“NON PENSAVA ALLA SLA, PENSAVA A VIVERE”: LA STORIA DI SILVIA E DELLA CASA NATA DAL SUO IMPEGNO PER GLI ALTRI: UN ESEMPIO PER GLI ITALIANI CHE SANNO ANCORA AMARE IL PROSSIMO
MORTA DI SLA A 47 ANNI, SILVIA CODISPOTI CONTINUA AD AIUTARE GLI ALTRI… IL SUO PROGETTO OFFRIRA’ OSPITALITA’ A PERSONE CON SLA, FAMILIARI E CAREGIVER… IL PADRE: “MI HA INSEGNATO A GUARDARE SEMPRE AVANTI”
Silvia Codispoti aveva solo 23 anni quando ha ricevuto la diagnosi di SLA (sclerosi laterale amiotrofica), una grave malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni e provoca una progressiva paralisi dei muscoli volontari, pur lasciando solitamente intatte le facoltà cognitive e sensoriali.
Dopo aver affrontato la malattia con ottimismo e coraggio, diventando volontaria AISLA (Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica) per aiutare altre persone con SLA e le loro famiglie, Silvia si è spenta il 1° maggio 2025, a 47 anni. Pochi giorni fa, però, Silvia è riuscita a fare ancora una volta un dono per gli altri.
Il 3 luglio scorso è stata inaugurata la Casa di Silvia, il primo progetto nazionale di ospitalità accessibile, promosso da AISLA, pensato per accogliere le persone con SLA, i loro familiari e i caregiver durante periodi di sollievo, cura e vicinanza. Una casa attrezzata dove chi vive con questa malattia così difficile possa avere momenti di serenità.
“È stata una collaborazione con AISLA che ha deciso di acquistare la casa per fare questo lavoro e per noi è stata un’emozione molto grande”, ha raccontato a Fanpage.it il papà di Silvia, Pino Codispoti, presente all’inaugurazione insieme alla mamma, Gianna.
“Adesso questa casa sarà una casa vacanze per persone con SLA e per persone con disabilità. Lei l’aveva acquistata proprio perché a Savona non riusciva a trovare un hotel attrezzato”, aggiunge.
La Casa di Silvia si trova infatti a pochi chilometri dal mare, vicina allo Scaletto Senza Scalini, la spiaggia accessibile di Savona che da anni rappresenta un modello di inclusione e accessibilità.
“Mia figlia ha scoperto di avere la SLA nel 2003. Per lei è stata una batosta, era anche in ospedale da sola, noi eravamo a casa. All’inizio era molto preoccupata, si era rivolta a diversi dottori ma ogni volta per lei era una delusione”, racconta ancora Pino.
“Poi ha ripensato alle parole che le aveva detto uno di questi medici. Quando lei gli ha chiesto: ‘Ma come sarà la mia vita?’; lui le ha risposto: ‘Dipende da lei, può pensare alla malattia oppure pensare a vivere‘. E così lei ha fatto, ha pensato non a quello che non poteva, ma a quello che poteva fare”.
“Ha fatto tanti viaggi, è stata a New York, Parigi, Londra, si è lanciata con il paracadute. Ha detto sì a ogni bella opportunità, pensava soprattutto a vivere. – prosegue – Ha creduto a fondo nell’amore e nell’amicizia e da AISLA ha imparato che donare se stessi è gratificante per il cuore più di quanto si possa immaginare”.
Silvia faceva parte dell’associazione e lavorava con loro da casa con il puntatore oculare, usava gli occhi per scrivere e comunicare: “Se questa casa oggi esiste è perché Silvia mi ha insegnato a guardare sempre avanti. Abbiamo deciso di trasformare ciò che abbiamo vissuto in un’opportunità per altre famiglie”, conclude.
“Sapere che queste stanze si riempiranno di voci, di speranza, di giorni condivisi e di nuovi ricordi ci rende profondamente felici. È il modo più bello per continuare a sentire Silvia accanto a noi”.
(da Fanpage)
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