Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
E’ RIPUGNANTE ANNUNCIARE I FUNERALI DI STATO PER UN PENDAGLIO DA FORCA
La beatificazione che il governo serbo intende fare di Ratko Mladić è ripugnante, ma
tutt’altro che sorprendente. Tra i tanti mostri che il nazionalismo genera c’è l’idea che il crimine di guerra è tale solo se sono “gli altri” a compierlo. Quando la mano che stermina è la nostra, allora lo sterminio non è più tale. Lo si chiama difesa, inevitabile reazione, perfino atto di giustizia, pur di non dare alla morte degli altri, dei loro bambini, dei loro diritti, lo stesso peso che attribuiamo alle vicende della nostra tribù.
Se poi a mettere nero su bianco la mostruosità delle azioni genocide di Mladić (o di chiunque altro) è un tribunale internazionale, appellandosi a diritti universali e dunque transnazionali, l’ira e l’odio della tribù condannata non può che essere ai massimi livelli: riconoscere pari umanità a tutti i popoli, a tutti gli individui, è qualcosa che la grettezza nazionalista non può tollerare e forse non può nemmeno capire.
Le teste degli uomini sono, da millenni, teste tribali: come potrebbe accettare, il piccolo governo della piccola Serbia, che esistano leggi di molto superiori a quel caleidoscopio di velleità nazionali (di Nazioni grosse come contrade) e di odio etnico che sono il motore della tragica storia balcanica dai secoli dei secoli?
Al tempo stesso consola e dispiace che la Serbia non faccia parte dell’Unione Europea. Consola perché evita agli altri europei la vergogna di avere tra i propri membri un paese che onora un massacratore di innocenti. Dispiace perché il solo antidoto alla bestialità del nazionalismo sarebbe riuscire ad allargare lo sguardo oltre i propri miserabili confini.
(da Repubblica)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL FAVORE A UNA SOCIETA’ DEL NEVADA CHE FINANZIA IL PARTITO REPUBBLICANO
L’amministrazione di Donald Trump sta valutando la possibilità di cedere una parte del celebre parco nazionale di Yosemite a un società immobiliare privata. Secondo un’inchiesta del sito d’informazione Notus, il governo lavora segretamente da oltre un anno alla cessione di una striscia di parco lunga meno di un chilometro alla Kingsbarn Realty Capital, società del Nevada il cui amministratore delegato è un donatore del partito repubblicano.
L’obiettivo dell’azienda sarebbe la costruzione di una strada all’interno della riserva naturale. In cambio, il National Park Service riceverebbe terreni di pari valore in un’altra zona della California. La National Parks Conservation Association, un’organizzazione che si batte per la tutela dei parchi americani, ha definito l’iniziativa un “attacco” illegittimo.
Mentre il sindacato dei dipendenti dello Yosemite si è detto “sconcertato” dalla cessione di terreni pubblici a favore di interessi privati, definendo lo scambio proposto “in antitesi con i nostri valori” di custodi del parco.
In passato era già stata avanzata una proposta per costruire una strada che attraversasse lo Yosemite ma il progetto era stato bocciato sia del presidente George W. Bush che da Barack Obama. E il precedente proprietario, Lewis Geyser, aveva perso la battaglia legale.
Il parco Nazionale di Yosemite, nella Sierra Nevada californiana, è rinomato a livello internazionale per le sue spettacolari pareti di granito, i ghiacciai, le cascate, le sequoie e la fauna selvatica.
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL “FINANCIAL TIMES”: “È UN MONDO INQUIETANTE, ED È PIÙ FACILE SOPPORTARLO SE SI PENSA CHE L’INDIVIDUO PIÙ POTENTE DI TUTTI STIA OPERANDO SECONDO UN QUALCHE GRANDIOSO DISEGNO GEOPOLITICO. LA PROSPETTIVA ALTERNATIVA, CHE SIA UN OTTANTENNE IMPREVEDIBILE E UMILIATO CON ANCORA PIÙ DI METÀ MANDATO A DISPOSIZIONE PER VENDICARSI, SEMBRA ALQUANTO PIÙ VICINA ALLA VERITÀ”
Su Wiktionary, il dizionario online, esiste una voce per “Trumpsplain” (verbo all’infinito,
tempo presente). Fare Trumpsplaining significa «spiegare o razionalizzare Donald Trump . . . le sue azioni, dichiarazioni, politiche o la sua popolarità».
Che parola inelegante. Come alternativa, Wiktionary propone “sanewash” (minimizzare gli aspetti radicali, incoerenti o bizzarri di una persona o di un’idea per farli sembrare logici e normali a un pubblico più ampio, ndR), che non è certo molto meglio. Per fortuna, non avremo bisogno ancora a lungo né dell’una né dell’altra.
Non voglio dire che Trump sia ormai un uomo del passato. Comanderà le più potenti forze armate del mondo fino al 20 gennaio 2029, qualunque cosa facciano gli elettori alle elezioni di metà mandato di novembre. Potrebbe persino salvare la faccia che ha perso in Iran con un’altra guerra o due. Ma ultimamente qualcosa è morto, ed è la tesi controcorrente a favore della sua presidenza: l’insistenza sul fatto che possieda doti strategiche impercettibili agli snob liberal.
L’Iran è stato un fiasco troppo grande per poter conciliare i fatti con quella tesi. Ha lanciato la guerra in un impeto di euforia dopo precedenti vittorie militari e perché (secondo il racconto di Marco Rubio) Israele avrebbe attaccato comunque.
Da allora, Trump non è riuscito a definire, tanto meno a conseguire, la vittoria, che nella sua mente sembra spaziare dalla «resa incondizionata» dell’Iran alla semplice riapertura dello Stretto di Hormuz, altrimenti nota come ritorno allo status quo ante.
Non è nemmeno chiaro se avesse compreso la portata delle concessioni all’Iran che ha sottoscritto nel memorandum d’intesa di giugno. La sua ultima mossa è esercitare pressioni economiche sul regime. Ciò implica uno scontro con le aziende cinesi che sostengono l’Iran, proprio mentre Trump cerca di distendere i rapporti con Xi Jinping.
Il punto non è soltanto che la sua guerra sia andata male — anche una guerra ben pianificata avrebbe potuto incontrare difficoltà — ma che contraddice gli altri suoi obiettivi, come evitare coinvolgimenti all’estero, e non reca alcun segno di una preparazione dettagliata.
In altre parole, è stata priva di strategia. È stata tutto ciò che i Trumpsplainer hanno sempre negato che lui fosse. La loro unica possibilità, adesso, è liquidare la guerra come uno scivolone fuori dal comune. Più probabilmente, Trump ha agito d’impulso per tutti questi anni, e soltanto la pura fortuna lo ha salvato dal disastro.
Il cuore del Trumpsplaining, la presunta spiegazione razionale di tutte le strane azioni del presidente, è la Cina. Il classico Trumpsplainer è un falco anti-Pechino che dà per scontato che Trump condivida la sua monomania. In realtà, è difficile pensare a un presidente che abbia alternato in misura maggiore atteggiamenti tanto concilianti quanto ostili in un rapporto bilaterale così importante.
Consideriamo l’idea secondo cui Trump nega il sostegno all’Ucraina perché la vera minaccia è la Cina, non la Russia. Anche in teoria, ha poco senso. (Affrontiamo la Cina favorendo un esito della guerra gradito alla Russia e che Pechino chiaramente desidera?) Inoltre, nella pratica, Trump fa continuamente cose che contraddicono la sua reputazione di falco anticinese.
Il suo grande amico in Europa era l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, che era l’uomo di Xi in quel continente. Per quanto riguarda la postura militare americana — la distribuzione delle basi avanzate e così via — sotto Trump non c’è stato praticamente alcun riequilibrio verso l’Asia.
In realtà, le democrazie asiatiche sono lasciate costantemente nel dubbio sul suo impegno nei loro confronti. La scorsa settimana Trump ha chiesto al Pentagono di interrompere anticipatamente una serie di esercitazioni militari con la Corea del Sud. Il motivo di questo affronto, che avrà incoraggiato la Cina e la parte comunista della penisola? «Il mio ottimo rapporto con Kim Jong Un della Corea del Nord». Così parlò il Metternich di South Ocean Boulevard.
Non c’è alcun filo conduttore, nessun grande piano. Trump non lesina il sostegno all’Ucraina per liberare risorse da destinare all’Indo-Pacifico. Lo lesina perché così gli va.
Agisce sulla base delle simpatie personali, dell’interesse commerciale personale, di alcune convinzioni che nutre da tutta la vita e, sì, della strategia. È solo che l’ultimo di questi elementi tende a essere sopravvalutato nell’insieme. […]
Quindi, chi è rimasto tra i Trumpsplainer? Chi, persino dopo l’Iran, strizza gli occhi nel tentativo di scorgere un ordine nel caos? C’è Elbridge Colby, responsabile della politica del Pentagono, la cui razionalizzazione delle azioni casuali del suo capo è creativa, nel senso in cui è creativo un uomo che vede continuamente volti nelle nuvole.
Per esempio, ciò che le democrazie asiatiche considerano un sostegno americano intermittente, Colby lo definisce «realismo flessibile», il genere di gergo da think tank che potrebbe adattarsi a qualsiasi politica immaginabile. Ma lui fa parte dello staff. Chi fa parte dello staff deve umiliarsi. La domanda è come persone che non hanno alcuna carriera in gioco — i Trumpsplainer lavorano spesso nella finanza e nella tecnologia — siano arrivate a vedere Trump come qualcuno dotato di un genio strategico sottovalutato.
Una risposta è che a spingerli in quella direzione sia stato il dileggio dei liberal. Una generazione fa, accadde qualcosa di simile con George W Bush. Poiché non era, come sostenevano i bien-pensants, un idiota, era forte la tentazione di esagerare nella confutazione e suggerire che fosse, in realtà, insolitamente scaltro. Chiamiamola scala dell’escalation.
La verità, cioè che, pur avendo un’intelligenza più che adeguata, si trovava comunque alle prese con qualcosa più grande di lui, si perse nel fuoco incrociato della contrapposizione politica.
L’altra risposta è l’autoprotezione emotiva. Questo è un mondo inquietante, ed è più facile sopportarlo se si pensa che l’individuo più potente di tutti stia operando secondo un qualche grandioso disegno geopolitico.
La prospettiva alternativa, che sia un ottantenne imprevedibile e umiliato con ancora più di metà mandato a disposizione per vendicarsi, sembra alquanto più vicina alla verità. E quante volte la verità riesce a tenere al caldo le persone?
(da agenzie)
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Agosto 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA SPESA EXTRA POTREBBE TRADURSI IN CIRCA 70 EURO A NUCLEO, SECONDO UNA STIMA DEL CODACONS – FRA I FATTORI CHE CONTRIBUISCONO ALL’IMPENNATA DEI PREZZI C’E’ L’IMPATTO DEL CLIMA SULLE RETI DI APPROVVIGIONAMENTO…I RINCARI MAGGIORI? LATTE, FORMAGGI, CARNE
Un aggravio sul carrello della spesa di 420 milioni di euro nei prossimi tre mesi, pari a 70 euro in più a famiglia. È questa la triste prospettiva che attende milioni di italiani al rientro in città dopo le ferie, stando a una stima provvisoria elaborata dal Codacons.
In media, una famiglia con due figli spende circa 2.315 euro a trimestre per l’acquisto dei beni alimentari. Ipotizzando un incremento generalizzato dei listini alimentari del 3%, si tratterebbe di un extra di circa 70 euro a nucleo.
A luglio, i prezzi dei beni alimentari non hanno vissuto una fiammata. Anzi, i non lavorati hanno rallentato la corsa. Ma i lavorati hanno iniziato a registrare un rincaro.
Un confronto dei prezzi al consumo nell’Osservatorio di prezzi e tariffe del Mimit, in una decina di città italiane, mostra che nel mese di luglio la città più cara per il pane fresco è Venezia, quella più esosa per il parmigiano Reggiano è Milano. Per la carne fresca di bovino, si tocca il massimo a Bologna, per il prosciutto crudo Firenze.
L’insalata lattuga verde costa di più a Palermo mentre le alici fresche di pescata risultano più salate a Genova. Perfino, un chilo di pomodori da sugo (ovvero un prodotto di stagione), possono sfilare dal portafoglio fino a quattro euro a Torino, più di cinque a Milano e Venezia.
Fra i fattori che contribuiscono a spingere i prezzi verso l’alto, c’è il clima. Le previsioni meteo profilano l’arrivo di un super “El Niño”, con ricadute tutte da calcolare. Secondo le ultime stime di Bruxelles, il picco di questo evento caratterizzerà soprattutto l’autunno.
Gli impatti rimangono molto incerti e le perturbazioni del mercato globale potrebbero propagarsi lungo le catene di approvvigionamento, scrive il rapporto. Dove si teme un calo?
Pur rimanendo vicina alla media quinquennale, in Europa si profila una contrazione della produzione cerealicola. Parimenti, si stima una diminuzione della produzione di olio d’oliva, di alcuni comparti zootecnici (ruminanti) e dello zucchero.
Le stesse previsioni europee, inoltre, segnalano una forte pressione sui margini degli agricoltori dovuta all’aumento dei costi di produzione, in particolare quello dei fertilizzanti la cui accessibilità in termini di prezzi è tornata a livelli paragonabili al 2022 (ovvero allo scoppio della guerra russo-ucraina).
Le filiere più colpite sono mais, riso, pascoli, soia, oltre a ortaggi, uva, olive e frutta mentre la produzione di latte nelle stalle è calata del 20%.
Quale il borsino dei rincari possibili nei prossimi tre mesi? Il termometro indica latte e formaggi, carne e uova. E ancora, la passata (il pomodoro da industria è indicato fra le colture a rischio nella regione padana).
Altro nodo, l’ortofrutta. In diverse zone d’Italia, si segnalano fenomeni di cascola di frutti e olive con perdite potenziali del 20-30%. In Toscana, alcune produzioni orticole registrano già circa il 20% in meno, gli oliveti in Liguria vanno perfino oltre questa soglia.
(da agenzie)
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