Maggio 1st, 2017 Riccardo Fucile
LE COMPAGNIE DI BANDIERA DI GRECIA, SPAGNA E PORTOGALLO SONO IN ATTIVO, LA NOSTRA ALLO SFASCIO
Cominciamo da una curiosità : vi ricordate i Pigs, che in inglese vuol dire maiali, ma in sigla sta per Portogallo, Italia, Grecia e Spagna?
Erano i Paesi del Sud Europa che rischiavano la bancarotta al culmine della crisi dello spread.
Bene, adesso tre su quattro hanno compagnie aeree di bandiera (o ex di bandiera) che macinano utili, nonostante la crisi economica generale non ancora finita.
Un solo Paese su questi quattro, invece, ha una compagnia ex di bandiera tecnicamente fallita, indovinate quale.
La considerazione diventa ancora più umiliante se si osserva che, in realtà , nella sigla Pigs originaria la “i” non rappresentava affatto l’Italia (forse se ne è perso il ricordo) ma l’Irlanda. Stendiamo un velo pietoso e ci fermiamo qui, evitando di paragonare Aer Lingus, e peggio ancora il colosso Ryanair, con Alitalia.
Non facciamo la solita analisi della colpe ma guardiamo al futuro.
Domani comincerà la ricerca di un nuovo socio industriale per Alitalia che possa sostituire l’uscente Etihad (a meno che non si trovi il modo di trattenere la stessa Etihad ridiscutendo le condizioni della sua presenza).
La Lufthansa, prima indiziata a un possibile ingresso nell’azionariato, ha già detto di no, ma potrebbe averlo fatto per non scoprire subito le sue carte.
A che punto siamo?
L’analista Antonio Bordoni, docente di gestione, osserva che «alla luce dei cambiamenti avvenuti nel settore dell’aviazione civile, se oggi un vettore fosse interessato al nostro bacino di traffico non avrebbe più bisogno di controllare un vettore locale. Ciò è particolarmente vero per le compagnie comunitarie. E dal momento che la maggiore attrattiva nel caso Alitalia non consiste nel comprare la compagnia, ma nel controllo del mercato italiano, c’è da aspettarsi che non ci sarà la fila degli acquirenti fuori alla porta di Alitalia».
Bordoni elenca le opzioni fattibili dell’eventuale acquirente.
«La prima possibilità consiste nel totale controllo dell’azionariato, ed è ciò che ha fatto Lufthansa nei confronti della Swiss, della Brussels Airlines, e di Austrian Airlines. In pratica si possono far decollare dai rispettivi aeroporti voli di compagnie all’apparenza svizzere, belghe, austriache che direttamente connettono questi Paesi con i più interessati mercati mondiali rispetto alle esigenze nazionali, ma che nazionali in realtà non sono, in quanto fanno parte di Lufthansa Group».
In alternativa, «senza ricorrere al totale controllo azionario di ex vettori di bandiera, si possono effettuare collegamenti dagli scali nazionali all’hub straniero del vettore e da qui portare i passeggeri alla destinazione finale. È quello che fanno oggi Air France, Klm, British Airways —per citare solo alcuni vettori- dagli aeroporti italiani».
Infine, «una terza soluzione intermedia alle due» dice Bordoni «è costituita da quanto proprio Lufthansa fece nel 2009 allorchè costituì a Malpensa la Lufthansa-Italia, o quanto fatto da Easyjet che ha fondato EasyJet Switzerland».
Questo significa che «oggi per una compagnia che fosse seriamente interessata al nostro mercato vi siano alternative rispetto all’acquisizione azionaria del vettore. Fra le tre opzioni citate, quella del controllo delle compagnie ex di bandiera è stata scelta da Lufthansa nei confronti di vettori che avevano una penetrazione minima nel loro territorio da parte delle low cost, e comunque hanno una rete nazionale molto più limitata della nostra, caratterizzata da ben 42 aeroporti attivi».
Che cosa se ne conclude? Bordoni: «Può un vettore essere interessato ad acquistare una compagnia aerea di un paese dove Ryanair ha acquisito il primato assoluto per numero passeggeri? 32,6 milioni nel 2016 contro i 23,1 di Alitalia. A mio parere no».
Allora in che cosa si può sperare?
Secondo Bordoni ci sarebbe questa possibilità . certo tutta da costruire, una possibilità che rinvia a uno dei Pigs, anzi al più derelitto, la Grecia.
«Una opzione tuttora praticabile sarebbe quella che in Italia vi fosse un imprenditore o gruppo di imprenditori che essendo svincolati dalla zavorra della gestione pubblica riuscissero a far decollare un vettore realmente indipendente. Si tratterebbe di formare una compagnia che nella fase iniziale limiti le ambizioni all’area continentale e mediterranea riuscendo però a competere con i consolidati vettori low cost. Per quanto può sembrare strano esiste un precedente molto vicino a sostegno di questa ipotesi, in Grecia. La Aegean Airlines originariamente era una compagnia executive, poi si è trasformata in vettore di linea e oggi è oggi il maggior vettore ellenico, avendo assorbito anche la ex compagnia di bandiera Olimpic».
Un sogno a occhi aperti? Fare questo anche in Italia non sarebbe impossibile.
(da “il Secolo XIX”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA I DIPENDENTI ALITALIA CHE PENSANO A RICICLARSI: “FACCIO LE PULIZIE, QUI NON C’E’ SPERANZA, LE FARO’ ALTROVE”
Mentre ancora non si spegne la speranza di un salvataggio in extremis dell’Alitalia da parte del
governo, con la nazionalizzazione, tra i dipendenti a Fiumicino spunta la tentazione di «riciclarsi», di rimettersi in gioco sul mercato. Anche in settori diversi da quello del trasporto aereo.
Marco, 47 anni, assistente di volo, due figli di 8 e 14 anni, una moglie che svolge la sua stessa professione, non ha dubbi: «Può sembrare strano, ma preferisco andare a fare il magazziniere in un supermercato a 1200 euro al mese rispetto ai 2800 che guadagno oggi come assistente di volo, piuttosto che accettare un piano di tagli che mi umilia e mi avvelena la vita».
È già successo a un suo collega, il quale dopo la crisi del 2008 non è stato reintegrato dalla cassa integrazione.
«È stato costretto a vendere la casa e ha trovato posto in un supermarket, io sono pronto a fare altrettanto perchè non mi posso certo permettere di rimanere a spasso con due bambini da mantenere e la moglie che si trova nelle mie stesse condizioni. Ma mi creda non siamo pentiti di aver votato “No” al referendum perchè ormai non ne potevamo più. Da quasi dieci anni è uno stillicidio di crisi, inciuci e tagli che non hanno portato niente di buono. Credo sia arrivato il momento di guardare la vita con maggiore realismo: il management che si è succeduto negli anni ha fallito, i nostri diritti sono stati calpestati e non era più tollerabile che ci piegassimo a scelte industriali inconcludenti. Basta essere presi in giro».
Insiste molto sull’importanza di «essere rispettati» anche Andrea, 51 anni, pilota da 24, padre di due figli di 17 e 21 anni.
«Dal 2008 sono stato demansionato due volte, ho anche accettato sedi periferiche, a Milano e Palermo. E che cosa ho concluso? Ho speso più soldi di quelli che ho guadagnato pur di essere in qualche modo vicino alla mia famiglia. Tutti ci considerano una classe di privilegiati, pensano che facciamo la bella vita sempre in viaggio, ma non immaginano i sacrifici che dobbiamo sostenere per conciliare lavoro e famiglia».
Andrea rivela anche disagi e difficoltà di carattere psicologico: «Per riprendermi dal demansionamento professionale sono persino finito in psicoterapia. Sinceramente ho meno paura del commissariamento che del programma industriale dell’azienda: meglio un futuro incerto ma chiaro, piuttosto che un papocchio com’era l’accordo appena bocciato dal referendum. Nel lavoro, come nella vita, si deve scendere a compromessi, ma c’è un limite a tutto: sotto un certo livello non si può scendere. E in Italia lo abbiamo già fatto troppe volte. Noi piloti avremo probabilmente più opportunità degli altri dipendenti a ricollocarci presso altre compagnie, ma penso ancora all’Alitalia come a una grande famiglia e confido nella possibilità di buone opportunità anche per gli altri lavoratori».
L’ansia sul futuro non riguarda solo i dipendenti Alitalia ma anche quelli dell’indotto, le stime raccontano di un rapporto uno a quattro: a fronte dei 12.500 lavoratori della compagnia aerea ce ne sono altri 40 mila collaterali.
Come Angelica, 53 anni, da 20 addetta alle pulizie uffici Alitalia per conto di un’impresa esterna.
«Noi non abbiamo votato, ma se avessimo potuto avrei scelto il “No”. Tanto questa dirigenza, come le precedenti, non ha dimostrato di essere in grado di risolvere i problemi. Io dopo il 2008 sono stata in cassa integrazione due anni e mezzo e mio figlio, che ha 33 anni e fa le pulizie a bordo degli aerei Alitalia, è appena finito in solidarietà . Sono tempi duri e non si profila niente di buono. Se non ho paura di perdere il posto? Certo che ce l’ho, ma è talmente oscillante che tanto vale ricominciare da capo. Sa qual è il vero problema degli amministratori di Alitalia? Guardano solo al proprio tornaconto senza cambiare nulla: la musica è sempre la stessa, cambiano solo i cantanti».
(da “La Stampa”)
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Aprile 26th, 2017 Riccardo Fucile
SOLO ALTRI SEI MESI DI VITA… SCONTRO CON RENZI CHE NON VUOL SENTIRE PARLARE DI FALLIMENTO
Trecento milioni di euro per sei mesi di commissariamento, non di più. E’ quanto è disposto a spendere il governo per Alitalia, dopo il no dei lavoratori al piano di salvataggio preparato da azienda, esecutivo e sindacati.
Oltre alla spesa per gli ammortizzatori sociali, s’intende, da quantificare a seconda di come andrà .
Lo shock al governo è ancora forte e i 300 milioni — contenuti in ‘manovrina’ inizialmente come garanzia dei soci se il piano di salvataggio fosse stato approvato al referendum aziendale — non si sa ancora esattamente come spenderli, adesso che il piano è stato bocciato.
Ma all’indomani del voto il destino di Alitalia sembra segnato.
Almeno secondo il ministro Carlo Calenda. Non la pensa come lui Matteo Renzi.
Ma andiamo con ordine.
Dice Calenda al Tg3: per Alitalia ci sarà un “breve periodo di transizione straordinaria e poi o vendita parziale o totale degli asset oppure fallimento”.
Qualche minuto dopo parla il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato. Fallimento? Manco per sogno, è il suo ragionamento.
“Non lasceremo sole le famiglie – dice Rosato – l’impegno del Pd è stare accanto a una grande azienda italiana, va cercata fino in fondo una soluzione. Tante migliaia di lavoratori e un grande indotto non possono essere dispersi: l’Italia che vive di turismo e cultura non può restare senza una compagnia al servizio del sistema Paese. I problemi vengono dal passato, quando la destra non ha accompagnato Alitalia sul mercato nell’accordo con Air France”.
E’ chiaro che il caso Alitalia diventerà campo privilegiato di sfida tra Renzi e Calenda, a confermare i rapporti tesi ormai da tempo tra i due.
Di certo sarà cavallo di battaglia dell’ex premier dopo le primarie del Pd che domenica prossima – stando ai sondaggi – dovrebbero confermarlo alla segreteria del partito.
Ciò che è meno chiaro è come il governo collocherà i 300 milioni di euro per Alitalia, in quali forme.
I 300 milioni sono quelli previsti dalla cosiddetta ‘manovrina’, chiesta dall’Ue quale correzione dei conti pubblici italiani per 3,4 miliardi di euro. Solo che nella manovrina sarebbero serviti come garanzia per i soci, nel caso di approvazione del piano di salvataggio da parte dei dipendenti Alitalia. Ecco il testo:
“Aumento di capitale fino a 300 milioni per Invitalia — il Mef potrà sottoscrivere l’aumento che dovrebbe consentire alla controllata del Tesoro di fornire garanzia pubblica ad Alitalia”.
Adesso che il piano è stato bocciato, dal Tesoro aspettano le indicazioni dei ministri Calenda e Graziano Delrio: il caso Alitalia è principalmente nelle loro mani, con la mediazione di Gentiloni.
Ma per tutta la giornata i renziani hanno atteso le mosse di Calenda, prima di esprimersi. Il ministro prevede un prestito ponte per gestire la fase di emergenza, il “breve periodo di amministrazione straordinaria”.
Ora si tratta di capire come modificare la ‘manovrina’ per usare i 300 milioni in una cornice che nel frattempo è cambiata. Discussione che si annuncia non semplice, viste le tensioni tra Renzi e Calenda: il caso Alitalia dovrà passare in Parlamento, nella discussione sulla manovrina chiesta dall’Ue prevista per maggio.
E poi c’è da vedere se sarà il caso di riaprire una trattativa con la Commissione europea sull’uso di soldi pubblici per Alitalia, già avvenuto in passato. Da Bruxelles lasciano trapelare che Roma potrebbe farlo, essendo passati dieci anni dall’ultimo intervento statale sulla compagnia di bandiera. Ma al governo non si tranquillizzano: il caso Alitalia li ha buttati nel panico.
Perchè tutte le opzioni sul tavolo hanno delle controindicazioni. Anche l’uso dei 300 milioni per far volare gli aerei e non lasciare a piedi chi ha già comprato biglietti Alitalia, magari per le vacanze estive, potrebbe prestare il fianco alle polemiche politiche.
E’ per questo che dal governo ci tengono a sottolineare che l’intervento servirebbe solo a salvaguardare i diritti dei cittadini, non quelli di chi ha rifiutato l’accordo.
E poi 300 milioni potrebbero non bastare, visto che secondo i primi calcoli servono 230 milioni di euro al mese per far volare gli aerei, tra carburante, stipendi, diritti vari e manutenzione.
E ancora c’è il tema degli ammortizzatori sociali: Calenda fa una stima di un miliardo di euro. I 12 mila dipendenti di Alitalia sono una sorta di bomba sociale pronta a esplodere, in caso di fallimento.
Insomma, comunque vada, il governo dovrà mettere mano al portafoglio. Vito Riggio dell’Enac mette in chiaro che potrà rilasciare il certificato di operatore aereo ad Alitalia a patto che venga commissariata “entro 2-3 giorni” e a condizione che ci siano le risorse. Certificato da rinnovare “di mese in mese”, dice.
La strada sembra segnata: commissariamento e fallimento, se non ci sono investitori disposti a rilevare la compagnia.
“Esclusa la nazionalizzazione”, precisa il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a Sky. Dita incrociate: Alitalia potrebbe finire come Swissair, dicono dal governo facendo riferimento alla compagna svizzera, fallita e poi rinata. Ma il futuro è tutto da scrivere.
In ogni caso, insiste Calenda, “mettere altri miliardi di euro pubblici e mantenere l’azienda in perdita non è il caso: i cittadini non chiedono questo”.
Andrea Boitani, professore alla Cattolica e componente della struttura di missione del ministero delle Infrastrutture, prepara il terreno a quello che sarà . “E’ legittimo aspettarsi il fallimento” di Alitalia, dice all’Adnkronos, perchè “un’azienda privata che non riesce a trovare le risorse per andare avanti deve andare in fallimento”.
Oggi Alitalia “è una compagnia irrilevante rispetto al mercato aereo”, continua Boitani, e anche l’eventuale acquisizione da parte di un’altra compagnia, “sempre possibile”, comporterebbe comunque “un completo smantellamento, sia dal punto di vista dell’occupazione che dei contratti di lavoro”.
L’incontro con Cgil, Cisl e Uil fissato per domani a Palazzo Chigi è stato rinviato a dopo l’assemblea dei soci di Alitalia, convocata per il 27 aprile dal cda della compagnia, ma potrebbe slittare al 2 maggio. Susanna Camusso chiede l’intervento della cassa depositi e prestiti, richiesta che cade nel vuoto.
Alitalia è ormai terreno scivoloso per il governo, un piano inclinato che potrebbe anticipare la fine anticipata della legislatura, ipotesi che Renzi non ha mai veramente messo da parte.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
PARTE L’ITER PER IL COMMISSARIAMENTO, CONFERMATA PER ORA LA LICENZA DI VOLO
Il Cda di Alitalia “data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione” ha “deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse”. È quanto si legge in una nota della compagnia.
Il Consiglio di Amministrazione di Alitalia, convocato oggi, “ha preso atto con rammarico della decisione dei propri dipendenti di non approvare il verbale di confronto firmato il 14 aprile tra l’azienda e le rappresentanze sindacali”, si legge in una nota.
“L’approvazione del verbale – continua la nota – avrebbe sbloccato un aumento di capitale da 2 miliardi, compresi oltre 900 milioni di nuova finanza, che sarebbero stati utilizzati per il rilancio della Compagnia. Data l’impossibilità di procedere alla ricapitalizzazione, il Consiglio ha deciso di avviare le procedure previste dalla legge e ha convocato un’assemblea dei soci per il 27 aprile al fine di deliberare sulle stesse”.
Etihad dice sì al commissariamento. “L’accordo preliminare con i sindacati era stato reso possibile e supportato dai leader degli stessi sindacati, dal management di Alitalia, dal Primo Ministro Italiano e da tre Ministri del Governo, che avrebbero aiutato a mettere il futuro di Alitalia al sicuro. Il rifiuto di questo accordo nel referendum è profondamente deludente”. Lo dice in una nota James Hogan, presidente e amministratore di Etihad.
“Una condizione fondamentale” per il pacchetto da due miliardi di euro concesso da Etihad e dai soci italiani di Alitalia per aiutarla a finanziare il suo piano industriale quinquennale era “un lavoro condiviso e congiunto di tutte le parti interessate, inclusi i sindacati”, continua Hogan. “Supportiamo la decisione odierna del consiglio di amministrazione di convocare un’Assemblea dei soci per il 27 di aprile per avviare le procedure previste dalla legge”, aggiunge Hogan.
L’Enac e’ disponibile a lasciare il certificato di operatore aereo (Coa) all’Alitalia in attesa che nell’arco di un paio di giorni venga nominato il commissario, dopodiche’ la licenza verra’ sospesa e al commissario, verificato che abbia a disposizione le risorse sufficienti, verra’ concessa un’autorizzazione temporanea rinnovata mese per mese. E’ quanto spiega il presidente dell’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile), Vito Riggio, interpellato dopo l’annuncio che il consiglio di amministrazione dell’Alitalia avviera’ le procedure previste dalla legge.
“Ci hanno detto – afferma Riggio – che un po’ di soldi ce li hanno e per ora gli lasciamo la licenza in attesa che arrivi il commissario che dovrebbe avere le risorse sufficienti. Se non le avesse, dovremo interdire la possibilita’ di emettere biglietti. Una volta deciso il commissario il Coa viene sospeso e rilasciata un’autorizzazione temporanea rinnovabile mese per mese. L’importante e’ che arrivi subito il commissario in non piu’ di due o tre giorni”.
Da parte aziendale l’Alitalia, che ha convocato un’assemblea degli azionisti per giovedi’ 27, ha fatto presente che la riunione potrebbe slittare in seconda convocazione al 2 maggio. Comunque uno degli elementi fondamentali da chiarire e’ se il governo e’ disponibile a dare un supporto economico, anche se temporaneo, per permettere la continuita’ aziendale. Tema che dovrebbe essere chiarito domani pomeriggio in occasione della riunione tra governo e le parti al ministero dello Sviluppo Economico.
(da “Huffingtonpost”)
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Aprile 25th, 2017 Riccardo Fucile
UN PASTICCIACCIO TUTTO ITALIANO, CON TUTTI COLPEVOLI: PERDE 700 MILIONI ALL’ANNO, 2 MILIONI AL GIORNO, DAL 1974 SPERPERATI 7,4 MILIARDI DI DENARO PUBBLICO
A Parigi si vota per salvare l’Europa. A Roma si vota per uccidere l’Alitalia. 
La vittoria dei no al referendum sul piano di salvataggio della compagnia aerea più disastrata del continente è il giusto epilogo di un fallimento permanente che dura ormai da trent’anni. L’ultimo capitolo, il più amaro, di un brutto pasticciaccio italiano.
Che tutti, ma proprio tutti, hanno contribuito a scrivere.
Lo Stato e il mercato, la politica e il sindacato. Gli azionisti pubblici e i capitalisti privati, i manager cinici e i dipendenti privilegiati.
Non c’è un solo attore, su questa quinta in rovina sulla quale sta per calare il sipario, che possa dire “io non c’entro”.
Oggi serve a poco gettare la croce addosso ai lavoratori di cielo e di terra che hanno bocciato la proposta ultimativa dell’azienda (1.300 esuberi, 900 in cassa integrazione straordinaria, 8 per cento di stipendio in meno per tutti).
È vero che a quella proposta Etihad, Invitalia e le banche avevano subordinato la concessione di altri 2 miliardi di capitali per tenere in piedi la compagnia.
Ma è altrettanto vero che affidare ai dipendenti l’ultima parola sulla sopravvivenza di un’impresa (scambiandola con l’ennesimo giro di vite occupazionale e salariale), suona sempre come un vago ricatto.
Non possono pagare colpe che non hanno.
Tuttavia, i tanti che hanno scritto il loro “no” sulla scheda hanno compiuto un gesto che racchiude in sè il vizio d’origine, culturale e industriale, che ha da sempre caratterizzato il volo avventuroso di Alitalia. A tutti i livelli.
Cioè l’idea che di fronte ai dissesti epocali di questa compagnia ci sia sempre un piano B pronto in un cassetto.
E che quel piano B, alla fine, sia sempre lo Stato padrone a dettarlo, tappando i buchi di bilancio con i soldi del contribuente.
Questa volta non andrà così. Non c’è più una mammella pubblica, dalla quale succhiare i soldi per pagare gli stipendi, o il gasolio per far volare gli aerei.
Questa volta c’è solo l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario, che salda i creditori che può saldare e poi porta i libri in tribunale.
E questo esito, doloroso quanto si vuole, non lo detta solo la solita Europa Matrigna, che vieta gli aiuti di Stato. Lo detta il buon senso.
Non c’è più un cielo da solcare, per una compagnia aerea che perde 700 milioni all’anno, 2 milioni al giorno, 80 mila euro l’ora.
Luigi Gubitosi è l’ultimo presidente arrivato al capezzale del moribondo, e se non riesce a rianimarlo lui (che ha avuto a che fare con il carrozzone Rai) non ce la può fare nessuno.
Non ci sono più rotte da percorrere, per un vettore che ha creduto di giocare la partita dell’eccellenza insieme alle ricchissime compagnie degli Emirati, mentre Ryanair e Easyjet gli rubavano le tratte più battute (le turistiche a corto e medio raggio) e Freccerosse e Italo gli scippavano quelle più pregiate (la Roma-Milano su tutte).
Ecco i colpevoli, di questo “delitto”. I politici l’Alitalia l’hanno usata come un taxi, per motivi elettorali e spesso anche personali.
È stato così nella Prima Repubblica, quando le cavallette Dc e Psi l’hanno spolpata tra nomine lottizzate e assunzioni clientelari.
È stato così nella Seconda, quando Berlusconi nel 2008 se l’è giocata al tavolo della campagna elettorale, facendo saltare l’unica fusione che allora aveva ancora un senso, quella con Air France-Klm.
È stato così anche nella Terza, quando hanno finto di difendere a chiacchiere “la compagnia tricolore”, mentre nei fatti cedevano pezzi di mercato alle low cost straniere.
I privati l’Alitalia l’hanno usata solo per ingraziarsi il Palazzo, come accadde con i “patrioti” che su ordine del Cavaliere ci misero un obolo solo per garantire la patetica difesa “dell’italianita’”, e non certo una prospettiva strategica credibile.
I manager l’Alitalia l’hanno sfasciata, in un tourbillon di piani industriali buttati al macero e di bonus astronomici ficcati in portafoglio.
In cinquant’anni sono cambiati tre all’anno, cinque solo negli ultimi cinque anni. Da Nordio a Cempella, da Mengozzi a Cimoli. E poi Sabelli, Ragnetti, Cassano. Pare una squadra di calcio.
Peccato che si sia rivelata di serie C, moltiplicando i passivi anno su anno. Almeno Mengozzi e Cimoli, qualcosa hanno restituito, tra una condanna a 6 e una a otto anni. Ma siamo tutti garantisti, per carità .
Restano i sindacalisti, che hanno lucrato prebende previdenziali e bloccato alleanze industriali, sempre convinti che il bengodi degli anni ’70 non sarebbe mai finito. Siamo all’ultimo volo della Fenice.
O sbuca fuori un grande partner (occidentale o asiatico che sia) e si compra la compagnia tutta intera, o siamo al capolinea. Bisogna dirlo, con dolore. Forse è meglio così.
È bello, per un Paese, poter schierare nei cieli del mondo globalizzato la sua “compagnia di bandiera”. Da orgoglio, fa “identità ”.
Ma questo non può più avvenire a qualsiasi prezzo. Se ci sono le condizioni di mercato, bene. Altrimenti, se ne prenda atto, e si compiano le scelte conseguenti.
Tra il 1974 e il 2014, per salvarla, abbiamo speso 7,4 miliardi di denaro pubblico: l’equivalente di una “Alitalia tax” da 180 milioni l’anno. Forse può bastare.
Dio è morto, Pantalone è morto, e stavolta può morire pure Alitalia.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 28th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA COMPAGNIA ERA ACCUSATO DI BANCAROTTA E AGGIOTAGGIO
Quattro condanne e tre assoluzioni. Così si è concluso il processo di primo grado a Roma per il crac della vecchia Alitalia, gestione 2001-2007.
Otto anni e otto mesi di reclusione per Giancarlo Cimoli, presidente e amministratore delegato della compagnia dal maggio 2004 al febbraio 2007. Disposti anche risarcimenti milionari.
“Per questa vicenda ancora oggi paghiamo le conseguenze: è stata una vicenda enorme per l’enormità delle somme di denaro che sono state versate in Alitalia dallo Stato che sono state perdute, e le cifre del dissesto e della bancarotta”, aveva detto il procuratore aggiunto Nello Rossi, nel corso della requisitoria in cui aveva chiesto per Cimoli una condanna a sei anni, inferiore dunque a quella comminata dai giudici.
Agli imputati erano contestati, a seconda delle posizioni, i reati di di bancarotta sia per distrazione sia per dissipazione, per il periodo compreso tra il 2001 e il 2007.
A Cimoli vengono contestati anche due episodi di aggiotaggio per la diffusione di notizie false idonee a provocare una sensibile alterazione dei valori del titolo Alitalia.
Pierluigi Ceschia, ex responsabile del settore Finanza straordinaria, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi, mentre per Gabriele Spazzadeschi, già dg del settore Amministrazione e finanza, sono stati decisi 6 anni di reclusione.
Cinque anni, infine, a Francesco Mengozzi, amministratore delegato dal febbraio 2001 al febbraio 2004. Sono tutti accusati di bancarotta.
Assolti per non aver commesso il fatto, gli ex funzionari Giancarlo Zeni e Leopoldo Conforti, e, perchè il fatto non costituisce reato, Gennaro Tocci, già responsabile del settore Acquisti e gestione asset flotta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 30th, 2015 Riccardo Fucile
SCALO BLOCCATO ANCHE STAMANE PER MEZZORA, VOLI IN RITARDO
Niente aria condizionata, monitor dei voli spenti, scale mobili e ascensori bloccati. 
I voli sono ancora in ritardo dopo l’incendio doloso del 29 luglio, che ha distrutto 9 ettari di terreno della pineta di Focene.
Ma all’indomani del rogo, a Fiumicino è il giorno del blackout: dalle 11.45 alle 12.10 l’intero scalo è rimasto senza corrente elettrica a causa di un corto circuito presso una cabina di media tensione di Porto.
Un guasto che avrebbe potuto creare ulteriori disagi al traffico aereo dello scalo aeroportuale romano.
Le operazioni della torre di controllo sono però proseguite regolarmente grazie ai gruppi di continuità assoluta di cui il sistema operativo dell’Enav è dotato.
Pertanto, decolli ed atterraggi degli aerei, a quanto si è appreso, si sono svolti anche durante i circa venti minuti di interruzione dell’elettricità .
In mattinata gli elicotteri della Forestale erano ancora in azione per spegnere dei piccoli focolai nella pineta andata in fiamme.
Ma non è il primo incendio avvenuto nell’hub: il 7 maggio un cortocircuito al terminal 3 aveva causato il blocco arrivi a partenze per tutta la mattina.
E otto giorni dopo il guasto di un radar era stato responsabile dei rallentamenti delle operazioni di volo.
Incidenti, malfunzionamenti e guasti che, però, non impediscono all’aeroporto di ottenere un ruolo primario fra i tre scali strategici in Italia con ruolo di gate intercontinentali (che includono anche Venezia e Milano Malpensa): un ruolo che gli è stato riconosciuto dalla Commissione Lavori Pubblici del Senato che ha approvato, alla presenza del viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Riccardo Nencini, il parere sul Piano Aeroporti di interesse nazionale con parere favorevole del governo.
L’Enac, intanto, ha convocato Alitalia e gli Accountable Manager di Aeroporti di Roma per il 6 agosto, al fine di verificare la rispondenza delle azioni poste in essere dopo l’incendio di del 29 luglio a quanto previsto dalla normativa vigente e di ribadire obblighi e competenze normativamente individuati a carico delle due figure che sono responsabili, sotto profili ben specificati, sia della sicurezza, sia dell’operatività dell’aeroporto.
Codacons: “Passeggeri siano risarciti”
“Migliaia di cittadini in partenza per le vacanze estive non sono riusciti a raggiungere la propria destinazione, perdendo i soldi degli alberghi già pagati, ore di villeggiatura, coincidenze con altri aerei, ecc., e subendo un danno morale e materiale non indifferente — spiega il presidente di Codacons Carlo Rienzi — Il rimborso del biglietto e la riprotezione su altri voli non è sufficiente”.
“Per tale motivo abbiamo deciso di offrire assistenza legale a quei passeggeri che, a causa dello stop alle partenze a Fiumicino, abbiano subito un danno specie sul fronte delle vacanze, considerando che proprio in questo periodo si registra il maggior numero di spostamenti per le destinazioni vacanziere”.
Tutti i cittadini interessati ad ottenere un risarcimento danni, fa sapere l’associazione, possono inviare una mail all’indirizzo info@codacons.it e riceveranno assistenza dal Codacons per avviare le dovute azioni legali.
E anche Federconsumatori ricorda che i passeggeri hanno diritto al rimborso del biglietto o alla riprotezione su un altro volo in tempi rapidi.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
I CALCOLI DI MEDIOBANCA: TRA AUMENTI DI CAPITALE, CASSA INTEGRAZIONE E AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA UNA SPESA ENORME
Salvare Alitalia e consegnarla con i conti (quasi) a posto a Etihad è costato agli italiani 7,4
miliardi di euro.
A fare i conti per la prima volta con grande precisione, mettendo insieme tutte le uscite e le entrate per lo Stato dal 1974 fino al 2014, è Mbres, l’ufficio studi di Mediobanca che ha calcolato il totale degli oneri per il paese analizzando i bilanci della gestione pubblica fino al 2007 – quando l’azienda è finita in amministrazione controllata – quelli della liquidazione in capo al Commissario e gli aiuti indiretti garantiti dalle casse pubbliche alla cordata dei patrioti che ha rilevato la compagnia nel 2008.
I primi 33 anni di vita di Alitalia (1974-2007) finiti sotto la lente degli analisti di Piazzetta Cuccia – quelli della gestione statale – sono stati, per i contribuenti tricolori, i più felici. In questi tre decenni la società ha bruciato solo — si fa per dire — 3,2 miliardi dello Stato.
Il Tesoro, primo azionista del gruppo, ha pagato in quel periodo (a valori attuali, come tutte le cifre dello studio) 4,9 miliardi sotto forma di aumenti di capitale per coprire le perdite.
Roma ha poi versato nelle casse dell’azienda 245 milioni come contribuiti a valere sul fondo europeo per l’addestramento dei piloti mentre altri 210 milioni sono stati messi da Fintecna per puntellare Alitalia Servizi.
I soldi si sono mossi anche in direzione opposta: alla voce delle entrate, in quegli anni via XX settembre ha incassato 972 milioni grazie al collocamento di azioni dell’aerolinea in Borsa, 862 milioni di tasse e 242 come dividendi.
Il grosso del passivo si è accumulato invece dal 2007 a fine 2014 quando la compagnia in crisi è finita in amministrazione controllata e il governo Berlusconi, rifiutata l’offerta di Air France, ha deciso di venderla alla cordata coordinata da Banca Intesa. In questi sette anni dalle casse dello stato sono usciti altri 4,1 miliardi per salvare l’Alitalia.
Quasi un miliardo è andato in fumo rinunciando al rimborso del prestito ponte, ritirando le obbligazioni dal mercato e azzerando il valore di quelle già in portafoglio al Tesoro.
Più di un altro miliardo è il patrimonio negativo rimasto in capo al Commissario, vale a dire la differenza tra i soldi incassati vendendo le attività del gruppo e i debiti da rimborsare.
Circa 660 milioni sono stati stanziati per finanziare la cassa integrazione del gruppo (durata diversi anni) e 1,2 miliardi per il provvedimento che ha garantito il reintegro all’80% degli stipendi dei dipendenti rimasti a terra.
Quattro miliardi di uscite in tutto cui si aggiunge come ciliegina sulla torta i 75 milioni versati da Poste Italiane, controllata al 100% dallo Stato, per pilotare Alitalia verso Etihad.
Dal 1974 ad oggi, visti i calcoli di Mediobanca, ogni italiano – bambini e pensionati inclusi – ha pagato 125 euro di tasca propria per vedere volare in cielo la livrea tricolore di Alitalia.
La buona notizia, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, è che da oggi a saldare il conto, con l’arrivo di Etihad, saranno di tasca loro gli emiri di Abu Dhabi.
Ettore Livini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2015 Riccardo Fucile
19 SU 54, BEN IL 35%: TANTI SONO I DEPUTATI E SENATORI DEL PARTITO DI ALFANO CON PROBLEMI GIUDIZIARI: DALL’ABUSO D’UFFICIO ALLA TURBATIVA D’ASTA, FINO AL CONCORSO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA… CONDANNATI, ASSOLTI E ARCHIVIATI: ECCO CHI SONO
Dall’abuso d’ufficio alla turbativa d’asta fino al concorso esterno in associazione mafiosa.
Reati da brivido quando toccano l’onorabilità e la fedina penale di un uomo politico. E non sono le uniche macchie.
Riguardano i Nuovo centrodestra finiti a vario titolo nelle maglie della giustizia. Qualcuno è stato assolto, qualcun altro archiviato.
Ma c’è anche chi è stato condannato.
Il caso di Maurizio Lupi — peraltro non indagato — è solo l’ultima vicenda che investe un partito che in un anno e mezzo di vita ha già collezionato tanti incidenti di percorso.
Che hanno portato nelle aule dei tribunali e agli onori delle cronache 19 parlamentari su 54. Il 35%.
Percentuale che non cambia molto se si prende in considerazione l’intero gruppo parlamentare che, sia alla Camera che al Senato, unisce gli eletti del partito del ministro degli Interni Angelino Alfano a quelli dell’Udc di Pier Ferdinando Casini: in questo caso su 69 iscritti, i parlamentari attenzionati dalla magistratura salgono a 23, cioè il 33% del totale.
Tanti, troppi, se consideriamo che nella squadra del governo di Matteo Renzi il Nuovo centro destra sta giocando un ruolo importantissimo sul fronte giustizia.
Può infatti contare su un viceministro, Enrico Costa, titolare della carica proprio nel ministero di via Arenula guidato da Andrea Orlando (Pd).
E poi sul relatore del disegno di legge anticorruzione, impantanato da due anni al Senato: Nico D’Ascola, ex forzista — già avvocato di Claudio Scajola e Gianpaolo Tarantini — passato nel novembre 2013 proprio nelle file del Ncd.
Ma chi sono tutti questi politici?
PIERO AIELLO: senatore.
È stato consigliere regionale in Calabria dal 1995 al 2013, passando dal Ccd a Forza Italia per poi finire in Ncd. Nel 2013 è entrato per la prima volta al Senato, eletto nelle liste del Popolo della libertà . Nel luglio dello stesso anno viene coinvolto in un’inchiesta in cui è accusato di aver favorito la cosca mafiosa dei Giampà in cambio di voti. Per due volte il gip ha respinto la richiesta di arresto. Nel febbraio 2015 la Direzione distrettuale antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio. “Ho affrontato, negli anni, numerosissime campagne elettorali senza mai promettere e/o accettare nulla e di questo possono esserne testimoni tutti”, si è sempre difeso.
ANTONIO AZZOLLINI: senatore, presidente della commissione Bilancio di Palazzo Madama.
Avvocato, classe 1953, passa dai Verdi al Pci-Pds fino al Partito popolare. Nella sua carriera politica ci sono poi, nell’ordine, Forza Italia, Pdl e Nuovo centrodestra. I suoi guai giudiziari, invece, iniziano nell’ottobre 2013 quando la Procura di Trani lo iscrive nel registro degli indagati nell’inchiesta sui lavori di ampliamento del porto di Molfetta, città di cui è stato sindaco dal 2006 al 2012. I reati ipotizzati sono associazione per delinquere, abuso d’ufficio, reati ambientali, truffa e falso. Per gli inquirenti l’ex primo cittadino avrebbe avallato l’opera pur sapendo che i costi iniziali sarebbero lievitati per la bonifica dei fondali marini, con un giro d’affari di circa 150 milioni. A dicembre 2014 Azzollini ha però trovato un solido supporto nei colleghi senatori: l’Aula ha negato alla Procura la possibilità di usare le intercettazioni telefoniche che lo riguardano.
MAURIZIO BERNARDO: senatore.
Un passato nel Pdl, già noto alle cronache per l’omonimo “lodo” che, inserito nel disegno di legge anticrisi nel 2009, limitava l’azione della Corte dei Conti per danno erariale nei confronti di funzionari pubblici infedeli. Nel 2005, quando era assessore regionale lombardo alle Risorse idriche e ai servizi di pubblica utilità , Bernardo è stato indagato per traffico illecito di rifiuti. Accusa da cui è stato prosciolto nel 2007.
GIOVANNI BILARDI: senatore.
È entrato nel consiglio comunale di Reggio Calabria nel 1993, restandoci per 14 anni e facendo la trafila: Partito socialdemocratico, Ccd, Ppi e Margherita. Nel 2007 fa il salto di qualità : è nominato assessore a Reggio Calabria. Approda al Senato nel 2013 ma nel frattempo ha cambiato casacca: viene eletto col Pdl. Sul suo conto c’è un avviso di garanzia per l’ipotesi di reato di peculato nell’ambito dell’inchiesta sulle “spese pazze” al Comune.
GIUSEPPE CASTIGLIONE: deputato e sottosegretario all’Agricoltura.
È indagato con l’accusa di turbativa d’asta e abuso d’ufficio nell’inchiesta sull’appalto da 97 milioni di euro per la gestione del centro rifugiati di Mineo (Catania), assegnato nel 2014 con un ribasso dell’1%. Finendo così sotto la lente d’ingrandimento dell’Anticorruzione guidata da Raffaele Cantone. Il nome di Castiglione, che pure lo scorso anno non ricopriva incarichi pubblici in Sicilia, è stato tirato in ballo da Luca Odevaine, uomo chiave di “Mafia Capitale”. Nel 2012, da presidente della provincia di Catania, Castiglione ha gestito l’emergenza migranti affidando l’appalto ad un consorzio con sede in un ufficio affittato da un altro esponente di Ncd, Giovanni La Via. La sua iscrizione nel registro degli indagati è quindi un atto dovuto. Nel 1999, inoltre, Castiglione è stato arrestato insieme al suocero nell’inchiesta sull’ospedale Garibaldi di Catania. L’accusa: aver favorito imprese vicine a Cosa Nostra. Condannato a dieci mesi in primo grado per turbativa d’asta, è stato assolto in appello.
FABRIZIO CICCHITTO: deputato.
Tessera 2232 della loggia P2, dopo diciotto anni passati in Parlamento col Partito socialista, nel 1999 si trasferisce in Forza Italia prima di sposare gli ideali di Ncd dopo la fine del Pdl. Nel 2009 Cicchitto è indagato per ricettazione dalla procura di Pescara in seguito alla pubblicazione del memoriale della ex moglie del parlamentare azzurro Sabatino Aracu. La donna raccontò ai magistrati che Aracu avrebbe consegnato all’allora capogruppo berlusconiano “somme certamente non inferiori a 500mila euro anche per sostenere la propria candidatura”. Un’accusa dalla quale Cicchitto è stato in seguito prosciolto.
FRANCESCO COLUCCI: senatore.
È il parlamentare più longevo. Le cronache raccontano che ha varcato la soglia di Montecitorio nel 1972 grazie al Partito socialista italiano, per il quale ricoprì anche l’incarico di sottosegretario. Negli anni Novanta è stato accusato di tangenti per “corruzione elettorale”. Nel 1999 è però arrivata l’assoluzione: la prima sezione della corte d’Appello di Milano lo ha giudicato innocente. In quel caso a difenderlo ci ha pensato l’avvocato Umberto Del Basso De Caro, ex socialista ora nel Pd, attuale sottosegretario alle Infrastrutture, pluricitato nella recente inchiesta che ha portato all’arresto Ercole Incalza.
NUNZIA DE GIROLAMO: deputato, capogruppo alla Camera.
Entra in Parlamento nel 2008 col Pdl. Cinque anni dopo diventa ministro dell’Agricoltura del governo Letta e in seguito, nonostante un passato da berlusconiana di ferro, aderisce a Ncd. La sua ascesa subisce una battuta d’arresto nel gennaio 2014. I fatti che la vedono coinvolta risalgono al 2012: nel corso di alcune conversazioni con Michele Rossi e Felice Pisapia, rispettivamente manager e direttore amministrativo della Asl di Benevento, la parlamentare campana avrebbe cercato di imporre le proprie nomine nell’azienda sanitaria. Messa sotto accusa, decide di rassegnare le dimissioni affermando però di essere vittima di un “linciaggio mediatico”. Iscritta nel registro degli indagati con l’ipotesi di abuso di ufficio.
ULISSE DI GIACOMO: senatore.
Dopo due anni come assessore alla Salute nella Regione Molise, viene eletto al Senato nel 2008 col Pdl. Il suo nome è salito agli onori della cronaca quando è subentrato a Silvio Berlusconi in seguito al voto sulla decadenza del leader forzista. Dopo la scissione del Pdl ha scelto il Nuovo centrodestra contribuendo a rafforzare i numeri della maggioranza di governo. In passato è stato messo sotto indagine nell’ambito dell’inchiesta sulla Turbogas di Termoli, ma la sua posizione è stata archiviata.
ROBERTO FORMIGONI: senatore.
A gennaio l’ex presidente della Lombardia è stato condannato in primo grado per diffamazione (pena sospesa) per aver definito i Radicali “criminali e maestri di manipolazione”. I suoi problemi con la giustizia non si fermano certo qui: Formigoni è infatti imputato nel processo che lo vede accusato di associazione a delinquere e corruzione in un filone dell’inchiesta sulla sanità lombarda. Secondo i pubblici ministeri avrebbe garantito protezione alla fondazione Maugeri, attiva nel settore della riabilitazione sanitaria nella Regione guidata in passato dal “Celeste”. Già in precedenza, comunque, Formigoni è finito a processo. Nel 2002 è stato rinviato a giudizio per un’inchiesta sulla bonifica di Cerro (Milano), da cui è stato assolto sia in primo grado che in appello. Nel 2009 ha ricevuto un avviso di garanzia per lo sforamento dei limiti di concentrazione delle polveri sottili in Lombardia. La sua posizione è stata archiviata.
VINCENZO GAROFALO: deputato.
Classe 1958, è stato uno dei fondatori della costola messinese di Forza Italia, per la quale ha ricoperto il ruolo di coordinatore provinciale dal 2001 al 2005. Poi, nel 2013, il passaggio a Ncd. Nel 2008, un anno dopo aver concluso l’esperienza di presidente dell’Autorità portuale di Messina (2003-2007), Garofalo è stato indagato per omicidio colposo plurimo. La causa: il suicidio di una donna che nel 2003, a bordo della sua auto, si lanciò insieme ai figli nelle acque del porto della città siciliana. Secondo il magistrato, se l’area fosse stata messa in sicurezza il terribile gesto non sarebbe stato compiuto. Nel 2012 Garofalo è poi stato assolto.
CARLO GIOVANARDI: senatore.
L’ex ministro per i Rapporti con il Parlamento del secondo e terzo governo Berlusconi è noto per le sue dichiarazioni spericolate. Una di queste gli è costata una denuncia per diffamazione. Nel corso di una puntata della Zanzara (Radio24), parlando della morte del giovane Federico Aldrovandi, disse che nella foto che ritrae il giovane privo di vita la “macchia rossa che è dietro (la testa, ndr) è un cuscino, non è sangue”. Gli atti del procedimento sono stati inviati al Senato, che dovrà pronunciarsi per far proseguire o bloccare l’iter. Lui si è sempre difeso: “Non ho mai detto che la foto è modificata”.
MAURIZIO LUPI: deputato, ex ministro delle Infrastrutture.
Dimessosi dal governo Renzi per il caso Incalza, uomo di punta di Comunione e Liberazione, aveva già ricevuto in passato due avvisi di garanzia. Il primo nell’ambito dell’inchiesta “Cascina”, quando contro di lui era stato ipotizzato il reato di abuso d’ufficio per aver dato la Cascina San Bernardo in concessione alla Compagnia delle Opere. Fatti che riguardano il periodo in cui Lupi era assessore allo Sviluppo del territorio al Milano (1997-2001). Il procedimento si è chiuso con il proscioglimento nell’udienza preliminare perchè “il fatto non sussiste”. Nel 2014, poi, viene indagato dalla Procura di Tempio per una nomina ai vertici dell’Autorità portuale del Nord Sardegna e di Cagliari. “Ho seguito le procedure”, le parole di Lupi. A Cagliari il processo è stato archiviato.
ANTONINO MINARDO: deputato.
Nipote di Riccardo Minardo, noto alle cronache per essere stato arrestato nel 2011 con l’accusa di associazione a delinquere e truffa ai danni dello Stato, Antonino è stato condannato in Cassazione a 8 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. I fatti risalgono a quando l’ex assessore provinciale allo Sport di Ragusa era presidente del Consorzio autostrade siciliane e riguardano la nomina illegittima dell’allora direttore generale dell’ente, effettuata senza selezione nè utilizzo del personale già presente al suo interno.
BRUNO MANCUSO: senatore.
Sindaco di Sant’Agata di Militello (Messina) dal 2004 al 2013, è approdato al Senato per la prima volta in questa legislatura. I suoi precedenti con la giustizia risalgono a un presunto reato di voto di scambio in occasione delle Amministrative del 2009. Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 8 mesi di reclusione e 5 anni di interdizione dai pubblici uffici. Ma il 29 ottobre 2013 Mancuso è stato assolto perchè “il fatto non sussiste”. Dal 2014 il senatore è stato invece indagato per associazione a delinquere finalizzata al falso in una inchiesta della procura di Patti su un giro di appalti sospetti (“Operazione Camelot”) per un centinaio di milioni di euro e rinviato a giudizio. Prima udienza il 19 maggio.
ALESSANDRO PAGANO: deputato.
Siciliano doc, è stato assessore al Bilancio e ai Beni culturali della prima giunta regionale di Totò Cuffaro. Nato politicamente in Forza Italia (della quale in passato ha guidato la macchina organizzativa sull’isola), nel 2008 è eletto per la prima volta alla Camera con il Pdl. A novembre 2013, dopo essere stato riconfermato a Montecitorio, passa a Ncd. L’anno prima però è stato condannato in appello a 5 mesi e dieci giorni per concorso in abuso d’ufficio. Secondo l’accusa, fra il 2007 e il 2008 Pagano avrebbe fatto pressioni sui dirigenti dell’ospedale Sant’Elia di Caltanissetta per la nomina di un primario. Nel 2014 il deputato è stato assolto in Cassazione.
VINCENZO PISO: deputato.
Uomo forte del centrodestra a Roma, è stato coinvolto nel Laziogate, l’inchiesta sul presunto boicottaggio della lista di Alessandra Mussolini alle elezioni regionali del 2005 poi vinte dal centrosinistra. All’epoca dei fatti era vicepresidente del consiglio comunale di Roma e venne indicato come possibile complice del leader della Destra Francesco Storace. Per Piso, però, è arrivata l’assoluzione sia in primo grado che in appello.
RENATO SCHIFANI: senatore, capogruppo a Palazzo Madama.
Ex democristiano, nel 1995 entra in Forza Italia e dopo aver fatto il consigliere comunale a Palermo diventa senatore. Nel 2008 viene eletto presidente del Senato, ma all’ascesa politica corrisponde anche l’avvio di una inchiesta a suo carico. Schifani viene infatti indagato per concorso esterno in associazione mafiosa per una vicenda che risale agli anni che precedono il suo ingresso in Parlamento, quando era avvocato esperto di diritto amministrativo. A ottobre 2014 la sua posizione viene definitivamente archiviata. Anche se con molta fatica. Nelle motivazioni il gip Vittorio Anania scrive infatti che “sono emerse talune relazioni con personaggi inseriti nell’ambiente mafioso o vicini a detto ambiente nel periodo in cui lo Schifani era attivamente impegnato nella sua attività di legale civilista ed esperto in diritto amministrativo”. Tali relazioni che però “non assumono un livello probatorio minimo per sostenere un’accusa in giudizio tanto più che, a prescindere dalla consapevolezza dell’indagato dell’effettiva caratura mafiosa dei suoi interlocutori, tali condotte si collocano per lo più in un periodo ormai lontano nel tempo (primi degli anni Novanta). Fatti per i quali opererebbe, in ogni caso, la prescrizione”.
PAOLO TANCREDI: deputato.
Dal consiglio comunale di Teramo a Montecitorio passando per Palazzo Madama. Sempre grazie a Forza Italia. La sua passione per Berlusconi si è interrotta con la fine del Popolo della Libertà . E così Tancredi ha abbracciato il progetto di Angelino Alfano. Nel 2010, quando era senatore, è stato indagato per corruzione nell’inchiesta sulla costruzione dell’inceneritore di Teramo. Il “no” all’utilizzo delle intercettazioni arrivato dall’Aula della Camera ha comunque impedito l’accelerazione del procedimento a suo carico.
PIETRO LANGELLA: senatore.
Infine il caso di un parlamentare a carico del quale non risultano problemi diretti con la giustizia e per questo non conteggiato nelle nostre statistiche. Il nome della sua famiglia è però legato alla storia della camorra. Suo padre Giovanni era infatti un boss della zona vesuviana e fu ucciso nel 1991 in un agguato davanti ad un bar. Si trattò di un regolamento di conti. Langella jr, eletto nelle liste del Popolo della Libertà , ha sempre chiesto “di essere giudicato per i fatti, non per la mia parentela, perchè non è giusto che le colpe dei padri debbano ricadere in eterno su figli e nipoti”. Rivendicando così la fedina penale pulita.
Stefano Iannaccone e Giorgio Velardi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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