BOLSONARO HA I VOTI DELLA CHIESA EVANGELICA DI ESTREMA DESTRA”: INTERVISTA ALLA POLITOLOGA JULIANA PEIXOTO
IL 25 OTTOBRE IN BRASILE SI VOTA IL BALLOTTAGGIO TRA LULA E FLAVIO BOLSONARO… SECONDO GLI ULTIMI SONDAGGI E’ TESTA A TESTA
Il prossimo 25 ottobre si celebrerà il ballottaggio tra Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio
Bolsonaro per la presidenza del Brasile. Al primo turno il candidato ultraconservatore ha sopravanzato quello progressista di circa due punti percentuali; Lula, ora, cerca di rimontare il risultato per vincere il suo quarto mandato alla massima guida del paese. Ne parliamo con la brasiliana Juliana Peixoto Batista, residente in Argentina e componente del Núcleo del Partido dos Trabalhadores in Argentina. Peixoto è ricercatrice del Conicet e del Flacso nell’area delle relazioni internazionali.
Al primo turno delle presidenziali Bolsonaro ha superato Lula per circa il 2% dei voti, contrariamente a quanto sostenevano i sondaggi: che è successo?
È successa la stessa cosa in Brasile nel 2022, già allora era chiaro che i sondaggi non interpretano completamente gli scenari elettorali. In questo caso ci sono dei fattori più strutturali: c’è un voto “silenzioso” nell’estrema destra, quello che in Argentina si chiama “il voto della vergogna”, diversamente da come succede per l’elettorato di centro-sinistra che annuncia il proprio voto nelle manifestazioni, con le proprie bandiere. Questo, in molti casi, offre una falsa idea sulla maggioranza dei consensi, che è ciò che sta succedendo. Quello che accade in Brasile è l’appoggio incondizionato di gran parte della chiesa evangelica all’estrema destra, un voto che è molto difficile da cambiare perché è su base religiosa e si tratta di un cambiamento strutturale.
Una parte delle chiese evangeliche sta però con il centro-sinistra.
C’è sempre stato un movimento evangelico più progressista che sostiene un’agenda sociale più prossima alla sinistra, ma si tratta di una minoranza. Che ora rivendica il riferimento a quello spazio progressista, dopo il primo turno, spiegando che gli altari della chiesa non sono luoghi da cui chiedere il voto a nessuno, che il compromesso di un credente è con la propria fede e non con un candidato specifico. In meno di trent’anni la popolazione evangelica è passata in Brasile da meno del 5% al 27%.
L’Argentina è il paese dove le chiese evangeliche sono meno radicate, forse anche per la forte presenza di interessi legati alla popolazione giudaica.
È un fenomeno che tarderà un po’ a installarsi, ma è già iniziato nei settori più lontani dai grandi centri di opinione, nei settori popolari a basso reddito, nei quartieri più vulnerabili. È vero che in Argentina è comunque meno radicato rispetto al Perù, alla Bolivia o al Brasile e che c’è una maggiore penetrazione giudaica, che è di estrema destra, è sionista, ossia che per certi aspetti gli uni e gli altri non stanno su fronti opposti, appoggiano gli stessi settori: Flávio Bolsonaro sostiene incondizionatamente Israele, come Javier Milei.
Si è detto che Lula non è riuscito a sollevare l’entusiasmo di un tempo. Dopo il primo turno ha rivisto tutto il sistema della comunicazione ed è tornato a mobilitare il suo elettorato in piazza, specialmente i giovani: è la strada giusta?
Penso di sì. C’è una differenza rispetto alle elezioni precedenti: Lula allora usciva appena dal carcere, il governo di Jair Bolsonaro era piuttosto malconcio, l’economia non andava bene e Lula era vissuto come un martire, ossia il fascino che suscitava allora era molto più forte. Oggi Lula guida il governo, e non è mai facile farsi rieleggere stando al governo, in uno scenario nazionale e regionale complicato, con Trump e paesi vicini che hanno una politica pro-statunitense. I mezzi di comunicazione brasiliani stanno tutti con Bolsonaro e coprono quello che succede altrove costruendo un racconto deviato dalla realtà, secondo cui, per esempio, in Argentina va tutto bene.
C’è chi sostiene che in questa epoca le aspirazioni della società non giochino più quel ruolo centrale di prima e prevalga piuttosto l’affermazione soggettiva degli elettori, è così?
È sempre più così, ma credo che c’è una parte legata alla materialità, alle condizioni di vita, insomma il voto “del portafoglio”, che è ancora importante. Lula ha conquistato più voti tra la comunità di brasiliani all’estero e ne ha persi all’interno del paese, e questo dà un’idea della soggettività. Noi che stiamo fuori del paese vediamo come va il mondo, la politica di Trump, in Europa e in America Latina avanziamo con il voto. Invece, la soggettività costruita all’interno del paese è un’altra.
Quanto incide la frammentazione dello spazio pubblico prodotta dai social sul primeggiare di una visione individualista?
È un fattore importante, soprattutto quando risulta evidente che l’algoritmo gioca per le estreme destre. Come nell’essere riusciti a eliminare account quali quello di Lula. Le reti sociali fanno sì che quell’individualismo, quella bolla sia più blindata e dal momento che l’algoritmo gioca per una parte, è tutto più complicato. Non sono ottimista in questo senso, salvo che ci sia un patto globale di regolamentazione dell’algoritmo, perché altrimenti si andrà sempre più verso una riduzione degli standard. Una regolamentazione che non ci sarà con l’amministrazione di Trump. E anche se si dice che la materialità sta importando di meno, bisogna tornare a questo, per me la soluzione è tornare a costruire radicamento nel territorio, materialità, comunità.
In Argentina c’è un detto, secondo cui “dov’è il giro di mate l’algoritmo non entra”. Abbiamo perso molto radicamento in favore delle chiese evangeliche, laddove lo Stato non arrivava e loro risolvono problemi molto concreti e urgenti della popolazione, come quelli legati all’alcoolismo o al gioco d’azzardo. Un altro attore che è venuto per risolvere i problemi della gente sono le milizie, la base di appoggio della famiglia Bolsonaro. In Rio vennero a risolvere il problema della sicurezza, vendendola come sicurezza parastatale alla classe media e medio-bassa e così cominciarono a espandere il loro consenso tanto che in Rio vincono, l’illusione che le milizie abbiano collaborato alla soluzione del problema è passata e i cittadini continuano a scommettere sulla famiglia Bolsonaro.
In America Latina il voto utile sta diventando una costante e si riversa sulle estreme destre, considerate il vero baluardo contro il nemico/avversario progressista.
Hanno costruito nemici molto rapidamente. Ci sono differenze tra i paesi. In Argentina, per esempio, il peronismo è molto più antico e il voto conservatore è un voto antiperonista e non importa chi sia il candidato che si vota. In Brasile questo non era mai successo fino all’impeachment di Dilma Rousseff (esponente del PT ed ex presidente del Brasile, destituita dal parlamento nel 2016, ndr). In quell’occasione riuscirono a costruire un antipetismo, un antilulismo violento, orientando con molta efficienza il voto verso qualunque opzione vincente che non fosse per Lula.
Che destra è quella rappresentata dal clan Bolsonaro?
Non è una destra tradizionale, è una destra recente che rappresenta un fenomeno abbastanza comune in America Latina. I leader di questa destra, con l’eccezione di Keiko Fujimori in Perù (che è parte della destra più tradizionale, ndr), sono per lo più personaggi spuntati fuori dal nulla con un discorso di rottura e l’appoggio delle destre tradizionali e Milei è l’esempio più emblematico. La famiglia Bolsonaro ha una tradizione politica che ha la base di appoggio nelle chiese evangeliche e nelle milizie. È una famiglia di politici che non rappresentava la destra tradizionale, non aveva peso politico oltre gli affari, la corruzione e il suo coinvolgimento criminale. Era una mafia locale che utilizzava il Congresso per i suoi interessi e che a un certo punto è riuscita a canalizzare l’appoggio delle destre.
Lula lascia un’economia in condizioni migliori, colpisce soprattutto il buon dato della disoccupazione riportata al livello quasi fisiologico. È un problema il livello del debito pubblico?
Non credo che l’opinione pubblica arrivi a interessarsi del debito pubblico. C’è una costruzione del messaggio sull’inflazione (poco al di sotto del 5%, ndr) che è molto dannosa, anche perché l’inflazione è un problema che interessa tutto il mondo e perciò è difficile da spiegare in un paese in cui, fino a non molto tempo fa, i beni di genere alimentare erano molto economici. Subito dopo la pandemia, le auto e i generi alimentari che erano molto economici smisero di esserlo. Questo ha un effetto sulla vita quotidiana delle persone e su questo l’estrema destra costruisce la sua propaganda. È una costruzione sull’economia molto elementare.
Quando nelle scorse settimane si è scoperto un nuovo giacimento petrolifero alla foce del Rio delle Amazzoni, Lula ha detto che questo rafforza la sovranità nazionale del Brasile: che fine ha fatto la denuncia della crisi climatica?
Un atteggiamento che la letteratura ecologica definisce come neo-estrattivismo. Prima Lula lo nascondeva meglio e adesso il mondo è cambiato molto, siamo tornati indietro, tutti sono asserragliati sulle proprie risorse strategiche, salvo chi le sta consegnando ad altri, come l’Argentina, che ha venti trattati con gli Stati Uniti su diverse materie.
Lula è stato determinante nell’avvio dei Brics e nel raggiungimento dell’accordo tra Mercosur e Unione Europea; che fine farebbe l’impegno del Brasile in entrambi gli spazi economici se Bolsonaro diventasse presidente?
Se vincesse Bolsonaro non so se il Brasile uscirebbe dai Brics, con Bolsonaro padre il paese non uscì dall’alleanza, per cui non credo che ce ne andremo via. Ma la questione è delle risorse della banca, ossia delle risorse alternative che sarebbero disponibili. Per quanto riguarda l’accordo Mercosur – Ue, penso che ci sono alcune strategie che il Brasile è riuscito a mantenere indipendentemente dal presidente di turno di difesa commerciale e che magari non cambierebbero molto. Forse la diplomazia del Brasile, che è un po’ più stabile dei governi, continuerà a difendere in qualche modo gli interessi commerciali, oltre il governo, magari con più o meno retorica. Perciò non so se ci sarebbero cambiamenti radicali in materia di politica estera economica, magari ci sarebbe piuttosto l’allineamento con gli Stati Uniti in materia di sicurezza e difesa.
Parliamo dell’ingerenza degli Stati Uniti nei processi elettorali dei paesi dell’America Latina: come sta agendo nei confronti del Brasile? Parlavamo prima dei social, Lula ha denunciato Meta, da cui dipendono Fb, WhatsApp e Instagram.
Penso che in Brasile è un po’ più difficile fare questo, dicono sempre che è il paese più avanzato della regione nella gestione dei dati, quindi è molto difficile manipolare i dati. Il che non vuol dire che sia ugualmente difficile manipolare l’opinione pubblica attraverso i social. Di fondo c’è un interesse economico degli Stati Uniti sulle risorse del Brasile. Un altro obiettivo americano è quello di entrare nelle transazioni bancarie del paese, perché il Brasile è l’unico paese della regione che si serve del Pix per i bonifici bancari, un sistema di pagamenti pubblico gestito dalla banca centrale senza commissioni.
All’ultima Assemblea generale delle Nazioni Unite, Lula ha affermato che il Brasile “non entra nel cortile di nessuno”: nel caso in cui Bolsonaro fosse eletto presidente che impatto avrebbe sull’intero continente americano?
Il panorama è piuttosto preoccupante perché ci sono gravi denunce di ingerenze degli Stati Uniti. Per quanto riguarda il Brasile, Jair Bolsonaro ha un altro figlio negli Stati Uniti che sta operando per influire e realizzare vincoli con l’amministrazione americana. Alcuni aspetti sono cambiati rispetto a un tempo, perché prima c’era una disputa strategica, eravamo in uno scenario di guerra fredda e anche gli Stati Uniti erano diversi. Adesso la strategia è molto più aggressiva e sta riuscendo a conquistare democraticamente molti seguaci nell’America Latina. Se prima per gli Stati Uniti era necessario fare un colpo di Stato per annichilire la resistenza dei paesi della regione, oggi non ce n’è bisogno e quindi è più preoccupante, perché è una strategia più aggressiva che vince con le elezioni.
Con il Venezuela non è stato così e non lo sta essendo con Cuba.
Ma sono gli unici due paesi, negli altri è avvenuto democraticamente. E perfino le situazioni di Venezuela e Cuba sono rese molto più invisibili, il dibattito si è spostato molto più a destra: che non venga vissuto come uno scandalo un intervento degli Stati Uniti sul territorio latino americano è davvero preoccupante ed è un segnale dei tempi che corrono.
Lula può vincere il ballottaggio?
Può vincere, oggi è uscito un nuovo sondaggio che riduce ancora la differenza col suo avversario. Si gioca tutto nell’area dell’astensione e nel cambio della campagna dove si stanno discutendo i programmi elettorali, mettendoli a confronto. Inoltre, lo slogan della campagna di Lula ora è: “Destra e sinistra contro Bolsonaro”, ossia che non è più rilevante l’appartenenza politica quanto la difesa della democrazia.
(da Fanpage)
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