Destra di Popolo.net

TELE-MELONI NON RIESCE A FARNE UNA GIUSTA. C’E’ UNO SCHELETRO NELL’ARMADIO DI GIULIA PRESUTTI, NEO-CONDUTTRICE DI “REPORT”: “PRESUTTI È UN NOME CHE LA STAMPA DI DESTRA CONOSCE MOLTO BENE PER UN BIZZARRO DESTINO. UNA SUA DENUNCIA NEI CONFRONTI DI DUE GIORNALISTI DI INCHIESTA DETESTATI DALLA DESTRA FINÌ RECENTEMENTE PER ESSER USATA COME MANGANELLO MEDIATICO SUI DUE CRONISTI (IL RIFERIMENTO È AL CASO DELLA DENUNCIA DI MOLESTIE SESSUALI DA PARTE DI NELLO TROCCHIA DEL “DOMANI” E SARA GIUDICE DE “LA7”)”

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

“CRONISTI CHE FURONO TRITURATI DALLA SOLITA STAMPA DI REGIME, PROPRIO COME RANUCCI. LA DENUNCIA DI PRESUTTI FU ARCHIVIATA A SEGUITO DI INDAGINI MOLTO APPROFONDITE E CHE RIVELARONO LA DEBOLEZZA DELLE SUE ACCUSE”

Presutti è figlia di Piercarlo Presutti, noto giornalista sportivo e storico capo della redazione sportiva dell’ANSA. È arrivata prima nel concorso interno Rai, ma è anche altro. Aveva lasciato Report nel 2023 per lavorare un’unica stagione a Estate in diretta e Agorà. Su questo suo abbandono esistono alcune voci di corridoio (Rai), anche riguardanti frizioni poi ricomposte con Ranucci e una sua antica scontentezza sul suo ruolo nel programma, fatto sta che poi rientrò in squadra poco dopo.
“Con Sigfrido, quando me ne sono andata, non abbiamo mai smesso di sentirci, anche perché ha compreso le ragioni che mi hanno spinto a fare questa scelta. Quindi questo ritorno lo abbiamo voluto insieme”, ha detto Presutti a Tvblog nel 2023.
E sempre nella stessa intervista proprio lei parlò della sua scarsa esperienza sul campo: “Dopo cinque anni di Report, pensavo che mi mancasse la capacità di stare sulla notizia. Non me ne sono andata da Report perché ero scontenta del programma, anche perché non se ne avrebbero ragioni dato lo standing della trasmissione per ascolti e qualità. Mi rendevo conto però che non avevo mai fatto una diretta, non avevo mai montato un pezzo velocemente e soprattutto non avevo mai coperto una notizia a livello di cronaca”.
Infine, Presutti è un nome che la destra e soprattutto la stampa di destra conosce molto bene per un bizzarro destino. Una sua denuncia nei confronti di due giornalisti di inchiesta detestati dalla destra finì recentemente per esser usata come manganello mediatico sui due cronisti. Cronisti che furono triturati dalla solita stampa di regime, proprio come Ranucci.
La denuncia di Presutti fu archiviata a seguito di indagini molto approfondite e che rivelarono la debolezza delle sue accuse. Io, che seguii la vicenda e lessi le carte, difesi i due cronisti.

Selvaggia Lucarelli “Vale Tutto”

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“IL PARTITO DI VANNACCI VIOLA LA LEGGE SCELBA, RIPRODUCE IL METODO DI LOTTA DEL FASCISMO”: L’ESPOSTO-DENUNCIA PRESENTATO A ROMA DAL SINDACATO DEI MILITARI CONTRO FUTURO NAZIONALE CONTESTA ALCUNI PUNTI CENTRALI DEL PROGRAMMA DEL PARTITO DEL GENERALE, DAL PIANO DI REMIGRAZIONE AL RUOLO ATTRIBUITO AI MILITARI NELLA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

ORA SARANNO I PM A VALUTARE LE ACCUSE MOSSE DALL’ASSOCIAZIONE (SIMILI A QUELLE CHE HA DOVUTO FRONTEGGIARE IN GERMANIA ALTERNATIVE FÜR DEUTSCHLAND, PARTITO DI ESTREMA DESTRA E ALLEATO PROPRIO DI VANNACCI)

Il Sindacato dei militari ha presentato un esposto-denuncia contro Futuro Nazionale, il partito fondato da Roberto Vannacci dopo l’addio alla Lega. Secondo l’associazione, la forza politica – che gli ultimi sondaggi accreditano intorno al 7-8% dei consensi – riprodurrebbe «il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta» del fascismo. Una tesi, scrive Repubblica, sottoscritta da Luca Marco Comellini, segretario del Sindacato dei militari, e da Massimiliano Strampelli, docente di Diritto militare all’Università degli studi Link.
Il riferimento normativo dell’esposto è la legge Scelba, che vieta la ricostituzione del partito fascista. Secondo i denuncianti, non sarebbe necessario dimostrare che Futuro Nazionale sia una replica del Partito nazionale fascista. Citando la giurisprudenza della Cassazione, Comellini e Strampelli sostengono che la norma possa riguardare anche la riproposizione del nucleo ideologico e del metodo politico propri del fascismo. Ed è proprio su questa base che nell’esposto vengono passati in rassegna il programma del partito, le dichiarazioni dei suoi esponenti e i contenuti pubblicati online.
Secondo i denuncianti, la trasformazione di questi principi in valori sottratti alla mediazione e al confronto politico finirebbe per comprimere gli spazi del pluralismo democratico. L’esposto prende poi in esame alcune immagini generate con l’intelligenza artificiale, nelle quali avversari politici vengono raffigurati come schiavi dell’antica Roma, destinati a essere dati in pasto alle fiere, mentre Vannacci compare nelle vesti di un alto ufficiale dell’Impero romano.
Un altro capitolo riguarda il cosiddetto piano di remigrazione. A finire sotto accusa è in particolare l’ipotesi di una «remigrazione dei regolari», cioè di un modello che prevederebbe il ritorno nel Paese d’origine anche per persone immigrate regolarmente e legalmente residenti in Italia. Secondo i denuncianti, un’applicazione su base collettiva di questo principio potrebbe tradursi in un’espulsione di massa, in contrasto con i vincoli previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nel mirino, poi, c’è anche il ruolo attribuito ai militari nella gestione dell’ordine pubblico, con zone rosse senza limiti temporali e la possibilità di dotare reparti militari del potere di arrestare persone sospettate di aver commesso reati.
È dall’insieme di questi elementi che Comellini e Strampelli chiedono alla Procura di Roma di verificare se Futuro Nazionale abbia superato il confine della legittima competizione politica. Nell’esposto vengono indicate diverse possibili ipotesi di reato: dalla violazione della legge Scelba alla propaganda e istigazione all’odio, fino all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Accuse simili a quelle che ha dovuto fronteggiare in Germania Alternative für Deutschland, partito di estrema destra e alleato proprio di Vannacci

(da agenzie)

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“SE NON PARLIAMO PIÙ DI NORD, AL NORD I VOTI NON LI PRENDIAMO PIÙ”: LA MARCIA DI MASSIMILIANO ROMEO, IL RIBELLE DEL NORD CHE ORA SFIDA SALVINI INSIEME AL GOVERNATORE LOMBARDO ATTILIO FONTANA

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO AL SENATO DEL CARROCCIO, DIVENTATO BANDIERA DELL’INSURREZIONE “NORDISTA” DENTRO ALLA LEGA, ENTRO’ IN ROTTA DI COLLISIONE CON SALVINI NEL 2024 QUANDO SI CANDIDÒ ALLA SEGRETERIA DELLA LEGA LOMBARDA E VINSE (IL CAPITONE AVREBBE PREFERITO LUCA TOCCALINI) … I SALVINIANI DI STRETTA OSSERVANZA IRRIDONO IL “NORDISMO”: “VOGLIONO LA PADANIA? SIAMO NEL 2026…”

Nordista per convinzione, ribelle «per dovere»: «Me lo chiedono i militanti e chi ama la Lega». Massimiliano Romeo da Monza, classe 1971, con il governatore lombardo Attilio Fontana è diventato bandiera dell’insurrezione «nordista» dentro alla Lega.
«Insurrezione lo dice lei» sbuffa con chi glielo fa notare.
Lui sostiene di fare semplicemente quel che gli diceva Salvini: «Portami soluzioni, non problemi». E pazienza se la soluzione proposta al segretario — «passo di lato» e scettro condiviso con i governatori — dai salviniani sia considerata un golpe o giù di lì.
Romeo nasce da famiglia benestante brianzola e tu guarda quanto è strano il mondo: suo fratello è Filippo Champagne, sregolatissima star dei social reso celebre dalla Zanzara. Romeo ha evitato di parlarne fino a quando il fratello non si è messo ad attaccare Salvini («Dove sei, fenomeno?»).
Oggi Filippo è uscito di scena anche per i numerosi ban dai social. E il fratello maggiore, di social pochissimo appassionato, senza smanie di apparire e cattolico praticante («Vado a messa tutte le domeniche, e anche più spesso») parla di «due vite agli antipodi. Ma è mio fratello e gli voglio bene».
Gli amici chiamano Romeo «il capogruppo d’Italia» non solo per l’attitudine istituzionale ma perché quello di capogruppo della Lega è il mestiere di una vita. Prima, correva il 1998, nella circoscrizione San Biagio-Cazzaniga di Monza, poi nel Comune capoluogo (dove è stato anche assessore), poi in Regione Lombardia (quando c’erano anche Renzo Bossi e Nicole Minetti) e infine al Senato. Va detto che Romeo è pure il segretario della Lega lombarda, culla del partito. Forse soltanto nella Lega può accadere che il capo dei ribelli sia anche il capo dei senatori e il responsabile della Regione roccaforte.
La marcia di Romeo parte lontano. Entra in Lega nel ‘92 e presto organizza il primo ritrovo dei giovani leghisti a cui dà il riconoscimento del partito: diventeranno i Giovani padani. Per la loro entrata in scena a Venezia, nel primo «compleanno» della Padania, nel 1997, si inventa le fascette verdi da portare intorno alla testa che ancora oggi si vedono alle feste di partito. Per chi le ha ancora, sono diventate simbolo d’identità nordista.
La Lega nazionale non è mai stata la sua tazza di tè. Ma il conflitto diventa dichiarato quando si candida alla segreteria della Lega lombarda.
Matteo Salvini avrebbe preferito Luca Toccalini. Ma Romeo non si ritira, ha i voti dalla sua e nel dicembre 2024 vince. Memorabile il suo discorso per l’occasione: «Matteo, sono sempre stato leale con te. Ma se non parliamo più di nord, al nord i voti non li prendiamo più». Boato.
I salviniani di stretta osservanza irridono il «nordismo»: «Vogliono la Padania? Siamo nel 2026…». Lui non fa una piega: «Nessuna operazione nostalgia, ma un ritorno alle radici. Per riaffermare l’identità del movimento e per costruire il nostro futuro». Perché «ridare «centralità alla questione settentrionale non significa mettere in discussione la linea nazionale».

(da Corriere della Sera)

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LE MANI DI TRUMP SUL PETROLIO DEL VENEZUELA. WASHINGTON E CARACAS HANNO FIRMATO UN’INTESA SUL GREGGIO. GLI STATI UNITI AVRANNO IL CONTROLLO DI 65 MILIARDI DI BARILI DI RISERVE VENEZUELANE E IL 55% DELLA PRODUZIONE DI UNA NUOVA JOINT VENTURE, CON UNA CONCESSIONE CHE DURERÀ CENTO ANNI

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

CARACAS SI ASPETTA IN CAMBIO DALLO ZIO SAM 100 MILIARDI DI INVESTIMENTI E OLTRE 200 DI ENTRATE FISCALI – “THE DONALD”, CHE A GENNAIO AVEVA RIMOSSO CON UN GOLPE NICOLAS MADURO, ORA FESTEGGIA “IL PIÙ GRANDE ACCORDO PETROLIFERO DELLA STORIA MONDIALE”. IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA AVEVA MINACCIATO LA PRESIDENTE AD INTERIM DELCY RODRÍGUEZ: “SE NON FARÀ CIÒ CHE VOGLIO, FARÀ LA FINE DI MADURO”

Gli Stati Uniti e il Venezuela hanno firmato un’intesa sul petrolio. Il «più grande accordo della storia», nelle parole di Donald Trump: 65 miliardi di barili, un quinto delle riserve accertate del Paese passa sotto il controllo di una joint venture a guida statunitense, con il 55% in mano a Washington e una concessione che dura cento anni.
Il petrolio, in Venezuela, non è mai stato solo petrolio. Molto di più. «Nuestro petroleo». Tra la gente comune, nei barrios di Caracas, e nei discorsi dei politici: da Juan Vicente Gomez (tre volte presidente, dal 1908 al 1935), a Hugo Chavez, poi Nicolas Maduro. Per generazioni di venezuelani, prima ancora di essere una risorsa economica, il petrolio è stato identificato come un “proprietà collettiva”. […]
Le prossime tre o quattro generazioni di venezuelani erediteranno un contratto firmato da un governo insediato pochi mesi fa, dopo la cattura di Nicolás Maduro. Alla guida, Delcy Rodriguez.
Alcuni numeri: 17 giacimenti, 100 miliardi di investimenti promessi, 209 miliardi di tasse future agitate come garanzia di prosperità. Proprio così. Trump lo ha chiamato «il più grande accordo petrolifero della storia mondiale», e lo ha detto pensando tanto ai distributori di benzina americani e alle urne di novembre. […]
Chi ha firmato, in nome di Caracas? Delcy Rodríguez, “presidente ad interim”, non un’elezione. Un governo nato dalle macerie politiche della cattura di Maduro e da quelle, letterali, di un terremoto che a giugno ha devastato il Paese e svuotato le casse dello Stato.
È in questa fragilità — economica, istituzionale, morale — che si è inserita la trattativa: un Paese a pezzi, la cui cassaforte di Stato, Pdvsa, la compagnia energetica nazionale, è stata svuotata di potere e il cui “spezzatino” è stato più volte annunciato dagli studi giuridico-energetici di Houston e Dallas.
Non solo. Trump, a cui va riconosciuta franchezza, ha parlato chiaro, nei primi giorni di gennaio : «Se Delcy non farà ciò che voglio, farà la fine di Maduro». Una minaccia a reti unificate, molto apprezzata dalle major petrolifere americane.
Un’operazione ridefinita a Caracas, da un professore universitario di Economia dell’Energia, che chiede di non essere citato «un saccheggio con contratto notarile». Un secolo di concessione non è un investimento, è un’ipoteca sul futuro.
L’annuncio di Trump ha un evidente impatto geopolitico : il petrolio che potrà “controllare” in Venezuela, superiore ai 60miliardi di barili, è di poco inferiore alle riserve della Russia, pari a circa 80 miliardi di barili.

(da agenzie)

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“LE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA SAREBBERO UNA SCIAGURA”: CORRADO AUGIAS ESORTA SCHLEIN E CONTE A FARE UN PASSO INDIETRO, EVITANDO I GAZEBO PER INDIVIDUARE UN TERZO NOME

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

“C’È QUALCUNO CHE DAVVERO CREDE POSSIBILE CHE LA PARTE SCONFITTA NELLA SCELTA DEL SUO CANDIDATO VOTEREBBE ALLE VERE ELEZIONI IL CANDIDATO VINCENTE DELL’ALTRA PARTE? QUALE ESEMPIO DAREBBERO I CONTENDENTI SE ACCETTASSERO DI FARSI DA PARTE CON UN GESTO DI INDISCUTIBILE NOBILTÀ. NEL CASO CONTRARIO, QUALE CONDANNA MORALE GLI PESEREBBE ADDOSSO SE CONSEGNASSERO LA REPUBBLICA AI SUOI AVVERSARI PER NON AVER SAPUTO RECEDERE DALLA LORO RIVALITÀ”

Credo anch’io che le primarie fatte nell’atmosfera che regna in generale nel Paese, compreso il centro-sinistra, sarebbero una sciagura. Le primarie fatte oggi hanno poco a che vedere con la festa di popolo che sono state anni fa, quando venne introdotta questa procedura di preselezione elettorale.
Era diversa l’atmosfera, meno accese, meno egoistiche, cioè più politiche, le rivalità, più chiare le distinzioni tra i vari contendenti, tutti collocabili tra l’altro all’interno di uno schieramento che a pieno titolo, anzi con un certo orgoglio, si definiva di centrosinistra, al massimo di centro-sinistra con il trattino.
Questo, tra l’altro, mi porta a dire che la dizione vagamente funerea “campo largo” è la prima ipocrisia che bisognerebbe avere il coraggio di abolire. Torno al punto, dicevo: sciagura. Allo stato delle cose le primarie sono solo un povero espediente per rimandare a domani decisioni che non si ha il coraggio, la forza, la capacità, la voglia, di affrontare oggi. La festosa fotografia dei coalizzandi riuniti attorno ad un tavolo, politicamente vale zero.
Ammettiamo comunque che le primarie si facciano — come probabilmente sarà. C’è qualcuno che davvero crede possibile che la parte sconfitta nella scelta del suo candidato voterebbe alle vere elezioni il candidato vincente portato dall’altra parte? Sarebbe un gesto generoso, lungimirante, porterebbe verosimilmente alla vittoria del centro-sinistra.
Ma non avverrà; gli sconfitti di Conte o della Schlein non voterebbero mai, o solo pochi e di malavoglia, il rivale vincente. Lo affermo con buona sicurezza in base ad un elementare percorso logico. Se così non fosse perché non tentarla adesso una possibile sintesi? Siamo alla vigilia della vera campagna elettorale, periodo in cui prevale sempre l’aspetto peggiore della politica. Non si fa perché è difficile, non si fa per carità di patria, diciamo. Ma un passo difficile oggi tra qualche mese diventerà praticamente impossibile.
Ricordo questo elemento perché ci troviamo oggi in una di quelle fasi storiche in cui ogni decisione presa sia da chi elegge sia da chi potrebbe essere eletto, dovrebbe considerare in primo luogo la gravità della situazione. Siamo di fronte ad una evidente deriva autoritaria, vengono lese le prerogative del parlamento, è minacciata la libertà di stampa (riassumo così l’articolo 21 della Costituzione), dobbiamo temere che alla massima magistratura della Repubblica salgano un uomo o una donna che ignorano o disprezzano i valori costituzionali e di tutela democratica che quel documento racchiude, che quella carica deve incarnare.
Non esito a dire che attraversiamo un momento di vera emergenza democratica. Mai Berlusconi, per citare un pessimo presidente del Consiglio, era arrivato a tanto. Le sue mire si limitavano alla protezione delle sue aziende, alla ricerca di posti per i protetti e le protette. Alla possibile meta del Quirinale non ha mai creduto davvero nemmeno lui.
È una ragione in più che dovrebbe spingere i leader degli attuali movimenti di centro-sinistra a trovare un accordo su pochi punti fondamentali. Anche un semianalfabeta politico come me vede benissimo quali sono. Al primo posto metterei il bisogno di sicurezza ormai diffusissimo. Le statistiche dicono che i reati sono in diminuzione. Ammettiamo che sia vero. Le statistiche comunque valgono poco quando un senso imprecisato di pericolo si diffonde in questa misura.
So benissimo che sotto l’apparente semplicità di questa affermazione si nasconde in realtà il terribile nodo di ogni scelta politica sempre fondata anche su ambizioni e rivalità personali. Lessi anni fa una bella definizione di che cosa renda tale un vero statista. Il vero statista, cito a memoria, è colui che sa portare avanti le proprie ambizioni insieme all’interesse generale della cosa pubblica. Non esistono il politico o la politica totalmente disinteressati “per la contradizion che nol consente”, come diceva padre Dante.
Esistono però i rappresentanti politici che messi di fronte alla gravità del momento sono capaci di farsi momentaneamente da parte, accettando per esempio la presenza di un terzo che stemperi e appiani con autorevolezza le possibili divergenze.
Quale esempio darebbero i contendenti se accettassero un’ipotesi del genere con un gesto di indiscutibile nobiltà. Aggiungo: quale futuro assicurerebbero a sé stessi di qui a qualche anno. Nel caso contrario, quale condanna morale gli peserebbe addosso se consegnassero la Repubblica ai suoi avversari per non aver saputo recedere dalla loro rivalità.

Corrado Augias
(da La Repubblica)

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REPORT, GLI STORICI INVIATI MONDANI E MOTTOLA: “ECCO PERCHE’ I NUOVI CONDUTTORI NON VANNO BENE”

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

LA RIVOLTA DEI GIORNALISTI DI REPORT PER “SCELTE CALATE DALL’ALTO” E “INESPERIENZA”

Oggi due storici inviati del programma hanno rilasciato interviste sulla crisi in corso. Al Corriere ha parlato il giornalista d’inchiesta Giorgio Mottola (42 anni, a Report dal 2012), che ha definito inopportuna l’amicizia del conduttore Ranucci con Lavitola. «Se lo incontrassi ora gli direi che è stato proprio un fesso, poi lo abbraccerei», ha dichiarato. Per l’inviato, la vicenda è stata usata come pretesto per chiudere o ridimensionare una voce scomoda in vista delle scadenze elettorali. L’opposizione dei giornalisti storici alla nuova coppia di conduttori (Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi) non è ad personam, ma legata alla modalità della scelta. Essendo stati imposti dall’alto — con il coinvolgimento della direzione Approfondimenti guidata da Paolo Corsini — viene meno la garanzia di terzietà. Se la Rai insiste, di Report resterà soltanto il nome: Report ha senso di esistere soltanto se è libero e indipendente», spiega Mottola.
Mondani: «Quel che conta, diceva Indiana Jones, non sono gli anni, sono i chilometri»
Dello stesso avviso è il collega Paolo Mondani, nel programma da 20 anni, dove si occupa di mafia e terrorismo. A Repubblica spiega la sua posizione verso i due nuovi conduttori. Su Giulia Presutti: «Non mi esprimo sulla storia o i valori di una singola collega: avrà una splendida carriera. Ma tra noi c’è chi ha un’esperienza più vasta. L’anno prossimo ci sono le elezioni; il governo, attraverso i giornali della famiglia Angelucci, parlamentare di maggioranza più volte oggetto delle nostre inchieste, ci attacca quotidianamente. Come si può affidare la conduzione e la linea editoriale a chi ha spalle più fragili? Non c’entra l’età. Quel che conta, diceva Indiana Jones, non sono gli anni, sono i chilometri».

(da agenzie)

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REPORT, LO SCONTRO SI FA LEGALE, RANUCCI TRASCINA TELEMELONI IN TRIBUNALE: SOLO 5 GIORNALISTI SU 60 SOSTENGONO I NUVI CONDUTTORI

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

E ORA VERRA’ INTERPELLATA ANCHE LA UE

Il terremoto in casa Rai intorno a Report si sposta sul piano legale ed europeo. Mentre la redazione si spacca e il centrodestra rivendica la rimozione di Sigfrido Ranucci, l’ex conduttore prepara la causa contro l’azienda e l’opposizione porta il caso a Bruxelles.
Solo 5 giornalisti su 60 sostengono il nuovo corso di Report
Solo 5 giornalisti su 60, riporta Repubblica, hanno espresso sostegno ai nuovi conduttori designati: Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. I due hanno scelto per ora la via del silenzio, pur confermando in privato l’intenzione di tirare dritto. Intanto Bernardo Iovene, storico inviato, ha respinto la proposta di diventare capo autore della nuova gestione, dichiarando l’impossibilità di lavorare senza il sostegno compatto della squadra. E il tutto arriva mentre il quotidiano Domani ha ripescato una foto del 2024 di Presutti a cena nel ristorante Cefalù, di Valter Lavitola. La giornalista privatamente ha poi precisato di essersi recata lì esclusivamente per ragioni di lavoro su indicazione dello stesso Ranucci.
Ranucci diffida la Rai e chiede i danni
Assistito dagli avvocati Stefano Rossi e Roberto De Vita, Ranucci ha intanto inviato una contestazione formale al direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini. La difesa sostiene che la lettera di estromissione non contenga «alcun fatto specifico» o prova a supporto, rendendo le motivazioni «manifestamente insussistenti». Il giornalista ha chiesto la sospensione immediata del provvedimento, preannunciando una battaglia in tribunale per il danno all’immagine e alla carriera.
Il caso si sposta a Bruxelles
Secondo quanto riporta Repubblica l’eurodeputato PD Sandro Ruotolo ha presentato un’interrogazione alla vicepresidente della Commissione Ue, Henna Virkkunen, denunciando la violazione del Media Freedom Act e un presunto tentativo di silenziare l’informazione d’inchiesta in vista delle prossime elezioni. La maggioranza invece plaude alla decisione di Viale Mazzini. I ministri Luca Ciriani e Gianmarco Mazzi, insieme a Maurizio Gasparri (FI), hanno difeso la rimozione del conduttore. Mentre ad Agrigento, Fratelli d’Italia ha persino chiesto la revoca della concessione del teatro pubblico dove l’ex conduttore teneva un suo spettacolo.

(da agenzie)

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ADESSO TELEMELONI SOGNA UN NUOVO REPORT SOVRANISTA

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

DOPO IL FORFAIT DELLA SQUADRA, LA GOVERNANCE POTREBBE SOSTITUIRE I GIORNALISTI… ARRIVA LA CAUSA IN TRIBUNALE

D’altra parte, un Report di destra è sempre stato il sogno segreto dei dirigenti meloniani in Rai. Negli anni hanno cercato di importarlo da fuori facendo a lungo la corte a Nicola Porro, di fronte al suo diniego si sono rivolti ad Antonino Monteleone, ex iena, che per la sua prima serata aveva esattamente quel mandato. Alla fine, potrebbero riuscirci rivoltando la redazione di Report come un guanto.
Non sembra un caso che il presidente del Senato Ignazio La Russa, dopo l’allontanamento di Sigfrido Ranucci dal video, abbia esultato sottolineando che il giornalista «faceva trasmissioni assolutamente pretestuose e a senso unico».
Nelle idee dei dirigenti è ora di invertire la rotta, soprattutto considerato che è già iniziata la campagna elettorale. Un assist potrebbe arrivare involontariamente dalla redazione, che venerdì ha annunciato un esodo di massa dopo la nomina imposta di Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi come nuovi conduttori. Filtra un elemento in più per ricostruire le ragioni di questa scelta: c’è chi ipotizza il desiderio della Rai di non “bruciare” nessuno dei nomi di prima fila casomai Ranucci dovesse rientrare per la decisione di un giudice.
Tra i più agguerriti sulla linea oltranzista dell’addio ci sarebbero Giorgio Mottola, Giulia Innocenzi, Danilo Procaccianti e Giulio Valesini, a cui pure era stato offerto il ruolo di capoautore ma che, secondo qualcuno, ambiva al posto da conduttore. Nomi di punta del programma che non avrebbero interesse a rimanere neanche se alla fine dovesse tornare Ranucci. Ormai, è il ragionamento che filtra, la credibilità del programma sarebbe comunque compromessa.
L’incognita giudiziaria
L’azienda ostenta serenità anche per quanto riguarda la causa che Ranucci, molto probabilmente, intenterà. Secondo l’ufficio legale, anche se Paolo Corsini, il direttore degli Approfondimenti che ha fatto da regista all’operazione finora ha agito tirando in ballo solo questioni di opportunità e non disciplinari, la posizione di viale Mazzini è inattaccabile. Il conduttore, dal canto suo, ha già fatto inviare dal suo legale una lettera alla Rai per conoscere le ragioni precise del trasferimento su cui impostare la causa.
In ogni caso, dalla prospettiva dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi, si tratterebbe comunque di una situazione win-win. Se Ranucci dovesse davvero essere reintegrato, non troverebbe più la squadra di prima e la sua immagine sarebbe comunque gravemente scalfita dalla vicenda. Se la sua strategia non andasse in porto, la Rai si potrebbe addirittura intestare di aver lanciato due nuovi volti.
Certo, l’azienda non pensa di aver demansionato il giornalista d’inchiesta. «Se anche dovesse andare al Cairo, non è un brutto posto: tra casa e altri benefit lo stipendio è generoso» osserva un dirigente. «E poi è comunque un ruolo di responsabilità e si va in video. Altro che demansionamento, poi è nelle libertà di un direttore spostare un sottoposto, anche di alto livello, in un settore diverso».
La trasmissione
Gli inviati, mercoledì, incontreranno Corsini. Successivamente è in programma una conferenza stampa per dare la propria versione dei fatti sulla vicenda.
Dal punto di vista dei dirigenti Rai, la fuoriuscita di una gran parte del nucleo storico – poi, segnalano, ciascuno in redazione deciderà come meglio crede – è la ciliegina sulla torta: la prospettiva di rimpiazzare parte di una redazione così scomoda appare ghiottissima. Non è passato inosservato l’augurio di buon lavoro a Piervincenzi firmato da Welcome to Favelas, che sembra preludere addirittura alla possibilità di innesti esterni che poco hanno a che fare col programma come lo si conosceva.
Certo, in Rai le acque sono tutt’altro che tranquille. C’è chi nota che il contraccolpo della scelta è stato molto superiore alle aspettative. «Se dici che è tutto a posto e poi ti esplode la redazione, forse non è tutto a posto…» ragiona un dirigente. Chi critica la gestione del caso osserva anche che l’azienda si è cacciata in una situazione così contorta che nessuno dei profili di alto livello che erano stati sondati si è mostrato disponibile a rischiare il collo andando a sostituire il conduttore con la possibilità di dover rifare le valigie qualche mese dopo. Tradotto: la situazione non era poi così tanto sotto controllo, tanto che si è dovuto virare su un’altra soluzione.
Ma qualcun altro è più franco: «Mica un allenatore si fa dire dai giocatori chi scende in campo. I nuovi conduttori e capiautore sono stati scelti tenendo conto delle richieste della redazione: o è una battaglia per tenere Ranucci, e allora andava formulata diversamente, oppure quella è la porta».
Se le aspettative per il nuovo programma cambiano radicalmente a questo punto, l’azienda si prepara anche a fare i conti con le ricadute dovute alla scelta di due stabilizzati con la selezione interna, di cui uno destinato a una sede regionale. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio, tanti dei colleghi che da Roma hanno accettato posti in tutta Italia con relativo trasloco si sono chiesti il perché di un trattamento diverso per uno “stabilizzato”, Piervincenzi, che stava per firmare alla Tgr napoletana.
Ora, nonostante un nulla a pretendere firmato da tutti i partecipanti al concorsino, sembrano aprirsi scenari nuovi con soluzioni à la Piervincenzi, che verosimilmente andrà verso un incarico in distacco dalla sede.
Resta il fatto che, dopo che il vaso di Pandora della sostituzione di Ranucci è stato scoperchiato, a masticare amaro più di tutti sono i giornalisti del programma. «Tutti hanno avuto quello che volevano. La destra si è liberata di Ranucci, la sinistra può gridare al golpe» spiega un inviato. «In mezzo ci siamo noi, che abbiamo visto morire Report».

(da editorialedomani.it)

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MESI PERSI A PARLARE DI LEADER MA IL GOVERNO VA CONQUISTATO CON L’UMILTA’ DI UNA PROPOSTA

Agosto 31st, 2026 Riccardo Fucile

DOPO IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA IL CAMPO LARGO AVREBBE DOVUTO PUNTARE SUL PROGRAMMA

Lo scorso aprile, quando era ancora fresca la secca sconfitta del governo nel referendum sulla giustizia, scrissi su questo giornale un articolo nel quale si chiedeva ai leader dei partiti di opposizione di non perdere tempo ed energie nella questione della leadership, e di rendere credibile, visibile l’ipotesi di una coalizione presentando agli elettori un programma di governo. Siglato il quale anche la questione della leadership sarebbe meno incandescente, perché chiunque ambisse a essere leader lo sarebbe a garanzia di un accordo politico, non degli interessi di uno solo degli artefici di quell’accordo.
Mi permetto l’autocitazione perché sono passati cinque mesi, ma quasi nulla (a parte qualche fotografia sorridente) sembra essere accaduto lungo la via di un’intesa politica solida, nero su bianco. E dunque potrei riscrivere oggi le stesse identiche parole: «Datevi una mossa, voi che guidate i partiti all’opposizione. Tutto ci aspettiamo da voi, nel bene e anche nel male, tranne un faticoso, inespressivo tergiversare tattico, sospettabile di nascondere interessi personali e interessi di partito. Non ne vogliamo sapere niente, delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che vi aspetta: unire le forze e mettere nero su bianco un programma di governo».
Da allora ad oggi si è parlato molto, anzi moltissimo, della questione della leadership e dei modi per stabilirla (primarie sì, primarie no). Pochissimo, o per nulla, degli obiettivi politici condivisi dagli aspiranti alleati, ovvero di ciò che chiamiamo “programma” non per formalismo, ma perché non si capisce quale altro movente, se non una visione concorde delle cose da fare, potrebbe animare una coalizione politica. Che cosa rimane in campo, in assenza di una intenzione politica condivisa, che non sia solo l’affermazione personale dei singoli leader, o aspiranti leader?
Ammesso e concesso che l’informazione politica, per come è congegnata, adora il gossip sui rapporti personali tra i protagonisti, e assai meno il resoconto dell’attività politica quotidiana (nelle istituzioni e sul territorio), rimane il fatto che, sul fronte del programma, o più vagamente del percorso comune che prima o poi, bene o male, volenti o nolenti gli aspiranti alleati saranno obbligati a fare, non si ha notizia certa. Dunque si è autorizzati a pensare che alcun programma comune sia alle viste. Le ragioni di questa omissione, volontaria o involontaria che sia, possono essere queste:
1 – Un programma comune è impossibile, perché troppo grandi sono le differenze politiche tra i partiti coinvolti. Obiezione: ma allora perché mai milioni di elettori, per non dire i milioni di non votanti, dovrebbero dare il loro voto a una coalizione nata morta?
2 – Conte e Schlein, i due azionisti di maggioranza dell’impresa “Campo Largo”, sono convinti in cuor loro che un programma comune sarà possibile, ma solo dopo che le primarie avranno insediato un leader: solamente allora sarà chiaro con quale pugno e quale calligrafia si potrà scrivere il programma. Obiezione: questo è il classico wishful thinking (in italiano, pio desiderio) perché è fortemente in dubbio che gli elettori di Conte, se sconfitti alle primarie, votino Schlein, e viceversa. Le primarie, come detto da molti (quasi tutti) coloro che sono intervenuti nel dibattito, per loro natura dividono, mettendo i candidati in conflitto tra loro. La sola condizione per renderle digeribili sarebbe – non ne vedo altre – che prima, non dopo, i gareggianti firmassero un programma comune, impegnandosi a realizzarlo.
3 – È il concetto di programma in sé a non appassionare i leader del centrosinistra. La considerano solo una lista virtuosa di bei propositi messi sulla carta. Bastano e avanzano, come collante, i famosi valori comuni, la Costituzione, il welfare, la pace che è molto meglio della guerra, i diritti che sono molto meglio della loro ininterrotta abrasione da parte del governo in carica. Obiezione: di andare a votare per i Sacri Principi, francamente, non si sente in giro molta voglia. Non per cinismo, ma per realismo. Nessun governo potrà mai trasformare questo Paese in un Giardino dei Giusti, né padri e madri costituenti risorgeranno dai sepolcri perché la sinistra, per il rotto della cuffia, vince un’elezione. Sarebbe già molto riuscire a far pagare le tasse a tutti o almeno a quasi tutti, difendere la scuola pubblica e la sanità pubblica, fare della sicurezza un tema di convivenza, di rispetto delle leggi, di protezione dei più indifesi e di solidarietà civica; non un tema da sceriffi nevrastenici, come è adesso. E dunque è obbligatorio, non facoltativo, che chi ci chiede il voto ci dica come, in concreto, punta a migliorare le cose nella direzione sopra detta.
4 – Siamo troppo impazienti, noi elettori. Un programma sarà fatto, un leader sarà scelto, è nell’ordine naturale delle cose. La destra ha fallito e dunque, per contrappasso, tocca alla sinistra governare. Accadrà perché deve accadere. Obiezione: sarebbe questa, tra le tante, la peggiore delle ragioni per non accelerare i tempi e lavorare a un programma comune. La sinistra, semmai l’abbia mai avuta, non ha alcuna pezza d’appoggio per vantare una superiorità “di partenza” di fronte alla destra. Non alcun diritto “naturale” al governo: deve conquistare i voti dei cittadini uno per uno, perché è più convincente e più laboriosa, certo non perché è più brava a prescindere. Proprio perché la coalizione oggi al governo non ha un programma comune, è divisa su molte cose e tenuta assieme quasi solamente dall’esercizio del potere, bisogna far valere sul campo una volontà di studio, di lavoro e di applicazione che possa attirare alla sinistra politica (che non brilla per questa qualità) una certa umiltà. Mettersi lì a testa bassa, lasciando da parte le ambizioni personali, e lavorare per un programma di dignità repubblicana, e di sollievo sociale, sarebbe infine una prova di umiltà molto apprezzabile.

(da Repubblica)

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