Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IL LUMINARE DELL’UNIVERSITA’ DI LUOVAIN, FELICE DASSETTO: “E’ IL COLPO DI CODA DEL NETWORK JIHADISTA DEL BATACLAN, CI SONO ANCORA DIECI PERSONE CHE OGNI MESE SI ARRUOLANO NELL’ISIS”
Professor Felice Dassetto, cosa sta accadendo in queste ore a Bruxelles, è la versione belga della notte
parigina del Bataclan?
«Purtroppo c’era da aspettarselo. La cosa importante da capire è se si tratta di dell’ultimo colpo di coda della rete precedente, considerando che ci sono ancora due o tre persone a piede libero di quel commando e che per attentati come quelli di stamattina bastano effettivamente due o tre persone, oppure se si tratta di una nuova ondata di attentati jiahdisti»
Lei cosa pensa?
«Propendo per l’ultimo colpo di coda, perchè il network del Bataclan è tutto sommato molto locale, composto al massimo di 30 persone di cui 18 attivi, non era una grossa rete. Ma se si trattasse di una nuova ondata finora dormiente che si attiva in continuità con lo smantellamento di quello precedente e sempre sfruttando il filo doppio con la Siria sarebbe molto grave e allarmante».
Perchè il Belgio, un paese di cui lei segue la radicalizzazione in arrivo da anni?
«In realtà non è solo il Belgio, anche la Francia non è messa benissimo. Ma certamente considerando che questa sfida jihadista è molto legata al mondo marocchino-algerino e che in Belgio c’è una forte componente di musulmani di origine araba c’è qui un forte potenziale. In più ci sono altre due cose: la prima è il discorso salafista diffuso da almeno trent’anni nelle nostre moschee, un discorso per il quale vari gruppi tra cui anche i Fratelli Musulmani hanno preparato il terreno; la seconda è che il Belgio è una società molto liberale, sensibile ai diritti individuali e a quelli di associazione, una caratteristica che associata a uno Stato debole che ha orrore della repressione può aver favorito la lentezza con cui si sono prese le misure difensive contro questa nuova sfida. In Belgio anche la criminalità comune ha avuto a suo tempo una certa libertà di manovra e negli anni ’90 ci sono stati molti arresti legati agli algerini della seconda linea del GIA algerino. Ma la sicurezza belga negli anni passati ha anche lavorato bene, sventò un attentato qaedista alla base americana. Il punto è che oggi l’ampiezza del fenomeno Isis è senza misura, si parla di parecchie decine di persone che tornano dalla Siria approfittando dei flussi migratori».
Ci sono ancora molte partenze di volontari per l’Isis dal Belgio?
«La polizia parla di una decina di persone che partono ogni mese. Meno di prima ma partono ancora. Non sappiamo invece quanti sono quelli che tornano»
Il super-ricercato Salah Abdeslam ha mostrato di poter contare non solo su una nutrita rete di complici ma anche di copertura. Com’è stato possibile?
«Credo che per nascondersi abbia contato sulla sua rete precedente di micro-criminali legati al traffico di droga, una quindicina di persone. Era un piccolo trafficante. E a quanto pare le prigioni restano uno dei centri della radicalizzazione, ma non l’unico. Il Belgio ha appena finito il processo contro il commerciante marocchino che fu a suo tempo reclutatore di Abaaoud, la mente del Bataclan».
Come sta reagendo il Belgio?
«Non credo che vedremo più islamofobia di quel che c’era già . La gente è soprattutto spaesata, come nell’Italia delle Brigate Rosse, sente di non capire cosa accade. Ma è soprattutto tra i musulmani che vedo un cambiamento in corso, ora i musulmani ordinari reagiscono, ne vedo tanti disperati. Non che prima fossero complici, ma fino a un anno fa tacevano, disapprovavano passivamente, la maggioranza normale e pacifica non prendeva posizione, come avvenuto a Parigi dopo Charlie Hebdo. Ora invece c’è anche chi denuncia».
Che peso ha la zona grigia nella copertura, volontaria o involontaria, che i terroristi ricevono dalla comunità islamica?
«Lo Stato ormai ha capito che contro questo terrorismo va fatto il massimo, con costi enormi e ingaggiando la comunità musulmana. Tra i musulmani c’è un cambiamento, come dicevo, ma restano problemi seri nel pensiero islamico che ovunque deve fare una rivoluzione copernicana se vuole uscire da questo caos, deve riformarsi. L’ultimo numero della rivista di Isis, Dar al-Islam, era dedicato al Bataclan, parlava di via profetica al terrorismo e argomentava contro i falsi musulmani. Secondo me se non si riforma e non si rifonda il pensiero musulmano l’argomentazione teologica di Isis tiene, ha una coerenza con la tradizione musulmana».
Allo stato attuale, verrà nuovamente messa sotto accusa la sicurezza belga, ancora oggi “bucata”?
«Siamo in una specie di guerra-guerriglia, prevenire questi attacchi è molto complicato. C’è certamente alle spalle la guerra dichiarata dall’Isis all’occidente e all’Europa. Ma c’è poi anche l’azione diffusa dei terroristi seguaci delle teorie del jihad individuale di Abu Khalid al Suri, il nuovo tipo di terroristi, molto abili, molto più sfuggenti. Nella metro di Bruxelles da tempo hanno tolto i cestini della spazzatura e oltre alla polizia gira costantemente l’esercito, ma come può fermare quel che è successo oggi? Specialmente stazioni piccole come Maelbeek non sono presidiabili. Il problema è invece all’aeroporto di Bruxelles che era veramente sguarnito. Torno or ora dall’India e ho visto che a Dheli non si entra nello scalo senza biglietto e senza mostrare il passaporto, nessuno entra. E poi c’è un metal detector-scanner prima della hall, non si scappa. A Bruxelles Zaventem invece si entra senza controllo, le esplosioni di oggi sono avvenute vicino ai desk. Sapendo che questi terroristi cercano luoghi affollati e simbolici l’aeroporto così sguarnito non è comprensibile».
Francesca Paci
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
IN SIRIA E IRAQ PERDE TERRENO E CONSENSI E CERCA LA RIVINCITA IN EUROPA… LA RETE DEGLI ATTACCHI ALL’ESTERO NON E’ STATA SMANTELLATA DAI RAID
Quindi non era solo una corsa contro il tempo per trovare Salah Abdeslam.
La caccia alla rete dell’Isis a Bruxelles doveva fermare gli attentatori suicidi pronti a ripetere nella capitale europea le stragi del 13 novembre a Parigi.
Le forze di sicurezza franco-belghe hanno smantellato una cellula, quella dell’algerino Mohammed Belkhaid ma la rete era più vasta e poco penetrabile.
Un’altra cellula, forse due, sono riuscite a colpire 48 ore dopo il blitz che ha portato alla cattura di Abdeslam. Attacchi evidentemente preparati molto prima.
La «divisione per gli attacchi all’estero» dell’Isis è ancora efficiente.
Lo Stato islamico in un anno ha perso un terzo dei territori che controllava in Siria e Iraq.
Centinaia di militanti stanno disertando a Raqqa e a Mosul. I raid della coalizione a guida Usa, e quelli russi, hanno semi-distrutto le sue infrastrutture e la sua capacità di importare armi e beni di consumo.
Il Califfato è sotto assedio, si restringe, fatica a mantenere un minimo di consenso.
La sua strategia è allora di espandersi all’estero.
Dirotta i foreign fighter in Libia, dove è meno sotto pressione. E invia kamikaze di ritorno in Europa. La divisione per gli attacchi all’estero è diretta da Abu Muhammad al-Shimali, vero nome Tirad Al-Jarba.
Al-Shimali è al vertice della struttura che organizza i viaggi dei foreign fighter, controlla i confini, registra gli ingressi ed è stata la mente dello spettacolare afflusso di combattenti stranieri nello Stato islamico.
Gli aspiranti suicidi sono selezionati e catalogati con cura. Una lista è stata trafugata a dicembre dagli archivi dell’Isis: fra i 122 nomi c’erano anche un cugino del kamikaze di Istanbul, Abu Mustafa Ozturk, e soprattutto l’algerino ucciso a Bruxelles, Mohammed Belkhaid.
Giordano Stabile
(da “La Stampa”)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
BELGIO ALZA ALLERTA AL MASSIMO, SCATTA “PIANO CATASTROFI”
Le autorità belghe hanno lanciato il “piano catastrofi” per fare fronte alle conseguenze delle due esplosioni
che hanno devastato l’area partenze dell’aeroporto Zaventem di Bruxelles.
Anche se non c’è ancora la certezza, la convinzione generale è che si tratti di un attentato terroristico.
Le autorità hanno innalzato il livello di allerta al livello 4, il massimo ed è stato convocato per stamattina un Consiglio nazionale di sicurezza.
Chiusa tutta la rete metropolitana di Bruxelles, evacuato completamente l’aeroporto e anche la Gare centrale, la stazione ferroviaria centrale.
Evacuate anche le scuole. Chiusi i tunnel che portano verso il centro della città . Chiuso il Palazzo Reale per un pacco sospetto.
Difficoltà anche sulle linee telefoniche, la raccomandazione è utilizzare sms per non sovraccaricare.
La fuga dopo l’esplosione
“Seguiamo la situazione minuto dopo minuto, la priorità assoluta va alle vittime e alle persone che si trovavano sul posto”.
Questo il tweet con cui il primo ministro belga Charles Michel è intervenuto pochi minuti fa sulle esplosioni a Zaventem. “Per il momento, chiediamo alla popolazione di evitare ogni spostamento. Chiamare il centro di crisi: 1771” scrive ancora il premier belga.
Il caos all’aeroporto dopo l’esplosione
Le autorità belghe temevano nuovi attentati dopo l’arresto venerdì scorso del super ricercato Salah Abdeslam, tanto che l’allerta terrorismo era rimasta a livello 3, un gradino sotto l’allerta massima a livello 4.
Già domenica il ministro degli Esteri belga, Didier Reynders, aveva dichiarato che Abdeslam “era pronto a rifare qualcosa a Bruxelles”.
“Abbiamo trovato molte armi, delle armi pesanti durante le prime indagini e abbiamo trovato una nuova rete attorno a lui a Bruxelles”, aveva aggiunto.
“Siamo lontani dall’aver risolto il puzzle”, aveva ammesso ieri il procuratore federale belga Frèdèric van Leeuw in una conferenza stampa a Bruxelles, assieme al procuratore di Parigi Francois Molins.
“Il fatto di aver trovato dei combattenti stranieri dotati di armi pesanti è naturalmente preoccupante – ha aggiunto – è evidente che non erano qui per un pic nic. L’inchiesta dovrà determinare se pianificavano degli attentati”.
(da “Huffingtonpost“)
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Marzo 22nd, 2016 Riccardo Fucile
VOLI SOSPESI, SCALO EVACUATO, ORDIGNO VICINO A SEDE UE
Bruxelles, il cuore dell’Europa, è sotto attacco.
Prima due esplosioni all’aeroporto di Bruxelles Zaventem alle 8 del mattino che hanno ucciso almeno 13 persone e ne ha ferite 35.
Un’ora dopo due altre bombe sono esplose in centro, alle fermate di Metro Maelbeek e Schumann, vicino alle istituzioni europee.
Secondo i media belgi 10 persone hanno perso la vita, portando complessivamente il bilancio delle vittime a 23.
Un assedio che segue di tre giorni dall’arresto di Salah Abdeslam, il principale ricercato per gli attentati di Parigi del 13 novembre.
Due esplosioni a Zaventem.
Le esplosioni a Zaventem sono avvenute nella hall delle partenze, al terminal A, accanto al banco della American airlines e della Brusseles Airlines.
La polizia ha evacuato lo scalo, interrotto i voli e i collegamenti ferroviari. La rete pubblica belga Vrt lo ha definito “un attacco suicida” nel quale avrebbe agito almeno un kamikaze. Fonti governative parlano di un attentato. Prima delle due esplosioni, secondo l’agenzia di stampa Belga, si sarebbero sentiti urli in arabo e spari.
Colpita la stazione Metro.
Sotto attacco anche il centro della città e l’area dove si trovano gli uffici dell’Unione europea.
Erano le 9,15 quando si è sentita un’esplosione nella stazione di metropolitana Maelbeek a due passi dalle istituzioni europee.
I media parlano di una decina di morti. Alcuni testimoni avrebbero visto uscire persone insanguinate.
Testimoni parlano anche di un’altra esplosione alla Metro Schuman, sempre vicino alle istituzioni della Ue. I media parlano di feriti.
Tutte le stazioni della metropolitana della città sono state chiuse ed è stata evacuata la stazione centrale. La Commissione europea ha avvertito tutti i suoi dipendenti a restare a casa o all’interno dei loro uffici.
Il livello d’allerta.
La procura belga aveva lanciato l’allarme per nuovi attentati. Oggi il livello d’allerta in Belgio è stato elevato a livello 4 – il massimo – in tutto il paese e a livello provinciale è scattato ‘il piano catastrofi’. Bruxelles è una città isolata, paralizzata con metro e stazioni chiuse.
Le autorià hanno chiesto ai cittadini di evitare gli spostamenti. “Il piano di emergenza è stato attivato”, ha detto Rudi Vervoort, presidente della regione Bruxelles-Capitale.
Le testimonianze.
Sui media locali si vedono immagini che mostrano una colonna di fumo che proviene dall’aeroporto di Zaventem. Una terza bomba è stata ritrovata nell’area.
“Ero nella hall delle partenze, al Gate 10 quando ho sentito la prima esplosione, verso le 7 e 45. Molte persone si sono messe a correre verso l’uscita. Poi c’è stata una seconda esplosione fra il gate 8 e il 9. Dei pezzi del soffitto sono caduti. E’ scoppiato il panico. Ho visto feriti, ma non gravi”, ha detto Marie-Odile, una testimone al giornale La Libre Belgique.
“Ero in coda per la registrazione e ho sentito un’esplosione. Ho visto il fumo, ho visto gente correre in preda al panico verso l’uscita. C’è stata una seconda esplosione molto più vicina a me”, ha detto un testimone a Bel Rtl.
“Tutti hanno lasciato l’aeroporto in preda al panico, la maggior parte delle persone hanno lasciato il loro bagaglio. Le auto sono state evacuate”, ha riferito la fonte citata da Derniere heure. Numerosi agenti di polizia e ambulanze si sono recati sul posto. Lo scalo è stato chiuso, non ci sono nè voli che arrivano nè in partenza.
Bombe inesplose.
Un testimone riferisce alla stessa emittente di avere visto diversi feriti e persone svenute sul marciapiede dell’ingresso della hall delle partenze, davanti all’hotel Sheraton, a Zaventem. Al momento, fa sapere l’ambasciatore in Belgio, Vincenzo Grassi, non risultano vittime italiane negli attentati di Bruxelles.
Salvini: “Stavo per partire”.
“Sto rientrando in questo momento nei miei uffici a Bruxelles, la polizia mi ha bloccato a poca distanza dall’aeroporto, dove a minuti avrei preso un aereo per l’Italia”, ha detto Matteo Salvini, segretario della Lega Nord. Raggiunto al telefono, Salvini ha spiegato “stavo andando proprio alla sala partenze dell’aeroporto di Bruxelles per tornare in Italia quando sono stato bloccato e rimandato indietro dalla polizia. Qui intorno c’è un grande caos”.
Controlli negli aeroporti. Zaventem è blindata.
I voli sono sospesi e non è più possibile raggiungere l’aeroporto belga dalle stazioni. Sono stati sospesi tutti i voli diretti a Bruxelles dall’aeroporto di Fiumicino. La polizia federale della Germania ha rafforzato i controlli di sicurezza all’aeroporto di Francoforte e quella francese nello scalo di Parigi-Roissy.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2016 Riccardo Fucile
GLI EROI MUOIONO IN SILENZIO: LA POLIZIA HA SCORTATO LA SALMA FINO A MANDERA DOVE ERA VICE-PRESIDE IN UNA SCUOLA LOCALE: “MORTO PER PROTEGGERE INNOCENTI”
Eroi che muoiono in silenzio. Come Salah Farah, un insegnante keniota di religione islamica, ucciso per aver protetto alcuni cristiani. Morto per salvare dalla morte un diverso paradiso.
Il 21 dicembre, al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di al-Qaeda, ha teso un’imboscata a un autobus che si stava dirigendo a Mandera, città nel nord-est del Kenya.
Col volto coperto, armati, in tuta mimetica, i militanti hanno fatto scendere i passeggeri e cominciato la loro caratteristica conta mortale. I musulmani da una parte, i cristiani dall’altra, due gruppi separati per ucciderne uno solo, in nome della sharia. Ma questa volta i passeggeri musulmani si sono rifiutati di collaborare.
“Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci andare” ha raccontato Salah Farah al Daily Nation dopo l’attacco.
Anche lui si trovava sul bus. “Appena abbiamo parlato hanno sparato a un ragazzo, e a me”.
Il 18 gennaio, Farah, dopo un mese trascorso al Kenyatta National Hospital di Nairobi, è morto per le ferite riportate. La polizia ha scortato il suo corpo a Mandera, dove viveva e lavorava come vice preside in una scuola locale.
“E’ un vero eroe” ha detto di lui il capo della polizia keniota, Joseph Boinnet, “è morto per proteggere innocenti”.
“Siamo fratelli”, ha detto Farah a Voice of America all’inizio di questo mese.
“E’ la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possono prendersi cura di noi”.
Farah era musulmano, prima di morire ha fatto in tempo a raccontare che si era rifiutato di sacrificare i passeggeri cristiani perchè credeva fermamente nella convivenza pacifica tra musulmani e non musulmani. E quel giorno sull’autobus non è rimasto solo, altri passeggeri musulmani a bordo lo hanno affiancato, dando i loro veli ai cristiani perchè si confondessero, perchè non fossero riconoscibili.
Mentre passeggeri e militanti si trovavano faccia a faccia, sulla strada polverosa era arrivato un camion. Sospettando fosse la polizia, i terroristi si erano nascosti dietro un cespuglio. Approfittando della pausa, i passeggeri erano saliti sul bus e scappati.
Un vigile urbano e il conduttore del camion sono stati uccisi. Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità per l’attacco.
Nonostante gli sforzi da parte delle autorità del Kenya, al-Shabaab resta una minaccia grave.
Separare musulmani e non musulmani durante gli attacchi è diventata la loro firma. All’inizio di quest’anno individui affiliati con il gruppo hanno preso d’assalto i dormitori Garissa University, un piccolo college nel nord del Kenya, e ucciso 147 studenti. Hanno separato studenti non musulmani dai loro colleghi musulmani, poi li hanno massacrati.
Nel novembre dello scorso anno, il gruppo ha rivendicato l’uccisione di 28 persone: anche loro erano su un autobus diretto a Mandera. Hanno subito la stessa esecuzione.
La scorsa settimana l’esercito è stato attaccato dei militanti in una delle sue basi in Somalia, subendo pesanti perdite.
Da circa quattro anni Al-Shabaab sta attraendo un numero crescente di musulmani del Kenya da poco convertiti. Sembra che i combattenti kenioti costituiscano il 10 per cento del totale delle forze del gruppo, si tratta spesso di giovani appartenenti alle classi più povere del Kenya, e questo li rende particolarmente sensibili alle attività di propaganda e reclutamento.
Un keniota pentito, ex membro del gruppo terrorista e che ora collabora con la polizia, ritiene che la formazione impieghi i kenioti per le azioni più pericolose, in modo tale che i membri storici del gruppo restino indenni.
La prima operazione importante dopo la fusione con al-Qaeda è stata l’attacco al centro commerciale Westgate Mall di Nairobi, in Kenya, iniziato il 21 settembre 2013 e terminato il 24 dopo ripetuti assalti delle forze di sicurezza keniane.
Molti dei morti sono stati, secondo i testimoni, uccisi per non aver saputo rispondere a venti domande inerenti al recitare versetti del Corano o i nomi del profeta Maometto.
Katia Ricciardi
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 18th, 2016 Riccardo Fucile
LA FAMIGLIA SANTOMENNA GESTIVA DAL 2012 IL CAFFE’ CAPPUCCINO, ASSALTATO DA AL QAEDA…IL PADRE ERA IN NIGER PER LAVORO
La fine di un bel sogno. Questo sono stati, per Gaetano Santomenna, i duplici attacchi terroristici di
Ouagadougou, lo scorso venerdì.
Santomenna, italo-libanese proprietario del caffè Cappuccino, quella tragica sera non si trovava nemmeno in città . «Era in Niger per lavoro», dice Nabil Attieh, suo conoscente libanese, anche lui proprietario di un ristorante a Ouagadougou.
«Adesso rientra e non ha più nessuno. La moglie, il figlio, la cognata. Tutti morti. Una vita distrutta, non ci sono parole».
Victoria Yankovska, moglie di Santomenna, il loro figlio Misha di nove anni e la sorella di lei, Jana, sono tutti caduti sotto i colpi del commando armato che ha fatto irruzione nel locale. Secondo testimoni oculari, Victoria e sua sorella sarebbero entrambe morte sul colpo.
Il Cappuccino era il «sogno» di Ouagadougou. Un ristorante «all’europea», con tanto di panetteria annessa. L’ho frequentato spesso, soprattutto durante i miei primi soggiorni in Burkina Faso. Cercavo qualcosa che mi facesse sentire a casa – e già il nome del locale, che il proprietario aveva scelto in omaggio alle proprie origini del sud Italia, sembrava essere una buona premessa.
In effetti, seduti a uno qualsiasi dei suoi tavolini, ci si sentiva in una qualsiasi città europea. A Roma come a Parigi.
Poi si guardava fuori e ci si ricordava di essere nel cuore dell’Africa occidentale. Santomenna lo aveva aperto nel 2012 – prima di allora aveva lavorato come rappresentante di materiali per la panificazione.
Il Cappuccino era stato la realizzazione di un’idea che il signor Gaetano accarezzava da molto tempo: aprire la prima vera boulangerie di Ouagadougou.
La moglie Victoria, di nazionalità franco-ucraina, era lo splendido volto del locale.
La trovavi dietro alla cassa, solare e sorridente, sempre pronta a scambiare due parole con i suoi clienti. Viveva in Burkina Faso da dieci anni. Secondo fonti vicine alla famiglia, Jana era venuta a visitare sorella e nipote da Kharkov, la seconda città più grande dell’Ucraina.
Proprio durante una delle mie prime visite al Cappuccino ho incontrato il signor Gaetano, alcuni mesi fa. Conosceva il mio compagno e abbiamo scambiato quattro chiacchiere davanti a un caffè. Una persona amabile, cortese.
Era in piena forma, dopo una dieta che gli aveva fatto perdere sessanta chili. Si stentava a riconoscerlo. Ci aveva raccontato che era stata proprio sua moglie a spingerlo a migliorare le sue abitudini alimentari e a prendersi più cura della propria salute.
Abbiamo parlato principalmente in francese, con qualche breve frase in italiano – l’italiano limitato di chi è immigrato da sempre o di quelli che in Italia non hanno mai messo piede, pur conservando sempre un enorme amore per il proprio Paese di origine. «Una persona molto discreta, schiva» ricorda Giuliana Dacasto, che a Ouagadougou è proprietaria di un piccolo hotel e che è considerata l’anima della comunità italiana in Burkina Faso.
L’identità delle vittime è resa nota a poco a poco. Nel tardo pomeriggio di ieri, le autorità hanno pubblicato una prima lista che, oltre alla famiglia di Santomenna, comprende due cittadini francesi, quattro canadesi, sette burkinabè, due svizzeri, un americano, un olandese, un libico e un portoghese.
Rimangono ancora da identificare sette persone, fra cui almeno altri tre occidentali.
Il bilancio delle vittime è probabilmente destinato a salire. Lisa Toure, una delle sopravvissute del Cappuccino, dubita che i numeri siano così bassi: «Mi sembra poco. Eravamo in molti lì dentro e a un certo punto i terroristi hanno iniziato a giustiziare le persone una per una», ha detto questo pomeriggio via Twitter.
Marina Spironetti
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 17th, 2016 Riccardo Fucile
MICHEL ERA IL FIGLIO DEL TITOLARE DEL “CAPPUCCINO”, GAETANO SANTOMENA… IL CORDOGLIO DELLE ISTITUZIONI
Una vittima italiana nell’assalto di al Qaeda di venerdì a Ouagadougou in Burkina Faso. Si tratta del piccolo Michel Santomenna di 9 anni.
“E’ il figlio minore di circa 9 anni del titolare italiano del ristorante ‘Cappuccino’, signor Gaetano Santomenna – fa sapere la Farnesina – si trovava all’interno del locale al momento dell’assalto insieme a sua madre, cittadina straniera. Il piccolo è morto insieme alla madre e altri parenti. Sono in corso accertamenti da parte delle autorità del Burkina Faso”.
L’Unità di Crisi, il Console Onorario a Ouagadougou e l’Ambasciatore d’Italia ad Abidjan, Alfonso Di Riso, che si è recato sul posto, stanno prestando assistenza al nostro connazionale, fa sapere la Farnesina.
“L’Italia – conclude la nota – continuerà la propria azione affinchè la comunità internazionale resti unita ed intensifichi gli sforzi per contrastare la minaccia del terrorismo, che ancora una volta mostra il suo volto più disumano e crudele nel prendere di mira civili indifesi: uomini e donne di ogni nazionalità e, ancor più tragicamente, bambini”.
“Un crimine orrendo. Italia vicina al padre Gaetano”. Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
Per il premier Matteo Renzi: “Da padre, prima ancora che da premier, non ci sono parole per dire il dolore e il cordoglio di tutta l’Italia per questa morte, quella di una giovane vita recisa dall’odio”.
(da agenzie)
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Gennaio 2nd, 2016 Riccardo Fucile
I DOCUMENTI CONTRAFFATTI UTILIZZATI DA AFFILIATI DELL’ISIS CHE SPESSO GIA’ VIVONO IN EUROPA
Cavalli di Troia per rientrare nella roccaforte europea: sono i passaporti siriani, autentici o
meno, utilizzati da affiliati dell’Isis, per sbarcare “in incognito” in Francia e in altri Paesi europei.
Ecco la nuova preoccupazione di Parigi (e non solo), questa mole indefinita di documenti d’identità raccolti da Daesh per entrare senza problemi nello spazio Schengen.
Nei giorni scorsi Bernard Cazeneuve, ministro francese degli Interni, ha chiesto chiaro e tondo ai suoi omologhi europei nuove misure “contro questi veri e falsi passaporti, molto difficili da individuare”.
Da dove provengono? In parte sono recuperati dalle milizie dell’Isis sui campi di battaglia, sui corpi dei soldati morti dell’esercito di Bashar al-Assad.
Poi sono stati ritrovati “vergini” negli uffici dell’amministrazione pubblica di centri siriani occupati dalle truppe di Daesh.
Altri vengono fabbricati di sana pianta da un servizio apposito dello Stato islamico. Poi ci sono anche i passaporti autentici confiscati ai jihadisti che arrivano in Siria da Paesi europei, spesso non catalogati da polizie e servizi segreti.
I loro documenti possono quindi essere utilizzati di nuovo da altre persone.
I documenti vengono ridistribuiti nei limiti del possibile a persone con caratteristiche fisiche simili a quelle dei titolari originari.
“Contrariamente a quello che si pensa — ha dichiarato all’agenzia France Presse Christophe Naudin, criminologo specialista di frodi sui documenti d’identità — è molto facile entrare e uscire dallo spazio Schengen proprio grazie a questi passaporti”.
Due siriani ne erano stati trovati accanto ai cadaveri di due kamikaze in azione lo scorso 13 novembre allo Stade de France, nella periferia nord di Parigi.
Per uno dei due, che indicava come nome e cognome Ahmad alMohammad, gli inquirenti francesi hanno evocato fin dagli inizi la possibilità che provenisse da un soldato di Assad morto al fronte.
Sospettato di essere legato agli attacchi di Parigi, anche Ahmed Dahmani, di nazionalità belga e marocchina, fermato a metà novembre ad Antalya, in Turchia, era in possesso di un documento siriano vero ma non corrispondente alla sua identità .
Anche il franco-belga Abdelhamid Abaaoud, che avrebbe avuto un ruolo organizzativo importante negli attentati parigini e che è rimasto ucciso nell’attacco finale delle teste di cuoio francesi a Saint-Denis, sarebbe ritornato dalla Siria in Francia con uno di questi passaporti: lui, che era in testa nella lista dei jihadisti ricercati dalla polizia e dai servizi segreti di Francia.
Anzi, proprio Abaaoud, secondo rivelazioni degli ultimi giorni da parte di fonti dell’intelligence a Parigi, avrebbe avuto un ruolo importante nello Stato islamico in questo traffico di veri-falsi passaporti.
Altro caso interessante (e inquietante) è quello di un giovane di Troyes, un cittadino francese di 25 anni e di origini non arabe, convertito all’islam. Partito per la Siria nell’ottobre 2012, era diventato un jihadista agguerrito ed è stato fermato a Praga il 21 luglio scorso.
Non si conoscono le sue generalità ma il suo nome di battaglia per Daesh era Abou Hafsa. Da poco è emerso che aveva presentato un passaporto svedese autentico di un giovane che nel frattempo era partito pure lui a combattere la guerra santa con l’Isis.
Leonardo Martinelli
(da “La Stampa”)
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Dicembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
E’ STATO PARACADUTISTA, ESPONENTE DI PUNTA DEL SERVIZIO D’ORDINE DEL PARTITO E MERCENARIO IN AFRICA… AVREBBE CEDUTO UN FUCILE D’ASSALTO E QUATTRO PISTOLE TOKAREV A UNO DEGLI AUTORI DEGLI ATTI TERRORISTICI DEL 7 GENNAIO
Sembra quasi la trama di un noir, di un romanzo inverosimile: un militante dell’estrema destra francese che rifornisce di armi uno dei jihadisti all’azione a Parigi nel gennaio scorso.
E, invece, la procura di Lilla ci crede, eccome: Claude Hermant, 52 anni, e la compagna sono stati incriminati e si trovano ora sotto serrato interrogatorio, perchè accusati di essere all’origine di alcune armi utilizzate da Amèdy Coulibaly.
Si tratta di uno degli attentatori, che uccise una poliziotta municipale a Montrouge, nella periferia sud di Parigi, e che poi attaccò l’Hyper Cacher, dove venne ucciso dalle forze dell’ordine.
Coulibaly e i fratelli Kouachi, che assalirono la redazione di Charlie Hebdo, causarono la morte di 17 persone in pochi giorni.
Alcune armi rinvenute nel supermercato kosher e nell’appartamento dove il jihadista risiedette per qualche giorno prima degli attentati, a Gentilly (per la precisione, un fucile d’assalto e quattro pistole Tokarev), sarebbero passate attraverso una società della compagna di Hermant.
Lui, intanto, è già agli arresti dall’inizio dell’anno per un affare distinto ma sempre relativo al traffico d’armi. La coppia è originaria di Lilla.
Ma chi sono? Hermant, uomo dalle diverse vite, è stato paracadutista, esponente di punta del servizio d’ordine del Front National e mercenario in Africa.
E dire che all’origine era figlio di un minatore, iscritto al Partito comunista. Dopo aver lasciato i paracadutisti (dove era diventato sergente) nel 1982, si era più tardi arruolato come volontario nelle legioni croate durante la guerra nell’ex Yugoslavia.
Alla fine degli anni Novanta, dopo aver militato nel Fn (dal quale oggi prende le distanze), partì per la Repubblica del Congo (a Brazzaville finirà addirittura in carcere) e poi in Angola, mercenario e (forse) anche spia per i francesi.
Tra le sue varie vite, è stato perfino pugile, di un buon livello.
Politicamente rifiuta l’etichetta dell’estrema destra, preferisce quella di “anarchico di destra”.
Fra il 2008 e il 2012 ha gestito la Casa del popolo fiammingo, a Lambersart, vicino a Lilla, dove si ritrovavano giovani skinheads, accomunati da un miscuglio di “odio del sistema”, xenofobia e rivendicazioni regionalistiche fiamminghe.
Al momento di essere arrestato, lavorava occasionalmente in una friggitoria, proprietà della compagna, e gestiva un terreno di paintball, il “campo Ares”, divinità greca della guerra, con stage contraddistinti da improvvise levatacce notturne, marce forzate, tecniche di sopravvivenza, ma anche la possibilità di assistere a una messa, per chi lo volesse. Per i suoi avvocati, “erano come dei campi scout ma più virili”.
Se, comunque, Hermant si trova già in prigione, è per un altro motivo: avrebbe organizzato tra il Belgio e la Francia un traffico d’armi provenienti dall’Europa dell’Est.
Alcune sarebbero finite tra le mani di Coulibaly.
Secondo fonti di polizia, citate dal quotidiano La Voix du Nord, “esiste una porosità tra il mondo dell’integralismo islamico e il banditismo. Lo stiamo verificando”.
Leonardo Martinelli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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