Cittadini sempre più poveri, sempre più a lungo. I dati segnalano infatti un record dal 2019 della povertà cronica e della sua intensità, indicando un progressivo allontanamento delle persone dalla soglia minima di benessere economico.
È il dato più alto che abbiamo registrato negli ultimi anni. Nel 2019 c’era stato un calo, poi dalla pandemia in poi c’è stato un incremento costante. Il fenomeno riguarda molto gli stranieri ma sempre di più anche gli italiani». Per questo i ricercatori definiscono la povertà in Italia non un’eccezionalità ma una «strutturale normalità».
Nello specifico, il numero delle persone sostenute dalla rete Caritas nel 2025 è cresciuta dell’1,7% rispetto al 2024: un aumento più contenuto rispetto al passato, ma che di fatto cristallizza una crescita costante del fenomeno, in cui non si registrano flessioni negli ultimi cinque anni.
La condizione di indigenza, dunque, oltre a essere duratura è sempre più radicata, diventando stabile soprattutto nella vita di molte famiglie. Sul totale il 56 per cento sono stranieri e il 41% italiani. Nelle regioni del Nord la domanda è più alta tra gli§ immigrati (60%) mentre al Sud il dato si inverte con un’utenza prevalentemente italiana.
Ad essere particolarmente colpiti sono gli anziani: in dieci anni il numero degli over 65 raggiunti dalla rete Caritas è aumentato del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza pari al 48%. Con l’avanzare dell’età, alla povertà economica si aggiunge la fragilità sanitaria e l’isolamento sociale. Le persone sole sono passate, nello stesso arco temporale, dal 23,8% al 32,9%.
Tra gli altri aspetti evidenziati c’è l’acuirsi dei bisogni sanitari (+69%), compresi quelli di natura psicologica, e la presenza sempre più rilevante dei cosiddetti lavoratori poveri. Una condizione che assume particolare rilievo nelle fasce centrali di età, raggiungendo il 31,7% delle persone tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni.
«Si tratta di persone occupate nell’edilizia, di ambulanti, lavoratori della logistica o tuttofare. Tra le donne spiccano le occupate nei servizi di cura, colf e badanti – spiega ancora De Lauso -. Pur avendo un’occupazione si trovano in una situazione di vulnerabilità economica e sociale. E questo è un fenomeno sempre più preoccupante.
Nel 2015 gli utenti erano per la maggior parte disoccupati, mentre gli occupati erano il 13%. Ora tra i 35 e 55 anni superano il 30 per cento del totale. Questo è dovuto alle retribuzioni basse e alla stagnazione dei salari».
In difficoltà risultano anche molte famiglie con figli minori, che rappresentano più della metà delle richieste d’aiuto (52%). Dal dossier, emerge poi con forza il problema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora (sono state oltre 24mila le persone “senza tetto” incontrate), ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: dagli affitti alle utenze difficili da pagare fino alle condizioni abitative precarie o inadeguate.
(da La Stampa)
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