Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
E NEL PROFILO FB CHE ORA HA CANCELLATO TOLGA L’IMMAGINE DI GIORGIO ALMIRANTE, NON NE E’ DEGNA
Dal giorno in cui è stata aggredita a coltellate in classe con un suo studente di
13 anni, la professoressa Isabella Marsilio è finita sotto attacco anche sui social per i suoi post passati al setaccio, dopo che il suo nome è stato associato alla vicenda della scuola media di Centocelle a Roma. La docente ha deciso di rendere privati i profili, ma i contenuti dei suoi post tra foto di Giorgio Almirante e frasi sulla necessità della remigrazione hanno scatenato inevitabili polemiche. Attacchi che lei stessa denuncia hanno lasciato un segno fin troppo pesante. A cominciare proprio dalle sue parole sulla remigrazione: ««Su questo concetto mi hanno violentata psicologicamente – dice al Corriere della Sera intervistata da Valeria Costantini – Ma non intendevo deportazioni, di infausta memoria. Sono lontanissima da questo passato storico, dalle leggi razziali». Il termine, chiarisce, lo riferisce «solo, limitatamente ed esclusivamente, per coloro che arrivano nel nostro Paese in modo irregolare, anzi più precisamente per chi viene solo a delinquere».
Uno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enneUno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enne
Perché la professoressa ha chiuso i social
Le critiche alle sue posizioni politiche l’hanno spinta a chiudere i profili. Troppi i commenti carichi di odio, racconta l’insegnante, perché restassero aperti: «Sono stata massacrata in un modo spietato. Come se i concetti di libertà e democrazia, ai quali proprio i detrattori si appellano, fossero solo parole». Secondo lei, chi la attacca per le sue idee finisce per mostrarsi «fascista», perché limita la sua libertà di espressione. Tra gli insulti ricevuti elenca «nazista, assassina, mostro, un pericolo per la società», e c’è stato anche chi ha scritto: «peccato che il ragazzo non sia riuscito a compiere l’omicidio».
Uno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enneUno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enne
Marsilio e la definizione di “fascista”: cosa risponde
La docente è stata letteralmente salvata da uno studente originario del Congo, che ha fermato il 13enne armato di coltelli che la stava aggredendo. Marsiglio però non vede una contraddizione tra le sue idee e questo aspetto della vicenda. Al Corriere risponde: «Ma qual è la relazione tra le mie idee politiche e l’amore per quel ragazzo? La mia posizione non prevede sovranismo o difesa della razza». Ricorda che in 40 anni di insegnamento ha avuto in classe «ragazzi di tutto il mondo, di ogni etnia», con cui ha sempre costruito un rapporto «amorevole, di profonda vicinanza». Aggiunge: «Non credo nella repressione, nella mia carriera non ho mai messo una nota».
L’influenza delle sue idee nel lavoro di insegnante
Sull’eventuale influenza delle sue idee sul lavoro, la docente di lettere prova ad allontanare ogni sospetto: «Non hanno mai influito. Il punto è essere di destra, non fascista. Ed è ridicolo parlare ancora di fascismo, finito nel ’45». Per lei essere di destra significa «libertà, rispetto della propria storia, dei propri valori, ordine, rispetto». E chiude con una domanda: «Ora, se tutto quello che ho elencato significa essere fascisti, allora sì sono fascista. E la destra che sta governando, sono tutti fascisti, nazisti?».
Uno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enneUno dei post sui social della professoressa Isabella Marsiglio accoltellata a Roma da un suo studente 13enne
Il perdono all’alunno e le scuse dei genitori
Nell’intervista la docente parla anche del ragazzo che l’ha aggredita e della famiglia. I genitori le hanno scritto una mail per scusarsi e dirle di esserle vicini: «mi ha fatto davvero piacere riceverla». Marsilio racconta di essere rimasta dispiaciuta per il mancato contatto prima di allora, pur immaginando «il loro dolore, magari la loro vergogna», perché li aveva convocati per parlare del disagio del figlio, sperando di poterlo aiutare. Sul perdono, per cui è stata criticata, dice: «L’ho perdonato, ma c’è un enorme “ma”». Il ragazzo, spiega, «ha un grave malessere, va aiutato» e non può essere lasciato «a se stesso e tantomeno nelle mani dei genitori, che pare non abbiano saputo gestire le sue problematiche». Quando avrà preso coscienza della gravità di ciò che ha fatto, conclude, «se mi volesse incontrare, io certo lo abbraccerei».
(da Open)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
SONO 931,323 GLI ALUNNI CON BACKGROUND STRANIERO, L’11,6% DEL TOTALE, DUE TERZI SONO DI SECEEONDA GENERAZIONE… LE CLASSI CON OLTRE IL 20% DI STRANIERI SONO APPENA 1.000 SU 300.000 ( DI CUI 750 SONO LE ELEMENTARI)
Gli ultimi dati sono quelli della Fondazione Ismu, diffusi a inizio settembre e relativi all’anno scolastico 2024/25: 931.323 alunni con background straniero, l’11,6% del totale.
La quota più alta è alla primaria (13,7%), poi infanzia (12,7%), medie (12,6%) e superiori (8,6%, concentrati soprattutto negli istituti tecnici).
Due terzi sono di seconda generazione: Repubblica parla di 607 mila nati in Italia e 323 mila all’estero, mentre dieci anni fa i nati in Italia erano solo il 51,7%.
Negli ultimi cinque anni gli alunni sono aumentati di 84 mila unità. Poco meno della metà arriva da Paesi Ue, con la Romania in testa, e romeni, albanesi, marocchini ed egiziani insieme superano il 40% degli alunni non italiani. Numeri, nota il Corriere, non tali da configurare un’emergenza, anche perché nel tempo sono state attivate politiche di accoglienza e di rafforzamento dell’italiano. Le classi con oltre il 20% di studenti di prima generazione sono circa mille su più di 300 mila, 750 delle quali alle elementari.
udenti stranieri in classe e burqa vietato». L’attacco a Schlein e Conte su bollo e Superbonus – I video
Dove si concentrano gli alunni stranieri
Il 65% degli studenti non italiani vive al Nord. La Lombardia ospita un quarto degli oltre 900 mila ragazzi, seguita da Emilia-Romagna (12,2%) e Veneto (10,8%), mentre in molte regioni del Sud la quota non arriva al 5%. Milano ha il maggior numero di alunni stranieri, poco meno di 80 mila, e a Roma sono 63 mila. Per lo più vivono nelle periferie delle grandi città e, alle superiori, negli istituti tecnici e professionali. Repubblica cita quartieri come l’Esquilino e Tor Pignattara, dove la percentuale è più alta che altrove. I casi limite elencati dal Corriere partono dalla Giulio Cesare di Mestre gli stranieri in prima elementare superano il 90%, all’Iqbal Masih di Pioltello dove lo scorso anno erano il 43%, a Monfalcone ci sono scuole con più della metà.
Come si dividono gli alunni e perché i presidi hanno dubbi
Il decreto prevederà che gli studenti vengano prima di tutto distribuiti tra le classi della stessa scuola, secondo il Corriere. Se non basta, e un quarto delle elementari italiane fatica ad avere più di una sezione, la questione passa all’Ufficio scolastico regionale, che dovrà «smistare» gli studenti in altri istituti.
Repubblica pone la domanda pratica: che cosa succede nelle scuole frequentate quasi solo da figli di migranti? I presidi escludono di poter allontanare i ragazzi: «Non possiamo certo mandarli via», risponde Antonello Giannelli, presidente dell’Anp. Il governo parla di un maggiore coordinamento tra provveditorati e Uffici scolastici per individuare «scuole di prossimità». Il costituzionalista Salvatore Curreri, dell’università di Enna, avverte: «Se il provvedimento fosse così restrittivo da comportare lo sradicamento dei minori e delle loro famiglie dai territori, rischierebbe pure di ledere un diritto riconosciuto dalla Carta».
(da Open)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
“SE IN UNA ZONA E’ MAGGIORITARIA LA PRESENZA DI STRANIERI, CHE FACCIAMO? LI MANDIAMO VIA?”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha proposto di mettere un tetto al
numero di alunni stranieri nelle classi. Ma cosa ne pensano i dirigenti scolastici? Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi Anp, ha esposto alcune perplessità sull’iniziativa. «In termini didattici la questione è fondata e condivisibile ma è difficile trovare una soluzione tecnica – dichiara – La scuola deve prendere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, soprattutto per le scuole di infanzia e per la primaria. Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?». Per questo motivo, sottolinea, la circolare che mette un tetto del 30% «non ha potuto trovare applicazione».
«C’è anche un problema di urbanizzazione»
Tornando al problema del tetto in classe il presidente di Anp sottolinea che «è difficile trovare una soluzione a questo problema solo parlando al mondo della scuola» ma «c’è anche una questione di urbanizzazione che deve essere affrontata». «Un esempio è Prato dove in alcune zone la maggioranza delle famiglie e degli studenti sono cinesi», spiega. Infine sull’insegnamento obbligatorio dell’italiano per gli studenti stranieri: «La scuola si occupa degli studenti, diversi sono invece i centri per gli adulti. Certo, la scuola è in grado di organizzarsi ma come sempre servono risorse, serve il tempo necessario».
(da Open)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA DIRIGENTE SCOLASTICA DIVENTATA SIMBOLO DEL RISCATTO EDUCATIVO E DELLA LOTTA ALLA DISPERSIONE SCOLASTICA RISPONDE ALL0ANNUNCIO DI MELONI SULLE QUOTE DEL 30%
«Uno studente immigrato è un valore aggiunto per la scuola. Noi prendiamo tutti quelli che vengono e quando non ce la faccio creo soluzioni. Ma non deve mai succedere che io debba cacciare qualcuno fuori». C’è la voce della trincea quotidiana e non la calcolatrice dei palazzi nelle parole con cui Eugenia Carfora, preside dell’istituto Morano di Caivano, interviene al Festival di Open sul tetto del 30% di studenti stranieri per classe annunciato dalla premier Giorgia Meloni.
Il tetto del 30% agli stranieri in classe
Sullo sfondo c’è lo scontro politico riaccesosi poche ore prima che la dirigente scolastica arrivasse sul palco del festival a Parma. Dal raduno di Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, Meloni ieri ha infatti annunciato il tetto massimo di alunni stranieri per classe fissato per legge, corsi d’italiano obbligatori per i genitori e stop al burqa a scuola. «Non esiste, che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare», ha scandito la premier. Un limite, quello del 30%, che in realtà teoricamente esiste già dal 2010, ma che tra deroghe e realtà sul campo non è mai stato applicato rigidamente.
«Nessuno studente deve sentirsi invisibile»
Per la preside di Caivano la vera sfida della scuola non è tanto contare chi entra, ma fare in modo che «nessuno si senta invisibile». La sua storia ne è l’esempio più limpido. Arrivata all’istituto superiore Morano nel 2013, dopo anni già spesi nel quartiere, ha trovato un gigante di cemento abbandonato al «disordine» e agli abusi, con spazi sottratti alla comunità. Il suo lavoro è stato quello di rimettere al centro i ragazzi e le ragazze del quartiere e restituirgli gli spazi. La scuola di Eugenia Carfora non inizia e non finisce al cancello dell’istituto. Quando la mattina le aule restavano vuote, è scesa direttamente in strada. È andata a bussare alle porte del Parco Verde, una per una, a prendersi i suoi ragazzi. L’immagine di lei con il megafono in mano a gridare i nomi degli studenti per strada è diventata un simbolo. «Ero mossa dalla disperazione, io sono andata in quelle case disperata», ha confessato dal palco. «Volevo strapparli alla strada e portare un messaggio chiaro: “Guarda, c’è qualcuno che ti pensa, per il quale tu sei importante”».
«Sogno una scuola aperta tutto il giorno, anche di notte»
Una visione che per la preside rappresenta l’unico vero modo per combattere la dispersione scolastica. L’abbandono, ha spiegato sul palco di Parma, non si misura soltanto quando le sedie sono già vuote e bisogna contarle per capire come far ritornare quei ragazzi. C’è una dispersione invisibile e silenziosa che li consuma mentre sono ancora seduti al loro posto. «I ragazzi ci abbandonano anche quando li troviamo a dormire sul banco», ha avvertito. Ecco perché la scuola, a suo avviso, non può limitarsi a timbrare il cartellino delle ore. «La scuola è un faro, è una luce, è il villaggio delle opportunità. Io sogno una scuola aperta tutto il giorno, anche di notte», ha chiosato.
Gli accoltellamenti a scuola
Il filo conduttore di ogni sua scelta si riassume in una parola sola, relazione. Mentre la politica ragiona con barriere e misure drastiche, anche di fronte ai numerosi casi di violenza e accoltellamenti tra le mura scolastiche, Carfora rifiuta la scorciatoia del mero controllo. «Io davanti a tutto questo controllo vedo una sconfitta dell’umanità». Non nega la complessità delle emergenze, ma rifiuta di rinunciare al fattore umano. «Bisogna osservare i ragazzi, capire come si muovono, leggere i segnali d’allarme, e poi accorciare le distanze, ripristinare il contatto. Prendiamoci il loro cuore, abbracciamoli».
La preside simbolo del riscatto educativo
È qui che emerge la sostanza di una donna diventata simbolo nazionale del riscatto educativo nelle periferie, con una storia raccontata anche dal documentario Come figli miei di Domenico Iannacone e trasformata nella miniserie Rai La Preside, interpretata da Luisa Ranieri. Ma dal palco di Parma, Carfora smonta la narrazione del mito e il piedistallo da eroina che le hanno costruito attorno. «Io non mi sento una preside, non mi sento “LA preside di Caivano” ma una formica nell’apparato scolastico».
(da Open)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI MILENA GABANELLI PER IL “CORRIERE ALLA SERA”
A Zaporizhzhia, in Ucraina, un drone russo ha colpito una stazione di servizio e
ucciso tre persone. Secondo gli investigatori ucraini citati dal New York Times (qui) era guidato interamente dall’intelligenza artificiale: nell’ultima fase il sistema avrebbe scelto e attaccato il bersaglio senza un intervento umano. La ricostruzione pone una domanda: se a selezionare l’obiettivo è un software, chi risponde di un eventuale crimine di guerra? Il soldato, il comandante, il programmatore? La risposta può coinvolgere più persone, anche molto lontane dal fronte.
Dentro la guerra tecnologica c’è il software della californiana Palantir Technologies, che integra immagini satellitari, video dei droni, informazioni dal terreno e intelligence open source per offrire ai comandanti opzioni di targeting. In un’inchiesta di Time, il suo amministratore delegato Alex Karp dice che la sua piattaforma è «responsabile della maggior parte del targeting in Ucraina». E poi c’è Starlink, la rete satellitare di Elon Musk, che garantisce connettività continua sul campo: senza collegamento stabile la guerra dei droni non funziona alla stessa scala, con la stessa precisione, con la stessa rapidità. La novità è qui: non solo armi sempre più intelligenti, ma guerra sempre più dipendente da software proprietari e infrastrutture private.
Differenza rispetto all’arma convenzionale
Chi fabbrica un cannone normalmente non decide contro chi sparare. Vende un’arma che può essere impiegata legittimamente contro un obiettivo militare oppure illegalmente contro dei civili. La vendita, da sola, non lo rende responsabile dell’attacco. La differenza è nel ruolo del prodotto. In un sistema autonomo il software può determinare quali oggetti riconoscere come bersagli, quali segnali considerare sufficienti per attaccare e quando rinunciare. Una parte delle scelte che prima venivano compiute sul campo può essere incorporata nella progettazione. Chi scrive il programma lo modifica o ne approva le funzioni può così contribuire anche al processo di selezione del bersaglio. Questo rende necessario indagare sul suo ruolo, ma non basta a dimostrarne la colpevolezza (fonte: SIPRI e ICRC). Per capire chi debba rispondere bisogna mettere in ordine quattro passaggi: accertare il crimine, verificare il controllo dell’operatore, risalire alle decisioni del comando, esaminare il contributo del produttore.
Accertamento del crimine
La morte di civili non dimostra, da sola, un crimine di guerra. Occorre verificare che cosa si voleva colpire, quali informazioni fossero disponibili prima dell’attacco, quali precauzioni siano state adottate e quale danno civile fosse prevedibile rispetto al vantaggio militare atteso. Un guasto o un riconoscimento sbagliato non diventano automaticamente crimini: possono comportare altre responsabilità, ma per una condanna servono gli elementi specifici del reato. Lo Statuto di Roma scrive chiaramente che «errore tecnico, violazione del diritto umanitario e crimine di guerra non sono sinonimi».
Il secondo passaggio riguarda l’operatore: poteva verificare il bersaglio? Aveva informazioni sufficienti? Quanto tempo aveva per decidere? Poteva fermare l’attacco? La presenza di una persona davanti a uno schermo non garantisce, da sola, un controllo effettivo. Alessandro Arduino, autore di La guerra è cambiata. Droni, IA e mercenari (Einaudi), individua proprio questo squilibrio: «Al momento abbiamo un’intelligenza artificiale che sceglie gli obiettivi». L’essere umano, osserva, ma non è «così veloce cognitivamente da poterci star dietro». Non è un’assoluzione del soldato, ma una ragione per non scaricare automaticamente su di lui tutta la responsabilità.
Risalire al comando
Il terzo passaggio riguarda chi ha ordinato l’attacco e stabilito come impiegare l’arma, ovvero chi ha scelto l’area operativa e chi ha deciso quanta autonomia concedere al sistema. Un comandante può rispondere per aver ordinato un crimine, ma anche per i crimini delle forze sotto il suo controllo effettivo, se non ha adottato le misure necessarie e ragionevoli per prevenirli, reprimerli o segnalarli alle autorità competenti. In sostanza, l’automazione non cancella i doveri di comando.
Responsabilità del produttore di software
Il quarto passaggio porta dentro l’azienda. L’articolo 25 dello Statuto di Roma prevede la responsabilità di chi, allo scopo di agevolare un crimine, aiuta a commetterlo anche fornendo i mezzi. Dunque non riguarda soltanto i militari, ma può coinvolgere dirigenti e sviluppatori. Facciamo un esempio ipotetico. Un reparto chiede di modificare un programma per identificare e attaccare deliberatamente dei civili. Un responsabile tecnico realizza quella modifica. Se vengono provati il contributo e gli elementi soggettivi richiesti, quel dirigente può rispondere del crimine anche senza aver pilotato il drone.
Diverso è vendere un programma utilizzabile legittimamente che il cliente impiega poi per un attacco criminale. Il contratto di fornitura non dimostra il concorso e non basta nemmeno conoscere genericamente i rischi della tecnologia. Bisogna ricostruire che cosa ciascuno abbia fatto, saputo e voluto: istruzioni, richieste del cliente, modifiche, test, avvertimenti e comunicazioni possono diventare elementi dell’indagine.
Sappiamo che la Corte penale internazionale giudica persone fisiche, non società, poiché le eventuali responsabilità dell’azienda dipendono dagli ordinamenti nazionali. E trovare un componente commerciale dentro un drone non dimostra, da solo, la complicità del produttore. Né un difetto del software equivale automaticamente a un crimine di guerra. Sta di fatto che alla fine provare la responsabilità penale di progettisti e programmatori è una strada percorribile, ma piena di difficoltà, come evidenzia lo studio congiunto SIPRI e ICRC.
Il caso delle mine antiuomo
Per le mine la decisione è stata quella di vietare la produzione, non soltanto un determinato impiego. La Convenzione di Ottawa del 1997 proibisce agli Stati aderenti l’uso, lo sviluppo, produzione, acquisizione, stoccaggio e trasferimento delle mine antipersona, salvo l’utilizzo di quelle esistenti per scopo di addestramento. L’articolo 9 richiede misure nazionali, comprese sanzioni penali, contro le attività vietate, e per punirne la produzione illegale non occorre aspettare che una mina uccida qualcuno. In questo caso è vietato il prodotto stesso, non solo un determinato uso. Il caso delle mine però è diverso dal concorso in un atto criminale e, pertanto, non si può estendere automaticamente quel tipo di divieto a ogni software militare che utilizzi l’AI. Tuttavia il Comitato internazionale della Croce Rossa chiede nuove proibizioni e restrizioni specifiche per i sistemi autonomi, complementari alle regole del diritto umanitario già applicabili.
Guerra tecnologica con vittime di massa
I droni russi lanciati sull’Ucraina sono stati 50 mila solo nel 2025. Una trasformazione che investe anche medici, soccorritori e operatori umanitari. Il presidente di Medici Senza Frontiere, Ettore Mazzanti, ci dice che dieci anni fa i droni erano utilizzati anche per usi civili e sanitari: trasporto di sangue, medicinali, campioni clinici in zone remote, mentre oggi operare con i droni in Ucraina diventa molto più difficile. L’immagine dominante è quella di una minaccia che vede, insegue, aspetta, riduce lo spazio del soccorso e allarga quello della paura. La guerra sempre più tecnologica non è chirurgica né asettica e non ha impedito perdite di massa.
Il Center for Strategic and International Studies stima, tra febbraio 2022 e giugno 2026, almeno 525-625 mila perdite militari ucraine tra morti, feriti e dispersi, con 125-150 mila morti. Per la Russia, circa 1,4 milioni di perdite, di cui 400-450 mila morti. Sono stime che non includono le vittime civili e non separano quelle uccise dai droni o dall’intelligenza artificiale.
In Sudan, invece, l’organizzazione indipendente Acled ha registrato nel 2025 almeno 2670 morti, fra militari e civili, collegati direttamente agli attacchi con i droni. Un’espansione del 600% rispetto al 2024, con un aumento degli attacchi dell’81%. Anche qui i dati non dimostrano che i bersagli siano stati scelti dall’AI.
È davanti a queste morti che la catena delle responsabilità deve restare ricostruibile. Nessuno è colpevole soltanto per il mestiere che fa; nessuno è necessariamente estraneo perché lavora lontano dal fronte. Il software non può essere imputato, mentre chi contribuisce a un crimine attraverso quel software, può esserlo.
Milena Gabanelli e Marta Serafini
(da il corriere.it)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
HANNO MESSO PER ISCRITTO CHE LA GUERRA IN CORSO NON E PIU’ SOSTENIBILE
A Washington è successo qualcosa che non si vedeva dagli ultimi anni del Vietnam. I vertici delle forze armate americane hanno messo per iscritto che la guerra in corso non è più sostenibile, hanno continuato ad eseguire gli ordini, e poi hanno fatto in modo che il paese lo venisse a sapere. Non è un ammutinamento. È un’operazione di salvataggio del proprio didietro, quella che nel gergo militare americano si chiama cover your ass, condotta con la freddezza di chi sta già scrivendo la propria memoria difensiva per un processo che si terrà fra due o tre anni.
I fatti sono questi. Nel registro riservato che fotografa ogni due settimane la disponibilità delle forze americane nel mondo, il Secretary of Defense Orders Book, edizione del 14 agosto, i comandi per l’Europa, l’Indo-Pacifico e l’America Latina, insieme al capo delle operazioni navali, hanno risposto all’ordine di prolungare fino al 2027 il dispiegamento di oltre cinquantamila uomini in Medio Oriente con la formula tecnica del non-concur. Non siamo d’accordo, ma obbediremo. L’ammiraglio Daryl Caudle ha messo a verbale che soltanto un quarto dei cacciatorpediniere è pronto a prendere il mare. Il generale Alexus Grynkewich, che comanda in Europa, ha dichiarato di non disporre di navi sufficienti per assolvere i propri compiti. E tutti insieme hanno segnalato che le scorte di Patriot, THAAD e Tomahawk sono esaurite. Il giudizio complessivo, riferito dal Washington Post che ha pubblicato lo scoop il 30 agosto, è inequivocabile. Dopo sei mesi l’operazione si è spinta troppo oltre ed è durata troppo a lungo.
Chi conosce il funzionamento delle grandi burocrazie sa leggere un atto di questo genere. Il non-concur non ferma nulla. L’ordine viene eseguito comunque, le navi restano dove sono e i cinquantamila uomini non tornano a casa. Proprio perché non produce effetti operativi immediati, il suo significato è interamente rivolto al futuro. È un documento di archivio, destinato a consentire che un domani si possa stabilire chi aveva avvertito e chi, ciononostante, aveva ordinato.
Che questa sia la lettura corretta lo ha certificato la reazione della Casa Bianca. Il portavoce del Pentagono ha parlato di tradimento, e pochi giorni dopo il dipartimento ha rimosso dalla rete interna classificata i documenti in questione.
Il Pentagono ha smesso di credere che questa guerra possa essere vinta e ha cominciato a scontare in anticipo la sconfitta politica di chi l’ha voluta. Non soltanto quella elettorale di novembre. Il calcolo è più a lungo termine.
Le piroette della Casa Bianca in questi sei mesi si spiegano solo così. Ad aprile il presidente prometteva di distruggere ogni centrale elettrica e ogni ponte dell’Iran, cioè la civiltà materiale di un paese di novanta milioni di abitanti. A giugno firmava a Versailles il memorandum di Islamabad. Fine delle sanzioni, sblocco dei fondi congelati e un piano di ricostruzione da almeno trecento miliardi di dollari da destinare… al nemico. Nella storia delle guerre è il vincitore che impone riparazioni al vinto. Qui il presunto vincitore prometteva di pagare i danni al presunto sconfitto pur di potersi ritirare proclamando la vittoria. Due giorni dopo la firma, Trump definiva quei trecento miliardi una fake news dei democratici. Oggi, scaduti i sessanta giorni e con Hormuz mai riaperto, lo stesso presidente accetta di fatto la chiusura dei due stretti della penisola arabica. Il 10 settembre l’Arabia Saudita ha chiesto un intervento americano contro gli Houthi e se l’è visto rifiutare.
Il memorandum di Islamabad fu la prima traccia visibile della pressione del Pentagono, due mesi prima che il registro degli ordini finisse sui giornali. Con una differenza sostanziale, però, perché allora i militari glielo dissero in privato e lui obbedì, mentre ora lo hanno messo agli atti e lo hanno fatto sapere al paese.
Non è la prima volta, ed è il punto che dovrebbe far riflettere gli sprovveduti adoratori della forza militare americana. Dal disastro del Vietnam nacque la dottrina Weinberger-Powell, secondo cui cui non si combatte senza obiettivi chiari e senza sostegno popolare. La formula elegante con cui i militari scaricarono sui civili una guerra che avevano chiesto, pianificato e perduto.
Dall’Iraq scaturì la rivolta dei generali in pensione contro Rumsfeld, con identico effetto. Ogni volta l’apparato esce dalla crisi intatto, con un bilancio accresciuto, mentre il conto politico viene pagato dall’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Questa volta l’inquilino è Trump, circostanza che rende l’operazione più facile, perché scaricare un presidente in caduta è una prodezza alla portata di tutti.
(da il Fatto Quotidiano)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
CON L’ATTUALE LEGGE ELETTORALE IL VANTAGGIO SAREBBE DI 27 SEGGI TRA CAMERA E SENATO, CON L RIFORMA SALIREBBE A 118
C’è un dato, nelle simulazioni elaborate da Only Numbers sui dati delle
intenzioni di voto realizzate per la trasmissione Porta a Porta, che merita di essere isolato dal resto e messo sotto una lente d’ingrandimento perché con la stessa identica distribuzione dei voti – centrodestra al 41,1% e centrosinistra al 43, 2% – il Rosatellum e lo Stabilicum produrrebbero due Parlamenti differenti nei numeri, ma non nell’esito politico. Infatti, con questi dati, nel confronto tra le due leggi elettorali, il “campo Largo” al gran completo resterebbe sempre la coalizione di maggioranza, tuttavia a cambiare in modo tutt’altro che marginale sarebbe invece l’ampiezza di questa maggioranza.
Con la legge elettorale in vigore dal 2022, il vantaggio del centrosinistra sarebbe di 12 seggi alla Camera e di 15 al Senato, mentre con la nuova proposta di legge elettorale, questo stesso vantaggio di voto si dilaterebbe fino a 78 seggi alla Camera e 40 al Senato. In questo senso, da un vantaggio di appena 2 punti percentuali si otterrebbe una rappresentanza parlamentare con un vincitore netto, in grado di governare con un’ampia stabilità. Questo non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, ma è la sostanza stessa della domanda che ogni riforma elettorale dovrebbe porsi e che si traduce in quanto deve pesare il consenso reale espresso dagli elettori, e quanto invece il meccanismo che trasforma quel consenso in seggi? Il Rosatellum, con la sua quota di collegi uninominali maggioritari, tende a premiare le coalizioni ampie e coese su scala nazionale. Lo Stabilicum, riequilibrando la componente proporzionale, potrebbe restituire una rappresentanza più fedele al voto reale, anche se questa fedeltà rischia di essere accentuata, o addirittura distorta, dal premio di maggioranza, ottenibile solo dalla coalizione che superi – a oggi – il 42% dei consensi.
In questa simulazione emerge con chiarezza l’importanza dei partiti al di fuori delle principali alleanze, e qui il riferimento va soprattutto a Futuro Nazionale e ad Azione. Il partito di Roberto Vannacci risulta ancora attrattivo per una quota significativa di elettori di centrodestra e, con il 7,4% rilevato dalle intenzioni di voto, otterrebbe 19 seggi alla Camera e 11 al Senato con il Rosatellum, che potrebbero diventare 24 e 12 con lo Stabilicum. Azione di Carlo Calenda, con il 3,3%, raggiungerebbe 8 seggi alla Camera e 1 al Senato con l’attuale legge elettorale, contro 11 e 5 con la nuova proposta. La riflessione che emerge da questi numeri è duplice. Da un lato, i partiti che si collocano fuori dalle grandi coalizioni sembrano essere i beneficiari più coerenti del passaggio allo Stabilicum: crescono in entrambi i rami del Parlamento, e nel caso di Calenda al Senato il salto da 1 solo seggio a 5 è proporzionalmente il più vistoso di tutta la simulazione. Dall’altro, per Giorgia Meloni la nuova legge elettorale rappresenterebbe un prezzo doppio perché, non solo la sua coalizione perderebbe seggi rispetto al Rosatellum, ma anche all’interno del centrodestra il non alleato Vannacci – che si posiziona proprio sul terreno identitario conteso con Fratelli d’Italia -, risulterebbe rafforzato più che proporzionalmente, sottraendo peso relativo al partito della premier nello stesso campo politico. È evidente che in caso di accordo tra il centrodestra e Futuro Nazionale questa alleanza garantirebbe alla coalizione un vantaggio in termini percentuali con entrambe le leggi elettorali accaparrandosi il massimo dei seggi distribuibili e blindando la governance. Basti pensare che, unendo aritmeticamente i consensi rilevati per le due liste, il centrodestra allargato a Vannacci supererebbe il 48% dei voti, ben oltre la soglia del 42% che fa scattare il premio di maggioranza. Un’ipotesi che ribalterebbe l’intero scenario qui descritto. In questo caso tuttavia, l’instabilità si presenterebbe non tanto nella capacità di vincere, ma in quella di governare con un alleato così “esuberante” all’interno della maggioranza.
Nel dettaglio dei partiti il salto più vistoso è quello attribuito al Partito Democratico, che alla Camera passerebbe da 63 a 111 seggi. Un balzo che dice più di molte analisi teoriche su come i sistemi elettorali distribuiscano il potere all’interno delle stesse coalizioni. Il fenomeno, del resto, non riguarda solo il centrosinistra perché guardando al peso di ciascun partito dentro la propria coalizione, la dinamica è perfettamente simmetrica. Alla Camera, Fratelli d’Italia passerebbe dal 38,8% dei seggi del centrodestra con il Rosatellum al 61,7% con lo Stabilicum, esattamente come il Partito Democratico salirebbe dal 33,2% al 50, 7% dei seggi del centrosinistra. Lo stesso schema si ripeterebbe al Senato. Un contrappunto curioso in questo esercizio matematico arriva da Forza Italia, che al Senato resterebbe fissa a 12 seggi in entrambi i sistemi. La nuova legge, insomma, non si limita a spostare seggi tra le due coalizioni, ma concentra il potere nel partito egemone di ciascun campo, comprimendo il peso relativo degli alleati minori anche quando questi ultimi guadagnano seggi in termini assoluti. È probabilmente da considerazioni di questo tipo che è nato tra i commentatori il soprannome “Melonellum”, coniato da chi ha letto la riforma come pensata per consolidare il vantaggio del governo in carica. I dati di questa simulazione raccontano, invece, l’esatto contrario, e sembrano quasi confermare quella sorta di superstizione che accompagna da sempre chi cambia la legge elettorale: il timore di perdere, alle elezioni successive, proprio con le regole che si è contribuito a scrivere. Uno strumento, insomma, che potrebbe rivelarsi un boomerang per chi lo ha voluto, capace di trasformare un vantaggio elettorale modesto in una sconfitta parlamentare netta. È un paradosso che dovrebbe indurre alla cautela sia i sostenitori più entusiasti sia i detrattori più netti della riforma.
Le leggi elettorali, per loro natura, producono effetti che raramente coincidono con le intenzioni di chi le scrive, e dipendono in modo determinante dai rapporti di forza del momento in cui vengono applicate, non da quelli immaginati al momento della loro approvazione. Su questo punto si dividono, legittimamente, due visioni della democrazia rappresentativa. Chi guarda con favore a una maggiore proporzionalità sottolinea che un sistema più fedele al voto reale riduce le distorsioni maggioritarie e restituisce dignità a ogni singolo voto, indipendentemente da dove sia stato espresso. Chi invece difende l’impianto attuale, o quantomeno una sua correzione più moderata, teme che un eccesso di proporzionalità renda più difficile la formazione di maggioranze stabili, aprendo la strada a governi meno coesi o a trattative post-elettorali più lunghe e opache. Sono argomenti che meritano di essere ascoltati entrambi, senza appiattire il dibattito sulla convenienza di parte del momento. C’è infine un’avvertenza che la stessa simulazione richiama e che vale la pena ribadire con la stessa insistenza con cui si sono diffusi i numeri: il testo dello Stabilicum non è ancora legge. Modificato dal Senato il 15 settembre rispetto alla versione approvata dalla Camera in luglio, dovrà affrontare una terza lettura a Montecitorio a partire dal 28 settembre, e nulla esclude che emendamenti ulteriori possano cambiare, anche sensibilmente, gli scenari qui descritti. Prima di trasformare questi numeri in certezze di vittoria o di sconfitta sarebbe saggio ricordare che si tratta, appunto, di una simulazione che fotografa un possibile epilogo, ma non ne garantisce nessuno.
Alessandra Ghisleri
(da lastampa.it)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL CONDUTTORE DI QUATRTA REPUBBLICA DA OTTENUTO 50.000 EURO DA ENAV E AFFIDAMENTI DA REGIONE LAZIO E LIGURIA… IL VOLTO DI DRITTO E ROVESCIO HA VINTO UN APPALTO DI 100.000 EURO CON SPORT E SALUTE
Di sera presentatori e cantori del governo Meloni, di mattina imprenditori con società che prendono appalti anche con enti pubblici. Non mancano contratti per migliaia di euro. Da società, come Sport e Salute, alle autorità portuali, fino alle Regioni: tutti legati comunque alla medesima area politica venerata nei talk show di cui sono i mattatori.
Porro e Del Debbio sono i volti più noti e influenti del melonismo televisivo. I megafoni mediatici della destra: in televisione, sui giornali. E ovviamente sui social. «Giorgia Meloni profuma di popolo. Quello che per molti a sinistra è un puzzo, per noi è un profumo», ha detto, dal palco di Atreju nel 2024, Paolo Del Debbio, presentatore di Diritto e rovescio su Rete4. Il principale esempio del retequattrismo, modello di informazione sovranista. Più di recente Nicola Porro, conduttore di Quarta Repubblica, ha messo nero su bianco sui social: «Bollo auto, addio a una tassa odiosa». Un claim che sarebbe stato perfetto per il sito di Fratelli d’Italia. Del resto il pensiero di Porro è noto: «Che piaccia o no Giorgia Meloni oggi è uno dei leader più influenti in Europa». Non a caso la presidente del Consiglio preferisce i loro salotti televisivi per le interviste. Trova un ambiente accogliente, disposto ad amplificare gli slogan. Ma, appunto, non c’è solo l’attività giornalistica, protesa verso il centrodestra.
Del Debbio, Porro, così come molti altri volti mediatici della destra, hanno le loro società che li porta ad avere rapporti con enti statali, che talvolta elargiscono compensi. Ricalcando quanto già raccontato su Daniele Piervincenzi, nuovo co-conduttore di Report, e socio della Outcast srls, beneficiaria di due affidamenti di 47mila euro totali dal Cnel di Renato Brunetta.
Affari in famiglia
Nicola Porro è probabilmente uno dei nomi più noti nel giornalismo di area meloniana. Vicedirettore de Il Giornale e conduttore della trasmissione Quarto grado su Rete4, nonché della striscia quotidiana di approfondimento 10 minuti, Porro ha sempre amato definirsi un «liberale di destra», affermando in uno dei suoi libri che «le disuguaglianze fanno bene».
Il giornalista risulta titolare di due società: una è Liberiliberi srl, in cui ricopre la carica di presidente del cda, mentre l’altra è la Lunifin srl, sempre società a responsabilità limitata. Porro è socio unico, la carica di presidente del cda è ricoperta dalla moglie, Allegra Galimberti.
La società di famiglia, con sede a Milano, è la vera gallina dalle uova d’oro, edita il sito web ufficiale del conduttore, Nicolaporro.it: il bilancio del 2025 riporta ricavi per 2,7 milioni di euro. Numeri che hanno di poco migliorato quelli già importanti del 2024, quando i ricavi ammontavano a 2,6 milioni di euro. Notevoli gli utili: 946mila euro per lo scorso anno, in quello precedente addirittura 988mila euro. La capacità di macinare utenti è alla base dei numeri importanti della Lunifin. Qualche introito, poi, arriva anche grazie a rapporti con enti pubblici.
L’ultimo in ordine cronologico risale al febbraio 2026, l’agenzia regionale per la promozione turistica della Liguria ha dato un affidamento diretto da 5mila euro alla Lunifin per una campagna promozionale della regione, presieduta oggi da Marco Bucci.
I rapporti con le amministrazioni di centrodestra sono ottimi. Lo scorso anno la regione Lazio di Francesco Rocca ha assegnato un appalto, sempre da 5mila euro, per la campagna di comunicazione Ancora oggi sui servizi sanitari regionali. In precedenza, nel 2025, la società si era aggiudicata un affidamento da 50mila euro da parte dell’Enav, società pubblica che dipende dal ministero dell’Economia e delle finanze ed è sottoposta alla vigilanza del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti. La somma è stata elargita per l’evento, del luglio 2025, «La Ripartenza. Liberi di Pensare», ideato da Nicola Porro. La stessa Enav aveva assegnato, nel 2023, un altro appalto, più piccolo, da 4.500 euro. L’anno precedente anche la Sace, il gruppo assicurativo-finanziario, controllato dal Mef, aveva fatto una campagna pubblicitaria da 8mila euro sul sito di Porro.
C’è poi il capitolo delle autorità portuali. A febbraio 2026 la società di Porro ha ottenuto 5mila euro dall’Autorità di sistema portuale del mare di Sicilia occidentale (che già nel 2024 aveva dato la stessa somma), guidata da Annalisa Tardino, già eurodeputata della Lega e molto vicina al ministro Salvini. Il leader leghista l’ha infatti indicata alla guida dell’ente che Autorità di sistema portuale (Adsp) del mare di Sicilia occidentale che gestisce e coordina e promuove i porti di Palermo, Termini Imerese, Trapani, Porto Empedocle, Gela e Sciacca.
Affidamenti di simile importo sono arrivati da altre Adsp, in Liguria come nel Lazio. Intrecci tra pubblico e privato, tra informazione e politica. Porro, contattato da Domani, ci ha inoltrato la risposta di Lunifin srl: «Lunifin, editore della testata nicolaporro.it e organizzatrice de La Ripartenza, conta circa 140 tra inserzionisti pubblicitari e sponsor, privati e pubblici. I rapporti con gli enti citati sono contratti di pubblicità e sponsorizzazione, dello stesso tipo che quegli enti stipulano con numerose altre testate, compresa, ci risulta, Domani, e rappresentano una frazione del fatturato di Lunifin». Tuttavia, aggiungiamo noi, c’è una netta differenza: Domani è una Fondazione che non distribuisce utili, Porro unico socio che incassa tutto, oltre ai lauti stipendi di Mediaset e dagli Angelucci, che insieme arrivano a poco meno di un milione di euro.
Dunque, aggiunge la nota di Lunifin «sia il giornale sia La Ripartenza hanno raccolto pubblicità e sponsorizzazioni, anche da soggetti vigilati, con governi e amministrazioni di ogni colore, e non soltanto negli ultimi quattro anni. Non esiste alcun conflitto di interessi con l’attività televisiva di Porro. La raccolta pubblicitaria di Lunifin non ha alcuna relazione con le trasmissioni prodotte da Rti, società diversa, con una propria struttura editoriale indipendente».
Diritto e rovescio
Ma la questione non riguarda solo e soltanto Porro. Anche Paolo Del Debbio è uno dei nomi che si divide tra televisione pro-Meloni e attività private che vivono anche di fondi stanziati da enti controllati dalla politica. Già assistente dell’ex ad di Fininvest Fedele Confalonieri, Del Debbio, su Rete4 volto di Diritto e rovescio, è attualmente proprietario della società milanese Lumiere, che si occupa di campagne marketing.
Il bilancio del 2025 dice che l’azienda del giornalista ha un valore totale di produzione di non molto superiore ai 100mila euro, lo scorso anno ha chiuso con ricavi per 112mila euro e addirittura con una perdita di circa 26mila euro. Ma il vero affare Del Debbio l’ha fatto con un’altra sua società, ora in liquidazione, cancellata dal 2025. Si tratta di Idea workshop srl, con sede a Milano. L’azienda era attiva nel campo della comunicazione. Domani ha scoperto che nel 2023 Idea workshop ha ottenuto ben 100mila euro da Sport e Salute spa, l’azienda pubblica che come socio unico ha il ministero dell’Economia e delle finanze, nata su idea di Giancarlo Giorgetti ai tempi del primo governo Conte.
Il motivo dell’appalto? Servizi di «consulenza per la strategia e la creatività delle campagne online e offline». La gara risale al novembre 2022, alla precedente gestione di Sport e salute, quando l’amministratore delegato era Vito Cozzoli, mentre nel ruolo di direttore generale figurava Diego Nepi, attuale ad della spa, considerata la cassaforte dello sport. Del Debbio era stato scelto dunque per rilanciare l’immagine della società. Contattato da Domani, il giornalista ha detto: «Non vedo alcun tipo di conflitto di interesse. Meloni non c’entra. Si trattava di un lavoro di tre anni fa, richiesto a questa mia società che ora non esiste più. E poi nei miei talk c’è la stessa percentuale di ospiti della maggioranza e di quelli di opposizione. Tutti i leader, dal centrodestra fino ad Avs, si complimentano per l’equilibrio. Io ho fatto un tipo di televisione un po’ mirata, ma sono passati 25 anni. Vi è andata male».
Quel che è certo è che Porro e Del Debbio non sono i soli a mescolare la loro attività giornalistica, presentata come imparziale a difesa dell’esecutivo, con attività che gli garantiscono introiti da enti gestiti dalle stesse forze politiche venerate nei salotti dei loro talk show. (1-continua)
(da EditorialeDomani)
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Settembre 21st, 2026 Riccardo Fucile
DAL GIORNO DELL’INSEDIAMENTO SONO AUMENTATE DA 17 A 22 LE AUTO DI SERVIZIO A DISPOSIZIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Ci sono più auto blu in giro per l’Italia, oltre 31mila. Negli anni del governo
Meloni, anche a Palazzo Chigi, dall’inizio della legislatura, la dotazione di auto di servizio è infatti aumentata. A fine 2022, pochi mesi dopo l’insediamento dell’esecutivo in carica, erano 17 a uso non esclusivo con autista. I dati del 2025 parlano di 22 auto in totale, di cui 5 con uso esclusivo. Insomma, dalla presidenza del Consiglio a guida Giorgia Meloni arriva l’esempio. E così dalle asl alle authority indipendenti, dai ministeri ai comuni (e alle sempiterne province), le amministrazioni pubbliche non rinunciano a un benefit simbolico. A metterlo nero su bianco è il censimento annuale sulle auto di servizio della Pa della Funzione pubblica: alla fine del dicembre 2025 «si registra un aumento complessivo del numero di veicoli censiti, che raggiungono le 31.181 unità».
Anche se il dipartimento mette le mani avanti: l’incremento è «connesso all’aumento delle amministrazioni partecipanti e alla maggiore qualità delle informazioni raccolte», scrive in una nota. Insomma, ci sono più amministrazioni che hanno fornito i dati. Ma in alcuni casi la crescita è innegabile. Non c’è solo l’incremento di Palazzo Chigi, anche al ministero delle Infrastrutture, guidato da Matteo Salvini, risulta un’esponenziale crescita con una dotazione complessiva di 83 auto di servizio rispetto alle 58 di inizio legislatura. In questo caso, tuttavia, sotto l’egida del leader leghista sono aumentate di molto le dotazioni (senza autisti) per gli uffici, a quota 77, lasciando solo 6 veicolo con autista. Il dato è comunque notevole. Più mezzi di servizio ci sono al ministero della Salute di Orazio Schillaci: nel 2023 se ne contavano appena 2 a disposizione degli uffici, oggi sono 4 (con una a uso esclusivo con autista). Chi ha tagliato è invece il ministero della Cultura di Alessandro Giuli, passato da 43 a 36 veicoli, di cui 3 in meno a uso esclusivo. Il censimento, tuttavia, non riguarda solo il governo.
La Corte dei Conti ha attuato una riduzione drastica: da 22 auto di servizio è scesa a 14. Non tutti sono virtuosi, però. Le Province hanno visto depotenziate le proprie funzioni, ma restano vive e vegete. E amano le autoblu. Un dato su tutto: nel 2023, nel complesso, si contavano 968, oggi ce ne sono almeno 1.231. Dal Nord al Sud, le abitudini non cambiano. La provincia di Brescia ne ha dichiarate 69 – più de triplo rispetto alle 22 del 2023 – a disposizione degli uffici, quella di Reggio Calabria 53, sebbene in lieve calo. Ma la passione per le auto blu resta. Ovunque.
(da Editoriale Domani)
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