Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
QUALCUNO LI AVVISI CHE NON AVEVANO BISOGNO DI VENDERE ROSE, ERA STRARICCHI FIGLI DI PAPA’
All’indomani del massacro Isis nel ristorante di Dacca dove hanno trovato la morte nove italiani, spiccano le prime pagine di due quotidiani.
Il primo è “Libero”, diretto da Vittorio Feltri, secondo il quale noi italiani in realtà finanziamo gli jihadisti acquistando le rose dai venditori bengalesi che spesso si avvicinano ai bar e ai ristoranti.
Siamo al delirio xenofobo, alla istigazione all’odio per vendere qualche copia in più a qualche razzista ancora a piede libero.
Qualcuno li avvisi che i 5 terroristi non avevano bisogno di vendere rose, visto che erano tutti figli di famiglie benestanti.
Per “Il Giornale” di Alessandro Sallusti, invece, si tratta di “Bestie islamiche”. L’editoriale è affidato a Magdi Cristiano Allam, un altro soggetto che ha dei probleemi: “Basta menzogne, i terroristi ci uccidono in nome dell’Islam”.
Peccato che tra le vittime di Dacca ci siano anche musulmani.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
FARAAZ HOSSAIN, BENGALESE MULSULMANO, ERA AL TAVOLO CON UNA RAGAZZA INDIANA…I TERRORISTI GLI AVEVANO PERMESSO DI USCIRE MA LUI HA DECISO DI NON ABBANDONARLE
Il giorno dopo la strage di Dacca la lente ingrandisce ultimi attimi di vite comuni, di persone come
tutti, importanti come tutti. E sono momenti che s’immaginano, dolorosi e a volte eroici. Come quelli di Faraaz Hossain, assassinato all’Holey Artisan Bakery insieme ad altre 19 persone.
I terroristi lo avevano risparmiato. Lui, vent’anni, musulmano, che il Corano lo conosceva e che era bengalese. “Uccidiamo solo stranieri”, avevano detto.
Ma Faraz ha rifiutato di salvarsi, non ha abbandonato le sue due amiche.
Il commando dei sette jihadisti, le loro facce da famiglie benestanti, armati di machete e fucili, passavano tra i tavoli, tra gli ospiti, chiedendo un Allah imparato a memoria.
Faraaz era uno studente di Economia, tornato in vacanza a casa il 18 maggio. Con lui c’erano due ragazze, che non avrebbero avuto il ‘privilegio’ di restare in vita. Troppo Occidentali
Oggi il popolo dei social, quello che ha cercato oltre le foto pubblicate dai giornali tracce di quelle vite interrotte, lo saluta come un ‘eroe’.
La sua storia, raccontata dai sopravvissuti alla nipote Hishaan, è stata raccolta e rilanciata dal New York Times e dall’Independent.
Faraaz Hossain, bengalese, musulmano, secondo il quotidiano britannico, era al tavolo con Tarushi Jain, indiana di 19 anni, e Abinta Kabir, entrambe studentesse del college americano, Emory University.
A Faraz però era stato permesso di uscire dal locale insieme a un gruppo di donne che indossavano il velo.
È stato lui a far notare che c’erano anche le sue amiche. Ma loro indossavano abiti occidentali.
Uno dei capi del commando le ha squadrate, e poi gli ha negato il permesso.
Faraz ha deciso di restare con loro. Ed è stato ucciso come altri, senza diventare un martire di una religione gridata da jihadisti solo per celebrare il male.
(da agenzie)
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Luglio 3rd, 2016 Riccardo Fucile
SI TRATTEREBBE NON DELL’ISIS MA DI UN GRUPPO JIHADISTA LOCALE MANOVRATO DAI SERVIZI SEGRETI PAKISTANI
Il commando che ha ucciso 20 civili, tra cui nove italiani, in un ristorante di Dacca nella notte tra venerdì e sabato, era composto da ragazzi bengalesi, rampolli ventenni provenienti da famiglie benestanti.
Il governo di Dacca è convinto che nel massacro l’Is non c’entri. E punta il dito invece contro un gruppo jihadista locale, collegato all’opposizione e manovrato dai servizi segreti pakistani.
Nella prima delle due giornate di lutto nazionale, emergono dettagli sugli autori del massacro rivendicato dallo Stato Islamico.
Il capo della polizia locale, Shahidul Hoque, ha detto che gli inquirenti stanno esaminando l’ipotesi di “collegamenti internazionali” e ha aggiunto che ci sono sospetti su “membri importanti dell’Jmb”, Jamaeytul Mujahdeen Bangladesh, un gruppo jihadista locale messo al bando da una decina di anni, legato all’opposizione al governo, Jamaat e-Islami e all’Isi, i servizi pakistani.
Secondo un altro esponente del governo, che ha parlato con l’emittente Ndtv, i terroristi la notte del massacro scaricavano le immagini efferate su Internet, di cui hanno approfittato gli uomini dell’Is in Siria e Iraq per rivendicare la paternità dell’azione.
“Avevano cellulari e portatili, che utilizzavano per scaricare le sanguinose immagini”, ha detto HT Imam, stretto collaboratore della premier Sheikh Hasina.
“Sono state utilizzate dall’Is e da altri per la rivendicazione”. “Le connessioni tra l’Isi pakistano e Jamaat sono ben note, vogliono defenestrare l’attuale governo”.
La chiave”, ha aggiunto, “è l’unico terrorista catturato vivo”.
HT Imam non ha voluto rivelarne l’identità . “L’inchiesta è in corso, dobbiamo arrivare a chi ha organizzato l’attentato”.
Le polemiche sul blitz.
Mentre le indagini vanno avanti il premier Matteo Renzi è intervenuto sulle polemiche per i ritardi del blitz di liberazione degli ostaggi. “Ogni polemica è ormai sostanzialmente inutile. Il commando era pronto a tutto – ha detto Renzi a L’intervista di Maria Latella su Skytg24 – . Abbiamo seguito in diretta ogni momento. Io credo che tutto sia necessario tranne ricostruzioni che poi spesso sono false. Loro sono entrati lì per uccidere”.
E ha aggiunto: “L’Is sta perdendo sul terreno a livello militare, in Siria, In Iraq , in Libia. Ma pugno di ferro con chi pensa di portare da noi quei valori, una strategia basata su odio e terrore. Importante l’aspetto dell’educazione: dobbiamo distruggerli senza pietà ma anche evitare che la prossima generazione sia come questa”.
Dichiarazioni che arrivano mentre un aereo con a bordo personale dell’Unità di crisi della Farnesina e dello staff della presidenza del consiglio, partito ieri pomeriggio da Roma, è arrivato a Dacca per riportare in Italia i corpi delle nove vittime.
Premier bengalese: “Pugno duro”.
Dopo la strage , la premier del Bangladesh, Sheikh Hasina, ha promesso il pugno duro contro il terrorismo e i suoi finanziatori e fiancheggiatori. “Dobbiamo individuare le radici di chi ha fornito armi ed esplosivi ai terroristi che hanno commesso questo atto barbarico”, ha detto la premier in un colloquio di stamattina con il vice ministro degli Esteri giapponese, Seiji Kihara.
Il commando.
“Sono uomini giovani che hanno studiato e frequentato l’università . Nessuno di loro veniva da una madrassa”, ha detto il ministro degli Esteri bengalese.
Il governo del Bangladesh nega da tempo la presenza di qualunque gruppo jihadista nel Paese, in particolare di membri dello Stato Islamico, ma anche al-Qaeda. L’ispettore generale della polizia del Bangladesh, AKM Shahidul Hoque.
Intervistato dal quotidiano The Daily Star, Hoque ha dichiarato che dei sei terroristi, almeno cinque erano ricercati da tempo.
Uno dei terroristi, Nibras Islam, proveniva da una famiglia molto facoltosa, che di lui però aveva perso le tracce a gennaio.
Era abituato a frequentare gli ambienti bene della società bengalese. In un video si vede accanto a una starlette di Bollywood, Shraddha Kapoor.
Il suo profilo Facebook racconta che aveva studiato in Malaysia, alla Monash University, ma anche in uno degli atenei più rinomati del Bangladesh, la Northsouth University.
Anche gli altri componenti del commando provenivano da ambienti benestanti ed erano passati attraverso alcune delle scuole più esclusive della città . Interrogato sul perchè fossero diventati estremisti, il ministro Khan ha risposto: “Ormai è diventata una moda”.
(da “La Repubblica”)
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Luglio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
DA TORINO ALLA SICILIA, CHI SONO I NOVE MORTI ITALIANI NELLA CAPITALE BENGALESE
Ora è una certezza. Molte delle vittime di Dacca sono italiane: nove per la precisione, almeno quelle
accertate.
Un italiano – di cui non è stata diffusa l’identità – è ancora disperso, forse ferito.
Le vittime sono Adele Puglisi, Marco Tondat, Claudia Maria D’Antona, Nadia Benedetti, Vincenzo D’Allestro, Maria Riboli, Cristian Rossi, Claudio Cappelli e Simona Monti. Tutti erano imprenditori o lavoratori del settore tessile. Una di loro, Simona Monti, aspettava un bambino.
Nel locale ieri c’erano 12 italiani al momento dell’assalto.
Uno, Jacopo Bioni, lavorava in cucina e si è salvato scappando dal tetto. Gli altri 11 erano lì per cenare.
Tra i commensali c’era Gian Galeazzo Boschetti, che è riuscito a mettersi in salvo: era uscito in giardino per una telefonata. Ma sua moglie Claudia Maria D’Antona, volontaria della Croce Verde, non ce l’ha fatta.
Boschetti e la moglie vivevano in Bangladesh da una ventina di anni e gestivano un’azienda tessile. Ma erano coinvolti anche nella missione umanitaria Interethnos Interplast Italy onlus.
Ogni anno la loro abitazione diventava la base di un gruppo di medici italiani che veniva nel paese per curare malati.
“La nostra equipe ha fatto cose straordinarie per la popolazione anche grazie a Gianni e Claudia — ha raccontato a Repubblica il professor Paolo Morselli, che vede i dottori della sua missione umanitaria ospitati a casa Boschetti, a Dacca, da 20 anni —. Ci hanno aiutato, hanno ospitato a casa loro 15-20 medici per due-tre settimane, ci hanno dato conforto”.
Il commando non ha avuto pietà neanche per Simona Monti, che aspettava un bambino. Aveva 33 anni e viveva da tempo a Dacca e lavora anche lei in un’azienda tessile.
Doveva tornare nelle prossime ore in Italia.
E’ deceduta anche Adele Puglisi, catanese di 50 anni, che si trovava nel bar. Era residente a Dacca e in precedenza aveva lavorato per la società di Nadia Benedetti. Secondo Diego Rossi, lo chef italo-argentino del locale che è riuscito a fuggire, la donna, che ha definito “muy simpatica”, doveva ripartire alla volta della Sicilia proprio oggi. Anche lei stava per tornare nel nostro paese.
Due delle vittime erano friulane. Cristian Rossi, 47 anni, sposato e padre di due gemelline di appena 3 anni, era un imprenditore residente a Feletto Umberto. L’altro era Marco Tondat, un giovane imprenditore nel settore tessile, di Cordovado.
A Dacca è morta anche l’imprenditrice viterbese di una ditta sulla Cassia, Nadia Benedetti. Lavorava nel settore tessile e aveva un’impresa in Bangladesh. La nipote Giulia Benedetti ha confermato il decesso su Facebook.
Maria Riboli era nata il 3 settembre 1982 ad Alzano Lombardo. Originaria di Borgo di Terzo, in valle Cavallina, dopo il matrimonio si era trasferita a Solza, nell’Isola bergamasca. Era mamma di una bambina di tre anni. La Riboli si trovava in viaggio per lavoro per conto di un’impresa tessile. Era da qualche settimana in Bangladesh.
Vincenzo D’Allestro, 46 anni, anche lui imprenditore del settore tessile, guidava un’azienda a Piedimonte Matese nel Casertano.
Nato a Wetzikon, in Svizzera, si era trasferito ad Acerra (Napoli) nell’ottobre del 2015. Si occupava di tessile anche Claudio Cappelli, 45 anni, residente a Vedano al Lambro (Monza) dove aveva una impresa, la Star International.
Produceva t-shirt, magliette, abbigliamento in genere e anche intimo.
Racconta il console generale onorario del Bangladesh in Veneto, l’avvocato Gianalberto Scarpa Basteri: “Era entusiasta del suo lavoro. Diceva di avere avuto una esperienza positiva e di essere contentissimo. Era da più di 5 anni impegnato in questa ‘avventura’. Diceva che era un Paese dove si poteva lavorare molto bene”.
Fra le vittime straniere accertate dell’attacco c’è anche una cittadina indiana, come ha reso noto il ministero degli esteri a Nuova Delhi.
E’ Tarushi Jain, studentessa di 19 anni di Berkeley che si era diplomata dalla Scuola americana di Dacca.
Non era l’unica studentessa presente nel locale: Abinta Kabir e Faraaz Hossain erano due studenti dell’Emory University’s Oxford, in Georgia. Kabir, che viveva a Miami, era a Dacca a trovare la famiglia.
(da agenzie)
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Giugno 28th, 2016 Riccardo Fucile
TRE KAMIKAZE SI SAREBBERO FATTI SALTARE IN ARIA DOPO AVER APERTO IL FUOCO SUI PASSEGGERI NEL TERMINAL VOLI INTERNAZIONALI
Potrebbero esserci gli islamisti dell’Is dietro al nuovo attentato terroristico colpisce Istanbul. Come a
marzo a Bruxelles, è il maggiore aeroporto della Turchia a finire sotto attacco.
Almeno 3 terroristi armati di kalashnikov hanno aperto il fuoco intorno alle 22 locali ai controlli di sicurezza nella zona degli arrivi dell’aeroporto Ataturk, provocando almeno 28 morti e 60 feriti.
Poco dopo, si sono fatti saltare in aria durante un scontro a fuoco con la polizia.
Le esplosioni udite nello scalo sono state almeno 3. E’ accaduto alle 22.10 locali, le 21.10 italiane. Sospesi tutti i voli. L’aeroporto è stato evacuato.
Sul posto sono giunte una trentina di ambulanze, mentre alcuni testimoni raccontano di scene drammatiche con feriti portati via anche in taxi.
Almeno 6 risultano in gravi condizioni. Non si hanno ancora notizie sull’identità delle persone coinvolte. Ingressi e uscite dell’aeroporto sono stati subito chiusi, mentre diversi voli in arrivo sono stati dirottati altrove e quelli in partenza cancellati. L’aeroporto resterà chiuso fino alle 20 di domani. Lo riportano media locali. Ataturk è lo scalo più grande della Turchia e il terzo in Europa, con oltre 61 milioni di passeggeri nel 2015.
“Qui nessuno ci dice niente, nessuno parla inglese, ho saputo che c’era stato un attentato grazie ai messaggi da casa”, ha detto a SkyTG24 Edoardo Semmola, giornalista del Corriere Fiorentino, bloccato all’aeroporto di Istanbul dopo gli attacchi terroristici
“Ho sentito del rumore, non le esplosioni – ha spiegato – La polizia ci ha presi in gruppo e fatti spostare in fila da dove eravamo. Spero che adesso ci facciano evacuare. Qui è un grandissimo caos”.
Lo scalo Ataturk ha un doppio sistema di controlli di sicurezza, il primo dei quali all’ingresso dello scalo, ancor prima di arrivare ai banchi di accettazione.
È lì che è avvenuto l’attacco, mentre spari sono stati uditi anche in un parcheggio vicino. L’azione terroristica è stata confermata direttamente dal ministro della Giustizia turco, Bekir Bozdag.
Le autorità , ha aggiunto, hanno già forti sospetti su un’organizzazione, che però non sono ancora stati confermati. E in serata una fonte di polizia, citata da media turchi, ha affermato che i sospetti cadrebbero sull’Is.
Ma il bilancio definitivo dell’attacco, come la dinamica, restano ancora da chiarire. Sulle immagini dal luogo dell’attentato, come avviene regolarmente in Turchia in casi simili, è stata imposta una censura ai media.
L’Alitalia ha bloccato un suo volo in partenza da Roma per Istanbul appena giunta la notizia dell’attacco terroristico, mentre un equipaggio della compagnia era in città ma in un albergo,e non c’era personale di terra all’aeroporto Ataturk al momento della sparatoria e delle esplosioni.
Il premier turco Binali Yildirim ha attivato una unità di crisi e si sta dirigendo a Istanbul dalla capitale Ankara.
Anche l’unità di crisi della Farnesina segue gli eventi. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato informato dalla sua assistente per la sicurezza interna e l’antiterrorismo Lisa Monaco. Facebook ha attivato il ‘safety check’, come già avvenuto in altri avvenimenti simili.
Con il safety check gli utenti del social che si trovano nell’area dell’attacco possono far sapere ai loro amici e parenti che stanno bene.
(da agenzie)
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Giugno 17th, 2016 Riccardo Fucile
MADRE DI DUE BAMBINI, LASCIA UN ESEMPIO DI ATTENZIONE AI POVERI, ALLE DONNE E ALL’INTEGRAZIONE EUROPEA
Nata il 22 giugno del 1974, Helen Joanne Cox, per amici, compagni di partito, elettori e avversari
semplicemente “Jo”, crebbe nel Batley & Spen, il collegio elettorale nel West Yorkshire che la volle in Parlamento nel 2015.
Il più prestigioso traguardo di una vita che l’aveva vista venti anni prima arrivare alla laurea, unica nella sua famiglia, in studi politici e sociali, a Cambridge nel 1995.
Una carriera dispiegatasi in un impegno, in tutto il mondo, a sostegno di campagne umanitarie e attività di beneficenza per combattere la povertà , la sofferenza e la discriminazione.
Del suo impegno hanno usufruito, tra le altre, organizzazioni come Oxfam, Save The Childern e la National Society for the Prevention of Cruelty to Children.
Nel Labour, Jo Cox rivestiva la carica di presidente del Women’s Network del partito e senior advisor dell’organizzazione anti-schiavitù Freedom Fund.
Sposata con Brendan, alto funzionario di Save The Children, aveva due bambini di tre e cinque anni.
Felicemente divisa tra politica e famiglia, nel poco tempo libero che le restava Jo amava inerpicarsi sulle verdi colline scozzesi, andare in barca sul Tamigi, calzare un paio di sneaker e correre.
Fino a quando, nel pomeriggio di oggi, la sua corsa è finita a Birstall, villaggio alle porte di Leeds, nel suo West Yorkshire, dove è stata assassinata.
Una morte che si riverbera sulle battute finali della campagna referendaria sulla “Brexit”, che vedeva Jo Cox battersi per la permanenza del Regno Unito nella Ue. Questo il tweet “fissato” che chiude, come un testamento, il suo profilo.
Ma è più bello ricordarla con un altro tweet, rilasciato da Jo appena ieri, dove una foto ritrae la sua famiglia in un gommone, impegnata sul Tamigi nella regata tra gli europeisti del “Remain” e gli isolazionisti della “Brexit”.
Una donna impugna il vessillo “In”, perchè “dentro” l’Unione europea, scrive Jo Cox, “siamo più forti”.
Quella donna capelli al vento è di spalle, il dubbio è che non si tratti di Jo Cox. Ma si può credere che a bordo ci fosse proprio lei, non è peccato.
Già , credere. Jo Cox, una donna a cui non erano mai mancati obiettivi, speranze, sogni. Dopo l’università , Jo Cox lavorò al servizio della deputata Joan Walley, impegnandosi nel 1999 al lancio di “Britain in Europe”, un gruppo di pressione collegato ai laburisti e ai liberal democratici, protagonista della campagna europeista nel Regno Unito, trascorrendo anche due anni a Bruxelles con l’eurodeputata del Labour e baronessa Glenys Kinnock.
Ma si ricorda anche la sua collaborazione fianco a fianco con l’attivista Sarah Brown nella Maternal Mortality Campaign, per stimolare un intervento di respiro internazionale perchè le donne africane non muoiano più dando alla luce i loro figli.
Per questo suo instancabile lavoro al servizio degli altri, nel 2009 fu nominata Young Global Leader al Forum Economico Mondiale di Davos, in Svizzera.
Nel 2012 fu insignita del Devex Award per il suo contributo allo sviluppo internazionale, aree di intervento che Jo Cox avrebbe coperto anche in Parlamento, assieme a politica estera, educazione dell’infanzia e isolamento sociale.
Come presidente del Labour Women’s Network, per quattro anni Jo Cox incoraggiò sempre più donne a entrare in politica e a farsi coinvolgere nel pubblico.
Nel periodo immediatamente precedente alla sua elezione in Parlamento, Jo collaborava con la Bill and Melinda Gates Foundation, per l’accesso all’istruzione e alla sanità nelle aree critiche del pianeta, e con il già citato Freedom Fund, focalizzato sul contrasto delle moderne forme di schiavitù.
Ma Jo era anche coinvolta nel lancio di UK Women, un nuovo istituto di ricerca dedicato a migliorare la comprensione della prospettiva e delle necessità delle donne del Regno Unito.
Jo Cox, co-presidente del gruppo parlamentare trasversale Friends of Syria, si astenne dal voto sull’adesione militare britannica alla Coalizione internazionale in polemica con l’assenza di un approccio complessivo alla crisi che includesse necessariamente anche il dialogo con il dittatore Assad.
Era inoltre membro dei gruppi della Camera dei Comuni al lavoro su temi di grande respiro come Palestina, Pakistan, Kashmir, come sulle questioni che riguardavano il suo territorio, devolution e sviluppo dell’economia regionale nello Yorkshire.
Dove qualcuno ha voluto porre fine alla sua corsa.
Forse persino ignaro di quanto Jo si sia spesa anche per lui.
Paolo Gallori
(da “La Repubblica“)
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Giugno 17th, 2016 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA MINACCIATA, MA NON PROTETTA
Minacciata, ma non protetta. La deputata laburista anti Brexit uccisa ieri a Birstall, vicino a Leeds, aveva ricevuto diversi messaggi di minacce negli ultimi tre mesi.
Un uomo – che non era Thomas Mair – era stato arrestato. Ma nonostante questa escalation di violenza (riferisce il Times), la valutazione delle misure di protezione per Jo Cox da parte della polizia era ancora in corso.
L’assassino filonazista.
Thomas Mair, l’uomo che ha ucciso Jo Cox urlando ‘Britan first’, era un sostenitore dei neonazisti americani. Comprò nel 1999 da Alleanza Nazionale, l’organizzazione neonazista Usa, un manuale con istruzioni su come costruire una pistola.
Le notizie si basano sulle fatture di acquisto.
Per Southern Poverty Law Center, Mair era “un impegnato sostenitore” di National Alliance.
National Alliance è un movimento politico razzista (per la superiorità , sostengono, della “razza bianca”), e antisemita, seguito da 2500 simpatizzanti, che risulta aver cessato le attività nel 2013
Spuntano anche sospetti di un legame fra Mair e un gruppo suprematista bianco, visceralmente ostile all’Europa e simpatizzante del vecchio apartheid sudafricano.
Ne scrive oggi l’Independent online. Il gruppo in questione si chiama Springbok Club e Mair risulta iscritto da 10 anni nel database della rivista online, la Springbok Cyber Newsletter.
Cos’è lo Springbok Club.
Lo Springbok Club si caratterizza per la difesa della storia dell’apartheid in Sudafrica. L’ultimo numero del magazine Springbok Cyber Newsletter, in rete nei giorni scorsi, è incentrato tutto sul referendum britannico del 23 giugno, con un appassionato appello in favore della Brexit per abbandonare “l’artificiale e retrograda Ue e restituire sovranità e indipendenza” al Regno Unito.
L’editoriale si conclude con queste parole: “Il motto del Patriotic Forum (un cartello che riunisce movimenti nazionalisti radicali inglesi di cui lo stesso Springbok Club fa parte, ndr) è ‘usciamo dall’Europa ed entriamo nel mondo’. Abbiamo l’opportunità d’oro di far sì che la Gran Bretagna, una volta fuori (dall’Ue), torni alla visione tradizionale di questo Paese: che guarda al ‘mare aperto’ e ai fratelli e sorelle etniche del Commonwealth in giro per il globo. I giorni dinanzi a noi ci ispireranno!”.
La reazione positiva (e triste) delle borse.
La morte di Jo Cox riporta – tristemente – il sereno sui mercati finanziari e le borse europee aprono positive. Gli investitori, evidentemente, ritengono che l’impatto emotivo dell’assassinio della deputata anti-Brexit possa ridurre le possibilità di vittoria dei ‘Leave’ al referendum del 26 giugno. Resta sospesa la campagna per il referendum.
Mattarella: “Ferocia rafforzerà lotta a odio”.
Reazioni da tutto il mondo sull’omicidio di Jo Cox. Per Mattarella, che ha inviato un messaggio di cordoglio alla regina Elisabetta II, “quest’ennesima azione, di inaudita ferocia, ci rafforzerà nella comune lotta contro ogni forma di odio e di violenza affinchè il dibattito politico possa rimanere sempre libero e aperto”.
“Un omicidio che ci indigna”, ha commentato Pietro Grasso, il presidente del Senato. “C’è un clima del dibattito politico, in Gran Bretagna, in Usa ma anche in Italia – ha osservato Laura Boldrini, presidente della Camera – che è sempre più esasperato. Questo modo di fare politica è molto pericoloso, può indurre qualcuno che non ha grande equilibrio a fraintendere le modalità del confronto e mettere in atto comportamenti violenti. È necessario abbassare i toni”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 16th, 2016 Riccardo Fucile
COLPI DI ARMA DA FUOCO DA PARTE DI UN 52ENNE… JOANNE COX E’ UNA PARLAMENTARE IMPEGNATA SUI TEMI MIGRANTI E CONTRARIA ALL’USCITA DELLA GRAN BRETAGNA DALLA UE… SOSPESA LA CAMPAGNA ELETTORALE
Una deputata britannica laburista, Helen Joanne Cox, è stata aggredita oggi a Birstall, vicino a Leeds, in
circostanze non ancora chiare.
La parlamentare, 42 anni, è stata ferita con un coltello e anche con colpi d’arma da fuoco, e le sue condizioni sarebbero critiche.
La donna è stata colpita nelle vicinanze della biblioteca di Birstall, nel West Yorkshire, nel suo collegio elettorale.
L’aggressore sarebbe un uomo. Dopo l’attacco è stata trasportata in eliambulanza all’ospedale di Leeds. In passato la deputata si era occupata di temi legati al conflitto siriano e della questione migranti.
Si era anche schierata a favore dell’intervento militare britannico in Siria, in aperto dissenso con il leader del suo partito, Jeremy Corbyn, che oggi si dice “scioccato da quanto accaduto”.
La Cox, cheaveva anche lavorato per Oxfam e Save the Children, si trovava nella sua circoscrizione per il consueto incontro con gli elettori.
Nel tweet bloccato al primo posto del suo profilo così scrive contro Brexit: “L’immigrazione è una preoccupazione legittima ma non è una buona ragione per lasciare l’Europa”
Madre di due figli, è stata eletta deputata per la circoscrizione elettorale di Batley e Spen alle elezioni del 2015.
Secondo un testimone citato dal Telegraph, sarebbe rimasta colpita dopo essersi intromessa in una lite tra due uomini.
Un altro testimone, Hithem Ben Abdallah, ha raccontato ai media britannici di aver visto persone correre in strada, in direzione della biblioteca, e di aver sentito due spari. Ha notato un uomo che indossava “un berretto da baseball bianco sporco”, che ha iniziato a “spintonarsi con qualcuno” e le ha sparato tra due auto.
“Sembrava avesse una pistola vecchia, come se fosse della prima guerra mondiale o ‘artigianale’. Non il genere di pistola che si vede normalmente”, ha aggiunto Abdallah. La donna è rimasta per alcuni minuti sanguinante a terra in attesa dell’ambulanza che l’ha poi trasportata in ospedale.
Secondo l’Indipendent, una terza persona presente ha raccontato che l’aggressore prima di colpirla avrebbe gridato: “Britain first”.
L’aggressore, secondo un’altra testimonianza, sarebbe un uomo tra i 60 e i 70 anni, mentre i media britannici riportano che la polizia ha nel frattempo arrestato un uomo di 52 anni legato all’aggressione. Un altro uomo, tra i 40 e i 50 anni di età , risulta lievemente ferito.
Il primo ministro David Cameron, informato dell’accaduto e ha espresso profonda “preoccupazione”. Anche il sindaco laburista di Londra, Sadiq Khan si è detto “scioccato dalla notizia del ferimento di Jo Cox”, definita una deputata “brillante” e “un’amica”.
Dopo l’agguato, entrambi gli due schieramenti opposti nel Referendum del prossimi 23 giugno sulla permanenza della Gran Bretagna nella Ue hanno annunciato la sospensione per la giornata di oggi delle rispettive campagne.
L’annuncio dello stop è arrivato via twitter dal movimento Stronger in Europe, mentre ad annunciare lo stop alle attività elettorali per il campo del “Leave” è stato l’ex sindaco di Londra Boris Johnson.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 14th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUN LEGGE IMPEDISCE PERSINO A LORO L’ACQUISTO DI ARMI D’ASSALTO
E’ durissimo il capo della polizia di New York, Bill Bratton. “L’idea che abbiamo una lista nera sui terroristi e una lista no-fly e che qualcuno su quelle liste possa comprare un’arma, è il livello più alto di follia”.
“Si dovrà capire – ha aggiunto Bratton – se c’era qualcosa nelle indagini dell’FBI che avrebbe potuto impedire a Omar Mateen di acquistare delle armi. Ma non ho molte speranze, ovviamente gli Stati Uniti hanno oggi troppa paura della NRA (National Rifle Association, la lobby dei produttori di armi)”.
Con il passare delle ore, e l’approfondirsi dell’indagine attorno al massacro di Orlando, stanno anche emergendo dubbi e domande su come Mateen, che era finito sotto i radar dell’FBI come possibile sospetto di terrorismo, abbia potuto acquistare tranquillamente le armi che gli hanno permesso di uccidere 49 persone e ferirne più di 50.
Il capo della polizia di New York, un energico sostenitore del gun control, ha dato voce proprio a questi dubbi.
Mateen è stato interrogato dall’FBI in tre occasioni: due volte nel 2013, una nel 2014. Si sospettava fosse un elemento in via di radicalizzazione. Nel 2014, Mateen aveva detto di essere in contatto con Moner Mohammad Abusalha, un americano che si è fatto saltare in aria in Siria e che nel passato era vicino di casa di Mateen.
In tutte e tre le occasioni l’FBI non ha trovato elementi sufficienti a incriminare l’uomo; o a metterlo in stato di sorveglianza. Mateen ha quindi potuto comprare, legalmente, le armi che gli sono servite per la strage.
Si tratta di una pistola a 9 mm e di un fucile d’assalto AR-15, acquistati da un regolare rivenditore circa una settimana prima del massacro.
Mateen era d’altra parte in possesso di porto d’armi e, in più, di una licenza come guardia di sicurezza (aveva anche lavorato come guardia al tribunale di Port St Lucie, dove viveva).
“Non era una persona sottoposta a restrizioni. Poteva entrare legalmente da un rivenditore di armi e acquistare quello che voleva. Lo ha fatto”, ha spiegato il portavoce del Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms, l’agenzia che si occupa del controllo sulle armi.
Anche nel caso in cui Mateen fosse stato condannato per reati che hanno a che fare con l’odio etnico e di genere (chi ha conosciuto Mateen dice che l’uomo si lasciava spesso andare a insulti e minacce di morte contro gay e neri), avrebbe comunque potuto comprare un’arma.
In molti Stati americani, e tra questi c’è anche la Florida, chi viene riconosciuto colpevole di questo tipo di crimini può comunque acquistare un’arma.
La libertà di entrare in possesso di un fucile o di una pistola, anche nel caso di soggetti pericolosi o sospettati di legami con il terrorismo, è comunque ancora più vasta.
Lo scorso dicembre il Senato non ha raggiunto i voti necessari per approvare una misura che avrebbe proibito ai sospetti di terrorismo di comprare armi.
In linea di principio, quindi, anche una persona sospetta di terrorismo deve poter godere del diritto riconosciuto dal Secondo Emendamento (o meglio, da una particolare interpretazione di esso).
A questi dettagli se ne aggiunge un altro importante. Mateen si è servito, per compiere la sua strage, di un fucile d’assalto AR-15.
Si tratta della stessa arma usata in una serie di recenti stragi: quella al cinema di Aurora, Colorado, la notte della prima di Batman; quella del 2012 alla Sandy Hook Elementary School di Newton, Connecticut, dove furono ucciso venti bambini e sei educatori; quella più recente di San Bernardino, dove una giovane coppia di coniugi ha ucciso 14 persone in un centro di servizi sociali.
Il fucile è di facile uso e ha una straordinaria potenza di fuoco: non sorprende dunque che abbia, ogni volta, causato così tanti morti.
Quello che sorprende è che un’arma così terribile possa essere acquistata da privati cittadini nei rivenditori autorizzati (in Florida non c’è nemmeno bisogno del porto d’armi; basta semplicemente sottoporsi a tre giorni di background checks).
Il dibattito su come Mateen si sia potuto procurare senza problemi armi così sofisticate si intreccia in queste ore alla discussione politica: con una divaricazione sempre più forte tra democratici e repubblicani.
Dopo le dichiarazioni a caldo di ieri, la Clinton è tornata oggi sulla vicenda, con un’intervista a NBC’s Today. “Quante tragedie di massa dobbiamo ancora attraversare?” si è chiesta la candidata democratica alla Casa Bianca. Il fatto è, ha aggiunto, che “dobbiamo togliere dalle strade queste armi da guerra”.
Roberto Festa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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