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SONDAGGIO WINPOLL: CALANO I CONSENSI DI FRATELLI D’ITALIA, IL PD ORA E’ A MENO DI QUATTRO PUNTI

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

FDI 25,7%, PD 22%, M5S 11,1%… VANNACCI DAVANTI A FORZA ITALIA… LEGA IN CADUTA LIBERA

Sono lontani ormai i mesi in cui Fratelli d’Italia poteva vantare il 30% nei sondaggi. Ora i suoi consensi sono calati, al 25,7%, al di sotto delle percentuali ottenute alle ultime politiche.
Nel frattempo continua la crescita di Roberto Vannacci. Futuro Nazionale si piazza davanti a Forza Italia, con il 7,5% dei voti. La Lega ormai è definitivamente crollata, al 5,5%. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio realizzato da Winpoll. Vediamo come vanno i partiti e chi prende più consensi fra tutti.
Chi prende più consensi tra i partiti
Fratelli d’Italia è ancora in testa ma il suo vantaggiosi è drasticamente ridotto. In questo momento il partito della presidente del Consiglio raccoglie il 25,7% dei voti. Si trova a meno di quattro punti di distanza dalla più grande forza d’opposizione, il Partito Democratico.
Per i dem non ci sono grandi sorprese, sono rimasti piuttosto stabili nei sondaggi, viaggiando attorno al 22%. Il calo di FdI però ha permesso al Pd di accorciare lo stacco, fino a qualche mese fa siderale, con il suo principale avversario.
Segue a distanza il Movimento 5 Stelle. Anche il partito di Giuseppe Conte, che in questi giorni si è fatto notare per aver preso le distanze dalla cultura woke e aver aperto il dibattito nella sinistra italiana, non ha avuto grandi slanci. Al momento si colloca all’11,1%.
Al di sotto si rilevano delle oscillazioni interessanti. Alleanza Verdi-Sinistra si colloca al 7,5%, sopra Lega e Forza Italia. Futuro Nazionale raccoglie il 7,8% delle preferenze: il partito di Roberto Vannacci risulta al di sopra dei due principali partner del governo Meloni, Lega e Forza Italia, rispettivamente al 5,5% e al 7,3%. Un segnale del fatto che anche durante i mesi estivi la crescita di Fn non si è fermata e probabilmente proseguirà nei prossimi messi.
È un fattore da tenere d’occhio in vista delle elezioni 2027. Se Vannacci non dovesse stringere un accordo per entrare in coalizione con l’attuale maggioranza, ruberà una fetta importante di voti alla destra. Soprattutto alla Lega, ormai ai minimi.
Al di sotto troviamo i partiti che non superano la soglia di sbarramento: Italia Viva con il 2,5%, Azione al 2,3% e +Europa con l’1,5%. Chiude Pace, Terra e Dignità con l’1,1%.

(da Fanpage)

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CHI HA POTERE OGGI STA BRINDANDO ALLA FINE DI RANUCCI E REPORT: BASTA QUESTO PER SPIEGARE TUTTO

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

FINO A IERI REPORT ERA UN PROGRAMMA D’INCHIESTA AUTOREVOLE E TEMUTO, ORA NON LO E’ PIU’

Vogliamo guardare per una volta la Luna, anziché il dito, in questa storia di Report?
Bene: la Luna è che c’era una trasmissione d’inchiesta sulla Rai, la televisione pubblica italiana.
Che questa trasmissione d’inchiesta, come è giusto accada per le trasmissioni d’inchiesta, non piaceva a nessuno che avesse un briciolo di potere in Italia. E in particolare, non piaceva all’attuale maggioranza di governo, che controlla la Rai – come tutte le maggioranze di governo che si sono succedute finora, giova ricordarlo.
Che questa trasmissione d’inchiesta aveva un conduttore, Milena Gabanelli prima, Sigfrido Ranucci poi, che oltre a condurla, svolgeva un ruolo di scudo per chi le inchieste materialmente le realizzava. Prendendosi addosso tutte le critiche, gli strali, i veleni, le minacce di chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Potere politico, economico, criminale: tutto.
Che questo conduttore si prendeva anche la stima, l’ammirazione e la gloria di chi, dall’altra parte, vedeva Report come un baluardo di libertà contro il potere e i suoi abusi. Cosa che sembra normale, in un mondo iper-polarizzato come quello di oggi. Ma normale non è, per un giornalista, riempire i teatri come fosse un capo-popolo. O un leader politico.
Poi c’è la bomba davanti a casa di Ranucci, sotto le macchine sua e della figlia. E si scopre che il mandante è Valter Lavitola. E si scopre anche che di Lavitola, un affarista coinvolto in storie strane, compravendita di senatori, ricatti ed estorsioni, sia di Ranucci “carissimo amico”, per ammissione stessa del conduttore di Report. E se sono chiari il cosa e il come, non lo è per nulla il perché: come mai Lavitola ha messo una bomba sotto casa di Ranucci? Per lanciare la sua carriera politica, come sospetta la procura? Per aumentargli il livello della scorta? E quanto sapeva Ranucci, prima e dopo la bomba, del coinvolgimento di Lavitola e dei suoi propositi?
Mistero. Sta di fatto che allo stato attuale non c’è un movente, ma c’è comunque un mandante (Lavitola) e una vittima (Ranucci) di un attentato. Amici o non amici, questi sono i ruoli.
E poi c’è tutto il resto, però. Una campagna stampa orchestrata dai giornali di proprietà di un deputato della Lega che scandaglia la vita della vittima, andando a rimestare nel suo passato per delegittimarlo. Un bombardamento di illazioni e fango che con la storia della bomba non c’entra nulla e che ha il malcelato scopo – nemmeno malcelato a dire il vero – di spingere Ranucci a farsi da parte. O di spingere la Rai a farlo fuori. Cosa che puntualmente avviene.
E qui si può discutere per ore se Ranucci abbia fatto bene, o meno, a difendere la sua posizione e il suo ruolo fino all’ultimo. A non farsi da parte lui stesso, scegliendo lui una successione, come Gabanelli fece con lui. A fare scudo per l’ultima volta alla trasmissione, dando forza e legittimità al nuovo conduttore, al nuovo scudo. Sigfrido Ranucci non l’ha fatto, e la Rai l’ha fatto fuori, col plauso dei partiti di governo e dei giornali del deputato della Lega.
Tutto ciò che viene dopo, è conseguenza di questa scelta. I due nuovi conduttori, Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi sono due colleghi sulla cui professionalità e indipendenza non si può dire nulla, e che, in un mondo normale, meritano tutto il sostegno e le aperture di credito del mondo. Ma non hanno uno scudo a proteggerli, né – per storia, status e ruolo – sono lo scudo che può proteggere Report. Che da oggi si è guadagnato un bel po’ di nemici in più. A partire da Sigfrido Ranucci, che è stato fatto fuori dalla politica. Dalla squadra delle inchieste che si è sentita esautorata dalla scelta dei nuovi conduttori. Dal pubblico stesso di Report, che si ritrova spaesato di fronte a un capopopolo che disconosce la sua creatura, quella che aveva difeso fino a ieri.
Provate a pensarci: che forza avrà da ora in poi Report per difendersi dagli strali di un’inchiesta sul governo, sulla criminalità organizzata, su qualche grosso potentato economico italiano? E se farà un’inchiesta sui sindacati e sulle opposizioni? Quale garanzia d’indipendenza potrà offrire il nuovo corso della trasmissione, quando quello vecchio è stato fatto fuori col beneplacito di chi governa? La risposta, a oggi, senza nulla togliere a Presutti e Piervincenzi e alla loro capacità di cambiare le cose, è zero.
Dito e Luna, dicevamo. Le battaglie legali, le ripicche personali, le guerre tra bande del giornalismo d’inchiesta (e non) ci interessano poco. Quel che conta davvero è che prima c’era una trasmissione d’inchiesta che rompeva le scatole e che ora, al suo posto, c’è un suo simulacro fragile e senza alcuna protezione. Che la politica e la stampa amica di chi comanda sono riuscite nell’intento di far fuori un conduttore scomodo. Che chi governa ha fatto quel che vuole in Rai, alla faccia dell’indipendenza del giornalismo, e tanto più del giornalismo d’inchiesta.
E di fronte a tutto questo, l’unico che gode è chiunque abbia un briciolo di potere in Italia. Politico, economico, criminale. Che senza colpo ferire si ritrova libero da una trasmissione che gli ha rotto le scatole per trent’anni. E che adesso, finalmente, si ritrova un faro in meno puntato addosso.
Buon per loro, meno per noi.

(da Fanpage)

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MELONI SI È FERMATA A EBOLI. LA DUCETTA HA DECISO DI FESTEGGIARE A BARI IL RECORD DI GOVERNO PIÙ LONGEVO DELLA STORIA REPUBBLICANA MA IL SUD RESTA UNA SPINA NEL FIANCO PER LA MAGGIORANZA IN VISTA DELLE URNE. NEL MERIDIONE CI SONO DOSSIER SPINOSI, COME L’ILVA, IL PONTE SULLO STRETTO E LA DISOCCUPAZIONE, CHE IL GOVERNO HA GESTITO POCO E MALE

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGA NELLE REGIONI DEL MEZZOGIORNO NON ESISTE PIU’, IN PUGLIA, SICILIA E CALABRIA SI E’ PERSO IL CONTO DELLE ZUFFE INTERNE IN FI E FDI, SENZA CONTARE LO SPAURACCHIO VANNACCI CHE RUBA VOTI A TUTTI I PARTITI DI GOVERNO … IN CAMPANIA, FRATELLI D’ITALIA È IN UN MARE DI GUAI E C’E’ CHI PROFETIZZA: “QUESTA REGIONE FARÀ PERDERE MELONI CON QUALSIASI LEGGE ELETTORALE”

“Un governo più stabile, un’Italia più forte”. Sarà lo slogan del 4 settembre a Bari, quando Giorgia Meloni e i suoi festeggeranno il governo più longevo della storia della Repubblica. Dietro il trionfalismo però si nasconde una grande contraddizione: la premier va a festeggiare il governo “forte” in un luogo in cui il governo è debole. Perché se il Nord al netto delle beghe leghiste e di qualche scaramuccia lombarda tiene, la vera voragine per i partiti della maggioranza è a Sud. Per ragioni interne ai partiti o alla coalizione. E anche perché al Sud ci sono dossier spinosi, come l’Ilva, ponte sullo Stretto o la disoccupazione, che il governo ha gestito poco e male.
Partiamo dalla Puglia, perché è lì che Meloni si autocelebrerà. I “Fratelli” pugliesi stanno studiando un piano per evitare le contestazioni. Un piano di difficile attuazione, perché Bari è da lustri roccaforte del centrosinistra nonché il capoluogo della regione dove Antonio Decaro del Partito democratico ha stravinto, sfiorando il 64%.
FdI è percorsa da tensioni tra le truppe di Gemmato e quelle di un altro big pugliese: Raffaele Fitto, vicepresidente della Commissione europea, dirigente del partito di Meloni con una storia democristiana alle spalle. I contrasti sono evidenti e neanche la corsa di Arianna Meloni ad aprile a Bari è riuscita a stemperare gli animi. FdI non è messa bene, ma neanche Forza Italia in regione dorme sonni tranquilli.
In vista delle elezioni del 2027 si è aperta una frattura tra l’ala più vicina ad Antonio Tajani, rappresentata dal coordinatore regionale Mauro D’Attis, e la base. Una parte dei consiglieri regionali forzisti ha firmato un documento in cui si sostiene che “l’invocato rinnovamento non può che ripartire dal consenso e dalla reale presenza territoriale”. Da chi ha i voti, in sostanza. E la Lega? Vale per la Puglia come per le altre Regioni che toccheremo: non esiste più.
A Sud il partito di Matteo Salvini è in picchiata: c’è chi è in fuga verso altri lidi (Futuro Nazionale compreso) e chi guarda inerme le istanze nordiste dei lombardi. Se passerà quella linea, a Sud il partito sparirà. Un altro tassello che indica un pericolo: una debacle del centrodestra alle prossime politiche. In Puglia e nel resto del Sud.
Ma passiamo alla Campania, dove Fratelli d’Italia è in un mare di guai. “Questa regione farà perdere Meloni con qualsiasi legge elettorale”, è la profezia di chi conosce bene gli ambienti di centrodestra campani. In effetti, l’ultima prova elettorale di FdI in regione è stata disastrosa: nei comuni alle porte di Napoli (bacini da 200mila abitanti) ha preso percentuali che vanno da 0,98 a 3,88. La base contesta una cattiva gestione del partito da parte di dirigenti imposti da Roma nei singoli comuni.
In Campania come in Puglia grosse grane anche per Forza Italia: come ha raccontato qui HuffPost, il partito in regione, per citare un militante “è peggio della Corea del Nord”. Tra esponenti del partito espulsi dalle chat, mal di pancia per la gestione del coordinatore regionale Fulvio Martusciello, critiche sul congresso, è un tutti contro tutti.
In Basilicata il centrodestra se la passa altrettanto male. Forza Italia ribolle per l’eterno commissariamento da parte della ministra Elisabetta Casellati, che dovrebbe mollare lo scettro nei prossimi giorni. Ma il vero problema di FI riguarda la guida della Regione. Il presidente, il forzista Vito Bardi, ha dovuto fronteggiare il veto di Fratelli d’Italia in provvedimenti fondamentali per la giunta, come la legge di bilancio. L’assessore all’Agricoltura, Carmine Cicala di FdI, ha votato no, rischiando di aprire una crisi irreversibile. La crisi poi è rientrata, il malcontento no. Gli elettori lucani, per quanto siano pochi, potrebbero tenere a mente questi dissidi in vista delle prossime politiche.
Sembrava navigare in acque serenissime il centrodestra calabrese, trainato da Forza Italia. Prima la riconferma del presidente Roberto Occhiuto – che è tra i principali volti del partito, corrente liberale che guarda a Marina Berlusconi – poi il plebiscito a Reggio Calabria. Nella città dello stretto il forzista Francesco Cannizzaro ha stravinto, con una percentuale bulgara: 66%. Tutto bene allora? Mica tanto. Perché da isola felice la Calabria sta diventando una spina nel fianco del centrodestra: alle suppletive per sostituire Cannizzaro, che ha dovuto lasciare il seggio alla Camera, è entrato in scena Roberto Vannacci.
Che ha candidato Domenico Giannetta, sottraendolo a Forza Italia e sfidando con lui tutto il centrodestra. Altri forzisti, raccontano le cronache locali, sarebbero pronti a passare alle truppe vannacciane. Uno dei più attivi tra i deputati di Futuro nazionale, del resto, è il calabrese Domenico Furgiuele. Che sta provando a tessere le sue tele. Non basterà il suo attivismo a piegare il granitico sostegno dei calabresi per il centrodestra, ma certamente creerà dei problemi. E in un contesto in cui ogni pacchetto di voti conta, anche un solo punto percentuale fa la differenza.
Concludiamo con la Sicilia, dove Fratelli d’Italia è in crisi da anni. Tra lotte intestine e inchieste giudiziarie, il problema più grande (secondo parte della dirigenza romana) si chiama Renato Schifani. L’anno prossimo si vota e un pezzo del partito vorrebbe puntare su un altro nome per la presidenza della regione. Proprio per questo gli era stata offerta un’alternativa: un posto al Consiglio superiore della magistratura. Altri quattro anni garantiti, con un incarico di prestigio.
Al governatore però la prospettiva non piace. Nelle ultime settimane si è rifugiato in un più diplomatico “decide la coalizione”. Un assist di peso per la ricandidatura di Schifani è arrivato da Ignazio La Russa: “Se devo esprimere un giudizio, dico che è un buon presidente della Regione e che nella normalità un buon presidente della Regione se decide di riproporre la propria candidatura normalmente è ricandidato”. Un endorsement che potrebbe aprire nuovi scenari.
O meglio, confermare il governo regionale attuale. Comunque vada, in una regione dove il richiamo del Movimento 5 stelle è sempre stato forte, e dove Cateno De Luca ha consensi importanti, tensioni e dubbi non fanno bene ai partiti di governo. E potrebbero fare molto male alle urne. Il fronte Sud, per Meloni, rischia di diventare più fragile del fronte Nord.

(da agenzie)

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CORTOCIRCUITO NEL MONDO MAGA. MILO YIANNOPOULOS, SVALVOLATO OPINIONISTA DI ESTREMA DESTRA E SOSTENITORE DI TRUMP, È STATO ARRESTATO NEGLI USA DAGLI AGENTI ANTI-MIGRANTI DELL’ICE! YIANNOPOULOS, 41 ANNI, È INGLESE E SI TROVAVA NEGLI STATI UNITI NONOSTANTE IL SUO VISTO FOSSE SCADUTO. PER QUESTO E’ FINITO IN MANETTE CON L’ACCUSA DI ESSERE UN “IMMIGRATO CLANDESTINO” (COSÌ PUO’ VIVERE IN PRIMA PERSONA LE POLITICHE DEL SUO MITO TRUMP)

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

A DENUNCIARLO SAREBBE STATA LA SUA EX AMICA LAURA LOOMER CHE, SUI SOCIAL, SI È AUTO-ATTRIBUITA IL MERITO DELL’ARRESTO… CHI È YIANNOPOULOS: EX COMMENTATORE POLITICO PER IL SITO DI DESTRA “BREITBART” E COLLABORATORE DEL RAPPER KANYE WEST. SI DEFINISCE “EX GAY” E SUI SOCIAL HA ELOGIATO GLI AGENTI DELL’ICE: “PER LORO È NECESSARIA L’IMMUNITÀ LEGALE TOTALE”

L’opinionista di destra britannico Milo Yiannopoulos, noto sostenitore di Donald Trump e personaggio controverso, è stato arrestato dall’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti.
Ex commentatore politico per il sito di destra Breitbart e collaboratore del rapper Kanye West, risulta attualmente trattenuto in Louisiana, secondo la Bbc.
Cresciuto nel Kent, il 41enne che si è definito “supercattivo più favoloso di Internet” ed “ex gay” è stato uno dei primi sostenitori di Trump alle elezioni del 2016 e più di recente ha appoggiato la stretta del tycoon sull’immigrazione. L’anno scorso scrisse su X: “Immunità legale totale per gli agenti dell’Ice in servizio”.
Yiannopoulos è stato duramente criticato per le sue dichiarazioni su persone transgender, musulmani, movimento Black Lives Matter, femministe e omosessuali, nonostante lui stesso si fosse dichiarato gay in passato e abbia fatto parte del movimento “Gays for Trump”.
È autore di articoli come “Il controllo delle nascite rende le donne poco attraenti e pazze” e “Preferiresti che tuo figlio abbracciasse il femminismo o avesse il cancro?”. Nel 2017, a Yiannopoulos fu revocato l’invito a intervenire alla CPAC, la conferenza annuale dei conservatori americani, dopo la diffusione di un filmato in cui sembrava giustificare la pedofilia.
Il dipartimento per la Sicurezza Interna (Dhs) degli Stati Uniti conferma l’arresto da parte dell’Ice dell’opinionista e attivista britannico di estrema destra Milo Yiannopoulos. In una nota inviata al Guardian, un portavoce del Dhs ha affermato:
“Il 27 agosto, l’Ice ha arrestato Milo Yiannopoulos, un immigrato clandestino proveniente dal Regno Unito, all’aeroporto internazionale Louis Armstrong di New Orleans a Kenner, in Louisiana.Yiannopoulos era entrato legalmente nel Paese il 14 maggio 2019, attraverso New York City.
Ha scelto di prolungare la sua permanenza oltre il dovuto, violando le leggi del nostro Paese. Il 22 luglio, un giudice dell’immigrazione ha emesso un ordine di espulsione definitivo nei confronti di Yiannopoulos, dopo che quest’ultimo non si è presentato all’udienza.
Rimarrà in custodia dell’Ice in attesa dell’espulsione”. Il Dhs ha poi pubblicato una versione di questa dichiarazione sui social media, con una fotografia di Yiannopoulos in stato di detenzione.
Un’ex alleata di Yiannopoulos, l’influencer di estrema destra Laura Loomer, si è attribuita sui social media il merito del suo arresto. Yiannopoulos, nella sua carriera di provocatore, ha scritto per Breitbart, il sito per il quale lavorava Steve Bannon,
prima di svolgere un tirocinio presso Marjorie Taylor Greene, ex deputata del movimento Maga, e si è attribuito il merito di avere organizzato la cena tra il suprematista bianco Nick Fuentes, Donald Trump e Kanye West, al Mar-Lago nel 2022.

(da agenzie)

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TRUMP SI E’ “INGOLFATO”. IN IRAN È STALLO DOPO 6 MESI DI GUERRA (E PER FORTUNA CHE IL CALIGOLA DELLA CASA BIANCA AVEVA DETTO CHE IL CONFLITTO SAREBBE DURATO 4-5 SETTIMANE)

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

I NEGOZIATI SONO FERMI, NON SI VEDE UNA VIA DI USCITA IMMEDIATA DAL CONFLITTO, NON PRIMA COMUNQUE DELLE ELEZIONI DI MIDTERM CHE DIRANNO QUAL È LA SALUTE POLITICA DI TRUMP … E HORMUZ? OGNI NOTTE TRA LE 20 E LE 30 NAVI CARICHE DI PETROLIO RIESCONO A PASSARE IL CANALE NAVIGANDO VICINO ALLE COSTE DELL’OMAN

«Durerà tra 4 o 5 settimane», disse Trump a fine febbraio. Sono passati sei mesi e la guerra all’Iran si trascina. L’America non ha ottenuto nessuno dei suoi obiettivi — la caduta del regime e lo smantellamento del programma nucleare — anche se ha provocato enormi danni alle strutture militari e produttive del Paese.
La Repubblica islamica è sopravvissuta ma malconcia, certo non vincitrice. I negoziati sono fermi, a parte un tentativo finora abortito di trovare un accordo tra l’Iran e l’Oman per la riapertura di un corridoio almeno temporaneo per il passaggio delle navi nello stretto di Hormuz. Nessuna delle due parti vuole riprendere l’iniziativa militare, ma nessuna delle due può escluderla.
Lo stallo condiziona l’economia globale, logorata dall’inflazione e dell’aumento dei prezzi della benzina. Analisti e decisori politici non vedono una via di uscita immediata dal conflitto, non prima comunque delle elezioni di Midterm che diranno qual è la salute politica di Trump. Un fattore però è cambiato: il peso del tempo.
Prima dell’assedio navale ed economico, Teheran pensava di avere il tempo dalla sua parte, che i costi finanziari e politici di una guerra lunga sarebbero stati troppo alti per Trump. Nelle ultime settimane la situazione sembra essersi invertita, ora è l’America a non avere fretta. Lo Stretto di Hormuz «è aperto. La risposta iraniana è molto debole. Non vogliono che torniamo a colpirli. È questo il punto fondamentale. Il resto non conta», ha detto Trump al sito Axios.
Ogni notte, con i trasponder spenti e la protezione della Marina americana, tra le 20 e le 30 navi cariche di petrolio riescono a passare il canale navigando vicino alle coste dell’Oman, circa la metà rispetto ai livelli pre-guerra. La percentuale di quelle colpite dall’Iran è intorno al 2%. Il comandante del Centcom, Brad Cooper, ha affermato che «le rotte marittime riconosciute a livello internazionale nello Stretto sono libere dalle mine navali iraniane».
Nel frattempo, il dipartimento del Tesoro continua a colpire con le sanzioni, ieri è toccato alle filiali della banca egiziana Banque Misr negli Emirati Arabi Uniti, escluse dal sistema del dollaro. «Il blocco e l’operazione di emarginazione economica schiacceranno la già fragile economia iraniana.
Gli Stati Uniti hanno spostato 130 milioni di barili di petrolio all’esterno negli ultimi 14 giorni», rivendica il segretario Bessent. La potenza americana è in grado di infliggere molto dolore all’Iran, ma questo non significa che il sistema sia vicino alla capitolazione, o al collasso. Se l’assedio durerà ancora a lungo, l’Iran potrebbe decidere di agire militarmente per tentare di spezzarlo e rompere la convinzione americana che questo stato di cose possa durare, che i prezzi del gas non siano più una preoccupazione.

(da agenzie)

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NEL 2025 IN ITALIA SONO STATI REGISTRATI 249 DECESSI PER OVERDOSE, IN AUMENTO DEL 7,8% RISPETTO AL 2024. E PER LA PRIMA VOLTA LA COCAINA SUPERA L’EROINA

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

A DIFFONDERE I DATI È L’ASSOCIAZIONE LUCA COSCIONI, CHE RIBADISCE IL PROPRIO APPELLO AL GOVERNO PER L’ADOZIONE DI MISURE PER LA RIDUZIONE DEL DANNO. TRA LE CRITICITÀ EVIDENZIATE, LA CARENZA DI OPERATORI E STRUMENTI DI EMERGENZA COME IL “NALOXONE”, IL FARMACO UTILIZZATO PER CONTRASTARE E INVERTIRE GLI EFFETTI ACUTI DI UN’OVERDOSE DA NARCOTICI E OPPIOIDI

econdo i dati aggiornati al 2025 contenuti nell’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze, in Italia sono stati registrati 249 decessi per overdose, in aumento del 7,8% rispetto al 2024 e per la prima volta la cocaina supera l’eroina.
A rilanciare i dati, in vista della Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle overdose (31 agosto) è l’associazione Luca Coscioni, che ribadisce il proprio appello al governo per l’adozione di misure per la riduzione del danno.
Tra le criticità evidenziate dall’associazione, la presenza non uniforme sul territorio nazionale di operatori e strumenti di emergenza come il Naloxone, il farmaco utilizzato per contrastare e invertire gli effetti acuti di un’overdose da narcotici e oppioidi.
Esistono inoltre – sottolinea poi l’associazione – altre possibilità di prevenzione e trattamento dell’uso problematico di sostanze psicoattive: dalla ricerca sull’impiego dell’Lsd in relazione all’alcolismo, condotta nel Regno Unito da quasi vent’anni, alle sperimentazioni con estratti della pianta dell’ibogaina nel trattamento delle dipendenze da oppiacei.
Per l’associazione Coscioni a queste possibilità si aggiungono le misure tradizionali di riduzione del danno: informazioni per un uso consapevole delle sostanze, scambio di siringhe monouso, sale per il consumo protetto e sicuro di sostanze psicoattive proibite e prescrizione medica nell’ambito di programmi a scalare o di mantenimento concordati tra medici e persone che usano le sostanze attivi da 35 anni in Svizzera.
“Niente di tutto questo è finanziato adeguatamente dal governo né se ne trova traccia nella relazione che il Dipartimento per le Politiche Antidroga ha presentato al Parlamento nel giugno 2026 – dichiara Marco Perduca dell’associazione Luca Coscioni -.
Le misure per ridurre i rischi e i danni sono note, occorre parlarne laicamente e finanziarle, imparando dalle esperienze del passato, dalle ricerche e trattando le persone con cura e rispetto”.

(da agenzie)

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NEL PD CRESCE IL PARTITO DEL «NO» ALLE PRIMARIE

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

INVECE CHE TROVARE CHI PUO’ BATTERE MELONI, QUESTI PENSANO A VINCERE LE PRIMARIE: SCHLEIN NON AGGREGA UN VOTO IN PIU’ E CONTE LI FA PERDERE MA L’AMBIZIONE OFFUSCA LE MENTI

«Con le primarie si rischia di perdere consensi, un clamoroso autogol». L’intervista al Corriere di Roberto Speranza apre un vaso di Pandora dentro al Pd, con forti ripercussioni nel Campo largo.
Rubrica alla mano, dalla raffica di telefonate fatte a deputati, senatori e manovratori del Pd romano (con Goffredo Bettini meno «primarista» in assoluto) si capisce che i timori sul disputare le primarie contro il M5S di Conte siano molto più concreti di quanto si possa pensare. È in questo intreccio che si vede chiaramente l’obiettivo: trovare un terzo uomo (Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli) o la terza donna (Silvia Salis, di Genova), per provare a evitare le primarie.
Il «non detto» lo rimarca però chiaramente Arturo Parisi, prodiano doc e inventore delle primarie: «Non so se siano amici o avversari di Conte. Ma tra Franceschini e Speranza e altri capicorrente continua la gara a logorare Elly Schlein. Il loro “no” alle primarie rafforza e diffonde l’idea che lei non può che perderle». Dopo la pausa estiva, il quadro dovrà giocoforza iniziare a chiarirsi.
Schlein è consapevole che se dovesse arretrare anche solo un millimetro sulle primarie, un attimo dopo sarebbe ostaggio dei «congiurati» e fuori dalla corsa per Palazzo Chigi. Mentre Conte, da settimane, è già in piena corsa per diventare premier per la terza volta. Ma oltre a essere in balia delle correnti, il Campo largo sembra aver perso di vista un piccolo particolare: che prima ci sarebbero da vincere le elezioni. «Vaste programme», chioserebbe il generale De Gaulle.

(da Corriere della Sera)

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ELLY SCHLEIN IGNORA IL NIET ALLE PRIMARIE DEI CAPATAZ DEM: “DIBATTITO INUTILE, FACCIANO LE INTERVISTE CHE VOGLIONO, IO VINCO NEI GAZEBO E BATTO MELONI”

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

NEL PARTITO SI ALLARGA IL FRONTE CONTRARIO ALLE PRIMARIE, DA BETTINI ALL’AREA FRANCESCHINI, CHE INVOCA UN TERZO NOME… PARISI, PRODIANO DOC, ACCUSA: “TRA FRANCESCHINI, SPERANZA E ALTRI CAPICORRENTE CONTINUA LA GARA A LOGORARE ELLY” … MERLO: “SIAMO ARRIVATI AL PUNTO CHE NON SI POSSONO PIÙ VINCERE LE ELEZIONI SE PRIMA NON SI SCONFIGGE CHI PUNTA ALLE PRIMARIE MOLTO PIÙ CHE ALLE ELEZIONI…”

Inutile chiederle delle primarie. Elly Schlein va dritta, sa che quella è l’unica strada percorribile per puntare a Palazzo Chigi. Come sua abitudine, si rende impermeabile al pressing crescente dentro al suo partito. Non rompe l’assedio, lo ignora. Non vuole dare corda a quei dirigenti e capi corrente (o correntone) del Pd, che la invitano a riflettere sui possibili contraccolpi negativi della sfida ai gazebo contro Giuseppe Conte.
«Facciano le interviste che vogliono», li snobba parlando con i suoi fedelissimi. Non saranno i retroscena sui giornali a definire la strategia. La segretaria, assicura chi ci ha parlato, dissimula il fastidio e non pensa minimamente a un passo indietro. Anzi, è più che convinta di riuscire a «vincere le primarie», anche con il voto online chiesto dai 5 stelle, e poi di «battere Giorgia Meloni alle elezioni».
Dopo venti giorni di vacanza e di assenza fisica dalla scena politica, Schlein potrebbe vedersi costretta a rompere il silenzio sul tema che ha infiammato il campo largo in questa seconda metà di agosto. Facile anticipare l’eventuale risposta: «Sulle primarie decideremo insieme agli alleati, quando sarà il momento. Io ho già detto che sono disponibile a correre, oppure si può scegliere il leader del partito più votato».
Ma sa bene che non c’è una vera alternativa alle primarie. Da Bologna il suo braccio destro, Igor Taruffi, avverte tutti: «Non dobbiamo avere paura del nostro popolo. Le primarie sono importanti anche per lanciare la campagna vera – spiega – abbiamo una responsabilità».
Al Nazareno si punta a rinviare ancora la questione: «In questo momento è un dibattito inutile – spiegano fonti Pd –, prematuro finché non sapremo quale sarà la legge elettorale con cui andremo a votare».
Peraltro, avviare il percorso senza sapere la data delle elezioni è rischioso, fanno notare, perché individuare il candidato premier con troppo anticipo sarebbe controproducente, con il rischio di logorarlo prima del voto. Bisogna aspettare almeno un altro mese e mezzo: la discussione con gli altri partiti del fronte progressista verrà aperta formalmente solo dopo il via libera alla nuova legge elettorale, atteso per metà ottobre dopo il secondo passaggio (dall’esito non scontato) alla Camera.
Nel frattempo non sarà facile eludere l’argomento, visto che settembre sarà un mese denso di appuntamenti, dibattiti alle feste dell’Unità e almeno un palco condiviso dai leader di Pd, M5s e Avs, quello dell’8 settembre a Roma alla festa dei Verdi-Sinistra. Al Nazareno, però, hanno cerchiato in rosso sul calendario un’altra data: domenica 13 settembre, giorno del comizio di chiusura di Schlein alla festa dell’Unità nazionale di Reggio Emilia.
Pare che al Nord, da Milano ma non solo, stiano già organizzando pullman di militanti per rendere l’evento il più partecipato possibile. Cadrà due giorni prima del voto finale al Senato sulla legge elettorale, su cui la segretaria intende ricominciare a battere nelle prossime settimane, per evidenziare le difficoltà della destra.
Il 13 settembre, tra l’altro, coincide con l’inizio del “semestre bianco” della segretaria, che dovrebbe terminare il suo mandato il 13 marzo 2027. In questi sei mesi, Statuto del Pd alla mano, dovrebbe essere convocato il congresso, di cui ormai nessuno parla più, nemmeno i parlamentari più vicini a Schlein, che nei mesi scorsi avevano coltivato l’idea per mettere a tacere la minoranza interna.
Non c’è il tempo, calcolando anche le primarie, né la necessità. Tra le varie anime del partito c’è già un tacito accordo per prorogare il mandato della segretaria fino alle elezioni: sarà l’esito del voto a stabilire se potrà continuare a guidare il Pd. «Da qui alle Politiche nessuno sarà così folle da metterla in discussione», è il ragionamento. A meno che non perda le primarie.

(da La Stampa)

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“LA RAI MI HA PROPOSTO DI ANDARE A IL CAIRO. VOGLIONO CHE FACCIA LA FINE DI REGENI?”. RANUCCI, CHE SI PREPARA A UNA VERTENZA AZIENDALE: “NON SANNO CHE IO VIVO SOTTO PROTEZIONE E, ALL’ESTERO, SAREI SENZA SCORTA. IL CAIRO È STATO USATO UN PO’ COME LA SIBERIA, CI MANDANO I DEPORTATI DA ALTRE PARTI”

Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile

SIGFRIDO HA 40 GIORNI DI TEMPO PER PRENDERE UNA DECISIONE SULLE TRE PROPOSTE DELLA RAI: VICEDIRETTORE DEL TG3 O DI RAINEWS O IL RUOLO DA CORRISPONDENTE

Dal rammarico di Cerveteri all’indignazione di Favignana. Perché è dal palco allestito per il suo Diario di un trapezista che Sigfrido Ranucci respinge le offerte della Rai: «Io non capisco perché se non sono adatto per Report, dovrei essere adatto per il Tg3 o Rainews.
La terza alternativa era la sede di corrispondenza al Cairo. Non sanno evidentemente che io vivo sotto scorta anche da prima dell’attentato e al Cairo, all’estero, sarei senza scorta. Forse auspicano che potrei fare la fine di Regeni. Poi Il Cairo ultimamente è stato usato un po’ come la Siberia, ci mandano i deportati da altre parti».
È il blues dell’amarezza quello di Ranucci, impegnato a fronteggiare effetti mediatici e contromisure aziendali dopo che l’inchiesta ha svelato come il mandante dell’attentato subìto nell’ottobre dello scorso anno fosse il suo «amico fraterno» Valter Lavitola.
Ma è anche un grido di battaglia perché, salvo decisioni dell’ultima ora, l’ormai ex conduttore di Report si prepara a una vertenza aziendale.
Il primo commento sulla sua sostituzione alla conduzione di Report , arriva alle 17, subito dopo la nota Rai: «Una scelta mediocre che decreta la fine di Report — fa sapere — uno schiaffo alla professionalità di chi ci lavora da anni». Il giornalista è già alle Egadi pronto a salire sul palco con la propria biografia quando il suo avvocato lancia la vera sfida:
«La decisione della Rai — osserva il penalista Roberto De Vita — condanna la vittima di un attentato ma anche Report e l’indipendenza dell’informazione pubblica.
Sigfrido Ranucci per adesso non condurrà Report ma la più importante battaglia per la difesa della libertà del giornalismo d’inchiesta, in ogni sede». La vera «sede», dunque, è con ogni probabilità il Tribunale di Roma.
Ranucci formula anche un algido commento sui nuovi conduttori, scelti, a suo dire, secondo logiche più «relazionali» che professionali, politiche anziché giornalistiche. «Logiche — afferma lui — che nulla hanno a che fare con la professionalità».
Ma Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti, si potrebbe osservare, hanno superato una prova di ammissione. «I vincitori di concorso — argomenta il giornalista — sono scelti su una prova che non ha molto a che fare con la complessità di una trasmissione come Report».
Sarà, dunque, vertenza. «Resisterò al fango con la mia storia» promette mentre il pubblico lo incoraggia. Ma è in un post pubblicato su Facebook la sintesi della giornata più difficile e la probabile traccia di un programma futuro. Scrive il giornalista sui social ai quali da mesi si affida per commenti, smentite, distinguo e opinioni in generale: «La Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report.
Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2.800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo… Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per trent’anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico. Il mio non è un addio.
Non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». L’amico in carcere.

(da “il Corriere della Sera”)

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