Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
KENNEDY INCONTRÒ ATTIVISTI CONTRARI AI VACCINI, TRA CUI UNO CHE AVEVA CONTRIBUITO A ORGANIZZARE IL VIAGGIO CON L’AIUTO DI UN FUNZIONARIO DELL’AMBASCIATA AMERICANA. NEI MESI SUCCESSIVI, CON I TASSI DI VACCINAZIONE ANCORA PERICOLOSAMENTE BASSI, IL MORBILLO SI DIFFUSE SULL’ARCIPELAGO, COLPENDO MIGLIAIA DI PERSONE
Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute degli Stati Uniti, aveva dichiarato ai senatori che lo stavano esaminando prima della sua conferma che il viaggio compiuto alle Samoa nel giugno 2019, pochi mesi prima di una letale epidemia di morbillo, non aveva «nulla a che fare con i vaccini».
Avevamo già documentato, durante le audizioni di conferma al Senato, che Kennedy si era incontrato con gli attivisti No Vax samoani, foto alla mano. Documenti ottenuti da Associated Press e The Guardian smentiscono quella testimonianza e dimostrano che il viaggio era stato preparato in anticipo e con un preciso obiettivo scritto nero su bianco.
La parola vaccino o vaccinazione compare otto volte nella lettera che Kennedy inviò al primo ministro samoano prima di partire. Nel testo, scritto su carta intestata della sua organizzazione No Vax, la Children’s Health Defense, Kennedy chiedeva di condurre una «valutazione informativa dettagliata» dei vaccini MMR usati nell’arcipelago, dopo la morte di due bambini che li avevano ricevuti. I documenti sono stati acquisiti attraverso una causa intentata contro il Dipartimento di Stato con il supporto del Reporters Committee for Freedom of the Press.
Kennedy ha ripetuto la stessa versione in almeno due occasioni distinte durante le audizioni di conferma al Senato, a gennaio 2025. Alla domanda del senatore democratico Ron Wyden rispose che era andato alle Samoa «senza nulla a che fare con i vaccini», spiegando di esserci recato per introdurre un sistema di informatica sanitaria che avrebbe digitalizzato i registri medici. Il giorno successivo, interrogato dal senatore Edward Markey, ribadì che il suo scopo nel viaggio «non aveva nulla a che fare con i vaccini».
Kennedy, all’epoca, era alla guida di Children’s Health Defense, l’organizzazione nota per la sua campagna contro i vaccini, dalla disinformazione al merchandising No Vax (come abbiamo documentato nel precedente articolo). Di fatto, l’attuale Segretario aveva bisogno dell’appoggio di alcuni senatori repubblicani critici nei suoi confronti, a tal punto da rassicurarli in audizione sostenendo di non essere contrario alle vaccinazioni infantili.
Cosa è successo nelle Samoa, prima e dopo l’arrivo di Kennedy
Nel luglio 2018, nelle Samoa muoiono due bambini dopo aver ricevuto un vaccino MMR preparato in modo errato. Le infermiere responsabili vengono incriminate penalmente il mese successivo e poi condannate per omicidio colposo. Il governo samoano sospende tutte le vaccinazioni per dieci mesi, fino all’aprile 2019 e i tassi di copertura vaccinale crollano.
In questo contesto, Children’s Health Defense inizia a contattare il governo samoano e il 20 gennaio 2019 Kennedy invia la sua lettera al primo ministro Tuilaepa Sailele Malielegaoi. Quest’ultimo risponde un mese dopo, accogliendo la proposta.
Prima di partire, le autorità sanitarie dell’arcipelago avevano già chiarito che le morti erano state causate da un errore umano, non da un problema con il vaccino. Tale avvertimento per Kennedy, giunto poi alle Samoa in maggio-giugno 2019, risultò vano. Infatti, durante la visita, Kennedy incontrò attivisti contrari ai vaccini, tra cui uno che aveva contribuito a organizzare il viaggio con l’aiuto di un funzionario dell’ambasciata americana.
Nei mesi successivi, con i tassi di vaccinazione ancora pericolosamente bassi, il morbillo si diffuse sull’arcipelago, colpendo migliaia di persone. L’epidemia uccise 83 persone, in grande maggioranza bambini sotto i cinque anni. Gli esperti di sanità pubblica hanno dichiarato che gli sforzi per contrastare l’epidemia vennero ostacolati dagli attivisti anti-vaccino, alcuni dei quali si sarebbero sentiti legittimati proprio dalla visita di Kennedy.
La posizione dell’HHS e le conseguenze legali
Il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) ha risposto alle domande di AP dichiarando che il viaggio alle Samoa «era estraneo ai vaccini» e che «qualsiasi affermazione o insinuazione basata su queste lettere, secondo cui il Segretario Kennedy avrebbe mentito sotto giuramento o al Congresso, è non solo falsa ma apertamente diffamatoria».
Di fatto, Kennedy non era sotto giuramento durante le audizioni di conferma. Tuttavia, rendere deliberatamente false testimonianze al Congresso è un reato ai sensi del diritto federale statunitense anche senza giuramento formale, anche se raramente perseguito.
La mail inviata dal personale dell’ambasciata statunitense
Avvocati interpellati da AP hanno osservato che le dichiarazioni di Kennedy potrebbero costituire la base per audizioni parlamentari, un’inchiesta di impeachment o altri meccanismi di supervisione.
Ryan Goodman, professore di diritto presso la NYU School of Law, ha pubblicato su X una email di maggio 2019 inviata dal personale dell’ambasciata statunitense e delle Nazioni Unite, nella quale si legge che «Il vero motivo per cui Kennedy sta venendo è per sensibilizzare sull’argomento delle vaccinazioni, più specificamente su alcune delle preoccupazioni sanitarie associate alla vaccinazione (dal suo punto di vista)».
Il senatore Cassidy: «Gli impegni presi sono stati violati»
La conferma di Kennedy era passata con 52 voti contro 48, grazie anche al sostegno del senatore repubblicano Bill Cassidy, medico e presidente della commissione sanitaria del Senato, notoriamente favorevole ai vaccini. Cassidy aveva annunciato il suo voto dichiarando di aver ottenuto da Kennedy l’impegno a non modificare alcuni pilastri della politica vaccinale federale, tra cui il mantenimento del comitato consultivo federale sui vaccini. Una volta insediato, Kennedy ha rimosso tutti i 17 membri del comitato e li ha sostituiti con proprie nomine. Cassidy ha preso pubblicamente le distanze, affermando con chiarezza che «Gli impegni che erano stati presi con me sono stati violati».
(da Open)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
“IL PANORAMA È AGGHIACCIANTE, I GIGANTESCHI BAMBÙ PIEGATI DALLA CORRENTE, LA FERITA DI MALTA GRIGIA CHE SI ESTENDE OVUNQUE, ENORMI DOLMEN DI PIETRA O TERRA CHE LA CORRENTE HA SCOLPITO A ABBANDONATO SUL NUOVO LETTO INFINITO DEL FIUME TRISHULI”
Il Nepal potrebbe aver bisogno di 4-5 miliardi di dollari per la ricostruzione dopo le devastanti alluvioni di questa settimana. Lo ha dichiarato il ministro delle Finanze Swarnim Wagle, secondo quanto riportato dai media nepalesi. Wagle ha precisato che si tratta di una stima iniziale, mentre è ancora in corso la valutazione dei danni.
Il bilancio delle vittime delle catastrofiche inondazioni in Nepal e Tibet è salito a 616 morti e oltre 2.300 feriti. Lo riferisce la polizia nepalese sui propri canali social. Aumenta anche il numero dei dispersi: secondo le autorità locali sono almeno 2.426.
Un altro lago in Cina «ha rotto l’argine. Dobbiamo fermarci, dicono che stavolta l’onda sarà ancora peggiore». Sono passate da poco le 12 quando la notizia arriva al cellulare di Amrit, il driver con cui cerchiamo di raggiungere il fiume Trishuli, che insieme al Narayani è diventato l’obitorio del Nepal: sul limo delle sue sponde distribuisce corpi per più di duecento chilometri.
Il viaggio da Kathmandu è una gimcana di curve e tornanti. Salgono e riscendono dalle montagne, sulle strade dissestate dal monsone. Il ponte sulla statale è interrotto, per aggirarlo bisogna passare da lì. Il telefono di Amrit era squillato anche mezz’ora prima, e lui aveva accostato accanto a un piccolo bananeto tra i terrazzamenti di riso: «Mi ha chiamato un collega — aveva spiegato mostrando la foto di un furgoncino distrutto con diversi corpi affastellati — hanno trovato uno dei nostri amici dispersi. Era con la mamma, la moglie e i figli. Tutti morti».
L’Autorità nazionale per la gestione delle catastrofi ieri ha ordinato a popolazione e soccorritori lungo i fiumi Bhotekoshi e Trishuli di spostarsi in luoghi sicuri. Le autorità cinesi avevano identificato una nuova minaccia nel lago creato da uno sbarramento naturale di ghiaccio e pietroni accumulati alla confluenza dei fiumi Chhochen Khola e Purepu Tsangpo: due milioni di metri cubi d’acqua che con le previsioni meteo avverse e il ghiaccio che si sta sciogliendo potrebbero doverne accogliere «fino a tre milioni».
Con quella pressione crescente, dicevano, se lo sbarramento schiantasse di colpo l’onda sarebbe molto peggiore. Quando dalla Cina arriva la notizia che il lago ha iniziato a tracimare, nella valle del Trishuli la protezione civile prende il megafono e scende nei villaggi lungo il fiume.
«Abbiamo detto a tutti di andare via, di spostarsi subito in alto. L’onda arriverà qui tra due ore», ci racconta Lakman Aryal, un caposquadra che incontriamo alle porte di Galchi, il villaggio lungo il Trishuli.
Mezzo paese è affacciato con noi a guardare il fiume, che scroscia lì sotto torbido di fango e detriti. È ancora nervoso, «ma per ora è tornato al livello di sempre», dicono. Così guardi l’orologio e aspetti, perché non c’è nient’altro che si possa fare. Le notizie sono incerte, imprecise, quasi sempre ufficiose.
Il lago, lassù nel Tibet, ha tracimato come il collo di una brocca troppo piena o ha sfondato l’argine come una brocca rotta? Non ci sono risposte certe. Galchi, le sue case colorate a due o tre piani, è un villaggio fantasma. Su una balaustra al terzo piano passeggia serena e ignara una scimmia.
C’è ancora tempo per un sopralluogo nel paese prima che l’onda possa arrivare fin qui, e allora giù verso l’unico ponte ancora intatto sul grande fiume. «Ce ne andiamo tra mezz’ora — dice Babisa Adhikori, una ragazza 18enne che aiuta la mamma in un piccolo spaccio alimentare ancora aperto all’ingresso del paese, proprio di fronte alla stazione di polizia. Lì accanto, i soccorritori della protezione civile stanno salendo su un camion: «C’è l’ordine di sospendere le ricerche, sta arrivando l’onda ed è pericoloso.
Ieri — dice ancora il caposquadra Aryal — abbiamo trovato sei corpi interi e molte membra». Più giù, decine di persone sono ferme sulla sponda a vedere il fiume, sfidando il cronometro della piena. Una passerella di ferro lunga forse duecento metri collega le due sponde. Sul greto immenso divorato dalla piena ci sono un paio di case mezze sommerse, ma non ci sono state vittime.
Lì, ecco il ponte giallo di ferro, qualche auto ancora lo attraversa. Quando si avvicina l’ora del pericolo, mentre risaliamo, un aggiornamento positivo: la brocca non è rotta, «la piena è meno grave»; anche se il lago resta alto e lo sbarramento naturale può cedere da un momento all’altro; e riecco dove era finito il resto del villaggio, una comitiva di donne e bambini scende con le tuniche colorate da una stradina laterale che inerpica.
«Ci hanno chiamate i mariti, per ora non c’è pericolo — dice Sandra Wata, 45enne casalinga con due ragazzine accanto — torneremo su stanotte. Sono già due notti che dormiamo nella scuola. Siamo più di cinquecento persone da tutto il paese e dalle frazioni intorno. In 30 anni che vivo qui, è la prima volta che non ci fidiamo a dormire in casa».
E allora via, riprendiamo il viaggio fin dove si arriva. In direzione del Tibet, per ora irraggiungibile perché non sono saltati solo i ponti sul fiume ma anche quelli sul lungofiume, e qui e là la piena ha morso anche la strada mangiandone tratti. Il primo ponte squinternato su un minuscolo affluente lo troviamo dopo pochi chilometri, ma con cautela si passa ancora.
Il panorama è agghiacciante, i giganteschi bambù piegati dalla corrente, la ferita di malta grigia che si estende ovunque, enormi dolmen di pietra o terra che la corrente ha scolpito a abbandonato sul nuovo letto infinito del fiume. Qui, a casa di «Ramesh Rai figlio di Nepal Rai», c’era risaia e ora pare un lago di cemento appena impastato da una betoniera.
(da Repubblica)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
L’IRA DELLA UE: “QUALSIASI GLORIFICAZIONE DEI CRIMINALI DI GUERRA È IN CONTRADDIZIONE CON I VALORI EUROPEI PIÙ FONDAMENTALI E NON HA POSTO NELLA UE O NEI PAESI CANDIDATI A ENTRARVI”
Un criminale di guerra celebrato come un eroe nazionale. Ratko Mladic riceverà gli onori militari e di Stato, mentre la famiglia deciderà la data e il luogo delle esequie. È la scelta del governo di Belgrado all’indomani della scomparsa dell’ex comandante militare morto all’Aia a 84 anni mentre scontava la condanna all’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
«L’Aia voleva che morisse dietro le sbarre e non in Serbia, dove voleva lui, è un comportamento contrario alla civiltà», ha detto il presidente serbo Aleksandar Vucic. Che, invece di fare un passo indietro, ha puntato il dito: «L’Occidente vuole far credere che (noi serbi) siamo gli unici colpevoli». Netta la reazione di Bruxelles: «Qualsiasi glorificazione dei criminali di guerra è in contraddizione con i valori europei più fondamentali — ha fatto sapere un portavoce della Commissione europea — e non ha posto nella Ue o nei paesi candidati a entrarvi», come la Serbia appunto.
Mentre il Paese si prepara a celebrare il responsabile del massacro di Srebrenica, anche sui muri di Belgrado affiorano i segni di quella memoria distorta. A poche ore dalla morte del “macellaio di Bosnia”, infatti, centinaia di scritte celebrative sono comparse sugli edifici della capitale. Giovedì sera in centro, i ragazzi dei movimenti giovanili nazionalisti si sono radunati per ricordarlo.
C’è chi si spinge oltre, alimentando congetture sull’esistenza di un piano per provocare la morte in carcere dell’ex generale. In questo senso, le dichiarazioni più dure arrivano dall’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina Milorad Dodik che ha parlato di «approccio orchestrato».
Ma non tutti in Serbia condividono la narrazione del governo. Come i giovani del movimento studentesco che, dalla strage di Novi Sad del novembre 2024, per mesi hanno portato in piazza migliaia di persone contro l’esecutivo Vucic. Sono loro che oggi rivendicano la distanza da una figura controversa, parlando di «vergogna nazionale», e che nelle scorse ore si sono mobilitati, primasui social, e poi nelle strade per rimuovere striscioni e manifesti dedicati all’ex generale.
Sulle modalità dei funerali la decisione spetta alla famiglia. Nelle volontà del defunto c’è quella di essere sepolto nel cimitero di Topcider, a Belgrado, vicino alla figlia Ana. La figlia di Mladic morì suicida a 23 anni dopo aver scoperto le atrocità commesse dal padre, un anno prima di quel massacro che gli valse il nome di “boia di Srebrenica’”. La tomba di Ana fu l’ultimo luogo che visitò, nel 2011, grazie a un permesso speciale. E forse sarà quello dove farà ritorno.
(da Repubblica)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
COLPI D’ARMA DA FUOCO SONO STATI UDITI PER TUTTA LA NOTTE IN DIVERSI QUARTIERI DELLA CAPITALE, IN PARTICOLARE NEL CENTRO DELLA CITTÀ E NEI PRESSI DELL’AEROPORTO… NEL 2024, IL PRESIDENTE BAZOUM, FILO-OCCIDENTALE, ERA STATO SCALZATO CON UN COLPO DI STATO E LE TRUPPE DI PUTIN AVEVANO PRESO IL CONTROLLO DI ALCUNE BASI MILITARI
La Guardia presidenziale del Niger ha respinto degli “insorti provenienti dalle forze armate”
che hanno tentato di “entrare nel palazzo della presidenza” a Niamey, dove gli scambi di colpi d’arma da fuoco sono ancora in corso, secondo una fonte della sicurezza in Africa occidentale.
Forti sparatorie sono state udite per tutta la notte in diversi quartieri della capitale nigerina, in particolare nel centro della città, vicino alla presidenza, ma anche nella zona dell’aeroporto, dove si trova un’importante base militare. Il segnale della tv nazionale è stato interrotto per poco più di un’ora, prima di tornare intorno alle 10.00 locali.
La televisione nazionale ha smesso di trasmettere in Niger, dopo una notte di intensi colpi d’arma da fuoco in diversi quartieri della capitale Niamey, proseguiti fino al mattino, secondo quanto riferito all’Afp da alcuni residenti. Alle 9.00 ora locale, una schermata nera aveva sostituito la programmazione di Télé Sahel, sia via satellite sia online. I residenti hanno inoltre riferito che alcuni soldati avevano bloccato l’accesso al palazzo presidenziale e alla sede della televisione nazionale.
Nella notte tra venerdì e sabato a Niamey, capitale del Niger, si sono uditi spari nei pressi della base militare adiacente all’aeroporto internazionale, già oggetto di due attacchi da parte di jihadisti quest’anno. Lo riferiscono alcuni residenti all’agenzia Afp. “Si sentono raffiche di spari e detonazioni nei pressi della base 101 di Niamey”, ha riferito un residente, circostanza confermata da altri testimoni. Il Niger è governato da quasi tre anni da una giunta che fatica a contenere le violenze jihadiste che affliggono il Paese.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA MELONI, AZZOPPATA DAL PUTINISMO DI SALVINI, INVECE DI MANDARE ARMI HA RIFILATO A ZELENSKY GENERATORI ELETTRICI…NEL FRATTEMPO SONO GLI UCRAINI AD AIUTARE NOI. FEDOROV, EX MINISTRO DELLA DIFESA UCRAINO, SVOLGERÀ UN RUOLO DI ADVISOR DEL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO: SENZA DUBBIO UNO DEI MIGLIORI ESPERTI DI TECNOLOGIE APPLICATE ALLA DIFESA…
Mikhailo Fedorov – il popolarissimo ex ministro della Difesa ucraino per il quale era scesa in piazza la gente di Kyiv quando a luglio Zelensky decise di sostituirlo – svolgerà un ruolo di advisor del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, all’interno di una partnership strategica tra Roma e Kyiv che serve a convogliare nella Difesa italiana il know how sviluppato dagli ucraini sulle nuove tecnologie belliche. Anche per integrare sempre di più le capacità di Kyiv dentro la difesa di Paesi Nato.
Fedorov – che avrebbe rifiutato analoghe proposte da inglesi e americani – spiega: «Aiuterò l’Italia a sviluppare le tecnologie della guerra moderna, a migliorare il settore della difesa e ad adattarsi alle nuove sfide nel campo della sicurezza che il mondo si trova ad affrontare». Ieri ha incontrato Crosetto, e forse il senso politico di questa collaborazione è importante non meno di quello militare.
Tra i due il rapporto è sempre stato molto buono, Crosetto è uno dei ponti principali tra Roma e Kyiv, in un centrodestra italiano in cui la tentazione filorussa è molto forte, sia dentro la coalizione sia fuori. Da questo punto di vista, spiega una fonte, le ali rappresentate da Matteo Salvini (dentro) e Roberto Vannacci (fuori) non erano esattamente entusiaste di questa iniziativa. […]
Come che sia, evidentemente Crosetto non si è fatto fermare da queste diatribe interne, né la premier Giorgia Meloni ha voluto fermarlo. Anche se, va detto, il ministro italiano vede questo rapporto con Fedorov come essenzialmente militare, un mezzo per migliorare la nostra difesa, tenendola agganciata ai principali processi di integrazione militare occidentali nell’ambito dell’Alleanza atlantica: «Oggi non basta più la semplice conoscenza delle nuove tecnologie: è essenziale la capacità di adeguare i processi organizzativi, trasformando rapidamente la sperimentazione in soluzioni operative utilizzabili su larga scala».
Fedorov è senza dubbio, in questo momento, uno dei pezzi grossi sulla scena globale nel ramo delle nuove tecnologie applicate alla difesa. Tutti lo vogliono, anche gli americani. Incassare un rapporto formale con lui è certamente un successo. Anche se un rapporto con Fedorov non è una cosa neutra. Intanto, perché rispetto a Volodymir Zelensky rappresenta certamente una polarità autonoma, nelle dinamiche politiche interne ucraine.
Da una parte infatti Fedorov è il grande talento politico che, legando anche personalmente l’Ucraina alla Silicon Valley, ha puntato sempre più su droni, robotica e AI nelle forze armate ucraine, aiutandole in maniera sostanziale a infliggere perdite gravissime ai russi (specie coi droni). Dall’altra, da quando è uscito dal ministero ha pencolato sempre di più verso le big tech americane e i loro desideri, forte dei suoi ottimi rapporti personali con Elon Musk (che Fedorov sta cercando di convincere, in questo caso in tandem con Zelensky, a concedere Starlink agli ucraini per agevolare i deep strikes ucraini in Russia) e con Peter Thiel: in assenza di Starlink, Palantir technologies sta aiutando potentemente, con i suoi software di AI, la guida dei droni che riescono ad arrivare, non intercettati, nel cuore della Russia, verso raffinerie e centri logistici anche a Mosca e a San Pietroburgo.
L’ex ministro ucraino vede certamente questo rapporto con Musk-Thiel come un mezzo per aiutare l’Ucraina. E a questo pensa. I suoi critici pensano invece che di fatto ne sia diventato una specie di frontman politico: l’uomo delle big tech a Kyiv. Come se Musk e Thiel volessero sfidare Zelensky attraverso di lui. Fedorov infatti ha parlato di necessità di nuove elezioni a Kyiv. Salvo poi rettificare un po’ il tiro. [.
da agenzie)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
“GLI SCIENZIATI VENGONO CONSIDERATI PARTE DELL’ELITE”
Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi usa parole dure nei confronti dell’esecutivo sulla
gestione dell’emergenza ambientale, denunciando un atteggiamento rinunciatario della politica. Un silenzio istituzionale sulla crisi climatica che, spiega a Repubblica, nasce «soprattutto dal senso di colpa: mettono la testa sotto la sabbia come gli struzzi per non dover riconoscere gli errori di valutazione fatti in passato».
Il fisico evidenzia la differenza tra lo sguardo miope delle istituzioni e la percezione dei cittadini: «I politici tendono a occuparsi di problemi immediati, non di quelli a lungo termine. Resta il fatto che non vogliono vedere, ma i cittadini stanno vedendo». «I politici – aggiunge – non vogliono sapere cosa c’è lontano sulla strada. Guardano il più vicino possibile perché sanno che laggiù non ci arriveranno: tra quindici o venti anni non saranno più al governo».
«I giovani non sono rassegnati ma la gente non ragiona su larghe scale temporali»
Parisi smentisce l’idea di una rassegnazione generale: «Vedo giovani che non sono affatto rassegnati. Il problema è che per invertire la situazione serve un lavoro duro di venti o trent’anni e le persone spesso non ragionano su queste scale temporali». Interrogato sull’operato delle opposizioni il premio Nobel ritiene che Avs «di sicuro» non sia troppo timida, mentre ammette di «non esserne certo» per quanto riguarda Movimento 5 Stelle e Partito Democratico.
Gli scienziati «considerati parte dell’élite»
Sono tanti i fattori a discapito della lotta al cambiamento climatico. Il primo è il divario che negli ultimi anni si è creato tra comunità scientifica e cittadinanza. Questo perché «gli scienziati vengono considerati parte dell’élite. E negli ultimi anni è cresciuto un forte sentimento contro le élite. In qualche modo vengono sempre più considerati corresponsabili di quanto sta accadendo». La soluzione risiede nella divulgazione: gli scienziati «devono imparare a comunicare meglio: solo così le persone capiranno che la scienza è indipendente e non è al soldo di nessuno».
Per contrastare il cambiamento climatico, Parisi individua una doppia strada vincolante: servono «azioni di lungo periodo mirate a diminuire le emissioni di CO2», affiancate da «interventi immediati che limitino i danni climatici ormai inevitabili e aiutino le persone più fragili ad affrontare ciò che ci attende».
(da Open)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
WALL STREET JOURNAL:I MISSILI PAC-2 E GLI ATACMS AVREBBERO GIA’ SUPERATO IL LIVELLO DI ALLARME
L’intenso impiego di munizioni nel conflitto contro l’Iran sta prosciugando le riserve strategiche degli Stati Uniti, sollevando forti preoccupazioni tra i vertici militari di Washington. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, che cita fonti ufficiali della Difesa, gli strateghi temono che il calo degli arsenali possa compromettere la capacità americana di rispondere a potenziali minacce da parte di Russia e Cina.
Il problema per l’Europa
In Europa, le scorte di sistemi critici come i missili PAC-3 e gli ATACMS avrebbero ormai superato il livello d’allarme, con carenze rilevanti anche per i Precision Strike Missiles (PrSM). Per ripianare i vuoti lasciati dalle armi trasferite da nazioni come Germania, Giappone e Corea del Sud potrebbero volerci anni. Inoltre, i riposizionamenti di sistemi avanzati come THAAD e MEROPS dall’Europa al Medio Oriente hanno costretto l’EUCOM (il Comando europeo degli USA) a rivedere i propri piani operativi.
I dati sull’impiego militare tracciano il quadro dell’escalation: da quando Stati Uniti e Israele hanno avviato le operazioni contro Teheran il 28 febbraio, gli USA hanno impiegato circa 1.700 intercettori Patriot, oltre 200 THAAD e 150 missili navali per fronteggiare i 1.500 missili balistici e 6.000 droni lanciati dall’Iran. Sebbene gli attacchi diretti si siano diradati nelle ultime settimane, la gestione delle risorse — supervisionata dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth — resta al centro del dibattito. La Casa Bianca, tuttavia, respinge ogni allarmismo: la portavoce Anna Kelly ha dichiarato che le Forze Armate dispongono di scorte «più che sufficienti» per garantire tutti gli obiettivi strategici della presidenza Trump. Ma il caso è servito.
Il nodo Nato
Per aumentare le riserve, alcuni vecchi missili da crociera Tomahawk, riporta il quotidiano, sono stati sottoposti a lavori di revisione e rimessi in servizio. La Nato sostiene comunque di avere munizioni antiaeree sufficienti. «Compresi i missili Patriot, per difenderci. E ne abbiamo ancora abbastanza per continuare a fornirne all’Ucraina», ha dichiarato il colonnello Martin O’Donnell. Anche se ultimamente, secondo il Wall Street Journal, le consegne agli alleati sono in ritardo, mentre la Russia continua i suoi attacchi missilistici contro l’Ucraina.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
QUASI CERTO CHE RANUCCI SI RIVOLGERA’ ALLA GIUSTIZIA CHE NON POTRA’ CHE DARGLI RAGIONE
Se l’obiettivo era salvare una trasmissione che totalizzava almeno il 10 per cento di share il
riusltato sembra un altro. Da ieri Report è con una redazione dimezzata, su tutti i giornali e con nessuna scaletta pronta per il prossimo 8 novembre, data della (probabile) messa in onda della prima puntata della nuova stagione. Oggi Il Corriere della Sera parla del tentativo, naufragato, del direttore dell’Approfondimento, Paolo Corsini, di premiare un paio di vecchi inviati. Dividi et impera, una mossa che ha reso irricevibile l’offerta del ruolo di capo autore a Bernardo Iovene e Giulio Valesini davanti a due conduttori che «non rappresentano Report». Niente quindi pax sindacale, con l’incubo che l’ex conduttore Sigfrido Ranucci possa vincere una sua battaglia legale futura (e oramai data per certa).
Non farsi dettare i tempi dalla magistratura è stato un punto fermo della dirigenza di Viale Mazzini, anche perché sta per aprirsi la partita del rinnovo del CdA. Adesso c’è da chiedersi che conseguenze avrà questa vicenda per la Rai e per chi oggi la guida.
La battaglia legale e lo spettro del reintegro
L’ex conduttore Sigfrido Ranucci farà battaglia fino alla fine contro chi non tollera «il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Dalla magistratura si aspetta una rivincita nei prossimi mesi: ed è proprio lo spettro del reintegro quello che da ieri, precisa il Corriere, si aggira in azienda.
L’offerta di una vicedirezione ad personam non esaurisce la questione del demansionamento secondo il conduttore, che considera tale anche il venir meno del ruolo in video dopo nove anni. L’ad personam è servito però a rassicurare i direttori delle testate (Tg1 e RaiNews24) che non dovranno condividere la gestione delle redazioni con Ranucci.
L’ulteriore proposta (la corrispondenza dall’estero) viene giudicata la più remota. Negli uffici legali Rai si ricorda il precedente di Filippo Gaudenzi (Tg1), che vinse la causa per demansionamento dopo l’avvicendamento alla conduzione serale; all’epoca il giornalista non rientrò, preferendo una compensazione di 350 mila euro. In Rai si ragiona però sul fatto che Ranucci ha 65 anni: a due anni dalla pensione e con molte ferie da smaltire, difficilmente un giudice concederebbe il reintegro, senza contare che le cause di lavoro durano fino a due anni (come dimostra il caso di Giuseppe Carboni, ex direttore del Tg1, che aveva vinto una causa alla direzione di Rai Parlamento).
Veleni, chat segrete e la spaccatura della redazione
Oggi Il Corriere riporta dei retroscena sulla bocciatura dei due nuovi conduttori Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi da parte di gran parte della redazione. Quando Corsini comunica agli inviati di punta che «Sigfrido è fuori», gran parte del nucleo storico del programma propone una sorta di «Report 2.0». Prevede che la trasmissione, a partire dall’8 novembre, sia condotta da Giorgio Mottola e Giulio Valesini, più un terzo a rotazione tra Giulia Innocenzi, Bernardo lovene e Paolo Mondani. La risposta della dirigenza è un «grazie vi faremo sapere».
Poi il giorno dopo, precisa il quotidiano, nella chat Squadra Report (circa 60 persone tra inviati, registi e redattori, ma senza Ranucci), Raffaela Notariale (Usigrai), Elisa Marincola, Alessandro Spinnato e Giulia Presutti (che sarà poi indicata come conduttrice) spingono per un comunicato a difesa del conduttore o meglio per «chiedere all’azienda di non indugiare oltre e di confermare oggi stesso Sigfrido Ranucci alla guida di Report». La chat si spacca tra chi la ritiene una mossa velleitaria e chi vuole difendere il conduttore. Sempre il quotidiano un inviato storico solleva il tema delle presunte avances di Ranucci a varie colleghe: cinque giornaliste mettono “like” al messaggio. Lo screenshot finisce a Ranucci (che chiama infuriato il collega) e il comunicato sfuma. E la situazione precipita.
L’80 per cento dei partecipanti abbandona quella chat. Nasce un altro gruppo su WhatsApp, ma senza Presutti e altri colleghi. Ed è proprio Presutti, secondo il quotidiano, ad esser accusata di aver giocato due parti, puntando alla nuova conduzione con la sponda M5S. Corsini propone poi a Valesini e Iovene il ruolo di co-autori. I due danno disponibilità per salvare la trasmissione, ma trenta minuti dopo la Rai annuncia ufficialmente i nuovi conduttori: Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi (esterno). Valesini e Iovene rifiutano l’incarico. Lunedi o martedi, ci sarà una conferenza stampa. E chi ha abbandonato quella chat è convinto di aver fatto la scelta giusta. Uno dei pensieri di ieri: «Il fondatore della pagina di Welcome to Favalas, Massimiliano Zossolo, su cui abbiamo fatto diverse inchieste, si complimenta con Piervincenzi? Ma ti rendi conto?».
(da Open)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
CIRIELLI APRE, MELONI LO RIPRENDE, FORZA ITALIA IN ANSIA
Ma davvero Vannacci entrerà nella coalizione di centrodestra? La domanda sembrava aver trovato risposta definitiva nel no, pur pronunciato in modo indiretto da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. «Come fa chi vota contro il centrodestra a volerci entrare?», la replica dei tre a chi li ha interoggati in questi mesi.
Invece la questione continua a essere più aperta che mai. A farselo sfuggire – chissà quanto involontariamente – è stato il viceministro degli Esteri di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli. Le sue parole sulla «speranza che con Vannacci si possa governare» hanno riaperto il toto-coalizione, facendo andare su tutte le furie la dirigenza di via della Scrofa, che ha tentato inutilmente di zittirlo prendendo le distanze con un comunicato in cui ha definito le sue: «parole a titolo personale». Cirielli, invece, ha mantenuto la posizione: parole a titolo personale sì e alleanza non in agenda, ma in fondo anche Meloni non ha mai attivamente escluso un’alleanza, è la sintesi del suo ragionamento. E che in politica non si possa mai escludere nulla è un fatto, è la chiosa, che è stata accolta con freddezza, ma anche attenzione, dentro FdI.
In privato, del resto, sono molti i dirigenti locali che si interrogano sull’opportunità di inglobare il generale, che in fondo è solo una voce in più a destra e sarebbe più utile dentro che fuori. La paura sui territori è che Vannacci possa drenare consenso dove FdI è in difficoltà, e sono molte le Regioni dove il partito viene descritto come «un gigante dai piedi d’argilla». Lo si è visto del resto alle regionali in Campania (dove proprio Cirielli è stato il candidato – perdente – contro Roberto Fico), ma anche in Puglia, Veneto e Trentino la situazione non è rosea. Del resto l’avvicinamento alle elezioni politiche ha messo in ebollizione tutti i partiti e anche tra i meloniani il timore per una ricandidatura esiste, tanto più se la nuova legge elettorale passerà.
I dubbi di FdI
Dentro FdI convivono due posizioni opposte. I cinici sostengono come l’8 per cento di Vannacci sia necessario con l’inabissamento della Lega verso il 4 per cento, tanto più se servirà il 42 per cento per incassare il premio di maggioranza. Non a caso il ragionamento di Cirielli è stato che «se oggi il 6 o il 7 per cento degli elettori vuole sostenere Vannacci, non si può attaccare né chi lo vota né chi riceve quei voti. Bisogna metterlo alla prova e affidargli una responsabilità». La dirigenza vicina alle sorelle Meloni, invece, ragiona all’opposto: il generale è un virus che rischia di fiaccare la coalizione come ha fatto con la Lega, tanto più che il suo 8 per cento nei sondaggi si sgonfierà di certo se portato sotto l’ombrello della maggioranza uscente.
Eppure, viene fatto notare, Meloni è effettivamente sempre stata attenta alle sue dichiarazioni: nessuna chiusura espressa, solo la constatazione che un gruppo che in parlamento vota come le opposizioni non può essere parte della sua coalizione. Dunque se Futuro nazionale cercasse l’accordo, troverebbe le porte almeno socchiuse, se non aperte? Questo è il vero interrogativo a cui risposta non c’è ancora.
Intanto, l’unico a guadagnare da queste esternazioni di fine estate è ancora Vannacci. «Come al solito, tutti parlano di noi ma non con noi», è la sua analisi, notando che «ne emerge un certo nervosismo in casa Fratelli d’Italia: si contraddicono a vicenda». E nervosismo nell’aria in casa centrodestra c’è sicuramente, non solo per questo nuovo fronte interno.
E di Forza Italia
La Lega è in ebollizione e la data cerchiata in rosso è quella del 20 settembre a Pontida per la resa dei conti tra ribelli e Salvini, mentre l’emorragia di consenso sembra inarrestabile. Un sondaggio di BiDiMedia ha collocato Futuro nazionale all’8 per cento e sopra di qualche decimo percentuale anche rispetto a Forza Italia, data al 7,3 per cento. Questo sta facendo aumentare la preoccupazione tra gli azzurri. Tra l’altro il generale sta provando a insidiare il fortino calabrese di Roberto Occhiuto, candidando alle suppletive di Reggio Calabria un ex forzista come Mimmo Giannetta, contro l’attuale tesoriere nazionale del partito, Fabio Roscioli. Il sindaco Francesco Cannizzaro ha messo a disposizione la sua rete a sostegno del candidato ufficiale, ma l’insidia è tutt’altro che di poco conto. «Si tratta di un sondaggio. Uno solo. Tutti gli altri sondaggi dicono il contrario», ha minimizzato il segretario Antonio Tajani, che ha definito Vannacci «un rappresentante dell’opposizione» e ha ricordato che è stato lui ad «andarsene dal centrodestra».
Meloni ha tentato di spostare l’attenzione su altro, intervenendo per attaccare il dem Stefano Bonaccini, che in una analisi sulle caratteristiche dell’elettorato che vota centrodestra ha parlato anche di minor scolarizzazione, intendendolo come uno degli elementi di cui la sinistra deve tener conto. «Quegli italiani, indipendentemente dalle scuole che hanno frequentato, hanno studiato sulla loro pelle le conseguenze delle politiche della sinistra» e «noi non chiediamo loro quanti titoli di studio abbiano prima di ascoltarli. Li rispettiamo», ha scritto Meloni.
Nella polemica si è inserito anche Vannacci, ricalcando le parole della premier e dicendo che «noi quella gente la ascoltiamo, la rispettiamo e la rappresentiamo. Perché il futuro dell’Italia non lo costruiscono i salotti», in una competizione a distanza ormai sistematica che la maggioranza non ha ancora trovato un modo di arginare.
(da editorialedomani.it)
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